OSSERVATORIO AFGHANISTAN

Dalla parte di chi non ha voce



In Afghanistan Putin apre ai negoziati con i talebani

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Posted on | September 3, 2018

Lettera43 B. Ciolli 2/9/2018

I talebani hanno detto sì al nemico per il quale furono creati. Gli estremisti islamici che fanno il bello e il brutto tempo in Afghanistan sono attesi per la prima volta a Mosca, nella conferenza per i negoziati di pace che Vladimir Putin vuol lanciare ora che quelli sulla Siria, sempre coordinati dal Cremlino, sono alle battute finali. La prima data fissata per cercare di sbrogliare il groviglio afgano, dopo anni di inutili colloqui in Pakistan, era il 4 settembre e i talebani, invitati per la prima volta da un presidente russo, non si sono fatti pregare. E così Mosca aveva avuto «riscontri positivi da ambo le parti». Almeno fino a quando al governo di Kabul non è arrivata voce che al tavolo si sarebbero seduti anche gli eredi dei mujaheddin, addestrati dagli Usa proprio per contrastare gli invasori russi dell’Afghanistan.

IL PROBLEMA DELLO STATUS DEI TALEBANI
Al presidente Ashraf Ghani pare che non sia andata giù la procedura della diplomazia russa di porre sullo stesso piano entrambi gli interlocutori. I talebani in particolare sarebbero stati contattati, senza che prima venisse informato – e desse l’autorizzazione alla loro presenza– il governo afgano, che punterebbe a questo punto ad affiancare la Russia nel ruolo di coordinatore delle trattative. Per raggiungere una quadra, la data della conferenza è stata posticipata: colloqui tra i ministeri degli Esteri russo e afghano sono in corso per scongiurare che Ghani tenga fede alla minaccia di disertare l’iniziativa diplomatica, come faranno in ogni caso gli Stati Uniti. Assenti anche alla precedente tavola rotonda sull’Afghanistan – senza i talebani – organizzata da Putin a Mosca nell’aprile del 2017.

IL SODALIZIO TRA BIN LADEN E I TALEBANI
Lo scoglio è sul grado di legittimazione politica dei talebani che anche recentemente hanno compiuto gravi attacchi alle istituzioni afgane, con centinaia di morti. Con sorpresa Mosca non ha mostrato preclusioni verso i fondamentalisti islamici wahabiti che, conquistato il potere dopo la caduta della repubblica filo sovietica nel 1992, diedero ospitalità a Osama bin Laden trasformando l’Afghanistan in uno Stato-rifugio di al Qaeda. L’emirato talebano instaurato durante i turbolenti Anni 90 fu riconosciuto solo dal Pakistan, dall’Arabia Saudita e dallo Stato satellite dagli Emirati arabi, cioè dai principali finanziatori dai talebani e, successivamente, della galassia di gruppi fondamentalisti wahabiti nel mondo. Inclusi gli indipendentisti islamisti ceceni che, in seguito ai bombardamenti russi della guerra civile tra il 1994 e il 1996, imboccarono la strada del terrorismo suicida e dell’estremismo islamico di al Qaeda.

PUTIN E LA GUERRA AL TERRORE
La guerra al terrorismo è una delle ossessioni di Putin, che per la lotta comune ad al Qaeda e successivamente all’Isis non ha mai esitato a tendere la mano anche agli americani. I suoi metodi sono sempre stati duri, in Cecenia come in Siria, e ai bombardamenti a tappeto i jihadisti hanno risposto con terribili attentati in Russia e contro russi. Lo stesso Putin non smette di recriminare agli Stati Uniti di aver finanziato e addestrato, attraverso il canale creato tra la Cia e gli alleati sauditi e pachistani, i mujaheddin estremisti islamici in Afghanistan, in funzione anti-russa. Salvo poi vederseli ritorcere contro nella folle strage delle Torri gemelle, perché «è naturale», ha dichiarato l’ex capo dell’Fsb (i servizi dell’ex Kgb), «gli estremisti alzano la testa e poi fanno fuori anche te. Guai ad addestrare estremisti».

I NEGOZIATI SULLA SIRIA AD ASTANA
Per Putin la tattica della Cia di finanziamento dei mujaheddin è la madre di tutti i terrorismi islamici, per quanto poi i raid russi contro gli islamisti abbiano contribuito non poco alla radicalizzazione delle nuove generazioni e alla formazione di gruppi sempre più estremisti, quali infine l’Isis. A lungo, durante i negoziati sulla Siria avviati nel 2017 ad Astana, in Kazakistan, il leader del Cremlino ha mostrato remore nell’includere le frange più radicali degli insorti sunniti (in particolare i qaedisti di Fateh al Sham, ex al Nusra, che controllano la roccaforte dei ribelli Idlib, ufficialmente non riconosciuti). Ed è stato accusato, con i bombardamenti per far riguadagnare terreno al regime sciita siriano e all’alleato iraniano, di far di tutti gli islamisti un fascio.

IL RUOLO DI TURCHIA E QATAR
Ad ammorbidire Putin può aver contribuito l’avvicinamento del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, in rotta con gli Stati Uniti. Il risultato ad Astana sulla Siria è frutto dell’accordo tra la Russia, l’Iran e la Turchia, finanziatrice con il Qatar dei ribelli jihadisti. Anni fa gli Usa tentarono inutilmente negoziati con i talebani, aprendo loro un ufficio in Qatar, nel frattempo passato dalla parte dell’Iran. Anche l’inedita alleanza potrebbe far comodo alla nuova sfida sui talebani di Putin: contraddicendosi potrebbe usarli in funzione anti-Isis. In fondo è uno stratega imperscrutabile: il flirt con Erdogan è partito proprio dal perdono per l’aereo russo abbattuto in Siria dai turchi e nel 2017 Putin ha invitato per la prima volta al Cremlino un re saudita, rompendo un altro tabù.

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