OSSERVATORIO AFGHANISTAN

Dalla parte di chi non ha voce



Perché tanti afgani partono dall’Afghanistan

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Posted on | May 16, 2018

@PIXBAYLeNius, 15 maggio 2018, di Matteo Margheri

Continua il nostro viaggio per approfondire i contesti di partenza dei migranti e le ragioni per cui molte persone partono da determinati paesi e regioni, così come ci avete chiesto voi sulla nostra pagina Facebook. Oggi approfondiamo il perché dell’esodo afgano. Qui trovate invece gli altri contributi a cui abbiamo lavorato fino ad oggi su Nigeria, Salvador e Siria.

Afghanistan: le basi per orientarsi
Dopo il ritiro dei sovietici nel 1989, il Paese è rimasto sotto il controllo dei talebani, la più influente forza politica di ispirazione islamica che ha imposto la shari’a. Nel 2001, dopo l’attentato dell’11 settembre, gli USA invadono l’Afghanistan sotto l’operazione Enduring Freedom con l’obiettivo di rovesciare il regime talebano, estirpare la presenza di Al-Qaeda dal Paese e catturare Osama Bin-Laden. Dopo due anni di conflitto e la fuga dei talebani ai confini del Paese, nel 2003 si tengono le prime elezioni democratiche vinte da Hamid Karzai. Pur avendo ritrovato una certa stabilità, gli scontri non si arrestano: le forze talebane rimaste si riorganizzano nel sud-est del Paese, sui monti al confine col Pakistan, ed entrano in aperto conflitto col governo appena insediatosi e con gli americani che ancora occupano il Paese.

La guerra va avanti senza sosta e nel 2014 si apre un nuovo fronte: le bandiere nere dell’Isis sventolano sui monti pakistani e le milizie del Califfato manifestano la loro presenza nella regione. L’iniziale coesistenza coi talebani ha però vita breve e le due forze jihadiste cominciano ben presto a farsi la guerra reciprocamente. L’Isis ha da subito provato ad attingere nuove forze per le sue milizie direttamente dal movimento talebano, ma questo è sempre rimasto molto più presente e radicato sul territorio. La recente sconfitta del Califfato in Siria non ha fatto altro che rafforzare la posizione dei talebani che rimangono il nemico principale dell’attuale governo democratico afgano guidato dal Presidente Ashraf Ghani.

Dal 2001 ad oggi la guerra non si è mai fermata. Le la presenza dei militari statunitensi si è notevolmente ridotta e sono stati progressivamente sostituiti dalle forze della NATO, ancora presenti con l’operazione “Sostegno Risoluto”. L’obiettivo della missione rimane quello di fornire supporto logistico e di formazione all’esercito regolare afgano senza però, sulla carta, venire coinvolti in maniera diretta negli scontri con i guerriglieri talebani.

Da cosa scappano gli afgani
Come in ogni guerra, a pagare il prezzo più alto sono i civili: gli attentati dei talebani e dell’Isis si concentrano nei centri abitati, non solo nelle zone contese. Neanche la capitale Kabul viene risparmiata dagli attentati, come testimoniano le tristi vicende dello scorso gennaio. I dati sulla violenza nel Paese parlano chiaro: nel 2017 i civili afgani coinvolti in scontri e violenze sono stati 10.453, con 3.438 vittime e 7.015; rispetto all’anno prima, sono aumentati del 22% gli attentati suicidi con autobombe o dispositivi di detonazione improvvisati; sono inoltre triplicati gli attacchi in luoghi di culto, verso i leader religiosi o i fedeli in preghiera. Meno scontri in campo aperto ma più attentati. Che si tratti di talebani o Stato Islamico poco importa per i civili. Nell’opera di screditare e destabilizzare il governo di Kabul, i principali obiettivi dei terroristi sono loro.

Un altro dato preoccupante è quello che riguarda le vittime infantili: nel 2017 c’è stato un aumento del 24% delle vittime fra i bambini, principalmente causate dalle mine e dagli ordigni inesplosi che li colpiscono mentre vanno a scuola o giocano nei cortili. Dopo il massiccio ritiro di buona parte dei contingente di truppe internazionali nel 2014, non sono state più ricostruite né strade né infrastrutture e il sistema sanitario e quello scolastico rimangono praticamente senza risorse.

Alcuni cronisti descrivono la situazione dell’Afghanistan come un “caos controllato”: l’esercito afgano non ha ancora la forza per sconfiggere completamente la minaccia dei talebani, ma grazie al sostegno della comunità internazionale è sufficientemente preparato per respingere qualunque offensiva diretta. Per questo i ribelli si concentrano sopratutto su azioni di guerriglia e attentati rivolti verso non solo obiettivi militari, ma anche civili. Paradossalmente, qualunque intervento più diretto della Nato non fa altro che aumentare il consenso e la simpatia dei cittadini in favore dei talebani, in quanto dimostra l’incapacità di garantire la sicurezza da parte dell’esecutivo. In questa situazione di violenza perenne, è chiaro che chi ne ha la possibilità cerca di andare via dal Paese. Esiste anche un consistente fenomeno di migrazione interna da diverse zone del sud controllate dai talebani, ma buona parte di chi si sposta verso nord lo fa solo per poi lasciare definitivamente il Paese alla prima occasione.

Dove scappano gli afgani
Negli ultimi sette anni sono arrivati in Europa mezzo milione di profughi afgani. I dati raccolti nel 2016 hanno registrato solo per quell’anno 162 mila richieste di asilo, tremila delle quali pervenute all’Italia. Di queste, solo un quarto sono state accolte dai Paesi europei. La Norvegia nel solo 2016 ha rimpatriato 442 afgani, oltre la metà in maniera costrittiva, mentre la Germania ne ha respinti 2900. Nel 2017 più della metà delle domande presentate sono state respinte. Una volta fuggiti dagli attentati, il pericolo più concreto per gli afgani emigrati è quello di vedersi rispedire in mezzo alla guerra. Le politiche di accoglienza restringenti concordate da Bruxelles con Kabul e attuate dagli Stati membri hanno lo scopo di disincentivare la fuga dall’Afghanistan verso l’Europa. Questo atteggiamento e i continui rimpatri hanno portato a una situazione paradossale: il Paese che ospita il più grande numero di profughi afgani è lo stesso Afghanistan. All’inizio del 2017, i rifugiati afghani in patria erano 1,5 milioni, più di quelli accolti fra Europa e Asia messi assieme. Di fronte alla netta chiusura europea, anche il Pakistan ha irrigidito le proprie politiche di accoglienza, dopo aver ospitato negli anni più di 1,3 milioni di rifugiati afgani. Per chi la vive quotidianamente, sembra impossibile poter fuggire dalla guerra senza fine. Il governo afgano vorrebbe che i propri cittadini rimanessero in patria per aiutare nella ricostruzione del Paese dopo il conflitto, ma questo orizzonte appare lontano a chiunque. Soprattutto dato che il livello di violenza non accenna a diminuire, anzi come sottolineano i dati aumenta.

Quello che rimane in Afghanistan
L’Afghanistan è un Paese ormai spezzato in due: i talebani mantengono il pieno controllo della parte meridionale, ma uno studio diffuso dalla BBC evidenzia come siano saldamente presenti ormai nel 70% del territorio. Alcune delle regioni a sud sono diventate dei veri e propri piccoli Califfati dove vige la shari’a più stretta. Kabul e buona parte nel nord rimangono sotto il controllo governativo, ma risulta evidente a tutti che l’esercito regolare non è in grado da solo di lanciare una contro-offensiva efficace. La missione di addestramento e coordinazione delle forza armate afghane da parte della NATO non sta portando i risultati sperati e rimane fortemente necessaria la presenza di forze estere nel Paese per scongiurare la completa dipartita del governo di Kabul. Gli Stati Uniti mantengono sul territorio circa 16.000 soldati (nel 2011 erano 100.000) divisi fra militari della NATO e missioni autonome di lotta al terrorismo. Gli Usa hanno anche recentemente intensificato la loro azione, offrendo supporto aereo alle offensive delle truppe regolari: nel 2017 si sono contati 5.400 raid aerei da parte delle forze armate statunitensi. Anche l’Italia è presente sul territorio con il suo contingente Nato: 900 dei nostri soldati sono stanziati nella parte occidentale del Paese, con il compito di garantire la sicurezza dei cittadini e offrire il proprio supporto alle forze dell’ordine locali.

Perché gli afgani emigrano? Conclusioni
Da diversi mesi si è manifestata una certa apertura dei talebani a trattare con il governo per la pace, ma un eventuale dialogo potrà iniziare solo dopo il completo abbandono delle forze internazionali dal Paese. Scenario improbabile data l’escalation di violenza e la dura presa di posizione dell’amministrazione Trump sulla guerra in Afghanistan. Il conflitto iniziato nel 2001 è ancora lontano dalla sua conclusione e i cittadini sono ormai stremati da diciassette anni di guerra ininterrotta. Il Paese è disseminato di campi minati e ordigni inesplosi che continuano a mietere vittime e mutilare poveri malcapitati. Gli attentati disperati dell’Isis e quelli mirati dei talebani continuano a devastare le città. Chi trova il modo di fuggire continua a farlo in direzione dell’Europa, come Walid, anche se consapevole di non essere un ospite gradito. E i continui rimpatri non fanno che esaspera una situazione arrivata al limite: per i profughi afgani non c’è posto in Europa e ormai neanche le loro Paese d’origine. Per molti cittadini, quello che l’Afghanistan ormai riesce a offrire è solo morte e paura.

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