OSSERVATORIO AFGHANISTAN

Dalla parte di chi non ha voce



Afghanistan, un paese tutt’altro che sicuro.

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Posted on | April 29, 2017

Newsletter Amnesty International, 27 aprile 2017

Gli attacchi contro i civili avvenuti nei primi tre mesi del 2017 e l’incapacità del governo di garantire un’adeguata protezione alla popolazione confermano che l’Afghanistan non è un paese sicuro dove rimandare i rifugiati.

“In un periodo in cui il numero delle vittime civili rimane elevato e in cui le donne e i bambini subiscono le conseguenze peggiori della violenza, è insensato dire come fanno molti governi che l’Afghanistan è un paese sicuro dove rimandare i rifugiati”, ha dichiarato Horia Mosadiq, ricercatrice di Amnesty International sull’Afghanistan.

Dal ritiro, alla fine del 2014, delle forze militari internazionali, la situazione della sicurezza nel paese si è fortemente deteriorata, il numero delle vittime civili è salito e la crisi degli sfollati interni si è fatta più acuta. I talebani controllano una parte di territorio mai così ampia dal 2001.

La Missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) ha recentemente diffuso un rapporto che documenta 715 morti e 1466 feriti nel primo quadrimestre del 2017.

Il numero più elevato di vittime civili è stato registrato nella capitale Kabul, seguita dalle province di Helmand, Kandahar e Nangarhar.

Nello stesso periodo, decine di migliaia di rifugiati afgani sono stati rimpatriati contro la loro volontà dal Pakistan, dall’Iran e da paesi dell’Unione europea. Nel 2016 si stima che i rimpatri siano stati centinaia di migliaia.

Il rapporto dell’Unama è stato pubblicato due settimane dopo il lancio, da parte degli Usa, della più potente bomba non nucleare nella provincia di Nangarhar contro una serie di gallerie gestite dal gruppo armato denominatosi Stato islamico.

“Da un lato l’Afghanistan è considerato un posto dove gruppi armati come lo Stato islamico costituiscono per gli Usa un tale pericolo da spingerli a sganciare la più potente bomba non nucleare. Dall’altro, alle persone in fuga dal conflitto afgano viene detto di tornare in patria perché è un paese sicuro. Questa è ipocrisia al massimo livello”, ha commentato Mosadiq.

Lo scorso anno il governo di Kabul ha sottoscritto una serie di accordi con alcuni paesi dell’Unione europea, accettando il ritorno di cittadini afgani la cui domanda d’asilo era stata respinta. Nel frattempo, il numero degli sfollati interni ha raggiunto il massimo storico e il governo non riesce a prendere misure per contenere i danni alla popolazione civile anche se con l’arrivo dell’estate i combattimenti sono destinati a produrre un numero ancora maggiore di vittime.

“È assurdo che un governo che non riesce a garantire la sicurezza neanche nella capitale abbia accettato il ritorno di rifugiati che non sarà in grado di proteggere”, ha concluso Mosadiq.

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