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Una gigantesca prigione chiamata Afghanistan

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Huma Sadat, 8AM Media, 8 dicembre 2025

Oggi, le donne afghane vivono in una vasta prigione chiamata Afghanistan, un luogo in cui le autorità le hanno private dei loro diritti umani fondamentali. Se una donna non rispetta le regole dell’hijab obbligatorio, le può persino essere negata l’assistenza medica. “Le forze di sicurezza talebane hanno impedito alle donne che non indossavano il burqa o il chador di entrare in ospedale”. La BBC ha riportato questo il 13 novembre 2025, rivelando la realtà quotidiana delle donne di Herat. In un’epoca in cui il mondo celebra l’intelligenza artificiale e le scoperte scientifiche, le donne afghane devono ancora rispettare rigidi codici di abbigliamento solo per ricevere il più fondamentale dei diritti umani: l’assistenza sanitaria. Se si rifiutano, rischiano la morte.

A prima vista, questa frase citata sembra semplice, solo poche parole e una regola sull’hijab. Ma sotto la superficie, trasforma una donna vivente in un oggetto senza vita, senza alcun potere sul proprio corpo. Così come non può scegliere liberamente l’istruzione, il lavoro o la maternità, non ha nemmeno il diritto di decidere come vestirsi. Anche con questa singola frase, il mondo ha già violato il suo diritto più fondamentale: il diritto di scelta. Questa donna impotente deve indossare qualsiasi cosa le ordinino i leader talebani, non ciò che lei stessa sceglie in quanto essere umano libero.

Perché l’abbigliamento è importante

Perché l’abbigliamento volontario è così importante? Perché il diritto di scegliere il proprio abbigliamento nasce da due libertà essenziali: la libertà di scelta e la libertà di credo. Il secondo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani afferma chiaramente che ogni persona, senza eccezioni di genere, razza, religione o lingua, merita tutti i diritti e le libertà fondamentali.

La libertà di scelta è ciò che ci rende veramente umani. Tutti gli esseri viventi provano fame, bisogno di sopravvivere e desiderio di crescere. Ma solo gli esseri umani decidono quando assecondare questi desideri e quando controllarli. Quando una persona fa queste scelte liberamente, diventa un individuo riflessivo e responsabile, come i milioni di persone libere in tutto il mondo che aiutano le loro società a progredire.

Ma quando la libertà scompare, la mente umana inizia a collassare. Le persone non vivono più secondo le proprie decisioni. Si limitano a seguire ordini che altri hanno già scritto per loro. Non possono mettere in discussione, resistere o scegliere. Si limitano a obbedire.

Col tempo, questa paura si estende anche alle decisioni più piccole. Questa paura definisce un prigioniero. Un prigioniero non sceglie quando muoversi, cosa mangiare, con chi parlare o cosa pensare. Una guardia controlla tutto. Il prigioniero non plasma più la propria vita. Questa realtà mi costringe a chiedermi: c’è davvero qualcuno che esce dal carcere come un essere umano migliore?

Oggi, molte donne nella nostra società vivono come prigioniere. Sono costrette a indossare l’hijab. L’istruzione è vietata. I viaggi sono vietati. Il lavoro è vietato. Persino l’assistenza sanitaria ora dipende da come si vestono. Lentamente, questi limiti trasformano le donne in esseri isolati, silenziosi e spaventati, costretti a dipendere dagli uomini delle loro famiglie. A poco a poco, l’indipendenza e il pensiero critico svaniscono, fino a quando la libertà di scelta non viene più percepita come un diritto.

Allo stesso tempo, l’hijab obbligatorio attenta alla libertà di credo e all’identità culturale. L’abbigliamento esprime il gusto personale, la storia personale e la fede personale. Nessun governo ha il diritto di controllarlo. Quando una ragazza cammina per le strade di Kabul indossando un chador largo, un mantello al ginocchio e scarpe da ginnastica bianche, riflette lo stile condiviso da giovani donne nel corso di molti anni. Questo look non è nato da un giorno all’altro. È cresciuto nei mercati dell’abbigliamento della città, nelle tradizioni locali e nella cultura moderna, plasmato dalla società e da essa accettato. L’unico dovere di qualsiasi governo dovrebbe essere quello di proteggere il suo diritto ad apparire in pubblico con dignità, non di controllarne il corpo, la testa, i passi e gli abiti per soddisfare i propri desideri.

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