OSSERVATORIO AFGHANISTAN

Dalla parte di chi non ha voce



Donne e bambini: le vittime e le voci della speranza in Afghanistan.

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Posted on | May 16, 2018

Malalai Joya ha incontrato alcune classi di studenti dell’IIS Maxwell di Milano, questo il contributo di Gianluca Cilla.

Milano, 25 aprile 2018
22 Aprile, 69 morti. 27 Gennaio, 103 morti. 21 Gennaio, 22 morti.

Questi dati per noi sono solo numeri, ma per qualcuno erano genitori, fratelli e figli. Erano persone che non avevano nulla a che fare con la guerra, con le insurrezioni, povera gente che si è ritrovata vittima di un conflitto di cui ormai si è persino perso lo scopo. Gli attentati sono solo uno dei tanti flagelli che rende l’Afghanistan una terra così martoriata. Dai talebani all’Isis, questo è un paese che non conosce pace da ormai quasi due decadi, come d’altronde la sua popolazione. Una popolazione che è ormai decimata, scoraggiata, avvilita e tradita, ma che non si arrende. Composta di lavoratori e sognatori, di ragazzi e ragazze che guardano ad un futuro migliore per la propria nazione, come Malalai Joya. Eletta il 17 dicembre 2003 come membro dell’Assemblea Costituente afghana, non è stata in silenzio e ha denunciato, durante assemblea della Loya Jirga, la presenza di “signori e criminali di guerra” all’interno del governo Afghano. Il prezzo pagato da Malalai è stato non indifferente: è stata immeditatamente espulsa e la notte stessa ha subito il primo di una lunga serie di attentati. Eletta nuovamente, nel maggio 2007 è stata sospesa dal suo ruolo di membro del parlamento per ragioni analoghe. L’accaduto non l’ha fermata e diverse personalità politiche e culturali internazionali si sono schierate al suo fianco. Nel 2010 ha anche scritto “Finché avrò voce. La mia lotta contro i signori della guerra e l’oppressione delle donne afgane”.

L’Afghanistan è forse uno dei paesi peggiori al mondo dove nascere donna, ed è ben testimoniato nell’opera di Malalai. I dati forniti da Human Rights Watch sostengono questa tesi: l’85% delle donne è senza istruzione, la metà si sposa prima dei sedici anni contro il proprio volere, ogni due ore una donna muore dando alla luce un figlio. Inoltre, i casi di violenza sono cresciuti del 25% nell’ultimo anno e, sempre l’anno passato, 120 donne si sono date fuoco. Non solo Human Rights Watch monitora la situazione, ma anche il Cisda (Coordinamento italiano sostegno donne afghane) si occupa di fornire notizie sempre aggiornate sulla violazione dei diritti femminili. Attraverso le volontarie che si recano sul territorio, questa associazione viene a contatto con esponenti di associazioni femminili locali come Malalai, sostenendole nelle loro decisioni anche sotto l’aspetto politico. Lo scopo di questa associazione è la costruzione di una coscienza civica e morale che parta dalle donne, in primo luogo attraverso l’alfabetizzazione della popolazione. La formazione è uno step fondamentale.

Oltre alle donne sono presenti in Afghanistan migliaia di piccole vittime. Migliaia di bambini che si svegliano ogni giorno e sanno che dovranno andare a svolgere mansioni rischiose ed estenuanti per contribuire al fabbisogno della famiglia. Human Rights Watch stima l’abbandono scolastico intorno al 50%. Una moltitudine di progetti è stata lanciata, ma i fondi a disposizione non sono sufficienti. Come non è sufficiente l’interesse del governo, che sì ha vietato 19 attività pericolose, ma che non controlla ne tutela i piccoli lavoratori così tanto sfruttati da persone senza scrupoli.
È difficile da digerire, ma questa è la situazione. L’unica soluzione possibile, a mio avviso, vede un mediatore, riconosciuto da tutte le parti, che metta d’accordo le stesse facendole dialogare. Solo così potranno migliorare le cose per le donne e i bambini e per l’intero popolo afghano.
Gianluca Cilla.

Fonti: Repubblica, IlSole24Ore, Amnesty International, Wikipedia, Human Rights Watch

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