OSSERVATORIO AFGHANISTAN

Dalla parte di chi non ha voce



Afghanistan, molestie e abusi: lo scandalo travolge il calcio femminile.

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Posted on | December 4, 2018

Corriere della sera , 4 dicembre 2018, di Andrea Nicastro

Accuse di violenze sessuali sui vertici della Federazione afghana e il vice allenatore . La denuncia delle atlete. Il presidente Ashraf Ghani: «choc nazionale»

Un orrendo scandalo sessuale sta travolgendo l’intero mondo dello sport femminile afghano. E’ cominciato tutto durante un ritiro della nazionale di calcio in Giordania dove le giocatrici erano andate per allenarsi tutte assieme, afghane che vivono in patria ed emigrate. Le «straniere» hanno notato qualcosa che non andava negli atteggiamenti degli accompagnatori (maschi) delle compagne. I due rappresentanti della Federazione afghana, il «responsabile del calcio femminile» e il «vice allenatore», allungavano le mani, minacciavano, comandavano e soprattutto si chiudevano nelle camere d’albergo con le ragazze. Le giocatrici che vivono a Kabul hanno impiegato quasi sei mesi a confidarsi con le compagne. Non si trattava di un episodio, ma di un sistema. Ne è emerso un quadro spaventoso di abusi, ricatti, stupri che continuerebbe da anni.

Nella capitale afghana, l’ufficio del presidente federale, dotato di tutti i comfort, letto compreso, ha serrature a riconoscimento palmare. Una giocatrice che entra non può più uscirne senza l’aiuto del presidente. Trasferte, raduni, allenamenti, persino la firma di un contratto improvvisamente si poteva trasformare in violenza sessuale.

La nazionale di calcio di Kabul era un simbolo di progresso. Per di più, tra i più semplici da capire: nel Paese diventato famoso perché bastonava le donne senza burqa, le rinchiudeva in casa, vietava loro scuole e ospedali, le calciatrici erano messe in mostra come un altro modo possibile d’essere afghane, ragazze che avevano cura di sé prima che degli altri, mangiavano meglio degli altri e anche guadagnavano qualcosina, tutto perché giocavano a calcio. Evviva, a Kabul è arrivata la parità. Una bella foto e la modernità era servita.

Non era vero, ovviamente. Non bastano una ventina di giovani donne per concludere che l’Afghanistan ha cambiato pelle. Faceva comodo a tutti pensarlo, però. Il rischio era che quella donne fossero solo figurine da mostrare alla federazione internazionale per incassare il contributo in denaro sonante e spartirselo tra dirigenti maschi.

Zitte zitte, però, qualche partita, quelle ragazze, sono anche riuscite a vincerla passando dal 128° al 116° posto nella classifica Fifa del calcio internazionale femminile. Non molto considerate che le rivali sono tutte originarie di Paesi infelici per lo sport rosa quanto l’Afghanistan. Ma abbastanza per smuoverle qualcosa dentro, per dar loro un pizzico di autostima in più, un coraggio inaspettato che ora stanno dimostrando.

Le giocatrici che vivono all’estero hanno prima tentato di denunciare i loro sospetti lungo la linea di comando della Federazione afghana. Risultato? Nove giocatrici sono state escluse dalla squadra con l’accusa di essere lesbiche e alle altre è stato proposto un nuovo accordo per giocare gratis e senza possibilità di ricevere sponsorizzazioni. Era in sostanza la fine della nazionale donne afghana. Quelle che sarebbero state convocate dopo sarebbero davvero state solo figurine acchiappa soldi. Le calciatrici però non si sono arrese e hanno continuato la loro partita più importante. Hanno trovato il coraggio di denunciare, di affrontare lo stigma sociale e le ritorsioni dei potenti funzionari sportivi che in alcuni casi sono anche a capo di milizie armate. Le ragazze ne hanno comunque parlato a The Guardian. Invece di farsi silenziare dalla paura ne hanno parlato alla Fifa che ora sta indagando. Il principe giordano Ali Al Hussein (che aveva ospitato gli allenamenti della nazionale afghana) ha ritwittato la loro versione della storia. A Kabul il presidente Ashraf Ghani ha parlato di «profondo choc nazionale». La procura generale ha annunciato una sua propria indagine. La Bbc ha raccolto le confidenze di altre atlete e ha scoperto che la piaga delle molestie non sarebbe limitata al solo calcio, ma coinvolgerebbe anche altri sport. Qualcosa, insomma, si muove. Lentamente, ma si muove. Mostra l’abisso che l’Afghanistan deve risalire, ma se tutto fosse rimasto coperto da segreto e paura, sarebbe stato peggio.

Forse, la nazionale femminile di Kabul sta diventando davvero un motore di un cambiamento. Di maschi violenti è pieno l’Afghanistan, come tutto il mondo, ma di donne capaci di giocare su una pista per elicotteri, battere una squadra di soldati, resistere ai sassi che tirano da bordo campo, ai vicini di casa che accoltellano i fratelli e le insultano per strada, ce ne sono poche. E le calciatrici di Kabul avevano già mostrato quella resistenza. I funzionari federali che le avrebbero molestate, le avevano sottovalutate. Ora bisogna solo vedere come andrà a finire. Se per una volta, una storia afghana avrà un finale diverso dal solito. Se vinceranno la giustizia e il rispetto o come sempre l’omertà e la prepotenza.

 

 

 

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