OSSERVATORIO AFGHANISTAN

Dalla parte di chi non ha voce



Afghanistan, le vere ragioni della rabbia

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Posted on | February 23, 2012


Di Enrico Piovesana

Da: E-Il mensile on line

Non c’è solo la sensibilità religiosa ferita (e una certa dose di fanatismo) dietro la rabbia popolare degli afgani scatenatasi dopo la notizia degli ennesimi Corani bruciati dai militari Usa nella base americana di Bagram (rabbia contrastata a fucilate dalle truppe Nato e dalla polizia afgana, con un bilancio provvisorio di 4 dimostranti morti e decine di feriti). L’ennesimo atto ‘sacrilego’ è la goccia che fa traboccare un vaso stracolmo di rabbia e frustrazione per un’occupazione militare decennale che non ha portato nessun miglioramento alle condizioni di vita della popolazione. Anzi.

Non lontano dalla superbase Usa di Bagram (un’oasi americana trapiantata nel cuore dell’Afghanistan, con shopping center, fast-food, pizzerie, palestre e gioiellerie, dove vivono oltre 20mila soldati) c’è il campo profughi di Nasaji Bagrami. Anche qui vivono circa 20mila persone: donne, anziani e tantissimi bambini sfollati dai combattimenti di questa ‘missione di pace’ e completamente abbandonati a loro stessi, senza cibo, medicine e coperte.

Ismail aveva solo 30 giorni quando è morto di freddo alla fine di gennaio. Naghma e Nazia, due gemelline di tre mesi, se ne sono andate insieme come sono venute: morte di freddo nella stessa notte del 15 gennaio. Abdul è morto congelato poche notti prima: aveva un anno e camminava da pochi giorni.
Sono alcune delle storie, raccolte dal New York Times, dei tanti bambini decimati dal freddo nel campo di Nasaji Bagrami dove, anche quando il gelo e la neve non peggiorano le cose, il tasso di mortalità infantile è del 144 per mille (in Italia è del 3 per mille).

Una strage di innocenti che non si limita ai campi profughi, visto che la mortalità infantile media in Afghanistan è del 120 per mille. E non è dovuta solo al freddo invernale, ma soprattutto alla mancanza di cibo. Un recente servizio della Msnbc ricorda che il 60 per cento dei bambini afgani (ovvero 15 milioni di bambini) soffrono di denutrizione, e ogni anno ne muoiono circa 30mila, vale a dire oltre 80 bambini al giorno.

“Com’è possibile – si chiede l’articolista del New York Times – che i bambini afgani muoiano per una causa prevedibile come il freddo dopo dieci anni di presenza internazionale con duemila Ong, dopo almeno 3,5 miliardi di dollari di aiuti umanitari e 58 miliardi di aiuti allo sviluppo?”.
Forse perché, a fronte di queste spese ‘buone’, i soli Stati Uniti di miliardi di dollari finora ne hanno spesi ben 2 a settimana (sì, a settimana!) per condurre questa guerra. Soldi spesi per le bombe che hanno distrutto i villaggi da cui erano sfollati Ismail, Naghma, Nazia e Abdul, ma anche per il Burger King e il Pizza Hut della base di Bagram.

I Corani bruciati sono solo benzina sul fuoco.

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