OSSERVATORIO AFGHANISTAN

Dalla parte di chi non ha voce



AFGHANISTAN. USA E TALEBANI SI INCONTRANO A DOHA PER UNA “RITIRATA ONOREVOLE”.

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Posted on | July 29, 2018

Notizie Geopolitiche, di Enrico Oliari, 28 luglio 2018
Tagliato fuori ancora una volta il governo di Kabul.

Non ci riuscirono i sovietici a piegare l’Afghanistan, con una guerra che dal 1979 al 1989 è costata da una parte 44mila morti, 80mila dall’atra (Mujaheddin) e quasi 2 milioni di civili uccisi. Non ci sono riusciti oggi gli Usa e gli alleati Nato, che in quel paese avevano mandato soldi ai Mujaheddin per resistere ai russi e che poi ci sono andati a seguito dell’attentato alle Torri Gemelle, per “portare pace e democrazia” e perché “le donne sono costrette a portare il burqa”, come raccontavano i media occidentali nel 2001.
Fatto sta che l’Afghanistan si è dimostrato un pantano anche per gli statunitensi, i britannici, i tedeschi e gli italiani, una guerra costata soldi e vite umane ma che non ha raggiunto neppure lontanamente gli obiettivi designati. Ne’ quelli ufficiali che tanto piacciono all’occidentale medio, come democrazia e pace per tutti (a patto però che restino un gradino sotto), ne’ quelli non ufficiali, come il trasformare il paese in una zona di influenza Usa in uno scacchiere che vede lo zio Sam avere basi dal Marocco al Kyrgizistan, con le eccezioni di Libia (guerra), Siria (guerra), Iraq (guerra), Iran (se ne sta parlando) e appunto Afghanistan (guerra).
Dal 2001 ad oggi l’unica cosa concreta che la Nato ha ottenuto è il controllo effettivo di una parte della capitale, in un paese di 34 milioni di abitanti e di 652.864 chilometri quadrati, una minuscola area spesso oggetto di attacchi terroristici; il presidente Ashraf Ghani viene chiamato come il suo predecessore, il fantoccio degli americani Hamid Karzai, “il sindaco di Kabul”, mentre nel paese non passa giorno senza che non vi siano attentati terroristici, ora ad opera dei talebani, ora per i miliziani dell’Isis, i quali stanno cercando di affermarsi nel paese per poi estendere la propria azione nei paesi limitrofi dell’Asia centrale (emirato del Khorasan ).
Fatto sta che al 2013 gli Usa stanno cercando di trattare con i talebani, perché dopo 17 anni di guerra il disimpegno (ma si parli pure di ritirata) è diventato una necessità. E lo stanno facendo tagliando fuori il governo “democratico” da loro piantato a Kabul, tanto che già cinque anni fa Karzai aveva protestato per la cosa, a dire il vero una condizione imposta dai talebani stessi.
Conscio di essere anche lui lasciato a casa, Ashraf Ghani ha cercato di proporsi chiamando i talebani ad una tregua alla fine del Ramadan, ma anche oggi la sua parte non ha potuto prendere parte ai colloqui che si sono svolti a Doha, in Qatar.
Difatti il ministro delle Finanze dei talebani, Mutasim Agha Jan, ha reso noto che in queste ore “I rappresentanti politici talebani hanno avuto un incontro con funzionari americani in Qatar”, sottolineando perché che “Nessun altro era presente”. Ha poi mediato rammentando che “I talebani vogliono porre fine all’invasione”, che i talebani non sono contro gli afgani, ma di fatto la parte di Kabul non era presente.
Mutasim Agha Jan ha anche spiegato di essere “certo che una volta avviati i negoziati ad alto livello, avremo un accordo: gli Usa e i talebani continueranno a dialogare in questo senso”. tralasciando ancora una volta Ashraf Ghani. La cui testa gli americani serviranno su un piatto d’argento al fine di poter uscire dal paese con una “ritirata onorevole”

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