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Autore: CisdaETS

La Notte di Yalda, simbolo di resistenza, speranza e fiducia


Cisda, 9 gennaio 2026

Le donne e le ragazze afghane resistono con coraggio e fiducia. Nonostante tutto, nella notte di Yalda hanno festeggiato e hanno voluto condividere con noi del Cisda il resoconto dell’evento

“Speriamo che leggendo il resoconto e guardando le foto, vi sembrerà di essere state con noi. Questo incontro ha portato nuova energia e motivazione sia ai nostri insegnanti che alle nostre studentesse, poiché nelle circostanze attuali eventi di questo tipo sono rari per le donne”, hanno scritto.

In un momento in cui le donne e i giovani in Afghanistan stanno attraversando uno dei periodi più difficili e dolorosi della loro vita, preservare la cultura, l’identità e le pratiche tradizionali della comunità è diventato vitale ed estremamente impegnativo. Le continue restrizioni e le prolungate difficoltà hanno profondamente influenzato il benessere psicologico ed emotivo della società, in particolare di donne e giovani, spingendo molti all’isolamento, alla disperazione e alla privazione. In tali circostanze, la graduale erosione di tradizioni culturali di lunga data rappresenta una delle conseguenze più angoscianti della situazione attuale.

Purtroppo, le autorità attuali si oppongono all’osservanza di molte occasioni culturali e sociali che il popolo dell’Afghanistan e dell’Asia centrale celebra da generazioni, consentendo che solo gli eventi religiosi siano celebrati ufficialmente. Questo approccio ignora il profondo significato sociale ed emotivo che queste giornate culturali rivestono per le comunità.  La Notte di Yalda, nota anche come Notte Chella, è una di queste tradizioni significative e amate e riveste particolare importanza per le donne afghane in quanto simbolo di calore, solidarietà, speranza e connessione umana.

Consapevoli di questa realtà e con l’obiettivo di creare momenti di sollievo e gioia, anche se brevi, abbiamo organizzato un incontro per le donne in occasione della Notte di Yalda. L’evento intendeva offrire alle partecipanti l’opportunità di allontanarsi dalle pressioni, dalle restrizioni e dal dolore quotidiani e di riconnettersi con un senso di felicità e unione.

 

L’atmosfera dell’incontro era carica di calore, colore, vita e speranza. Donne e ragazze hanno partecipato indossando abiti colorati, con particolare attenzione al rosso, simbolo di vitalità e calore tradizionalmente associati alla Notte di Yalda. I sorrisi sui volti delle donne, la gioia visibile tra le giovani partecipanti e l’energia sincera nella sala hanno creato un ambiente profondamente accogliente e stimolante.  Nonostante le difficoltà, i partecipanti hanno ballato liberamente, applaudito ritmicamente ed espresso la loro gioia dal profondo del cuore.

In linea con le tradizioni di Yalda, sono stati preparati e condivisi tra i partecipanti una varietà di frutta invernale e rinfreschi, tra cui olive russe, melograni, anguria e un dolce tradizionale afghano (shola).

Letture di poesie dallo Shahnameh di Ferdowsi e versi di Hafez hanno arricchito la dimensione culturale e spirituale dell’incontro.
Si è svolta anche la divinazione, un’usanza molto amata soprattutto dai giovani durante la Notte di Yalda, accolta calorosamente.

La musica ha avuto un ruolo centrale nella celebrazione. Le ragazze hanno eseguito l’”Attan” (danza tradizionale locale), hanno cantato insieme e hanno eseguito con passione la canzone “Bella Ciao”. Balli di gruppo, canti collettivi e momenti di gioia condivisa riflettevano il profondo bisogno di donne e giovani di spazi sicuri in cui poter esprimere emozioni, felicità e solidarietà.

Durante il programma, è stato anche spiegato il significato storico e simbolico della Notte di Yalda. I partecipanti hanno appreso che Yelda affonda le sue radici nella vita agricola, quando le persone celebravano la vittoria della luce sulle tenebre e il graduale allungamento delle giornate. In questo contesto, Yalda è stata presentata come simbolo di speranza, un promemoria per le ragazze e i giovani afghani che nessuna oscurità dura per sempre e che la luce tornerà inevitabilmente.

L’incontro si è concluso con un messaggio forte: in questi tempi difficili, la resilienza delle donne e dei giovani, la loro resistenza all’ignoranza e la loro continua lotta per rivendicare i propri diritti umani, sociali e culturali rimangono essenziali.

Per noi, la Notte di Yalda non è stata solo una celebrazione, ma un simbolo di resistenza, speranza e fiducia in un futuro migliore per l’Afghanistan.

Assolti gli avvocati di Istanbul: una vittoria rara nello Stato che imprigiona i suoi difensori

Eliana Riva, Pagine Esteri, 10 gennaio 2026

Per una volta, dalla Turchia arriva una notizia che interrompe la sequenza quasi ininterrotta di processi politici, condanne e repressione giudiziaria. Il tribunale di Istanbul ha assolto İbrahim Kaboğlu, presidente dell’Ordine degli avvocati di Istanbul, e l’intero consiglio direttivo dell’Ordine degli avvocati della città, accusati di “propaganda terroristica” per aver preso posizione pubblica in difesa dello Stato di diritto. Una sentenza che chiude un procedimento potenzialmente devastante, che avrebbe potuto tradursi in anni di carcere e interdizione professionale, e che segna una vittoria rara in un Paese dove il diritto penale viene sempre più spesso piegato a esigenze di controllo politico.

Il processo nasceva da una presa di parola pubblica dell’Ordine di Istanbul, colpevole di aver denunciato violazioni dei diritti e di aver difeso l’autonomia della professione forense. Un atto che in un sistema democratico rientrerebbe nella normalità del dibattito pubblico, ma che in Turchia viene frequentemente ricondotto all’alveo del terrorismo o del sostegno a organizzazioni illegali. È su questa torsione del diritto che si è giocata la partita giudiziaria contro i vertici dell’Ordine: non un singolo reato, ma l’idea stessa che un’istituzione indipendente possa criticare il potere. Il capo della procura di Bakırköy ha promosso un’azione penale contro il presidente dell’Ordine degli avvocati İbrahim Kaboğlu e altri dieci membri del consiglio direttivo per una dichiarazione diffusa dall’Associazione degli avvocati di Istanbul in merito all’uccisione dei giornalisti Nazım Daştan e Cihan Bilgin. I due reporter raccontavano, tra le altre cose, i legami tra la Turchia e lo Stato islamico e la situazione delle comunità curde, e sono stati colpiti da un attacco mirato con drone nel nord della Siria, verosimilmente ordinato proprio dalle autorità turche. Secondo l’accusa, la presa di posizione dell’Ordine avrebbe integrato i reati di “propaganda di organizzazione terroristica” e di “diffusione di informazioni fuorvianti al pubblico”. Per Kaboğlu e i membri del consiglio direttivo la procura ha chiesto pene detentive comprese tra i tre e i dodici anni di carcere.

La battaglia, dunque, è stata quella degli avvocati di Istanbul, compreso il presidente dell’Ordine, Kaboğlu e la vicepresidente Rukiye Leyla Süren, finiti sul banco degli imputati per aver fatto ciò che definisce il senso stesso della loro professione: difendere diritti, denunciare abusi, garantire l’accesso alla giustizia. In Turchia, però, questa funzione è da anni sotto attacco. Avvocati, dissidenti, oppositori politici, giornalisti e attivisti continuano a riempire le carceri, spesso attraverso procedimenti costruiti su accuse generiche, prove fragili e interpretazioni estensive delle leggi antiterrorismo.

Una logica di giustizia punitiva

L’assoluzione è stata festeggiata dagli avvocati turchi e dai loro colleghi provenienti da altri Paesi del mondo. Ma non ribalta il quadro, resta una crepa, non una svolta. Oggi la maggior parte dei legali detenuti nel Paese è colpita da un sistema di punizioni disciplinari che agisce come una seconda pena: sospensione o drastica limitazione dei colloqui con i familiari e con i difensori, divieto di leggere libri e giornali, restrizioni all’ora d’aria quotidiana. Misure che non rispondono a esigenze di sicurezza ma a una logica punitiva, pensata per isolare e fiaccare chi continua a rivendicare il proprio ruolo di garante dei diritti.

La vicepresidente dell’Ordine di Istanbul, Rukiye Leyla Süren, ha detto: “Questo caso non è solo contro di noi, ma contro tutte le associazioni degli avvocati”. Il presidente İbrahim Kaboğlu ha affermato: “Se i requisiti di un processo equo fossero rispettati, questo non sarebbe uno dei diritti più violati in Turchia”. Denunciando poi una distorsione profonda delle priorità giudiziarie: invece di perseguire reati effettivi, giudici e pubblici ministeri si concentrano su procedimenti aperti per l’espressione di idee e opinioni politiche. Kaboğlu ha richiamato il principio di imparzialità della magistratura e ricordato che, in base all’articolo 19 della Costituzione, la detenzione dovrebbe rappresentare l’extrema ratio, sostituita ove possibile da misure proporzionate e sottoposte a controllo giudiziario. Rievocando la situazione del carcere di Silivri, sovraffollato ben oltre la sua capienza, Kaboğlu ha osservato che “il 99 per cento dei detenuti si trova in prigione in violazione delle disposizioni costituzionali”. Un dato che, secondo il presidente dell’Ordine, fotografa con chiarezza la profondità della crisi dello Stato di diritto in Turchia.

L’importanza della pressione internazionale

Il processo di Istanbul si è svolto sotto uno sguardo internazionale attento. In aula erano presenti decine di delegazioni straniere, arrivate per monitorare l’andamento del procedimento e offrire una forma di protezione politica e simbolica agli imputati. Tra i Paesi rappresentati figuravano Francia, Germania, Olanda, Belgio, Svizzera, Bulgaria, Spagna e Norvegia. Una presenza che ha trasformato il tribunale in uno spazio osservato, sottraendolo almeno in parte all’opacità che caratterizza molti processi politici nel Paese. Per l’Italia era presente una delegazione di avvocati provenienti da diverse città, tra cui Brescia, dove l’Ordine degli avvocati segue da anni le vicende dei difensori turchi e mantiene un impegno costante di monitoraggio e solidarietà. Una rete costruita nel tempo, che accompagna i processi più sensibili e tiene aperto un canale di attenzione europea su ciò che accade nelle aule giudiziarie turche.

“Gli avvocati turchi e in particolare i componenti del consiglio direttivo dell’Istanbul Barosu hanno difeso lo stato di diritto e i principi democratici. Lo hanno fatto con coraggio e professionalità ed a rischio di gravi conseguenze anche personali. E lo hanno fatto anche per noi, in un momento in cui diritti, principi democratici e senso d’umanità paiono l’eccezione”, ha dichiarato l’avvocato Alessandro Magoni, presente all’udienza al tribunale di Istanbul. Parole che collocano la vicenda oltre i confini nazionali, come una battaglia che riguarda l’intera comunità giuridica europea. Sulla stessa linea l’avvocato Francesco Tomasini, che quest’anno ha partecipato a un’altra delegazione internazionali in Turchia con l’obiettivo di osservare i processi e offrire vicinanza ai colleghi sotto accusa: “Anche nella democratura turca sopravvive, per ora, un sottile barlume di giustizia. Fondamentale il ruolo degli osservatori internazionali: se il processo fosse rimasto nel buio forse l’esito sarebbe stato diverso. L’equilibrio resta precario: senza un interessamento vero dell’Unione Europea, che si faccia garante delle libertà fondamentali nei Paesi vicini utilizzando le leve commerciali e diplomatiche, rischiamo di essere sempre più spettatori isolati di fronte al crollo della libertà e dello Stato di diritto».

È proprio questo il punto che emerge con maggiore forza dalla sentenza: la vittoria degli avvocati di Istanbul non nasce in un vuoto politico, ma dentro una pressione internazionale che ha contribuito a rendere più difficile una condanna esemplare. Un segnale incoraggiante, ma fragile, che non modifica l’assetto complessivo di un sistema giudiziario sempre più allineato al potere esecutivo. La decisione del tribunale rappresenta dunque una piccola soddisfazione, importante sul piano simbolico e professionale, ma circoscritta. Fuori dall’aula, le carceri restano piene di avvocati e il meccanismo che li ha portati lì continua a funzionare. Questa volta la battaglia è stata vinta. Le altre, ogni giorno, restano aperte.

La guerra contro le donne rispecchia la guerra contro la natura

Nell’ordine intellettuale dei talebani, sia le donne che l’ambiente non hanno alcun valore intrinseco. Nessuno dei due è riconosciuto come meritevole di partecipazione, dialogo o cura

Qayum Sabur, Zan Times, 9 gennaio 2026

L’Afghanistan si trova ad affrontare due crisi devastanti e interconnesse. Una è la sistematica esclusione delle donne dalla vita pubblica attraverso il divieto di istruzione, lavoro, mobilità e partecipazione. L’altra è una crescente emergenza ambientale caratterizzata da siccità, scarsità d’acqua, deforestazione ed estrazione incontrollata di risorse. Queste crisi vengono spesso trattate come disastri separati. Non lo sono.

Ciò che li accomuna è una logica di dominio condivisa che tratta sia le donne che la natura come oggetti da controllare, gestire e sfruttare, piuttosto che come agenti viventi.

L’ecofemminismo, che è un modello che collega l’oppressione delle donne alla distruzione ambientale, contribuisce a rendere visibile questo legame. Sostiene che i sistemi basati sulla gerarchia e sul controllo tendono a trattare le donne, la terra e le risorse naturali allo stesso modo: come entità passive, private di capacità di azione e valore a meno che non siano al servizio del potere. In Afghanistan oggi, questa logica non è teorica. È una politica di governo.

Sotto il regime talebano, le donne non sono cittadine titolari di diritti. Sono percepite come problemi morali che richiedono una regolamentazione. I loro corpi sono sorvegliati, le loro voci messe a tacere e la loro presenza nella vita pubblica cancellata in nome dell’ordine. Le donne non sono viste come un contributo alla società, ma come rischi da gestire.

In Afghanistan è in corso una guerra contro le donne

La stessa logica governa l’approccio dei talebani all’ambiente. Le foreste vengono tagliate senza limiti. L’attività mineraria viene condotta senza trasparenza o consenso della comunità. I ​​terreni agricoli vengono degradati mentre la scarsità d’acqua peggiora, soprattutto durante le ripetute siccità. Non esiste una politica ambientale coerente, solo un’estrazione mineraria senza responsabilità.

I talebani credono che la natura non abbia alcuno status etico proprio. Questa posizione implica che non vi sia alcuna discussione significativa sulla tutela, la sostenibilità o i diritti delle generazioni future. Le comunità locali sono escluse dal processo decisionale, soprattutto quelle che hanno un profondo rapporto quotidiano con la terra e l’acqua. Il risultato di tali convinzioni è un danno ambientale spesso irreversibile.

Donne e natura in una logica di controllo e obbedienza

Come al solito, le donne sono tra coloro che pagano il prezzo più alto. Nelle zone rurali dell’Afghanistan, le donne gestiscono da tempo l’uso dell’acqua, sostengono l’agricoltura domestica e tramandano conoscenze ecologiche fondamentali per la sopravvivenza delle loro famiglie e comunità. Eppure sono anche le più vulnerabili al collasso ambientale. Con l’esaurirsi delle fonti d’acqua, le donne sono costrette a percorrere distanze maggiori per procurarsi l’acqua e altri beni di prima necessità. Con il declino dei raccolti, aumenta l’insicurezza alimentare.

Quando si verificano catastrofi, le donne spesso si fanno carico del peso della sopravvivenza familiare, pur rimanendo escluse da qualsiasi risposta ufficiale alle crisi e da qualsiasi piano di ripresa. Non è una coincidenza. È un difetto strutturale insito nel modo di governare dei talebani.

Il quadro ideologico dei talebani rende esplicita questa connessione. Nel Nizam-e Amarat-e Islami , un testo di riferimento chiave scritto da un’importante figura talebana, Abdul Hakim Haqqani, le donne sono definite interamente all’interno di una logica di controllo e obbedienza. Non sono presentate come agenti dotati di diritti, scelta o responsabilità sociale, ma come soggetti da regolamentare per il mantenimento dell’ordine morale.

Altrettanto sorprendente è ciò che il testo omette. Non c’è un serio impegno nei confronti della responsabilità ambientale, della gestione delle risorse naturali o del rapporto etico tra esseri umani e territorio. La natura appare come uno sfondo silenzioso, al di fuori del regno delle preoccupazioni morali o politiche.

I limiti delle risposte frammentate

Questa duplice assenza di donne e natura è rivelatrice. Nell’ordine intellettuale dei talebani, sia le donne che l’ambiente non hanno alcun valore intrinseco. Nessuno dei due è riconosciuto come meritevole di partecipazione, dialogo o cura.

Comprendere questo fondamento filosofico del processo decisionale dei talebani è importante perché mette in luce i limiti di risposte frammentate. Gli attori internazionali spesso affrontano i diritti delle donne e la tutela dell’ambiente come questioni separate, gestite da istituzioni, bilanci e quadri di advocacy diversi. In Afghanistan, questa separazione oscura il vero problema.

L’oppressione delle donne e la distruzione della natura sono risultati che si rafforzano a vicenda della stessa logica di governo. Un sistema che teme l’azione delle donne rifiuterà anche la tutela dell’ambiente. Un sistema che reprime la partecipazione delle donne alla società sfrutterà la terra senza consenso. Un sistema basato sull’obbedienza non può sostenere la vita, né umana né ecologica.

In Afghanistan, l’ecofemminismo non è una teoria accademica astratta. È uno strumento di chiarezza politica. Ci aiuta a comprendere che difendere i diritti delle donne senza affrontare il collasso ambientale o proteggere l’ambiente senza affrontare l’apartheid di genere sono azioni destinate a fallire. Devono essere affrontate insieme.

La crisi in Afghanistan si aggraverà finché le donne non saranno riconosciute come attrici sociali a pieno titolo e la natura non sarà percepita come un sistema vivente e condiviso piuttosto che come una risorsa da consumare.

Qualsiasi visione del futuro dell’Afghanistan che ignori questa interconnessione tra donne e natura è destinata a fallire. Qualsiasi cambiamento duraturo richiede di sfidare la logica stessa del dominio, sostituendo il controllo con la partecipazione, l’estrazione con la cura e il silenzio con l’azione.

 

Al Qaeda reclutata nelle forze di sicurezza afghane

Hassan Ahmad, Daily Times, 26 dicembre 2025

Il sedicesimo rapporto del Gruppo di supporto analitico e monitoraggio delle Sanzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è stato pubblicato l’8 dicembre 2025, offrendo una delle valutazioni più autorevoli e preoccupanti fino ad oggi sul contesto di sicurezza dell’Afghanistan sotto il regime talebano.

Contrariamente alle ripetute assicurazioni di Kabul secondo cui il territorio afghano non viene utilizzato per attività militanti, il rapporto delle Nazioni Unite conclude inequivocabilmente che tali affermazioni non sono credibili. Invece, l’Afghanistan continua a funzionare come un hub centrale per le organizzazioni terroristiche regionali e internazionali, con conseguenze dirette per il Pakistan e per la stabilità regionale in generale.

Secondo il Report, più di 20 organizzazioni terroristiche operano attualmente dal suolo afghano. Questi includono Tehrik-e Taleban Pakistan (TTP), Al-Qaida, Stato islamico in Iraq e Levante-Khorasan (ISIL-K), Al-Qaida nel subcontinente indiano (AQIS), Movimento islamico del Turkistan orientale/Partito islamico del Turkistan (ETIM/TIP), Jamaat Ansarullah, Movimento islamico dell’Uzbekistan (IMU) ed entità più recenti come Ittihad-ul-Mujahideen Pakistan.

Con la notevole eccezione dell’ISIL-K, la maggior parte di questi gruppi intrattiene relazioni di cooperazione o di non conflitto con il regime talebano. Il rapporto rileva diversi gradi di tolleranza, protezione e facilitazione, consentendo a queste organizzazioni di reclutare, addestrare, raccogliere fondi e pianificare operazioni con relativa libertà.

Reti jihadiste nelle strutture di sicurezza

Uno dei risultati più allarmanti del rapporto è l’integrazione sistematica di elementi terroristici nell’architettura di sicurezza del regime talebano. Ex combattenti di diverse organizzazioni estremiste sarebbero stati assorbiti nelle forze di sicurezza locali, apprezzati per la loro esperienza di combattimento. Questa pratica, tuttavia, ha permesso a ideologie e reti operative estremiste di penetrare nelle istituzioni del regime.

Il Team di Monitoraggio valuta che membri e simpatizzanti di Al-Qaeda ricoprano posizioni all’interno delle strutture di sicurezza e di intelligence dei talebani. Questa convergenza sfuma il confine tra autorità statale e organizzazioni terroristiche, integrando di fatto le reti jihadiste globali nel quadro di governo dell’Afghanistan.

Il rapporto conferma che la posizione di Al-Qaeda in Afghanistan rimane sostanzialmente invariata rispetto alle precedenti valutazioni. Il gruppo continua a svolgere un ruolo di facilitatore strategico, offrendo guida ideologica, addestramento, consulenza operativa e supporto logistico ai gruppi militanti alleati.

Si dice che alti esponenti di Al-Qaeda risiedano a Kabul, mentre altri operano nelle province orientali e sudorientali sotto l’influenza della rete Haqqani. Sebbene il regime talebano cerchi di limitare le operazioni esterne di Al-Qaeda per evitare ripercussioni internazionali, continua a ospitare e proteggere l’organizzazione.

Uno sviluppo particolarmente significativo si verificò nell’estate del 2024, quando Sayf al-Adl, leader de facto di Al-Qaeda, dichiarò pubblicamente l’Afghanistan un rifugio sicuro e invitò i sostenitori di tutto il mondo a trasferirsi lì. Questa dichiarazione riaffermò il ruolo dell’Afghanistan come patria simbolica e operativa di Al-Qaeda, rafforzato da bay’at (giuramenti di fedeltà), alleanze sul campo di battaglia e matrimoni misti, in particolare all’interno della rete Haqqani.

Al-Qaeda nel subcontinente indiano rimane attiva nell’Afghanistan sudorientale, in particolare nelle aree controllate da Haqqani. Nel marzo 2025, Osama Mahmoud è stato formalmente nominato “Amir” dell’AQIS, mentre Atif Yahya Ghouri, di base a Paktika, supervisiona le operazioni quotidiane. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha stimato che la forza dell’AQIS sia di 200-300 combattenti e che stia rafforzando il suo allineamento operativo con il TTP. L’AQIS ha progressivamente riorientato la sua attenzione verso il Pakistan, fornendo addestramento e supporto operativo che aggravano la minaccia alla sicurezza lungo il confine occidentale del Pakistan.

Per il Pakistan, la minaccia più destabilizzante identificata nel rapporto è il TTP. Il regime talebano continua a ospitare leader e combattenti del TTP in province come Khost, Kunar, Nangarhar, Paktiya e Paktika, pur riconoscendo che la violenza del TTP compromette gravemente le relazioni con Islamabad. Si stima che il TTP abbia circa 6.000 combattenti in Afghanistan. Il rapporto documenta il sostegno finanziario dei talebani, inclusi pagamenti mensili che ammonterebbero a tre milioni di afghani alla famiglia del leader del TTP, Noor Wali Mehsud.

Solo nel 2025, il TTP ha effettuato oltre 600 attacchi in Pakistan, molti dei quali hanno comportato operazioni complesse con l’impiego di ordigni esplosivi improvvisati trasportati da veicoli, attentatori suicidi e squadre d’assalto coordinate. In particolare, la maggior parte degli attentatori suicidi era di nazionalità afghana, a sottolineare la natura transfrontaliera della minaccia.

Una delle rivelazioni più preoccupanti contenute nel rapporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riguarda la proliferazione della tecnologia dei droni tra i gruppi militanti che operano dall’Afghanistan. Gli Stati membri hanno segnalato attacchi con droni contro installazioni militari pakistane in Belucistan e Punjab, segnando una significativa escalation delle capacità dei militanti. Il rapporto afferma inoltre che emissari di Al-Qaeda potrebbero essere direttamente coinvolti nella ricerca, produzione e addestramento dei droni, in coordinamento con il regime talebano. Secondo quanto riferito, gli impianti di produzione di droni operano da ex basi militari a Kabul e Logar, concentrandosi sul miglioramento della capacità di carico utile e della precisione. Gli sforzi dei Talebani per sviluppare una capacità aerea a basso costo, insieme alle competenze in ambito terroristico, rappresentano una pericolosa convergenza.

ISIL-K, la minaccia maggiore

Sebbene ostile al regime talebano, l’ISIL-K rimane la minaccia più globale proveniente dall’Afghanistan. Il gruppo mantiene l’intento e la capacità di condurre attacchi internazionali, come dimostrato dalle precedenti operazioni in Iran e Russia. L’ISIL-K ha ampliato il reclutamento tra i centroasiatici, ha indottrinato bambini nelle madrase afghane e ha sperimentato l’intelligenza artificiale, il finanziamento tramite criptovaluta e la stampa 3D di armi.

Fondamentalmente, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sottolinea che le reti esterne dell’ISIL-K sono state interrotte attraverso la cooperazione di intelligence internazionale, senza la partecipazione dei Talebani. Pur possedendo informazioni, il regime talebano si sarebbe rifiutato di collaborare o condividere informazioni.

Il rapporto evidenzia anche l’espansione dell’ETIM/TIP nel Badakhshan e nel Corridoio del Wakhan, con esplicito incitamento contro gli interessi cinesi e i continui sforzi di Jamaat Ansarullah per destabilizzare il Tagikistan e l’Asia centrale. In alcuni casi, militanti stranieri avrebbero ricevuto passaporti afghani e ricoperto posizioni retribuite all’interno delle strutture di sicurezza talebane.

Le conclusioni del Team di Monitoraggio delle Nazioni Unite lasciano poche ambiguità. Sotto il regime talebano, l’Afghanistan si è evoluto in un consolidato ecosistema terroristico, che combina rifugio, addestramento, finanziamenti, rafforzamento ideologico e tecnologie sempre più sofisticate. Per il Pakistan, l’emancipazione di TTP e AQIS rappresenta una minaccia immediata e continua alla sicurezza. Per la regione più ampia, che comprende Asia centrale, Cina, Iran e oltre, i rischi di ricaduta continuano a crescere.

Il rapporto sfida implicitamente la comunità internazionale a rivalutare il proprio impegno con il regime talebano, basando la politica non sulle rassicurazioni di Kabul, ma su realtà documentate sul campo.

Aleppo sotto l’assedio del governo di Damasco


KNK, Uiki Onlus, 7 gennaio 2026

Nelle ultime due settimane, il governo di Damasco è tornato a ricorrere alla violenza contro gli insediamenti curdi di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah ad Aleppo. Dalla giornata di ieri, gli attacchi sono estesi anche ai quartieri di Beni Zeyd. La documentazione fornita dall’Agenzia di stampa curda ANHA riferisce che 9 persone – quasi tutte civili – hanno perso la vita, mentre almeno 46 sono rimaste ferite, tra cui molti bambini.

Sotto supervisione turca, le forze del Ministero della Difesa siriano hanno dispiegato un vasto arsenale di armi pesanti: carri armati, artiglieria pesante, lanciarazzi “Grad” e “Katyusha”, mortai e mitragliatrici pesanti DShK di vario tipo. Sono stati inoltre impiegati droni suicidi e armamenti ad alta capacità distruttiva. Gli attacchi vengono condotti principalmente da gruppi armati sostenuti dalla Turchia — tra cui Hemzat, Emşat, Sultan Murad e Nureddin Zengi.

I 500.000 curdi che vivono a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah abitano Aleppo da secoli. Le attuali politiche, motivate da intenti di pulizia etnica, rischiano di trascinare la Siria in una nuova spirale di escalation.

Da tempo sono in corso negoziati diplomatici, con mediazione internazionale, per l’integrazione democratica delle Forze Democratiche Siriane (SDF) nel Ministero della Difesa siriano. Tuttavia, ogni volta che si intravede un progresso, Stati regionali come la Turchia intervengono attivando milizie dell’orbita HTS, fedeli al governo siriano, che poi passano all’attacco contro i civili curdi. Pensare che la violenza possa strappare concessioni ai curdi è un’illusione: ricordiamo gli anni di combattimenti contro lo Stato Islamico (ISIS), che impiegò ogni forma di brutalità e tuttavia fu sconfitto grazie alla resistenza curda.

Il governo siriano dovrebbe smettere di fungere da strumento di potenze regionali come la Turchia. Nonostante le storiche opportunità offerte dal leader curdo Abdullah Öcalan dal 27 febbraio 2025, il governo turco continua a rifiutare qualsiasi percorso di soluzione della questione curda — una linea che oggi si riflette anche nella sua politica estera in Siria. Invece di seguire le direttive di Ankara, il governo di Damasco dovrebbe privilegiare il ricorso a una mediazione internazionale per costruire la pace con i curdi e riconoscere formalmente i curdi come parte costitutiva della Siria.

Il popolo siriano ha già sofferto abbastanza la guerra. I popoli della Siria — in particolare curdi, arabi, armeni e assiri nel nord-est del Paese e in Rojava — hanno pagato un prezzo altissimo per la libertà contro l’ISIS. Dopo aver conosciuto persecuzioni brutali, anche alawiti e drusi hanno bisogno di pace.

Richieste urgenti

Chiediamo alle Nazioni Unite, agli Stati Uniti, alla Lega Araba e all’Unione Europea di intervenire per fermare Paesi come la Turchia, i cui interessi di potenza stanno ostacolando il cammino verso la pace in Siria. La Siria non è parte di alcun progetto neo-ottomano. Chiediamo inoltre a tutti gli Stati che collaborano con il governo al-Sharaa sul piano diplomatico, economico o militare di abbandonare le precedenti politiche di guerra per procura. Grazie agli sforzi dei curdi, la Siria ha oggi una possibilità di democrazia — e quindi di pace.

Il modello avviato dai curdi nel nord-est della Siria rappresenta un faro di democrazia, uguaglianza e libertà: un modello di emancipazione femminile e trasformazione sociale, in cui curdi, arabi, armeni e assiri possono convivere come eguali. Chiediamo inoltre al governo turco di prendere in considerazione le proposte di pace avanzate dalla parte curda — rappresentata dal leader Abdullah Öcalan — con l’obiettivo di favorire una transizione democratica e relazioni più pacifiche tra curdi e Turchia, Siria e Iraq.

Consiglio Esecutivo del Congresso Nazionale del Kurdistan

Le sanzioni australiane all’Afghanistan sottolineano la responsabilità


Saima Afzal, The Interpreter, 7 gennaio 2026
L’imposizione da parte dell’Australia di un nuovo quadro sanzionatorio autonomo per l’Afghanistan è un passo significativo che dimostra come le potenze medie possano reagire alle persistenti violazioni dei diritti umani quando i meccanismi multilaterali sono lenti o inefficaci. Il quadro autorizza Canberra ad applicare sanzioni finanziarie dirette e restrizioni di viaggio ai funzionari talebani coinvolti in un’oppressione sistematica, preservando al contempo lo spazio per l’impegno umanitario.

Le sanzioni garantiscono che gli artefici della repressione vengano identificati, registrati e limitati

Ciò dimostra che le sanzioni autonome non devono essere meramente simboliche, ma possono funzionare come uno strumento calibrato della diplomazia delle medie potenze, rafforzando la responsabilità senza interrompere i canali umanitari.

Il nuovo quadro normativo australiano, previsto dal Regolamento sulle sanzioni autonome del 2011, conferisce al ministro degli esteri il potere di designare gli individui coinvolti nell’oppressione di donne e ragazze, nella persecuzione di gruppi minoritari, nell’oppressione generale della popolazione e in azioni che compromettono il buon governo o lo stato di diritto in Afghanistan.

Le prime quattro persone elencate sono funzionari talebani di spicco: il Presidente della Corte Suprema e i ministri che sovrintendono al rispetto della moralità, all’istruzione superiore e alla giustizia. Ciò riflette un deliberato passaggio dalle sanzioni generalizzate a livello statale a una responsabilità individualizzata, concentrando la responsabilità su coloro che elaborano e applicano le politiche.

Il quadro introduce anche un embargo sulle armi e restrizioni sui servizi correlati, ponendo i talebani all’interno della stessa architettura di sanzioni autonome applicata a stati come Iran, Russia e Corea del Nord.

Da quando sono tornati al potere nell’agosto 2021, i talebani hanno vietato alle ragazze l’istruzione secondaria, hanno escluso le donne dall’università e dalla maggior parte delle forme di impiego e hanno imposto ampie restrizioni alla libertà di movimento delle donne e alla loro partecipazione alla vita civica e politica.

Le agenzie delle Nazioni Unite stimano che almeno 1,4 milioni di ragazze – circa l’80% delle ragazze in età scolare – siano state deliberatamente private dell’istruzione . Le politiche dei talebani sono istituzionalizzate attraverso ministeri, tribunali e organi di controllo, integrando la discriminazione nei meccanismi di governo.

I Talebani continuano a presentare queste restrizioni come imposte dalla religione, un’affermazione sempre più contestata dagli studiosi islamici di tutto il mondo. Diversi rapporti indicano che alcuni alti dirigenti talebani istruiscono segretamente le proprie figlie all’estero o tramite accordi privati, negando al contempo queste opportunità al pubblico. Questa incoerenza rivela che le restrizioni sono strumenti di dominio politico piuttosto che un obbligo religioso.

L’Afghanistan rischia di trasformarsi in una tragedia pianificata

Le azioni dell’Australia sono in linea con il crescente slancio nei consessi legali internazionali. Nel luglio 2025, la Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto per il leader supremo dei talebani, Haibatullah Akhundzada, e per il Presidente della Corte Suprema Abdul Hakim Haqqani, per violazioni dei diritti umani basate sul genere. Diversi Stati, tra cui l’Australia, hanno partecipato al procedimento presso la Corte internazionale di giustizia, sostenendo che i talebani hanno violato la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne.

Identificando i singoli responsabili anziché sanzionare l’Afghanistan nel suo complesso, Canberra rafforza l’architettura probatoria e diplomatica in materia di responsabilità. In questo contesto, le sanzioni funzionano meno come una punizione economica diretta e più come strumenti di segnalazione legale, rafforzando il principio secondo cui la persecuzione di genere costituisce una grave violazione delle norme internazionali.

Alcuni analisti sostengono che è improbabile che le sanzioni modifichino il comportamento dei talebani. Tuttavia, sanzioni mirate contribuiscono a danneggiare la reputazione, a limitare la legalità e a creare un duraturo senso di responsabilità. I ​​rappresentanti dei talebani hanno liquidato le misure come irrilevanti, citando il limitato impegno dell’Afghanistan nei confronti dell’Australia. Tuttavia, le sanzioni non mirano a una rapida modifica del comportamento. La loro utilità risiede nel graduale isolamento e nel continuo supporto delle norme internazionali.

Una delle critiche più persistenti ai regimi sanzionatori riguarda il loro costo umanitario. L’Australia ha cercato di affrontare questa preoccupazione integrando nel quadro normativo un permesso umanitario basato su classi. Dal 2021, l’Australia ha impegnato oltre 310 milioni di dollari australiani in aiuti umanitari all’Afghanistan. Questa politica a doppio binario, che consiste nel mantenere la pressione sui governanti e nel proteggere la popolazione, mira a prevenire punizioni collettive.

Con il moltiplicarsi delle crisi geopolitiche, l’Afghanistan rischia di trasformarsi in una tragedia gestita. Il sistema di sanzioni autonomo dell’Australia contrasta questa tendenza. Ma altri stati seguiranno l’esempio? Se replicato da nazioni con idee simili in Europa e Nord America, l’approccio australiano potrebbe contribuire a standardizzare la responsabilità per la persecuzione di genere come reato sanzionabile, piuttosto che come mera questione retorica.

Per le donne e le ragazze afghane, le sanzioni non riapriranno le scuole né ripristineranno le libertà dall’oggi al domani. Ma hanno un effetto più discreto e duraturo. Garantiscono che gli artefici della repressione siano identificati, registrati e puniti. In un sistema internazionale spesso accusato di dimenticare i propri impegni morali, questo da solo ha un peso strategico e morale.

Lo zafferano di Herat è di nuovo il migliore al mondo


Fidel Rahmati, Khaama Press, 7 gennaio 2026

Lo zafferano di Herat si è aggiudicato per il decimo anno consecutivo il titolo di miglior prodotto al mondo in occasione di un concorso internazionale di degustazione tenutosi a Bruxelles, hanno annunciato gli organizzatori.

Lo zafferano di Herat, commercializzato con il marchio “Herat Saffron”, si è nuovamente assicurato un riconoscimento mondiale aggiudicandosi per il decimo anno consecutivo il primo posto per la qualità ai Global Taste Awards di Bruxelles, in Belgio.

Il concorso, organizzato dall’International Taste Institute, riunisce oltre 250 chef professionisti e degustatori provenienti da tutto il mondo per valutare il sapore, l’aroma e la qualità complessiva dei prodotti alimentari.

Al concorso di quest’anno hanno partecipato produttori di zafferano provenienti da Afghanistan, Iran, Spagna e Grecia, Paesi considerati tra i principali produttori di zafferano al mondo, secondo gli organizzatori.

I giudici hanno elogiato lo zafferano di Herat per la sua intensa forza colorante, il suo aroma ricco e il suo sapore equilibrato, qualità che lo hanno sempre contraddistinto nelle precedenti competizioni.

Lo zafferano di Herat ha ormai conquistato per ben dieci volte il titolo di migliore qualità a livello mondiale, rafforzando la sua posizione come uno dei prodotti agricoli d’esportazione di maggior successo dell’Afghanistan.

La coltivazione dello zafferano a Herat si è ampliata notevolmente nei primi anni 2000, dopo essere stata promossa come alternativa sostenibile alla coltivazione del papavero, offrendo agli agricoltori un sostentamento legale e redditizio.

Il clima favorevole della provincia, caratterizzato da inverni freddi, estati secche e terreno fertile, ha contribuito alla rapida diffusione della produzione di zafferano in diversi distretti di Herat.

Uno studio recente pubblicato sulla rivista scientifica Advances in Horticultural Sciences ha scoperto che lo zafferano di Herat si colloca tra i migliori zafferani internazionali, superando i concorrenti in diversi indicatori di qualità.

Produttori ed esportatori affermano che il continuo riconoscimento internazionale non solo rafforza la reputazione agricola dell’Afghanistan, ma sostiene anche l’occupazione rurale e la stabilità economica a lungo termine nella regione.

 

Anche la classe media costretta a restrizioni alimentari consistenti

Saima Fathi, Etilaat Roz, 2 gennaio 2026
Hakim mette sette chilogrammi di riso in un sacchetto di plastica nero ed esce dal supermercato. Suo figlio di sette anni gli cammina accanto con entusiasmo infantile. Forse spera che suo padre gli compri un giocattolo, ma la realtà è che suo padre non ha soldi. Nella mano del bambino c’è una lattina di olio gialla che ha infilato in un altro sacchetto di plastica e tenuto per il manico. Si guarda intorno attentamente e fissa le vetrine dei negozi per lunghi periodi; c’è un netto divario tra il desiderio infantile e la reale mancanza.

Hakim lavora come guardia di sicurezza in un centro educativo da sei anni con uno stipendio di settemila afghani, che è riuscito ad aumentare da seimila a questa cifra solo con grande clamore e insistenza, e questo mentre il centro stesso è in recessione finanziaria.

La vita di Hakim in questi giorni è amara ed estenuante. Non è in grado di gestire le spese di una famiglia di sei persone, che non riescono ad arrivare a fine mese da due anni. L’affitto della sua casa, in uno dei vicoli di Doogh Abad, nel distretto di Haft a Kabul, è di 2.500 afghani. Sua figlia non può imparare l’inglese a causa degli alti costi dei centri di formazione linguistica ed è costretta a lavorare a tempo pieno come apprendista in una fabbrica di cucito. Quest’anno non può mandare i suoi due figli ad allenarsi a futsal. Sua moglie ricama da troppo tempo, ha una schiena infortunata e soffre costantemente.

La vita di Hakim è diventata una serie di scelte indesiderate: scegliere tra bisogno e necessità, tra desiderio e possibilità economica. Due giorni fa la famiglia di Hakim ha esaurito riso e olio, i generi alimentari più basilari, e ora Hakim al supermercato ha trovato una nuova ondata di aumenti. Il prezzo di un sacco di riso ha raggiunto i 3.500 afghani e Najib, il proprietario del negozio, gli ha suggerito di comprarne poco, forse più avanti diventerà più economico e allora potrà comprarne un sacco intero. Ma Hakim risponde con amarezza: “I ladri di Charqala ci hanno preso per la gola e ci stanno svuotando le tasche, è così da diversi anni. Questi prezzi non scenderanno”.

La sua voce esprime una delusione evidente; la stanchezza accumulata in diversi anni di crisi è visibile sul suo volto e la speranza di un miglioramento ha lasciato il posto a una sorta di dolorosa resa. La situazione finanziaria di Hakim e della sua famiglia non è solo la loro: rappresenta emblematicamente la situazione attuale di molte famiglie urbane apparentemente “medie”. Oggi, gestire le finanze familiari è diventato un compito doloroso, accompagnato da stress,  calcolo e controllo dei prezzi continuo  giorno dopo giorno. La vita è diventata una battaglia quotidiana contro l’inflazione e l’instabilità e l’incapacità di soddisfare i bisogni più elementari della famiglia.

L’inizio dell’inflazione

Nei primi giorni del ritorno al potere dei talebani le banche afghane erano vuote e si trovavano ad affrontare una grave recessione. Ciò causò il crollo della valuta afghana sul mercato mondiale. Il valore di un dollaro statunitense ha raggiunto più di 100 afghani e, contemporaneamente, i prezzi dei generi alimentari sono saliti ai massimi storici. Ora, a più di quattro anni dal ritorno al potere dei talebani, i prezzi dei generi alimentari non sono ancora tornati a un livello accettabile per la popolazione. I dati raccolti sul campo da Etilaat Roz, ottenuti nei negozi di alimentari del quarto, settimo e tredicesimo distretto di Kabul, mostrano che l’inflazione persiste ancora persino più elevata e ha messo a dura prova il potere d’acquisto delle famiglie.

Il forte aumento dei prezzi ha messo a dura prova l’alimentazione delle famiglie. Un confronto dei prezzi mostra che riso e carne, alimenti base e fonti proteiche, hanno registrato i maggiori aumenti di prezzo e, di conseguenza, alcune famiglie al di sotto o vicine alla soglia di povertà sono state costrette a ridurre o eliminare i loro consumi.

Togliere riso e carne dal paniere alimentare?

Il prezzo medio di un sacco di riso è aumentato da 1.500 afghani nell’inverno del 2020 a 3.600 afghani nell’inverno del 2025, con un incremento di oltre il doppio. Dato che il riso è il secondo alimento base dopo il grano, molte famiglie lo hanno ridotto al minimo o eliminato dalla loro dieta a causa del suo prezzo elevato.

Le stime mostrano che ogni cittadino consuma in media circa 22,5 chilogrammi di riso all’anno. Attualmente, la produzione interna soddisfa solo il 62% circa del fabbisogno del Paese e, per il resto, l’Afghanistan dipende dalle importazioni annuali di quasi 270.000 tonnellate di riso dai Paesi limitrofi, in particolare dal Pakistan.

“Molte persone vengono al negozio ma non comprano riso perché il prezzo è troppo alto”, afferma Najib, proprietario di un negozio di alimentari. “Una signora viene ogni giorno, ma aspetta che il prezzo scenda. Il riso è molto nutriente, ma improvvisamente le vendite sono crollate. Molti di coloro che si riversavano nei supermercati un mese fa non hanno comprato a causa del prezzo”.

Secondo gli addetti ai lavori del mercato alimentare, il forte aumento dei prezzi è una conseguenza diretta della chiusura del confine con il Pakistan e dell’incapacità dei commercianti afghani di trovare un’alternativa valida. Il Pakistan è stato non solo un vicino, ma anche uno dei principali partner commerciali del Paese negli ultimi anni, e le rotte terrestri di Torkham e Chaman sono considerate il modo più breve ed economico per importare cibo. Le rotte alternative sono lunghe, costose e impegnative e non possono soddisfare le esigenze immediate del mercato afghano. Queste restrizioni hanno ridotto l’accesso al riso e sono diventate una vera minaccia per la sicurezza alimentare delle famiglie. Oltre al riso, anche il prezzo al chilo della carne di montone è aumentato da 2.000 a 3.200 afghani e quello del pollo da 130 a 250 afghani, aumenti hanno spinto le famiglie a ridurre il consumo di carne rossa e persino di pollo o a portarlo in tavola solo in occasioni speciali.

Anche il prezzo di altri prodotti, come farina di frumento, fagioli e olio, sono raddoppiati, ma l’impatto della loro eliminazione è molto inferiore a quello per riso e carne. I dati mostrano che la pressione economica si è concentrata principalmente sugli alimenti di base e proteici, e la sicurezza alimentare delle famiglie è seriamente minacciata perché la graduale eliminazione di riso e carne dalla tavola non solo porta a una diminuzione della diversità alimentare, ma mette anche a rischio la salute e l’alimentazione delle famiglie, soprattutto dei bambini.

Perché le tavole delle persone sono vuote?

Il significativo aumento dei prezzi dei prodotti alimentari rispetto all’era repubblicana è solo la metà nascosta della storia, l’altra metà della crisi sono le politiche fiscali ed economiche dei talebani, che hanno esercitato ulteriore pressione sul potere d’acquisto delle famiglie urbane e della classe media.

Questa primavera, il leader talebano ha emesso un decreto che riduce gli stipendi e i benefit dei dipendenti pubblici, una decisione che, insieme alle migliaia di tagli di posti di lavoro ancora in corso, ha messo migliaia di dipendenti pubblici a rischio di licenziamento o di riduzione dello stipendio. I tagli agli stipendi non sono stati solo una semplice decisione amministrativa, hanno rappresentato un duro colpo al potere d’acquisto della popolazione.

Secondo i nuovi metodi di lavoro dei talebani, il primo turno guadagna 21.700 afghani, il secondo turno 14.600, il terzo turno 12.000, il quarto turno 9.500, il quinto turno 7.800, il sesto turno 6.420, il settimo turno 5.540 e l’ottavo turno solo 4.960 afghani. Queste cifre, soprattutto per il terzo turno e i turni inferiori, sono ben al di sotto dell’indice dei prezzi alimentari e sono anche inferiori ai livelli salariali di quattro anni fa e degli ultimi anni della repubblica. Durante la repubblica, lo stipendio più alto era di 32.500 afghani e il più basso di oltre 5.000. Ma a quel tempo il cibo era economico e di qualità.

La riduzione degli stipendi, unita al forte aumento dei prezzi, ha lasciato la società in uno stato di grave collasso del potere d’acquisto. Mentre i prezzi di cibo, carburante, affitto e spese quotidiane hanno subito un’impennata senza precedenti negli ultimi quattro anni, i talebani non solo non hanno offerto alcuna soluzione economica, ma hanno anche moltiplicato la pressione economica riducendo gli stipendi dei dipendenti pubblici, ritardandone i pagamenti e privando le donne di lavoro e di un reddito dignitoso.

Questa amara coincidenza significa che una famiglia che quattro anni fa poteva acquistare farina, riso, olio e carne con il suo stipendio, oggi non può permettersi nemmeno una piccola parte dello stesso paniere alimentare con lo stesso stipendio ridotto.

Le insegnanti, che alcune sono anche capofamiglia, ricevono uno stipendio di soli 5.000 afghani, una cifra che non copre nemmeno il costo di un paniere alimentare mensile limitato. Una decisione del genere, in un Paese in cui le fonti di reddito sono limitate e le opportunità di lavoro sono scarse, significa che le tavole delle persone diventeranno ancora più piccole.

La crisi non si limita ai dipendenti pubblici: le famiglie che traggono il loro reddito dal lavoro nei Paesi limitrofi si trovano ora ad affrontare una grave carenza di risorse finanziarie a causa del peggioramento della situazione dei migranti e della loro espulsione. Inoltre, la riduzione degli aiuti internazionali e le restrizioni di bilancio imposte dai talebani hanno reso più difficile l’accesso ai beni di prima necessità e spinto il mercato verso prezzi più elevati.

Il risultato di questa serie di misure è il graduale svuotamento delle tavole delle famiglie: riso, carne, olio e altri prodotti proteici e di base stanno diventando beni di lusso e inaccessibili per gran parte dei cittadini. La combinazione di prezzi in aumento, redditi in calo e politiche restrittive ha interrotto la catena alimentare e portato il potere d’acquisto delle persone al livello più basso degli ultimi quattro decenni.

Reclami sui social media

Oltre alle lamentele al mercato, anche le proteste sui social media sono diffuse e riflettono un’unica narrazione. Un utente ha scritto: “Quando dicono che il dollaro è sceso, ma invece i prezzi del petrolio, della farina, del riso, dei medicinali, degli affitti e dei trasporti non sono diminuiti, si tratta solo di un numero sulla carta, non di un segno di ripresa economica”. Questa opinione pubblica dimostra che il calo del valore del dollaro, se non si traduce in una diminuzione dei prezzi delle materie prime e dei prodotti alimentari, è più simile a un “indicatore statistico” che a un successo economico.

Un esempio di questa rabbia e impotenza è il post di un utente dei social media, che racconta da Badghis: “La gente respira affannosamente sotto il pesante fardello dei prezzi elevati delle materie prime ed è stufa dell’impennata dei prezzi dei beni di prima necessità”. Scrive che, nonostante la relativa apertura delle frontiere e il deprezzamento del tasso di cambio, i prezzi dei prodotti alimentari non solo non sono diminuiti, ma stanno “aumentando in modo irragionevole”. Secondo questo utente, il prezzo di un sacco di riso di qualità ha raggiunto più di 3.500 afghani e quello di un barile di petrolio da 10 litri circa 1.300 afghani; cifre che sono “strazianti” per la maggior parte delle famiglie e stanno riducendo le tavole.

La fame continua

Ma il problema dell’Afghanistan non finisce qui, le politiche dei talebani degli ultimi quattro anni hanno avuto pieno effetto.

Qualche mese fa, il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha lanciato l’allarme: entro il 2025 circa 22,9 milioni di persone – quasi la metà della popolazione – avranno bisogno di assistenza umanitaria. Questo avviene in un momento in cui il Paese ha più che mai bisogno del sostegno globale, con gli aiuti internazionali drasticamente ridotti e molti programmi di soccorso, compresi gli aiuti alimentari gestiti dal Programma Alimentare Mondiale, sospesi o ridotti.

Il Programma Alimentare Mondiale ha annunciato due settimane fa che oltre 17 milioni di afghani stanno affrontando una situazione di fame critica quest’inverno, quasi tre milioni in più rispetto a un anno fa. I tagli agli aiuti arrivano mentre l’Afghanistan è alle prese con un’economia in crisi, ricorrenti siccità, due terremoti mortali e il rientro su larga scala di rifugiati espulsi da Iran e Pakistan: una serie di shock che hanno moltiplicato la pressione sulle risorse limitate, dagli alloggi al cibo.

Le Nazioni Unite hanno lanciato un allarme simile. Tom Fletcher, responsabile umanitario delle Nazioni Unite, ha avvertito in un rapporto al Consiglio di Sicurezza che l’Afghanistan sta affrontando “shock simultanei” e che l’accesso agli aiuti vitali sta diventando sempre più difficile a causa di tagli e restrizioni di bilancio. Ha affermato che entro il 2026 quasi 22 milioni di persone potrebbero aver bisogno di assistenza, ma l’ONU può concentrarsi solo su 3,9 milioni di persone tra le più vulnerabili a causa del forte calo dei finanziamenti. Quest’inverno, ha affermato, è stato il primo da anni in cui la distribuzione alimentare internazionale su larga scala è stata praticamente nulla. Di conseguenza, solo circa un milione di persone ha ricevuto aiuti alimentari nel 2025, rispetto ai 5,6 milioni dell’anno scorso. La riduzione degli aiuti non solo ha ridotto le scorte alimentari delle persone, ma ha anche eliminato migliaia di posti di lavoro nelle agenzie umanitarie.

Inoltre, l’ondata di rimpatri di rifugiati ha anche esercitato una nuova pressione sulla società. Secondo i Talebani, 7,1 milioni di rifugiati sono tornati nel Paese solo negli ultimi quattro anni, una popolazione enorme che, a causa della disoccupazione, della mancanza di sostegno e di un’economia paralizzata, è diventata di per sé un’ulteriore crisi.

I mercati afghani sono il punto d’incontro di gran parte delle sofferenze del popolo afghano, dove, anche a occhio nudo, si può vedere che “il coltello ha raggiunto l’osso”. L’equazione tra l’economia afghana e la situazione attuale del popolo afghano è diventata un’equazione con molte incognite, una crisi che non solo non ha una soluzione semplice, ma nemmeno una prospettiva chiara. Mentre i Talebani occasionalmente decantano e celebrano le statistiche sulla crescita economica limitata e i rapporti della Banca Mondiale – che sono persino inferiori al tasso di crescita demografica – come “successi”, il mercato racconta una storia diversa: una storia di tavole alimentari che si sono rimpicciolite, redditi che sono diminuiti e persone che si avvicinano ogni giorno di più all’orlo dell’esaurimento.

Miniere d’oro per i Talebani

Le miniere d’oro del Badakhshan sono la fonte di reddito dei Talebani e l’accesso nascosto della Cina all’uranio
شفق همراه,  Kazim Homayun, 1 gennaio 2026,
Le miniere d’oro in Badakhshan sono diventate una delle principali fonti di finanziamento dei Talebani negli ultimi anni; risorse che invece di contribuire allo sviluppo economico hanno portato al rafforzamento della macchina bellica, alla repressione sociale e alla distruzione ambientale. L’estrazione di queste miniere, che avviene principalmente nei distretti di Yaftal, Raghistan, Karan e Manjan, viene effettuata senza rispettare gli standard di sicurezza, ambientali e di trasparenza economica.

Secondo le stime delle istituzioni internazionali, il valore totale delle risorse minerarie dell’Afghanistan è stimato in oltre tremila miliardi di dollari e il settore minerario avrebbe rappresentato circa il 30% del PIL del Paese nel 2025. Tuttavia, dopo la presa del controllo da parte dei Talebani nel 2021, questa potenziale capacità è diventata una fonte di reddito per un’economia di guerra. I Talebani hanno finora firmato almeno sette importanti contratti minerari, una parte significativa dei quali è relativa alle miniere d’oro in Badakhshan. Le stime indicano che il reddito annuo dei Talebani derivante dall’estrazione dell’oro si aggira intorno al mezzo miliardo di dollari.

In Badakhshan e Takhar, i Talebani ricevono direttamente almeno il 25% dei ricavi derivanti dall’estrazione dell’oro. Questo denaro non viene destinato ai servizi pubblici o allo sviluppo locale, ma piuttosto all’acquisto di armi, munizioni e al pagamento degli stipendi delle forze del gruppo. Rapporti analitici indicano inoltre che parte di questi ricavi viene trasferita a reti terroristiche transnazionali, tra cui al-Qaeda, che ha reso l’estrazione dell’oro una minaccia per la sicurezza regionale.

I contratti minerari con società straniere, soprattutto cinesi, mancano di trasparenza. I dettagli finanziari di questi contratti non vengono pubblicati e non sono state condotte valutazioni ambientali e sociali indipendenti. Questa situazione ha fatto sì che l’attività mineraria sia diventata un settore al di fuori del controllo pubblico.

I Talebani affermano che le attività minerarie hanno creato circa 20.000 posti di lavoro. Tuttavia, le indagini sul campo mostrano che la maggior parte di questi lavori è a breve termine, rischiosa e priva di dispositivi di sicurezza. I lavoratori locali lavorano in gallerie a rischio crollo, senza assicurazione né strutture sanitarie. In pratica, i profitti principali vanno ai Talebani e ai loro alleati, mentre la popolazione locale soffre di malattie e insicurezza.

Questa disuguaglianza ha portato a proteste diffuse in Badakhshan e Takhar nel 2025. I residenti locali hanno affermato che i loro terreni agricoli sono stati distrutti, la loro acqua potabile contaminata e che non hanno alcuna parte della ricchezza derivante dalle miniere. I Talebani hanno risposto reprimendo le proteste. Nel febbraio 2024, diversi leader locali sono stati giustiziati dopo aver protestato contro una miniera d’oro e, nel febbraio 2025, una sparatoria tra i manifestanti ha causato almeno otto morti.

A capo della rete mineraria del Badakhshan c’è Haji Bashir Noorzai, un ex trafficante di droga che ha trascorso anni in una prigione statunitense. È stato rilasciato in seguito a uno scambio di prigionieri nel 2022 e i Talebani hanno utilizzato la sua esperienza nelle reti minerarie illegali per organizzare l’attività mineraria.

Le conseguenze ambientali dell’estrazione dell’oro in Badakhshan sono diffuse e preoccupanti. La maggior parte delle miniere è gestita su piccola scala e utilizza sostanze tossiche come mercurio e cianuro. Il mercurio, una volta in acqua e nel suolo, si converte in metilmercurio, che viene trasmesso all’uomo attraverso la catena alimentare. Tra le conseguenze si annoverano danni al sistema nervoso, ai reni, disturbi della memoria e, nei casi più gravi, la morte. I bambini e le donne incinte sono i più colpiti.

L’inquinamento dei fiumi Kokche e Shiva è un esempio di questo disastro silenzioso. Questo inquinamento minaccia l’agricoltura e il sostentamento di migliaia di famiglie. Inoltre, la presenza di metalli pesanti come piombo, rame, argento e, soprattutto, uranio, ha raddoppiato i rischi.

Uranio: il movente nascosto della Cina dietro gli accordi sull’oro

L’attenzione della Cina sulle miniere d’oro in Badakhshan senza considerare la questione dell’uranio è un’analisi incompleta. L’esperienza globale dimostra che oro e uranio coesistono in molte fasce geologiche. Il Badakhshan fa anche parte della fascia nord-orientale dell’Afghanistan, che possiede potenziali riserve di uranio.

La Cina ha riserve nazionali limitate di uranio e dipende dalle importazioni per alimentare le sue centrali nucleari. In Kazakistan, Sudafrica, Australia e Canada, la Cina ha ottenuto l’accesso all’uranio attraverso investimenti in miniere d’oro. Anche in Afghanistan, contratti apparentemente “golden” possono fungere da copertura per un accesso graduale all’uranio.

In assenza di trasparenza e controllo, l’Afghanistan è diventato uno dei paesi più vulnerabili all’estrazione di risorse strategiche. La cooperazione della Cina con i Talebani fa parte della strategia a lungo termine di Pechino per la sicurezza delle risorse, mentre i Talebani vedono questa cooperazione come una fonte di reddito e legittimità.

Anche frane e crolli di miniere hanno causato vittime. Negli ultimi anni, decine di persone sono morte nei crolli di gallerie, incluso un incidente nel 2019 che ha causato almeno 30 vittime. La situazione evidenzia la questione della giustizia intergenerazionale.

Nel complesso, le miniere d’oro del Badakhshan sono diventate un simbolo di saccheggio organizzato, distruzione ambientale e violenza politica, piuttosto che di sviluppo, una situazione che minaccia il futuro dell’Afghanistan.

Le ragazze affermano che il divieto all’istruzione da parte dei talebani aggrava l’isolamento e la tensione mentale

amu.tv 1 gennaio 2026

Studentesse delle secondarie e studentesse universitarie escluse dall’istruzione dai talebani affermano che le restrizioni prolungate le hanno spinte all’isolamento forzato e a un crescente disagio psicologico, mentre il 2026 inizia senza alcuna indicazione che i divieti saranno revocati.

Le scuole secondarie femminili sono state chiuse per 1.566 giorni e le università femminili per 1.107 giorni.

Le studentesse affermano che la continua esclusione ha trasformato la vita quotidiana in un ciclo di reclusione, ansia e incertezza. “Per noi, il tempo si è fermato”, ha detto un’ex studentessa, che ha chiesto di rimanere anonima per motivi di sicurezza. “Siamo preoccupate per il nostro futuro e ci sentiamo ignorate”.

Docenti universitari ed esperti di istruzione avvertono che i divieti stanno erodendo il capitale umano dell’Afghanistan e avranno conseguenze durature per la società.

“Quando le donne vengono escluse dalle università anno dopo anno, il Paese perde dottoresse, insegnanti e professioniste”, ha affermato Adela Zamani, docente universitaria. “Il divario nell’istruzione e nelle competenze tra le donne si sta ampliando e questo danno non sarà facile da invertire”.

I talebani hanno ripetutamente affermato che le loro politiche sono in linea con la loro interpretazione della legge islamica, ma non hanno fornito una tempistica o una tabella di marcia chiara per la riapertura di scuole e università alle ragazze.

Le restrizioni rimangono in vigore nonostante le continue pressioni delle famiglie afghane, degli studiosi religiosi all’estero e della comunità internazionale.

Le agenzie delle Nazioni Unite hanno avvertito che i divieti stanno contribuendo ad aggravare una crisi umanitaria e sociale. L’UNICEF afferma che oltre 2,2 milioni di ragazze afghane sono attualmente fuori dalla scuola, mentre il Paese si avvicina al quinto anno di restrizioni all’istruzione femminile.

L’agenzia ha avvertito che il prolungato diniego di istruzione sta minando il benessere mentale delle ragazze, limitando la loro capacità di prendere decisioni sulla propria vita e minacciando lo sviluppo a lungo termine dell’Afghanistan.

I gruppi per i diritti umani affermano che il divieto di istruzione fa parte di più ampie restrizioni alla partecipazione delle donne alla vita pubblica, tra cui limitazioni al lavoro, alla circolazione e all’accesso agli spazi pubblici, lasciando molte donne e ragazze sempre più isolate all’interno delle loro case.