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Autore: CisdaETS

L’inviato britannico definisce il codice penale talebano “oppressivo” e ne sollecita l’abrogazione.

amu.tv Siyar Sirat 19 aprile 2026

Richard Lindsay, inviato speciale del Regno Unito per l’Afghanistan, ha chiesto ai talebani di revocare un controverso decreto che disciplina i tribunali penali, definendolo “oppressivo” e una minaccia per i diritti fondamentali in Afghanistan.

Lindsay ha affermato che la direttiva, nota come Decreto n. 12 e che delinea nuove norme per i tribunali penali, solleva serie preoccupazioni in materia di diritti umani. Scrivendo su X, ha dichiarato che l’ordinanza dovrebbe essere ritirata e che “i diritti umani devono essere rispettati per tutti gli afghani”.

Le sue osservazioni fanno eco a un avvertimento lanciato all’inizio di questo mese dagli esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani, guidati da Richard Bennett, i quali hanno affermato che il decreto rischia di smantellare ulteriormente le tutele legali.

In una lettera formale datata 10 aprile e indirizzata al ministro degli esteri talebano Amir Khan Muttaqi, gli esperti hanno affermato che la loro analisi del decreto — descritto come “regole penali dei tribunali” — ha sollevato “significative preoccupazioni” circa la sua compatibilità con il diritto internazionale.

Hanno avvertito che le norme potrebbero istituzionalizzare pratiche che violano gli standard di un processo equo, tra cui il diritto alla difesa legale, la presunzione di innocenza e l’accesso ai ricorsi.

Il decreto, entrato in vigore a gennaio, è stato introdotto senza un processo legislativo trasparente e non fa riferimento alla precedente costituzione afgana né ai quadri giuridici consolidati, hanno affermato gli esperti.

Ulteriori preoccupazioni riguardano le definizioni vaghe dei reati e l’ampia discrezionalità giudiziaria, che potrebbero consentire un’applicazione arbitraria della legge e colpire gruppi vulnerabili, tra cui attori della società civile e minoranze.

Il codice penale impone la stretta obbedienza agli ordini impartiti da Hibatullah Akhundzada, il leader talebano, e la disobbedienza è considerata un reato punibile con la fustigazione o la reclusione.

Il codice penale, reso noto per la prima volta dall’organizzazione per i diritti umani Rawadari, delinea una vasta gamma di reati, tra cui restrizioni alla condotta personale, alle interazioni sociali e alle critiche nei confronti delle autorità talebane.

Secondo gli attivisti per i diritti umani, queste disposizioni potrebbero formalizzare la discriminazione ed espandere il controllo statale sulla vita quotidiana. Alcuni articoli consentono le punizioni corporali, mentre altri impongono sanzioni per azioni come interagire con donne non imparentate o non denunciare un’opposizione.

Il decreto introduce inoltre una gerarchia sociale nel trattamento giuridico, una mossa che, secondo i critici, contraddice i principi di uguaglianza e dignità umana.

I talebani hanno affermato che il decreto è stato emesso in conformità con le leggi islamiche.

 

Secondo i dati, le fustigazioni pubbliche inflitte dai talebani sono aumentate del 92% in un mese.

amu.tv Qaseem Azizi 19 aprile 2026


Le fustigazioni pubbliche perpetrate dai talebani sono aumentate drasticamente nell’ultimo mese, con almeno 115 persone punite in tutto il Paese, un incremento del 92% rispetto al mese precedente, secondo i dati raccolti da Amu TV sulla base di dichiarazioni ufficiali della Corte Suprema talebana.

I dati mostrano che nel mese di Hamal 1405, dal 21 marzo al 19 aprile, 101 uomini e 14 donne sono stati sottoposti a punizioni corporali in 19 province, spesso in luoghi pubblici.

Le punizioni sono state registrate in province come Kabul, Nangarhar, Herat, Balkh e Kunduz, a testimonianza di un’ampia diffusione geografica. Kabul ha registrato il maggior numero di casi, con 24 persone fustigate, seguita da Nimroz con 17. Nangarhar e Khost hanno riportato nove casi ciascuna.

Anche altre province, tra cui Balkh, Herat, Sar-e Pul e Jawzjan, hanno registrato numerosi casi, a conferma di quella che sembra essere una continuazione di tale politica in diverse regioni.

L’aumento rappresenta un incremento significativo rispetto all’ultimo mese dell’anno precedente, quando si erano registrati meno casi. Nel corso dell’anno scorso, quasi 1.200 persone sono state fustigate e almeno sei sono state sottoposte a esecuzioni pubbliche, secondo quanto emerso da un’indagine di Amu TV basata su documenti giudiziari.

I talebani hanno difeso l’uso delle punizioni corporali come parte della loro interpretazione della legge islamica. Tuttavia, tale pratica ha suscitato continue critiche da parte di organizzazioni internazionali e gruppi per i diritti umani.

In una recente lettera, esperti delle Nazioni Unite hanno condannato l’espansione delle punizioni pubbliche, tra cui la fustigazione e le esecuzioni, definendole crudeli e in violazione degli standard internazionali in materia di diritti umani.

Alcuni cittadini afghani hanno inoltre espresso preoccupazione per le conseguenze sociali delle punizioni pubbliche, chiedendo la fine delle fustigazioni eseguite di fronte alla folla.

Secondo gli attivisti per i diritti umani, la natura pubblica delle punizioni, spesso inflitte di fronte a un pubblico, solleva preoccupazioni in merito alla dignità, al giusto processo e all’impatto sociale a lungo termine.

La crisi senza fine dei rifugiati afghani

vaticannews.va Paolo Affatato 13 aprile 2026

Oltre 5,8 milioni di rifugiati afghani, ospitati principalmente in Iran e Pakistan, affrontano oggi un’ondata crescente di deportazioni forzate che aggrava la già fragile situazione dell’Afghanistan. Il fenomeno si intreccia con le tensioni politiche e militari tra Islamabad e Kabul, mentre le conseguenze più gravi ricadono su donne e bambini.

È una crisi che deriva da oltre 40 anni di guerra, povertà e disastri naturali. La crisi dei rifugiati afghani tocca oltre 5,8 milioni di persone ospitate principalmente in Iran (3,5 milioni) e Pakistan (1,6 milioni), le due nazioni che hanno accolto diverse ondate di rifugiati fin dal 1979. Da alcuni anni, però, il quadro sta cambiando e le politiche di reinsediamento dei profughi sono una materia entrata a influenzare anche il recente conflitto tra Pakistan e Afghanistan. Islamabad ha potenziato e reso più frequenti i provvedimenti di espulsione degli afghani — solo domenica scorsa oltre 2.000 persone — e le migliaia di rifugiati, rimpatriati forzatamente in un Paese economicamente al collasso, finiscono per mettere a dura prova le infrastrutture locali, l’istruzione e i servizi sanitari in Afghanistan.
L’aumento dei rimpatri forzati
Secondo quanto riferito dalle autorità talebane, entrambi i Paesi confinanti proseguono con le deportazioni nel contesto dei conflitti in corso. Un forte aumento dei rimpatri si registra a partire dalla fine del 2023: secondo i dati delle Nazioni Unite, sono oltre 2,9 milioni e, come ha riferito l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) e, nel 2026, quasi 150.000 sono rientrati dal Pakistan e dall’Iran, aumentando la pressione sulle già limitate risorse interne all’Afghanistan.
Il conflitto tra Pakistan e Afghanistan
Il fenomeno si intreccia con il recente conflitto tra Pakistan e Afghanistan, incentrato principalmente sull’attività del gruppo Tehreek-e-Taliban Pakistan (Ttp), i cosiddetti “talebani pakistani”, una fazione che ha aumentato la violenza e gli attacchi terroristici sul suolo pakistano. Il rifiuto dei talebani afghani di fermare il Ttp ha spinto il comando militare di Islamabad a considerare esaurita la via del dialogo, optando per bombardamenti diretti contro i “santuari del Ttp” su suolo afghano. La tensione tra i due Paesi è alle stelle, «e viene alimentata dal fatto che il Pakistan ha accelerato l’espulsione forzata di oltre un milione di afghani, stabilitasi in Pakistan a partire dalla fine degli anni ‘70», spiega a «L’Osservatore Romano» padre Cecil Paul, missionario pakistano degli Oblati di Maria Immacolata, direttore dell’Oblate media Centre in Pakistan.
Diffidenza e proposte di dialogo
«Quei rifugiati afghani — afferma il sacerdote — in passato hanno trovato accoglienza in Pakistan, si sono stabiliti qui, hanno trovato lavoro e si sono inseriti nel tessuto sociale. Ma fra loro sono cresciute attività criminali, come traffico di droga, tratta di esseri umani, terrorismo. Per questo ora il governo pakistano ha scelto la via della deportazione indiscriminata. E adesso gli afgani nutrono sentimenti di odio e ostilità verso il Pakistan». Padre Cecil Paul nota che «la gente del Pakistan si sente tradita dagli afghani, che hanno varcato il confine a causa di guerre e persecuzioni e hanno trovato accoglienza. Ora subire attacchi terroristici da gruppi afghani crea frustrazione e animosità perché la gente considera gli afghani poco riconoscenti. Oggi — osserva il missionario — per ristabilire un clima di fiducia bilaterale e intraprendere una via di pace, il governo pakistano dovrebbe consentire il soggiorno ai rifugiati afghani che vivono pacificamente e non hanno legami col terrorismo, confermando che quella pakistana è una società inclusiva e pluralistica». E, sull’altro fronte, «il governo di Kabul dovrebbe collaborare nella lotta al terrorismo, che è un nemico comune», nota. In tale quadro, i cristiani pakistani, conferma il missionario, sostengono percorsi di fraternità , soprattutto verso i più poveri e i vulnerabili.
Bambini e donne: le principali vittime
Tra costoro vi sono sicuramente i bambini: in un contesto come l’Afghanistan, nazione in cui oltre 40 milioni di persone continuano ad affrontare una grave insicurezza alimentare, i rimpatriati hanno bisogno di assistenza umanitaria e l’infanzia si trova in uno stato di particolare sofferenza. Secondo dati Unicef, a maggio 2024, circa 6,5 milioni di bambini in Afghanistan — ovvero quasi tre bambini su dieci — soffrono per l’emergenza alimentare e i piccoli afghani rimpatriati dal Pakistan e dall’Iran sono tra quelli. L’impatto del conflitto e della campagna di deportazione è particolarmente devastante su donne e bambini, molti dei quali non vanno a scuola e, parallelamente, sono malnutriti: si stima che 2,9 milioni di bambini sotto i cinque anni abbiano sofferto di malnutrizione acuta nel 2025.
Gli aiuti e le difficoltà della reintegrazione
In una crisi che ha radici antiche, l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati cerca di assistere i rimpatriati afghani fornendo sussidi in denaro per far fronte ai loro bisogni immediati, nonché servizi sanitari di base e assistenza scolastica al fine di aiutarli a reintegrarsi nelle loro comunità di origine. Ma il processo è estremamente difficile. «Centinaia di bambini e famiglie afghane tornano in patria senza nulla e senza un futuro che li attenda», osserva l’Ong Save the Children, che opera in Afghanistan dal 1976, e non ha smesso di esserci anche durante i periodi di conflitto. «L’Afghanistan — rileva — è ancora uno dei posti peggiori al mondo in cui crescere un bambino».

 

Gli esperti delle Nazioni Unite esortano i talebani a revocare il decreto sulle norme del tribunale.

amu.tv Siyar Sirat 16 aprile 2026

Un gruppo di esperti delle Nazioni Unite in materia di diritti umani ha esortato i talebani a revocare un decreto di ampia portata che disciplina le procedure dei tribunali penali, avvertendo che potrebbe ulteriormente erodere i diritti fondamentali e le tutele legali in Afghanistan.

In una comunicazione ufficiale datata 10 aprile, guidata da Richard Bennett, relatore speciale delle Nazioni Unite per l’Afghanistan, gli esperti hanno affermato che la loro analisi del Decreto n. 12 dei talebani, descritto come “regole penali dei tribunali”, solleva “significative preoccupazioni” circa la sua compatibilità con il diritto internazionale in materia di diritti umani.

La lettera, indirizzata ad Amir Khan Muttaqi, ministro degli esteri dei talebani, sostiene che il decreto rischia di istituzionalizzare pratiche che violano, tra gli altri, i diritti a un giusto processo, all’uguaglianza davanti alla legge e alla protezione dalla tortura.

Secondo gli esperti, il decreto, entrato in vigore a gennaio, sembra mancare di trasparenza nel suo processo di redazione e non fa riferimento alla precedente costituzione afgana né alle procedure legislative consolidate.

Tra le preoccupazioni più serie citate vi è l’assenza di garanzie fondamentali in materia di giusto processo. Gli esperti hanno osservato che le norme non prevedono chiaramente la presunzione di innocenza, il diritto alla difesa legale o un effettivo accesso ai ricorsi, garanzie considerate centrali per gli standard di un processo equo secondo il diritto internazionale.

Hanno inoltre avvertito che la definizione vaga dei reati e l’ampia discrezionalità giudiziaria potrebbero consentire un’applicazione arbitraria delle leggi, compreso il prendere di mira attori della società civile, minoranze e altri gruppi vulnerabili.

Secondo gli esperti, il decreto sembra codificare la disparità di trattamento di fronte alla legge, introducendo una gerarchia sociale che potrebbe influenzare le pene, sollevando preoccupazioni in merito alla discriminazione basata sullo status e potenzialmente sul genere.

Tra le altre disposizioni evidenziate nell’analisi, figura l’autorizzazione di punizioni corporali come le frustate, che secondo gli esperti violano il divieto internazionale di tortura e di trattamenti crudeli, inumani o degradanti.

La lettera esprimeva inoltre preoccupazione per le disposizioni che consentono a privati ​​cittadini, compresi i familiari, di infliggere punizioni in determinati casi, potenzialmente senza supervisione giudiziaria.

Inoltre, gli esperti hanno espresso preoccupazione per l’uso esteso della pena di morte, anche per reati che non raggiungono la soglia di “crimini più gravi” secondo il diritto internazionale e in circostanze in cui potrebbero mancare le garanzie di un giusto processo.

Le disposizioni del decreto riguardanti donne e ragazze sono state oggetto di particolare attenzione. Gli esperti hanno affermato che alcuni articoli sembrano consentire la violenza domestica in determinate circostanze e impongono restrizioni alla libertà di movimento e all’autonomia delle donne, senza tuttavia criminalizzare adeguatamente gli abusi.

Hanno inoltre citato disposizioni che potrebbero discriminare le minoranze religiose e limitare la libertà di credo, nonché norme che criminalizzano determinate forme di espressione e di associazione.

Gli esperti hanno richiesto chiarimenti ai talebani su una vasta gamma di questioni, tra cui le garanzie per il giusto processo, la protezione dei gruppi vulnerabili e il fondamento giuridico di diverse disposizioni.

Hanno dichiarato di essere pronti a fornire consulenza tecnica, ma che continueranno a monitorare l’attuazione del decreto e il suo impatto sui diritti umani in Afghanistan.

I talebani non hanno risposto pubblicamente alla comunicazione.

Secondo alcune fonti, le proteste a Herat seguite al sanguinoso attentato sarebbero state represse dai talebani.

amu.tv Habib Mohammadi 14 aprile 2026

Martedì centinaia di persone si sono radunate nella città occidentale di Herat per protestare contro un attacco mortale contro i civili, ma i talebani hanno limitato la portata delle manifestazioni, secondo fonti locali.

La manifestazione è seguita alla sparatoria di venerdì 10 aprile nel distretto di Injil, dove uomini armati hanno aperto il fuoco sui civili vicino a un santuario, uccidendo almeno 13 persone e ferendone altre nove, secondo quanto riportato dai media locali. La Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan ha riferito di 11 morti e 11 feriti.

Secondo quanto riferito da alcuni testimoni, i manifestanti hanno trasportato i corpi delle vittime attraverso diverse zone della città, scandendo slogan di condanna dell’attacco, che, secondo fonti precedenti, aveva preso di mira principalmente membri della comunità sciita.

L’incontro ha rispecchiato la crescente rabbia e la paura tra i residenti, con richieste di responsabilità e misure di sicurezza più rigorose.

Ma i piani per una marcia più ampia sono stati ridimensionati dopo l’intervento di funzionari locali talebani, secondo quanto riferito da alcune fonti. I residenti avevano intenzione di organizzare un corteo funebre di massa martedì, trasportando i corpi delle vittime da una moschea centrale di Herat a un santuario vicino, seguito da una protesta in tutta la città.

 

Una tesi di laurea incompiuta: la storia dei sogni infranti di una giovane donna afghana

Zan Times, 8 aprile 2026, di Hosai Ismael Khan

Esattamente tre mesi fa, mi trovavo al lavoro in Pakistan quando il mio telefono squillò nella borsa. Era mio padre, un orologiaio della regione di Dir, nel Khyber Pakhtunkhwa. Non avevo ancora finito di salutarlo che mi disse: “Torna a casa… è arrivato un avviso. Dobbiamo andare in Afghanistan”.

Quando la chiamata terminò, ebbi la sensazione che tutto fosse finito all’improvviso. Fu il giorno più difficile della mia vita. Uscii dal lavoro e, una volta a casa, andai in bagno. Lì piansi così tanto che riuscivo a malapena a respirare e non emettevo alcun suono. Davanti a me si apriva un futuro di cui non conoscevo il percorso e di cui non riuscivo a vedere la fine.

In quel periodo, mia madre si era appena sottoposta a un intervento chirurgico ed era ricoverata in ospedale. Era molto debole. Chiedemmo alle autorità pakistane di posticipare la nostra espulsione affinché le sue condizioni potessero migliorare prima del nostro ritorno, ma non ci concessero altro tempo. Fummo costretti a fare i bagagli e a prepararci a partire per l’Afghanistan.

Mi chiamo Sonia. Ho 26 anni e sono nata in Pakistan. I miei genitori si sono sposati lì e tutti i miei fratelli e sorelle sono cresciuti lì. Ho completato gli studi superiori, universitari e post-universitari in Pakistan. Vivevo in un dormitorio durante l’ultimo semestre del master in letteratura inglese presso l’Università Islamia di Peshawar. La mia famiglia viveva nella regione di Dir, nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa.

Allo stesso tempo, avevo due lavori. Dalle 9:00 alle 14:00 insegnavo inglese e dalle 14:00 alle 20:00 lavoravo in una clinica come assistente dentale. Guadagnavo 20.000 rupie al mese dal primo lavoro e 50.000 dal secondo. Ho speso tutti questi soldi per la mia istruzione e per le mie esigenze personali.

Prima di essere deportata in Afghanistan, ho fatto molti sforzi per ottenere un visto che mi permettesse di rimanere in Pakistan e completare l’ultimo semestre del mio master. La mia domanda è stata respinta. Nemmeno i miei amici e compagni di corso sono riusciti ad aiutarmi e, alla fine, sono stata deportata in Afghanistan con la mia famiglia.

Mia madre, i miei tre fratelli ed io abbiamo attraversato il confine di Torkham prima del resto della famiglia. Abbiamo trascorso un giorno e una notte interi in un accampamento. A causa della malattia di mia madre, ci siamo poi trasferiti a Jalalabad, mentre mio padre e gli altri miei fratelli sono rimasti indietro con i nostri effetti personali e hanno attraversato il confine tre giorni dopo.

Durante il viaggio da Torkham a Jalalabad, tutto mi sembrava estraneo: montagne aride, vaste pianure e un ambiente silenzioso. Non provavo alcun senso di appartenenza a quella terra; era come se fossi arrivata in un paese straniero.

La parte più difficile per me è stata scoprire che qui le ragazze non vanno a scuola, né all’università, e non è loro permesso lavorare. Tutte le porte sono chiuse per loro. Questa situazione era inimmaginabile per me; non riuscivo a credere che condizioni simili esistessero davvero.

Per un certo periodo, abbiamo soggiornato a casa di mio zio nel distretto di Behsood, nella regione di Nangarhar. I nostri parenti e amici sono stati incredibilmente ospitali; non ci permettevano nemmeno di accendere il fuoco o di cucinare. Ma questa situazione non poteva continuare. La casa di mio zio era piccola e lui aveva una famiglia numerosa.

La vita che avevamo in Pakistan non è paragonabile a quella che abbiamo qui. Lì avevamo accesso all’elettricità, a internet, ai medici, all’istruzione e al lavoro. Qui non abbiamo nemmeno un tetto decente sopra la testa. Ora viviamo su un pezzo di terra desolato, dentro una tenda. Abbiamo appeso delle tende improvvisate per creare una sorta di riparo. La mia famiglia sta cercando una casa in affitto.

La mia vita è completamente cambiata. Ora sono confinata in casa, senza lavoro né istruzione. In Afghanistan, l’accesso a internet è molto difficile da ottenere. In Pakistan lavoravo, guadagnavo e potevo soddisfare tutte le mie esigenze, ma qui non ho nemmeno i soldi per attivare un abbonamento internet.

Passo molto tempo a pensare. A volte piango da sola a casa. Non riesco a studiare e non ho distrazioni. Quando vivevo in Pakistan, trascorrevo le mie giornate fuori casa, lavorando, studiando e dedicandomi al mio progetto di ricerca. Qui, tutto si è fermato. Psicologicamente, ne sono profondamente colpita. Niente mi dà più gioia: né i libri, né le conversazioni, nemmeno il sonno.

Nascondo il mio dolore alla mia famiglia. Mio padre soffre di una malattia cardiaca e mia madre non sta bene. Non voglio che si preoccupino per la mia sofferenza. Ma con il passare dei giorni, sento di stare spegnendomi.

L’esperienza più strana che ho vissuto qui è stata quando mia cugina è rimasta incinta e si avvicinava la data presunta del parto. Si era rivolta a una donna che aveva solo due anni di formazione come ostetrica. Questa donna le disse che soffriva di grave anemia e che la sua vita era in pericolo. Mia cugina era terrorizzata. Le consigliai di consultare uno specialista uomo qualificato. Quando andò da un medico professionista, le dissero che non c’era niente che non andasse e in seguito ebbe un parto normale e senza complicazioni.

Non sto dicendo che questi problemi esistano solo in Afghanistan; a volte capita anche in Pakistan che qualcuno con soli due anni di formazione gestisca una clinica privata. Ma lì era più facile riconoscere queste persone. Qui, nessuno sembra in grado di distinguere.

Ora, il mio più grande desiderio è ottenere un visto, tornare in Pakistan, completare il mio master e poi tornare nel mio paese. Voglio lavorare, aprire una mia clinica e ricostruire la mia vita.

Mio padre continua a dirmi: “Andrà tutto bene”.

Ma non so quando, né come.

Hosai Ismail Khan è lo pseudonimo di una giornalista afghana che ha scritto la storia di Sonia con parole sue; i nomi sono stati cambiati per motivi di sicurezza.

[Trad. automatica]

Secondo un’agenzia delle Nazioni Unite, donne e ragazze sono le più colpite dagli scontri tra talebani e Pakistan.

Amu tv, 10 aprile 2026, di Habib Mohammadi

Secondo un nuovo rapporto di UN Women, le donne e le ragazze nell’Afghanistan orientale stanno subendo danni sproporzionati a causa dell’escalation delle ostilità tra le forze talebane e il Pakistan.

Il rapporto, noto come “Allerta di genere” e redatto dal Gruppo operativo di coordinamento di genere dell’Afghanistan, afferma che oltre la metà delle circa 90.000 persone colpite dalle recenti violenze transfrontaliere sono donne e ragazze. Quasi una famiglia colpita su dieci è guidata da una donna.

L’analisi si concentra sull’impatto degli scontri intensificatisi a partire da febbraio, tra cui attacchi aerei, bombardamenti di artiglieria, attacchi di droni e combattimenti terrestri che hanno interessato almeno 10 province lungo il confine tra Afghanistan e Pakistan.

I risultati evidenziano come la violenza stia aggravando le già gravi restrizioni imposte alle donne. Sotto il regime talebano, le donne subiscono ampie limitazioni alla libertà di movimento, all’occupazione e alla partecipazione alla vita pubblica, condizioni che ora stanno peggiorando l’impatto umanitario del conflitto, ha affermato UN Women.

Secondo il rapporto, le donne stanno affrontando molteplici difficoltà, tra cui lo sfollamento, i danni alle abitazioni e la perdita dei mezzi di sussistenza. Queste sfide sono ulteriormente aggravate da ostacoli come le restrizioni alla libertà di movimento, che limitano la loro capacità di cercare lavoro, accedere agli aiuti o trasferirsi in zone più sicure.

“Ulteriori ostacoli, tra cui le restrizioni alla libertà di movimento delle donne, stanno aggravando ulteriormente le pressioni economiche e sociali”, afferma il rapporto.

Le organizzazioni umanitarie avvertono che la crisi si sta sviluppando in un contesto già fragile, dove l’accesso delle donne ai servizi di base e alle opportunità economiche è gravemente limitato. Di conseguenza, anche uno spostamento temporaneo o la perdita di reddito possono avere conseguenze di lunga durata.

Il rapporto chiede un’assistenza mirata che tenga conto delle esigenze specifiche di donne e ragazze, includendo sia un sostegno umanitario immediato sia misure a lungo termine per affrontare la vulnerabilità economica e i rischi per la loro protezione.

Questi risultati giungono in un momento in cui le tensioni transfrontaliere tra talebani e Pakistan si sono intensificate negli ultimi mesi, sollevando preoccupazioni più ampie sulla stabilità regionale e sul crescente tributo umanitario del conflitto.

[Trad. automatica]

Il sistema di divieti che cancella le donne

 

Cisda, 9 aprile 2025

Negli ultimi anni in Afghanistan si è assistito all’imposizione progressiva di un sistema di restrizioni estremamente severe che colpiscono l’intera popolazione, ma che sono rivolte in modo particolare a regolamentare ogni aspetto della vita delle donne.

A prima vista, molti di questi divieti possono apparire casuali, incoerenti, grotteschi, più frutto della demenza che della costruzione di un sistema giuridico organico. In realtà, delineano con chiarezza l’idea che i Talebani hanno della donna: un corpo-oggetto da sottrarre allo sguardo pubblico, da isolare e tenere lontano dalla vita sociale perché ritenuto peccaminoso e “impuro”. Un dispositivo ridotto a funzione biologica, contenitore della vita e strumento per la riproduzione e la crescita della prole. Un serbatoio di carne, forza ed energia da utilizzare a discrezione degli uomini, gli unici ai quali viene riconosciuto il diritto a una vita pienamente umana, seppur regolata da una lettura rigida e arcaica della Sharia e da un sistema interno di caste imposto dal codice talebano.

Il 2 aprile 2026, le Nazioni Unite hanno pubblicato un’approfondita revisione giuridica, elaborata congiuntamente dall’Office of the High Commissione for Human Rights e da UN Women. Il documento, basato sulla Convention on the Eliminazioni of All Forms of Discriminativo Against Women, analizza le misure introdotte dalle autorità de facto afghane e il loro impatto su donne e ragazze.

L’analisi esamina sedici tra i principali provvedimenti adottati dal 2021: dal divieto di istruzione secondaria e universitaria per le ragazze all’esclusione dal lavoro, dall’obbligo di mahram per gli spostamenti alle limitazioni alla libertà di movimento, dal codice di abbigliamento obbligatorio alle restrizioni nell’accesso alla sanità. A queste si aggiungono il divieto o la forte limitazione della partecipazione politica, la chiusura di spazi pubblici, le restrizioni ai media e alla libertà di espressione femminile, le discriminazioni nell’accesso alla giustizia, l’impunità per le violenze di genere, i limiti all’attività delle ONG con personale femminile, l’esclusione dalla formazione professionale, il controllo sulla vita privata e familiare, le restrizioni economiche e, più in generale, un sistema strutturato di segregazione di genere.

Secondo il rapporto, l’insieme di queste misure configura una forma di discriminazione sistemica e istituzionalizzata, in violazione diffusa degli obblighi internazionali assunti dall’Afghanistan con la CEDAW.

La revisione è pensata come uno strumento operativo per governi e attori internazionali, chiamati a valutare la conformità del Paese al diritto internazionale e a monitorare eventuali evoluzioni future, anche alla luce del dialogo diplomatico in corso con i talebani.

Auspichiamo che questo documento sia sufficiente a frenare le crescenti tentazioni al riconoscimento del governo talebano e a spingere Stati e istituzioni internazionali ad assumere una posizione più netta contro quello che viene sempre più spesso definito un sistema di apartheid di genere.

Perché mentre si moltiplicano i segnali di apertura diplomatica e le pressioni verso una normalizzazione dei rapporti con i talebani, il rischio è che questo sistema venga progressivamente accettato, se non legittimato. Che la cancellazione delle donne dallo spazio pubblico diventi un fatto compiuto, assorbito nella realpolitik internazionale.

Quello che segue è un elenco, parziale e non esaustivo, delle restrizioni finora imposte, redatto con il contributo di un gruppo di rifugiati e rifugiate afghani in Italia da qualche anno.

ANNO 2021

  1. Completo divieto per le donne di lavorare fuori di casa, il che vale anche per insegnanti, ingegneri e la maggior parte dei professionisti. Solo alcune donne medico e infermiere hanno il permesso di lavorare in alcuni ospedali a Kabul.
  2. Completo divieto per le donne di attività fuori della casa se non accompagnate da un mahram (parente stretto come un padre, un fratello o un marito).
  3. Divieto per le donne di trattare con negozianti maschi.
  4. Divieto per le donne di essere trattate da dottori maschi.
  5. Divieto per le donne di studiare in scuole, università o altre istituzioni educative (i Talebani hanno convertito le scuole per ragazze in scuole coraniche).
  6. Obbligo per le donne di indossare un lungo velo (Burqa) che le copre da capo a piedi.
  7. Sono previsti frustate, botte e violenza verbale per le donne non vestite secondo le regole Talebane o per le donne non accompagnate da un mahram.
  8. Frustate in pubblico per le donne che non hanno le caviglie coperte.
  9. Lapidazione pubblica per le donne accusate di avere relazioni sessuali al di fuori del matrimonio.
  10. Divieto di uso di cosmetici (a molte donne con unghie dipinte sono state tagliate le dita) e divieto per le donne di recarsi dal parrucchiere.
  11. Divieto per le donne di parlare o di dare la mano a uomini non mahram.
  12. Divieto per le donne di ridere ad alta voce (nessun straniero dovrebbe sentire la voce di una donna).
  13. Divieto per le donne di portare tacchi alti perché produce suono quando camminano (un uomo non deve sentire i passi di una donna) e divieto di indossare abiti attillati e colorati.
  14. Divieto per le donne di andare in taxi senza un mahram.
  15. Divieto per le donne di essere presenti in radio, televisione, o incontri pubblici di qualsiasi tipo.
  16. Divieto per le donne di praticare sport o di entrare in un centro sportivo o in un club.
  17. Divieto per le donne di andare in bicicletta o motocicletta anche se con il mahram.
  18. Divieto per le donne di indossare vestiti con colori vivaci. Perché ritenuti “sessualmente attraenti
  19. Divieto per le donne di incontrarsi in occasioni di festa o per scopi ricreativi
  20. Divieto per le donne di lavare i vestiti vicino a corsi d’acqua o in luoghi pubblici
  21. Modificazione di tutti i nomi di luogo incluso la parola “donna” (per esempio, i ‘giardini per donne’ sono stati chiamati “giardini di primavera).
  22. Divieto per le donne di apparire sui balconi dei loro appartamenti o case.
  23. Pittura obbligatoria di tutte le finestre cosicché le donne non possano essere viste da fuori delle loro case.
  24. Divieto per i sarti maschili di prendere misure per le donne o cucire vestiti femminili.
  25. Divieto dei bagni pubblici femminili
  26. Divieto per uomini e donne di viaggiare sugli stessi bus. I bus pubblici sono ora stati separati in “solo per uomini” o “solo per donne”.
  27. Divieto di pantaloni larghi anche sotto un burqa.
  28. Divieto per le donne di fotografare o filmare.
  29. Divieto di fare foto di donne per giornali e libri o di appenderle sulle pareti delle case e dei negozi.

A parte queste restrizioni sulle donne, i Talebani hanno vietato a tutta la popolazione:

  • di ascoltare musica sia agli uomini che alle donne
  • di guardare film, televisione e video
  • di celebrare il Capodanno (Nowruz) il 21 marzo, in quanto non è una festa islamica
  • di celebrare la Giornata del Lavoro (1° maggio) perché è considerata una festa “comunista”
  • hanno ordinato che tutti i nomi non islamici siano cambiati in nomi islamici
  • hanno obbligato i giovani afghani a tagliarsi i capelli
  • hanno ordinato a tutti di scegliere nomi islamici se i loro nomi non sono islamici
  • hanno ordinato che gli uomini indossino vestiti islamici come il cappello
  • hanno ordinato che gli uomini non si radino o non ornino le loro barbe che invece devono crescere lunghe per uscire con un nodo sotto il mento
  • qualsiasi forma di gioco o intrattenimento è proibito
  • hanno ordinato che tutti seguano le preghiere nelle moschee cinque volte al giorno
  • di tenere piccioni e di giocare con uccelli considerandolo non islamico; chi viola queste norme sarà imprigionato e gli uccelli uccisi
  • di far volare gli aquiloni perché sono considerati non islamici
  • hanno ordinato a tutti gli spettatori che incoraggiano gli sportivi di cantare ‘allah-o-akbar'(Dio è grande) e di non applaudire
  • chiunque sia trovato avere libri proibiti sarà punito con la morte
  • chiunque si converta dall’Islam a un’altra religione sarà punito con la morte
  • tutti gli studenti devono portare il turbante (“Niente turbante, niente formazione”)
  • le minoranze non musulmane devono portare un contrassegno distintivo o cucire un pezzo di tessuto giallo sui vestiti per differenziarsi dalla maggior parte della popolazione che è musulmana.

ANNO 2022

  1. Imposizione dell’Hijab: Arresto e detenzione temporanea per le donne che non lo indossano
  2. Obbligo per tutte le donne di coprirsi il volto nei luoghi pubblici e in caso di violazione dell’ordine sarà punito il tutore maschile della donna. I membri della Polizia religiosa possono fermare le donne per strada e possono costringere le donne a comprare un hijab nel mercato più vicino e tornare a casa
  3. Divieto di guida
  4. Divieto di frequentare luoghi pubblici
  5. Divieto di interazione tra studentesse e personale maschile nelle scuole
  6. Divieto di partecipazione delle ragazze a corsi di formazione linguistica
  7. Divieto di scegliere le seguenti Facoltà universitarie: Agricoltura, Medicina, Veterinaria, Ingegneria civile, Ingegneria mineraria, Economia, Informatica
  8. Divieto totale di Istruzione universitaria
  9. Messa al bando del diritto al lavoro
  10. Divieto di lavorare nelle ONG

ANNO 2023

  1. Divieto di festeggiare la festa di San Valentino con chiusura obbligatoria di negozi e ristoranti
  2. Rimozione delle immagini femminili dai luoghi pubblici
  3. Rimozione dei manichini femminili dai negozi; nella provincia di Herat hanno costretto i negozianti a decapitare i manichini
  4. Divieto di pubblicare immagini di esseri viventi; nell’Islam è vietato stampare immagini di uomini e animali.
  5. Restrizione nella fornitura di servizi governativi. Gli uffici governativi hanno il diritto di fornire servizi alle donne con hijab e mahram solo due volte alla settimana, mentre negli altri giorni alle donne è vietato entrare in qualsiasi ufficio governativo.

ANNO 2024

  1. Chiusi gli istituti di scienze della salute: è vieto alle donne di studiare come ostetriche e infermiere
  2. Vietato alle donne di far sentire la propria voce, anche in presenza di altre donne
  3. Vietato alle donne recitare il Corano o fare preghiere ad alta voce
  4. Installazione di tende nere sui mezzi di trasporto pubblici come autobus e taxi
  5. Obbligo di consegnare con la forza i telefoni cellulari di donne e ragazze per strada, controllandone il contenuto senza alcun rispetto per i loro diritti e la loro dignità umana e rompendoli
  6. Maltrattamenti e percosse nei confronti di chi usa la bandiera afghana; obbligo ad esporre la bandiera dell’Emirato
  7. Poligamia praticata dai talebani senza il consenso della famiglia, ma con la forza e le percosse
  8. Matrimoni forzati di ragazze minorenni e stupri subiti
  9. Umiliazione e oppressione di genere
  10. Modifica dei programmi scolastici con materie giuridiche e religiose
  11. Violenza e molestie online tramite numeri anonimi
  12. Povertà, problemi economici e mancanza di lavoro per le donne occupate e istruite

ANNO 2025

  1. Divieto di accesso ad internet in alcune province
  2. Rimozione di libri scritti da donna nelle università
  3. Eliminazione di 18 corsi su democrazia, diritti umani e studi sulle donne
  4. Vietato il gioco degli scacchi
  5. Divieto di “esporsi” visivamente: il decreto impone che alcuni spazi delle case non siano visibili dall’esterno, per cui bisogna murare le finestre.

ANNO 2026

Nuovo Codice penale – Legalizzazione della violenza contro le donne

  1. È consentito agli uomini picchiare le proprie mogli, purché non provochino fratture ossee o ferite gravi.
  2. Abolizione dell’uguaglianza tra uomo e donna per legge. Secondo il decreto ufficiale (Decree No.12), l’uguaglianza tra uomo e donna è stata completamente eliminata e l’uomo ha piena autorità sulla donna.
  3. Criminalizzazione della vita privata delle donne. Una donna è considerata colpevole se esce di casa senza il permesso del marito oppure non rientra a casa. L’articolo 34 Punisce le donne che lasciano la casa senza il permesso del marito per andare dalla propria famiglia, condannato lei e i propri familiari fino a 3 mesi di reclusione, togliendo anche l’ultima via di rifugio per le donne, che non hanno altra scelta se non subire in maniera passiva quello che le accade.
  4. Le donne in Afghanistan sono meno tutelate degli animali. L’articolo 70 del nuovo codice di procedura penale dei talebani stabilisce, infatti che chi organizza combattimenti tra animali può essere condannato a 5 mesi di carcere. Questa pena è ben superiore a quella per la violenza sulle donne, a dimostrazione che in questo paese il benessere degli animali è più tutelato di quello delle donne, trasmettendo il messaggio che esse sono esseri inferiori e meritano di essere punite.
  5. Restrizioni sui diritti riproduttivi. Limitazione o divieto dei metodi contraccettivi e pressioni su farmacie e ostetriche per interrompere questi servizi.
  6. Restrizioni sanitarie. Le donne non hanno il diritto di utilizzare l’ambulanza senza un mahram (tutore maschile).
  7. Una delle restrizioni generali, applicata soprattutto con gli studenti, è la pressione a seguire una religione specifica; ciò significa che le minoranze religiose vengono costrette ad abbandonare la propria fede.

Gli afghani deportati dal Pakistan si trovano ad affrontare perdite, separazione e guerra in patria.

Zan Times, 6 aprile 2025, di Adel e Ida Osmani

Freshta, madre di sei figli, ora vive in una tenda a circa 12 km dal valico di frontiera di Torkham, tra Afghanistan e Pakistan. Solo poche settimane fa si trovava in Pakistan. Ora è bloccata in un campo polveroso, separata dai suoi due figli piccoli, senza una chiara via d’uscita.

È stata arrestata e deportata alla fine di gennaio.

Al suo arrivo in Afghanistan, fu portata al campo di Omari, vicino al confine, e le fu assegnata una tenda. Ma nel giro di pochi giorni, gli scontri tra i talebani e il Pakistan si intensificarono. Il campo fu colpito dai bombardamenti, che a quanto pare ferirono alcuni dei rifugiati che vi si erano rifugiati. Gli abitanti furono trasferiti nuovamente, questa volta in un nuovo sito, dove circa 250 tende erano sparse su un terreno aperto, con una clinica mobile e due piccoli negozi.

I ripetuti spostamenti forzati hanno lasciato il segno. Ma niente pesa di più su Freshta della perdita dei suoi figli.

Alle 8 del mattino del giorno del suo arresto, in un campo profughi nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, in Pakistan, mandò i suoi due figli di otto e dieci anni a scuola. Alle 11:30 arrivò la polizia.

«Hanno sfondato le nostre porte, sono entrati in casa nostra, hanno iniziato a picchiare gli uomini, ci hanno trascinati tutti fuori e ci hanno deportati in Afghanistan», ha raccontato, parlando dalla sua tenda il 13 marzo. «Quando è arrivata la polizia, sono corsa a cercare i miei figli, ma non me l’hanno permesso. Ho urlato che i miei figli erano a scuola, ma mi hanno risposto: “Non si preoccupi dei suoi figli, torni nel suo Paese”».

Da allora, non ha più avuto contatti diretti con loro. Le uniche informazioni di cui dispone provengono da altre persone, che le hanno riferito che i ragazzi potrebbero essere stati arrestati.

“Non ho parlato con loro e non so cosa sia successo. Il mio cuore è in preda al dolore, sono costantemente in agonia e non riesco a dormire né a trovare pace.”

Ha mandato le sue quattro figlie da alcuni parenti, dicendo che il campo non è un posto adatto a “ragazze giovani”. Seduta fuori dalla sua tenda, indica con un gesto il paesaggio desolato. “Ora vivo in un deserto, come potete vedere, e non mi è rimasto più nulla.”

Freshta è una delle milioni di persone coinvolte nel rimpatrio di massa di afghani dal Pakistan. Secondo l’ Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati , oltre 5,4 milioni di afghani sono rientrati dall’Iran e dal Pakistan dall’ottobre 2023, molti sotto pressione o con la forza. Nei soli primi due mesi del 2026, quasi 150.000 persone sono rientrate o sono state deportate dal Pakistan.

Le precedenti ondate di deportazioni avevano già messo a dura prova la limitata capacità dell’Afghanistan di accogliere i rimpatriati. Ora, il rinnovato conflitto lungo il confine, che ha causato lo sfollamento interno di quasi 115.000 persone, sta aggravando ulteriormente la crisi.

Lunedì, un attacco pakistano contro un centro di riabilitazione a Kabul ha ucciso centinaia di civili. “Un attacco aereo notturno contro il centro di riabilitazione per tossicodipendenti Omid a Kabul, gestito dal Ministero dell’Interno, ha ucciso più di 400 persone e ne ha ferite almeno 250, che erano in cura per disturbi da abuso di sostanze”, ha dichiarato il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità , Tedros Adhanom Ghebreyesus. L’OMS ha affermato di star lavorando per verificare l’accaduto e ha avvertito che l’escalation di violenza sta mettendo a dura prova il già fragile sistema sanitario afghano.

Funzionari delle Nazioni Unite affermano inoltre che diverse centinaia di civili afghani, tra cui 104 bambini e 59 donne, sono stati uccisi o feriti dall’intensificarsi delle ostilità alla fine di febbraio. Decine di migliaia di persone sono state sfollate, soprattutto nel sud e nel sud-est del Paese.

Anche le strutture chiave destinate ad accogliere i rimpatriati sono state colpite. Il centro di transito di Omari, vicino a Torkham, e il centro di accoglienza di Takhtapul, vicino a Spin Boldak, sono stati entrambi interessati dagli scioperi.

Per coloro che sono già stati costretti a tornare oltre confine, il conflitto ha aggravato un’esistenza già precaria.

Shafiqa, 50 anni, e la sua famiglia sono state deportate otto mesi fa dopo anni trascorsi nella provincia pakistana del Punjab, dove suo marito lavorava nelle fornaci di mattoni e manteneva la loro famiglia di sette persone. Anche loro sono finiti nel campo di Omari, prima di essere nuovamente sfollati a causa degli scontri scoppiati alla fine di febbraio. “La polizia ci ha trattati molto male e ci ha deportati con la forza”, ha raccontato. Descrive mesi di paura prima della loro deportazione. “Ogni volta che la polizia entrava in casa, gli uomini dovevano correre verso il fiume e nascondersi. Noi donne restavamo sole in casa, urlando di paura. Non ci era permesso vivere una vita normale”.

Anche l’assistenza sanitaria di base è diventata inaccessibile. “Non potevamo nemmeno portare i nostri figli dal medico. Io stessa stavo male e avevo bisogno di medicine, ma non potevo andare in ospedale.”

Tornata in Afghanistan, la situazione si è rivelata tutt’altro che facile. Quando i combattimenti si sono intensificati vicino al confine, ha raccontato, “i proiettili piovevano come pioggia”.

«Ora che siamo arrivati ​​qui, in un nuovo accampamento in un campo aperto, abbiamo montato solo una tenda. Non abbiamo un posto e non abbiamo una casa.»

Il lavoro scarseggia. “Mio marito sa cucinare e potrebbe gestire un piccolo negozio, ma non riesce a trovare lavoro. Siamo in una situazione di estrema difficoltà; non abbiamo nemmeno niente da mangiare per l’iftar durante il mese di Ramadan.”

Per molti rimpatriati, lo sradicamento non è solo fisico, ma anche culturale.

Omar, padre di cinque figli, era nato e cresciuto in Pakistan e prima della sua deportazione, avvenuta sette mesi fa, aveva messo piede in Afghanistan raramente. Lavorava come operaio e affermava che la sua famiglia conduceva una vita stabile.

«I miei figli andavano a scuola, mia moglie era felice a casa e ci riunivamo tutte le sere. Avevamo una vita relativamente agiata, ma all’improvviso tutto è cambiato», ha detto dal distretto di Arghandab, nella regione di Kandahar.

Come altre famiglie, anche la sua è stata arrestata e trasportata al confine su un autobus sovraffollato.

«Avevamo vissuto in Pakistan per molto tempo… ma quando siamo arrivati ​​in Afghanistan, era tutto diverso. Il dialetto, le usanze, persino il modo in cui i bambini vanno a scuola sono diversi.»

È particolarmente preoccupato per le sue figlie, che non possono proseguire gli studi oltre la sesta elementare.

Nella provincia di Kunduz, Rabia, 27 anni, si trova ad affrontare una lotta di tutt’altro genere. La deportazione, avvenuta cinque mesi fa, ha costretto la sua famiglia a vivere in condizioni di estrema povertà. “Se il mio cuore e i miei occhi avessero voce, nessuno sopporterebbe di ascoltare la mia storia”, ha affermato.

Prima di essere deportata, lavorava come sarta, guadagnando abbastanza per mantenere la famiglia, mentre il marito lavorava in un negozio. Potevano permettersi cibo, cure mediche e affitto. Ora, persino i beni di prima necessità sono fuori dalla loro portata. Durante l’intervista, il suo bambino piangeva in continuazione. La famiglia non può permettersi il latte artificiale. Il marito si reca in città ogni giorno in cerca di lavoro, ma spesso torna a mani vuote. “Non possiamo nemmeno comprare il latte per questo povero bambino”, ha detto. “La nostra vicina ha una mucca e, a giorni alterni, ci dà una ciotola di latte per nutrirla”.

Né lei né suo marito avevano mai vissuto in Afghanistan prima d’ora.

«Siamo arrivati ​​passando per Chaman. Appena entrati in Afghanistan, è iniziato il caos. Dormivamo su pietre e terra… non avevamo medicine, né cure, né pane, né un riparo.»

Lei vede poche prospettive di miglioramento. “Se questa disoccupazione e questo vagabondaggio continuano, il futuro non potrà che peggiorare.”

La repressione in Pakistan ha colpito anche gli afghani che si erano recati nel Paese legalmente.

Zainab, 47 anni, ex insegnante, si è recata a Quetta il 26 febbraio per curare una malattia renale. Rimasta vedova, dipende economicamente dal figlio ventiquattrenne, che lavora come venditore ambulante a Herat. Entrambi avevano visti validi e avevano investito una somma considerevole dei loro risparmi per prepararsi alle cure.

Il 4 marzo sono stati deportati.

«Quando eravamo a Quetta, la situazione in città era relativamente tranquilla», ha affermato. Ma con l’escalation delle tensioni tra Pakistan e Afghanistan, le deportazioni si sono intensificate.

Alloggiavano in un hotel con altri migranti afghani. “L’hotel era molto sporco e il cibo non era igienico”, ha raccontato. Un giorno, chiese al figlio di uscire a comprare cibo e acqua. Lui non tornò fino a sera.

Era stato arrestato, nonostante avesse con sé documenti validi, incluso il passaporto di lei. Non essendo riuscito a convincere la polizia a rilasciarlo, aveva chiesto di essere deportato insieme alla madre.

“Quando ho raggiunto il confine, era tutto un caos. La gente correva in ogni direzione. Si sentivano spari ed esplosioni… I bambini avevano fame e sete, non c’era nessuno ad aiutarli.”

«Io e mio figlio non avremmo mai immaginato di tornare vivi», ha detto. «Da un lato, avevamo perso tutti i soldi spesi per il visto e le cure. Dall’altro, il nostro stato psicologico era a pezzi. Non ho mangiato nulla durante il viaggio: le mie condizioni renali sono peggiorate e sono sopravvissuta solo bevendo acqua».

Per famiglie come quella di Freshta, il futuro rimane incerto. Nel campo vicino a Torkham, i giorni trascorrono nell’attesa: di notizie, di lavoro, di un qualche segno di stabilità.

Ma per ora, le restano domande a cui nessuno può rispondere.

«Non so cosa sia successo ai miei figli», ha detto. «Non so se siano al sicuro o meno».

Taher Ahmadi e Abdullah Yaqoobi* hanno contribuito a questo rapporto.

[Trad. automatica]

Afghanistan, tra alluvioni e terremoti, un Paese in ginocchio

Focus on Africa, 4 aprile 2025, di Giorgia Pietropaoli

Non è solo la terra a tremare: il dramma di un popolo invisibile, schiacciato tra la furia del clima e la morsa del regime

La terra trema, mentre il fango avanza. L’Afghanistan si ritrova ancora una volta a fare i conti con la fragilità di un territorio martoriato, dove la furia della natura sembra non concedere tregua. Da diversi giorni, una pioggia incessante sta flagellando molte province del Paese, trasformandosi in inondazioni devastanti che hanno già sconvolto la vita di centinaia di famiglie. Ma mentre la popolazione era ancora intenta a lottare contro il fango, la terra stessa ha deciso di non restare immobile. Venerdì sera, 3 aprile, una scossa di terremoto di relativa intensità ha squarciato il silenzio della notte. L’epicentro, localizzato nella catena montuosa dell’Hindu Kush, con una magnitudo di 5.8 della scala Richter, ha sprigionato un’energia avvertita distintamente non solo a Kabul, ma anche a grande distanza, raggiungendo Islamabad in Pakistan e persino Nuova Delhi in India.

A Kabul, la scossa ha colpito con una precisione crudele. Il bilancio più tragico arriva da un’abitazione privata, dove il tetto, probabilmente già indebolito dalle piogge torrenziali, è crollato improvvisamente. Il bilancio è straziante: otto persone hanno perso la vita, mentre un bambino, unico sopravvissuto al crollo, è rimasto ferito, a Gusfand Dara, nel distretto di Bagrami, alle porte di Kabul. Hafiz Bisharat, portavoce dell’ufficio del governatore di Kabul, ha dichiarato ad Ariana News che le vittime dell’incidente appartenevano tutte allo stesso nucleo familiare: il padre e la madre, quattro figlie e due figli maschi. Nelle ultime ore, le autorità locali di diverse province stanno segnalando ulteriori crolli, non solo a Kabul, ma anche nel Badakhshan, Kunar, e Nangarhar. Si contano oltre 40 vittime a causa delle inondazioni degli ultimi giorni, oltre a centinaia di feriti.

Nella stretta zona di Gharo, l’autostrada Kabul-Jalalabad risulta bloccata a causa dello scivolamento della montagna sulla strada, e questo sta impedendo anche l’arrivo di soccorsi tempestivi nelle zone coinvolte dai disastri. Il terremoto che ha colpito la regione dell’Hindu Kush è stato avvertito nettamente anche nella provincia di Nangarhar, situata nell’est dell’Afghanistan e confinante con il Pakistan, investita anche da una torrenziale alluvione che sta travolgendo letteralmente intere zone.

Questo non è un evento isolato, ma si inserisce in un contesto di emergenza nazionale. Le inondazioni dei giorni scorsi hanno già distrutto centinaia di case rurali costruite in mattoni di fango, devastato centinaia terreni agricoli, principale fonte di sostentamento per la popolazione locale e costretto migliaia di persone ad abbandonare ciò che restava delle loro vite.

Per chi stava ancora cercando di asciugare i propri beni dal fango, il terremoto è stato un ulteriore, durissimo colpo psicologico e materiale. Le organizzazioni umanitarie sono preoccupate per il rischio di epidemie, come il colera, nelle zone alluvionate dell’est del Paese, poiché i sistemi idrici sono stati contaminati dal fango e dai detriti. La Mezzaluna Rossa Afghana e alcune agenzie ONU hanno iniziato a distribuire tende e kit di emergenza, ma molte zone rurali restano isolate a causa delle frane che hanno cancellato interi tratti di strade secondarie. Le previsioni non sono favorevoli, si attendono ulteriori precipitazioni sparse per le prossime 48 ore sulle regioni orientali e centrali, il che mantiene altissima l’allerta per nuove inondazioni improvvise (flash floods).

L’Afghanistan è tristemente noto per essere uno dei Paesi più vulnerabili ai disastri naturali. Le sue infrastrutture fragili, figlie di decenni di guerra e povertà diffusa, non offrono protezione contro la violenza dei cicli sismici. In media, centinaia di persone perdono la vita ogni anno a causa dei terremoti.

Solo pochi mesi fa, un sisma ben più violento aveva causato migliaia di vittime, radendo al suolo interi villaggi. Oggi, la concomitanza tra piogge record e attività sismica fa temere il peggio: una crisi umanitaria di proporzioni catastrofiche, aggravata dalle recenti tensioni e dai conflitti di confine con il Pakistan, che rendono ancora più difficile l’invio e la gestione degli aiuti. In mezzo a questo scenario di desolazione, ciò che più spicca è la resilienza degli afghani. Un popolo che, ogni volta, cerca di risorgere dalle macerie, siano esse di fango o di pietra, sotto il peso di difficoltà che sembrano non avere fine.

L’incapacità dei Talebani di gestire emergenze come quella descritta nell’articolo non è solo una questione di sfortuna climatica, ma il risultato di un collasso sistemico dovuto a scelte ideologiche, isolamento diplomatico e una cronica mancanza di competenze tecniche. Non c’è manutenzione per le strade, neanche quelle principali, come la Kabul-Jalalabad citata, che franano al primo acquazzone. Non esistono sistemi di allerta precoce per le alluvioni. I soccorsi dipendono interamente dalla carità internazionale, che però è ai minimi storici a causa della sfiducia verso il regime. Mentre la popolazione affoga nel fango o rimane schiacciata dalle macerie, i Talebani sembrano governare in un deserto di competenze, dove l’assenza di una protezione civile trasforma i cicli della natura in sentenze di morte collettive. Invece di investire in infrastrutture resilienti e in figure capaci nella gestione dei disastri, il regime dedica una quantità sproporzionata di risorse e tempo all’applicazione di codici morali e restrizioni sociali, specialmente contro le donne . In Afghanistan, essere donna significa essere invisibile anche durante un cataclisma. ​A causa dell’interpretazione radicale delle leggi sulla segregazione, ai soccorritori maschi, che costituiscono la quasi totalità delle squadre di emergenza dei Talebani, è spesso impedito di entrare nelle case o di toccare donne ferite se non sono presenti parenti maschi (Mahram). In una situazione di terremoto, dove il tempo è vitale e i parenti potrebbero essere sepolti o morti, questo significa condannare a morte le sopravvissute sotto le macerie. Gli aiuti vengono consegnati ai “capifamiglia” maschi. Le vedove, le donne sole o quelle i cui mariti sono assenti o disabili rimangono letteralmente a mani vuote, senza cibo, coperte o tende. Per una donna afghana, un terremoto non è solo un evento naturale, ma una trappola mortale costruita da leggi che le negano persino il diritto di essere estratta viva dal fango.

L’Afghanistan è oggi un Paese dove la natura è diventata una condanna senza appello. Lo Stato, inteso come scudo e protezione per il cittadino, è svanito, lasciando il posto a un regime che investe ogni risorsa nel controllo ossessivo dei corpi e delle coscienze, ma si rivela tragicamente impotente quando si tratta di strappare quelle stesse vite al fango e alle macerie.

Le autorità locali e le organizzazioni internazionali sono ora chiamate a una corsa contro il tempo per fornire rifugi sicuri a chi ha perso tutto, in un territorio dove anche il cielo, con le sue piogge incessanti, sembra essere diventato un nemico.