OSSERVATORIO AFGHANISTAN

Dalla parte di chi non ha voce



Afghanistan talebano e non

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Posted on | February 3, 2018

Enrico Campofreda dal suo Blog. 1 febbraio 2018

Sebbene il potere della propaganda caratterizzi sempre di più la geopolitica, la realtà continua a essere la cartina al tornasole con cui verificare non solo false notizie false, ma tendenze distorsive che possono nascondere solo parzialmente ciò che fatti o la loro lettura oggettivamente evidenziano. Ieri anche una testata mainstream come la Bbc ha evidenziato ciò che la ridda di attentati, talebani o dell’Isis non importa, mostrano e dimostrano: la mancanza di controllo del territorio da parte del governo afghano. Gli agguati a Kabul sono la quintessenza di quanto si consuma negli ultimi diciotto mesi in quel Paese tenuto sotto tutela dalle missioni Nato: un contrasto assillante al proseguimento della vita, in una nazione che normale non è da decenni. Però dalla cosiddetta “lotta al terrore”, voluta da George W. Bush con un’invasione che ha terrorizzato e dissanguato la popolazione afghana più che i talebani, non solo non si è combattuto il fondamentalismo, né si è normalizzato il Paese, ma sono cresciuti a dismisura caos, precarietà, corruzione. Il fondamentalismo ha incrementato le sue fila, innalzando il vessillo della resistenza contro l’occupazione straniera e trovando seguito fra giovani stretti nella morsa di fare da bersaglio o fuggire.

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Eppure varie amministrazioni statunitensi (due mandati per Bush, due per Obama) nella bellezza di ben sedici anni hanno continuato a riproporre  il mantra del Paese rinnovato, del ceto politico autoctono da promuovere e sostenere, del rilancio di uno Stato che prende le direttive dall’Occidente, militare oltre che geopolitico. Il bluff è sotto gli occhi di tutti e ormai anche la favola di una presenza talebana stabile, solo in alcune province storicamente controllate da quella fazione (Kandahar a sud, Nangarhar a est) e poi in ordine sparso qui e là, diventa risibile. Dati provenienti dall’Unama, che studiano l’incidenza delle azioni armate talebane sui civili, con tanto di ennesime triste lista di morti e feriti, già due anni or sono avevano segnalato una presenza degli insorgenti sulla metà del territorio. L’indagine della Bbc, che fra agosto e novembre scorsi ha utilizzato 1200 fonti locali sia con contatti diretti tramite i propri corrispondenti, sia per via telefonica, in circa quattrocento distretti del Paese, offre un quadro che sbugiarda ulteriormente le fonti ufficiali del governo Ghani e dell’attuale governo Trump. I talebani sono presenti su oltre il 70% del territorio. Certo a macchia di leopardo, ma con un’invasività, una sicurezza, un’efficacia, un’accoglienza (se per accettazione o per terrore da parte della popolazione è da valutare) evidentissime.

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Questo a fronte del fallimento di ogni piano militare, strategico, politico messo in atto dalle suddette amministrazioni che le hanno provate tutte: invasione e guerra, governi-fantoccio, incarichi istituzionali a Signori della guerra fondamentalisti essi stessi, massima presenza di truppe proprie e contractors (120.000 militari nel 2010), creazione dell’Afghan National Security Army (350.000 uomini nel 2015, data del ritiro di gran parte dei marines statunitensi), tavoli di trattativi coi talebani di ieri e di oggi. Niente da fare, un insuccesso globale. Così tornando alla ricerca effettuata dall’emittente britannica la metà degli afghani presenti nel Paese (15 milioni) vive in zone dove la presenza talebana è costante. Oppure viaggia, da un’area all’altra, appoggiandosi a parenti e conoscenti per permanenze limitate e di fortuna, e spesso si tratta d’un circolo vizioso. Ma nord-sud-est-ovest in ogni direzione ci si diriga, la mappa tracciata dall’inchiesta può avere coloriture più o meno fitte, comunque mostra ben poche tracce di assenza di incursioni dei turbanti. Sono salve province desertiche, montuose o giù di lì. Certo i dati raccolti confermano un’esistenza talib solo nel 4% dei distretti afghani, però è inquietante scoprirla nel restante 66% delle province esaminate, con una percentuale varia ma crescente.

In quelle aree gli assalti a check point, caserme, obiettivi militari e civili, sono variabili, possono essere sporadici o frequenti, isolati o ripetuti, ma continui senza che nessun reparto attaccato vada a caccia dei miliziani, nei luoghi dove si nascondono o dove stazionano alla luce del sole. I medesimi spazi, corrispondenti a 122 distretti (il 30% del territorio esaminato dalla ricerca) liberi da talebani, non sono certo pacificati e tranquilli. Anzi. Come la capitale Kabul, che è calcolata in questa fascia, gli attentati sono all’ordine del giorno e parte della cittadinanza dà vita al fenomeno descritto della transumanza singola o familiare. Ovviamente lo scampo è parziale. Se non si ha la sfortuna di trovarsi nel classico ‘luogo sbagliato nel momento sbagliato’ e finire lacerati da un’autobomba si vive sotto il ricatto di dover pagare ai talib tangenti per usufruire di “protezione” o servizi (acqua, elettricità, trasporti) controllati dai manipoli di miliziani. Fare una ricognizione dei tristi dati dell’anno che s’è chiuso è difficile anche per strutture organizzate come l’Onu. Le cifre raccolte sino a ottobre scorso contano 8500 fra morti e feriti civili, ma esistono gli itineranti che sfuggono, se non ai soprusi che incontrano ovunque, certamente alle statistiche, anche quelle tragiche di morte. Nell’ultima esplosione al centro di Kabul, le vittime potrebbero essere 95 o 105. Macabramente non si sa a quanti sfortunati appartengano certi poveri resti.

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