OSSERVATORIO AFGHANISTAN

Dalla parte di chi non ha voce



Tribunale dei Popoli ritiene la Turchia colpevole di violazione della legislazione internazionale

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Posted on | May 25, 2018

Uikionlus 24 maggio 2018

La conferenza di oggi per la presentazione del verdetto è stata organizzata dalle quattro organizzazioni promotrici del Tribunale in collaborazione con i gruppi parlamentari nel Parlamento Europeo, L’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici (S&D), Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica (GUE-NGL) e Verdi Europei Alleanza Libera Europea (Greens-EFA).

Il comitato, composto da 7 giudici, ha ritenuto “lo Stato turco responsabile per via della negazione del diritto all’autodeterminazione del popolo curdo, della negazione dell’identità e presenza del popolo curdo e della repressione della sua partecipazione nella vita politica, economica e culturale nel Paese, che viene interpretata come una minaccia per l’autorità dello Stato turco. Il PPT ha identificato la negazione del diritto all’autodeterminazione come la causa ultima del conflitto armato tra i curdi e la Turchia”.

Analogamente il PPT ha rilevato che “lo scontro armato tra la Turchia e i curdi è diventato un conflitto armato non-internazionale governato dalla legislazione internazionale umanitaria. Il PPT critica come inadeguata la caratterizzazione del conflitto da parte dello Stato turco come una questione di terrorismo da regolamentare attraverso la legislazione anti-terrorismo”.

Il PPT ha ritenuto inoltre “lo Stato turco, il Presidente turco Recep Tayip Erdogan e il comandante delle operazioni militari contro le città curde tra il 1 giugno 2015 e il 1 gennaio 2017, Generale Adem Huduti, colpevoli di aver commesso crimini di guerra durante quel periodo”.

Il PTT ha ritenuto il Presidente Erdoğan responsabile di aver fomentato e legittimato la violenza sproporzionata e indiscriminata delle operazioni sia nei confronti dei combattenti curdi armati sia della popolazione civile attraverso la sua ripetuta e indiscriminata qualificazione dei curdi che vivono in aree di conflitto, nonché dei loro rappresentati scelti, come “terroristi””.

Infine “il PTT ritiene inoltre lo Stato turco colpevole di crimini di Stato, compresi assassinii mirati, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, commesse da diverse branche delle forze di sicurezza dello Stato e dei servizi segreti in Turchia e all’estero, in particolare in Francia”.

I giudici hanno chiesto alle istituzioni internazionali competenti di dare giusta considerazione al verdetto e riaffermato che la decisione del PPT contiene “importanti scoperte e raccomandazioni che dovrebbero servire da linee guida per tutti gli enti e le istituzioni internazionali competenti”.

I giudici hanno anche raccomandato la “immediata ripresa dei colloqui di pace in buona fede e un’amnistia generale da emettere alla conclusione di un accordo di pace”.

Il Tribunale Permanente dei Popoli si è incontrato a Parigi il 15 e 16 marzo per ascoltare il caso su “presunte violazioni della legislazione internazionale e della legislazione internazionale umanitaria da parte della Repubblica di Turchia e dei suoi funzionari nelle loro relazioni con il popolo curdo e le sue organizzazioni”.

Nel corso di due giorni i giudici hanno ascoltato dozzine di testimoni sulla negazione da parte dello Stato turco dei diritti politici, culturali, sociali, economici ai curdi che vivono in Turchia.

Mentre a Parigi avevano luogo le udienze, lo Stato turco ha incrementato i suoi attacchi militari contro Afrin. Il Tribunale non si è potuto occupare di eventi successivi al periodo sottoposto alla sua valutazione (tra il 1 giugno 2015 e il 31 gennaio 2017) e in particolare dell’offensiva lanciata nel gennaio 2018 dalle forze armate turche contro l’enclave di Afrin in Siria e la regione curda del Rojava.

Data la gravità di questa aggressione tuttavia il Tribunale dei Popoli si è sentito in obbligo di emettere alcune raccomandazioni. In particolare ha chiesto che “la Turchia metta immediatamente fine a tutte le operazioni militari condotte dal suo esercito e di ritirare le sue truppe all’interno dei suoi confini nazionali”.

“L’offensiva turca lanciata contro l’enclave di Afrin e altre aree della Siria dove è presente una maggioranza di popolazione curda è una chiara violazione della legislazione internazionale che contraddice il principio di non-uso della forza come da articolo 2, paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite e costituisce un crimine di aggressione secondo l’articolo 5 dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale.

I fatti mostrano che le operazioni militari contro città o regioni fortemente popolate corrispondono a crimini di guerra secondo l’articolo 8, paragrafo 2, dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, come assassinii, torture, massiccia distruzione di proprietà non giustificati da operazioni militari, deportazioni o trasferimento forzato di popolazioni. Quindi questi fatti costituiscono gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949, specialmente dell’articolo 147 della IV Convenzione, al quale la Turchia è vincolata.”

Il PPT ha ricordato che “la Turchia è obbligata a indagare e punire le persone responsabili di crimini di guerra, accertati dal Tribunale Permanente dei Popoli, commessi nell’Anatolia sudorientale durante il periodo dal 1 giugno 2015 al 31 gennaio 2017”.

Questo sulla base dell’obbligo convenzionale riferito al regolamento comune alle quattro Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 (articolo 49 della I, articolo 50 della II, articolo 129 della III e articolo 144 della IV), che dispone che: “Ogni Alta Parte Contraente sarà sottoposta all’obbligo di ricercare persone di cui si suppone che abbiano commesso o che abbiano ordinato di commettere, violazioni di tale gravità, e porteranno tali persone, senza riguardo per la loro nazionalità, davanti ai propri tribunali”.

L’obbligo è stato reiterato dall’articolo 85 del Primo Protocollo Aggiuntivo adottato a Ginevra l’8 gennaio 1977 e si estende anche al caso di conflitti armati non-internazionali, come previsto dal II Protocollo Aggiuntivo.

Il Tribunale Permanente dei Popoli è consapevole che l’accertamento dei crimini e la punizione degli esecutori non sarà mai possibile, a meno che i meccanismi e le garanzie del governo della legge siano ripristinati, prima di tutto l’indipendenza della magistratura e la libertà d informazione. In Turchia, dopo il fallito golpe del luglio 2016, 4.279 magistrati (giudici e pubblici ministeri) sono stati licenziati, 3.000 di loro sono in detenzione in attesa di giudizio, centinaia di media sono stati chiusi (radio, quotidiani, siti web) e attualmente 150 sono detenuti, mentre migliaia di insegnanti sono stati rimossi dai loro posti nelle università e a tutti i livelli nelle scuole.

Questi eventi impediscono l’esercizio del controllo legale contro abusi commessi da agenti del governo che possono essere messi in atto solo se è garantita l’indipendenza della magistratura e se sono garantiti mass media liberi e indipendenti che esercitano influenza sull’opinione pubblica.

La terza raccomandazione emessa afferma che “la Turchia deve ripristinare il governo della legge, rilasciare i magistrati e giornalisti ancora detenuti, ripristinare i diritti degli insegnanti e magistrati (giudici e pubblici ministeri) che si sono dimessi dal luglio 2016, ripristinare la libertà di stampa e informazione, mettere fine allo stato di emergenza e implementare pienamente la Convenzione Europea sui Diritti Umani”.

“I crimini di guerra e i crimini contro l’umanità accertati dalla Corte derivano dal rifiuto della Turchia di riconoscere il diritto del popolo curdo all’autodeterminazione, che ha portato la Turchia a vietare per anni l’uso della lingua curda nella vita pubblica, a perseguitare partiti curdi e i loro leader, a limitare i media curdi, a incarcerare politici e giornalisti curdi. Questo bilancio di misure discriminatorie ha portato all’emergere di varie forme di resistenza, comprese azioni di guerriglia condotte dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan, PKK.

Le offensive militari lanciate nel sudest dell’Anatolia e estese alle regioni curde oltre il confine vengono giustificate dal governo turco con la pretesa di sopprimere il terrorismo e di proteggere l’integrità nazionale e politica. Tuttavia, la sicurezza dello Stato non può essere garantita dalla negazione dell’identità di un popolo destinato a vivere con il popolo turco all’interno dei confini dati. Al contrario, è solo riconoscendo l’identità del popolo curdo che è possibile mettere fine al conflitto e al lungo periodo di conflitto e sofferenza per entrambe le parti.

Mettere fine al conflitto è l’unico modo per garantire la sicurezza. Va notato che il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione del popolo curdo non implica alcuna forma di secessione perché i principi dell’inviolabilità dei confini e del rispetto dell’integrità territoriale di ciascuno Stato non possono essere messi in discussione, come affermato dall’Atto Finale di Helsinki del 1975. Quindi il riconoscimento dell’identità e della dignità del popolo curdo e il suo diritto a vivere in pace con altri popoli nel territorio dello Stato turco, è la chiave per garantire sicurezza, libertà, pace e giustizia per tutti i cittadini della Turchia.”

La quarta raccomandazione afferma che “previa immediata proclamazione della tregua di tutte le attività militari, la Turchia deve riprendere i negoziati in buona fede per una soluzione pacifica del conflitto – interrotti il 30 ottobre 2014 – e completarli nell’ambito di un lasso di tempo ragionevole”.

“Durante i negoziati vanno prese misure per alleviare il clima di ostilità tra le parti, in particolare il rilascio dei prigionieri, la riapertura di giornali e altri media, la reintegrazione di rappresentati locali rimossi dalle loro posizioni. Non sta al PPT indicare soluzioni specifiche che permettono che il diritto all’autodeterminazione del popolo curdo venga fatto coincidere con le necessità di coabitazione buona amministrazione all’interno dello Stato turco.”

L’ultima raccomandazione afferma che “A conclusione dell’accordo di pace va concessa un’amnistia per i crimini commessi da entrambe le parti durante il conflitto e tutti i prigionieri politici ancora detenuti devono essere rilasciati”.

“In conclusione, la tragedia che sconvolge il sudest dell’Anatolia e sta causando incalcolabili sofferenze al popolo curdo, non è i risultato di un destino che non può essere evitato. È il prodotto di errori, gravati dal tempo, di uno sconsiderato dogma di nazionalismo che in passato ha provocato il genocidio degli Armeni.

Il popolo turco e il popolo curdo possono evitare questo destino trasformando totalmente questa politica e eliminando le sue origini. Dove oggi vengono messi in atto i fatali rituali di ostilità e negazione, il domani potrebbe vedere il ripristino di una fiorente giustizia, amicizia e pace.”

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