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Autore: CisdaETS

Attraversare la notte. Racconti di donne dall’Afghanistan dei talebani di Cristiana Cella: un libro che rende visibile l’invisibile

laredazione.net   Silvia Cegalin 31 dicembre 2026

Afghanistan, 15 Agosto 2021 i talebani ritornano al potere: per le donne e le ragazze afghane ricomincia l’incubo.

“Tutte le mie giornate, da che sono nata, sono passate dentro casa. Uno spazio di altri, senza luce, né sogni” scrive Cristiana Cella*  riportando la testimonianza di una ragazza afghana in Attraversare la notte. Racconti di donne dall’Afghanistan dei talebani (Edizioni Altreconomia, 2025). Una raccolta di 70 racconti ispirati a voci, testimonianze e confidenze registrate in quattro anni di dominio talebano.

Da quel giorno di Agosto il regime fondamentalista dei talebani, progressivamente e con sistematicità, ha privato le donne dei più basilari diritti umani, tra cui: mostrarsi (sono costrette ad indossare il burqa), istruirsi (dopo i 12 anni è vietata loro qualsiasi forma di istruzione), lavorare, frequentare i luoghi pubblici, spostarsi da sole senza un mahram (membro della famiglia di sesso maschile) oltre la distanza di 72 chilometri. Divieti che in questi ultimi anni sono esacerbati. I talebani infatti, che applicano l’interpretazione più rigida della sharia, hanno ad esempio vietato alle donne di cantare ed essere visibili dalle finestre o dai cortili di casa che si affacciano sui luoghi pubblici, tant’è che attorno alle abitazioni sono stati costruiti dei muri per impedire loro di essere viste.

In Afghanistan è in atto l’apartheid di genere, espressione con la quale si indica un regime strutturato di dominio e oppressione che confina sistematicamente le donne in una condizione di subordinazione, negando loro i diritti fondamentali. Nell’Emirato islamico le donne sono relegate entro le mura domestiche e private della possibilità di condurre un’esistenza dignitosa e umana, sia nella sfera privata sia in quella sociale.

“Hanno chiuso gli occhi della casa, come si fa con i morti. Ho pensato a lei, ho pensato a me. Il mio prossimo rifugio dovrò scavarlo sottoterra, come le talpe e i cadaveri” (C. Cella, p.33).

Se attraverso questi inumani divieti e proibizioni le donne afghane sembrano mute presenze murate, in Attraversare la notte Cristiana Cella restituisce un’immagine di donne e ragazze afghane che non si sono mai arrese al proprio destino e, nonostante le minacce, le torture, le incarcerazioni e le vendette a cui sono quotidianamente sottoposte, con determinazione e coraggio cercano di cambiare la loro condizione e quella delle altre donne.

“Buttiamo all’aria i nostri burqa, i nostri hijab, come se liberassimo degli uccelli. Fuori dalla gabbia” (p.111).

Attenzione però, l’autrice del libro non ci rimanda un’immagine filtrata ed edulcorata di ciò che sono costrette a subire le donne afghane, come non ammorbidisce i tratti tragici e violenti presenti costantemente in queste realtà. Attraversare la notte è un testo intenso, onesto e schietto, in cui le storie di queste donne ritornano al lettore in maniera autentica. A volte manca il respiro. Mantenere il distacco leggendo queste testimonianze è difficile. Questi racconti trapassano le pagine e giungono al lettore nella loro essenza. Chi legge risulta inerme e nudo di fronte a tanta autenticità.

In questo libro i racconti si alternano alle emblematiche fotografie di Carla Dazzi*, che con il suo obiettivo ha immortalato attimi di esistenze e resistenze. Queste fotografie sembrano emergere da uno scrigno segreto, guardandole si ha come la sensazione di entrare in una realtà altrimenti negata e inaccessibile.

Ma non poteva essere altrimenti. Soltanto chi conosce i luoghi e la storia e ha visitato questi territori in profondità come Cristiana Cella, e Carla Dazzi *, poteva restituire un ritratto genuino e senza filtri di quanto sta accadendo in Afghanistan.

In questo libro, Cella narra di donne obbligate a subire una costante repressione, cui esistenza è ridotta quasi alla funzione del respiro, un respiro che però non deve far rumore, un respiro impercettibile.

“E ora l’arrivo dei selvaggi talebani ci ha reso difficile perfino respirare. Rubano e fanno marcire i pensieri nella mente delle donne” (p.78).

Eppure nonostante ciò le donne che si raccontano ad Attraversare la notte resistono; determinate al proprio riscatto e a quello delle loro figlie riescono, metaforicamente, a far sbocciare rose nel deserto. Ecco dunque che Cella ci accompagna all’interno di laboratori di cucito segreti, scuole clandestine, campi dove si coltiva lo zafferano, ambulatori mobili, saloni nascosti di parrucchiere: tutti luoghi dove queste donne vessate dalla famiglia e dal marito riprendono a respirare e si riscoprono.

“Lì dentro, nell’aria calda che fa sventolare le tende, atterrano i nostri guai. Solo le parole dette, ascoltate sono già un regalo. E si prova a vincere, per sé o per le altre è lo stesso. Qui non siamo sole. Nutriamo la forza tra le nostre mani vicine” (p. 111).

Cella riesce a rendere visibile l’invisibile, riesce a tramutare in parole e frasi gesti e sguardi cui solo lei ha assistito, rendendoci partecipi di momenti di vita in cui l’essere umano, in questo caso donna, pur di anelare un po’ di libertà si è spinto oltre tutti i limiti concessi e immaginabili. Attraverso queste testimonianze l’autrice ci introduce in una terra per molti aspetti ancora troppo sconosciuta, facendoci comprendere però che anche la natura dell’essere umano non deve mai essere data per scontata, che oltre un velo o un muro si può celare molto altro. L’autrice dona voce a donne che hanno lottato, e lottano, per non essere vittime e che vogliono sottrarsi a un meccanismo di isolamento e prigionia: il loro grido di speranza e ribellione necessita di essere udito, e Cella l’ha raccolto e trasformato in sinfonia a noi udibile. Tra queste testimonianze troviamo quelle di donne che per mantenere se stesse e i figli ed uscire così da una povertà imperante “i talebani pensano che dobbiamo mangiarci i muri” (p.48) lavorano clandestinamente, donne che fuggono lontano e da sole per scappare da un matrimonio combinato o precoce. Ragazze che non vogliono più essere sacrificate o vendute, ragazze che semplicemente chiedono di essere trattate come esseri umani.

Le violenze che subiscono queste coraggiose donne non vengono mai censurate o smorzate nel libro. Le donne afghane ci insegnano che ogni singolo passo per raggiungere la libertà è un passo affrontato in mezzo a innumerevoli pericoli. Ogni passo può essere l’ultimo, e non sempre c’è il lieto fine. “Non c’è spazio né tempo per un’altra vita” (p.153). In molti, troppi casi, la volontà di essere libere è stata silenziata da colpi di fucile o da sassate.

Ai numerosi divieti imposti dai talebani si aggiungono infatti sanzioni durissime, come la lapidazione e la fustigazione inflitte alle donne accusate dei cosiddetti “crimini morali”. Senza considerare che prima ancora di arrivare a tali punizioni corporali, le donne ritenute “colpevoli” vengono uccise dai propri familiari, mettendo in atto così ciò che nella giustizia talebana viene definito come delitto d’onore.

In Attraversare la notte l’autrice scrive che i segni che queste donne portano sul loro corpo sono il racconto di ciò che hanno vissuto. Con questo libro Cristiana Cella rende manifeste sotto forma di scrittura queste cicatrici, emotive e corporali, mostrandole al lettore che, sebbene non le possa curare, le può accogliere, interiorizzare ed ascoltare.

*Giornalista e scrittrice, Cristiana Cella si occupa dell’Afghanistan dal 1980, quando entrò clandestinamente a Kabul per raccontare la resistenza contro l’invasione sovietica, successivamente seguì la guerra dei combattenti laici e democratici contro i russi e i mujaheddin sui monti nella provincia di Paktia. Dal 2009 è membro di Cisda – Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane. Carla Dazzi è invece una fotografa e socia Cisda. Dal 2002 coniuga arte e attività umanitaria in favore dei diritti delle donne afghane e contro i fondamentalismi, le occupazioni e la corruzione.

 

 

Laura Quagliuolo: Abbiamo la responsabilità di spiegare le idee di Öcalan

english.anf-news.com Serkan Demirel 27 dicembre 2025

Laura Quagliuolo* ha affermato che Abdullah Öcalan deve essere liberato immediatamente e che è suo dovere condividere le sue idee con il mondo.

Continua a crescere il sostegno internazionale al Processo di Pace e Società Democratica, portato avanti sotto la guida di Abdullah Öcalan. Esperti provenienti da diversi paesi e contesti sociali sottolineano che il processo rappresenta un’opportunità storica per la risoluzione democratica della questione curda e per la democratizzazione della Turchia. Nelle loro valutazioni, sottolineano che lo Stato turco deve assumersi la responsabilità di rispondere ai passi compiuti dal Movimento di Liberazione Curdo, sottolineando al contempo il ruolo decisivo del paradigma elaborato da Öcalan.

In questo contesto, l’attivista italiana per i diritti delle donne e i diritti umani Laura Quagliuolo ha parlato ad ANF del processo in corso volto alla soluzione democratica della questione curda.

Lo Stato turco deve adottare misure concrete.

Come attivista per i diritti umani che segue da vicino il movimento di liberazione curdo da molti anni, come valuta il processo di pace attualmente in corso?

Non credo che il processo di pace in Turchia e in Kurdistan possa essere unilaterale. In risposta ai passi compiuti dalla parte curda, la Turchia deve dimostrare, in modo chiaro e serio, di essere disposta ad assumersi la responsabilità dell’attuazione della pace. Tuttavia, a mia conoscenza, la Turchia continua a minacciare la Siria settentrionale e orientale e a compiere attacchi in tutta la regione.

Nonostante i passi compiuti da Devlet Bahçeli verso il dialogo e nonostante la determinazione dimostrata dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) nel sostenere il processo, in particolare attraverso la cerimonia tenutasi l’11 luglio a Sulaymaniyah, la Turchia continua con i suoi attacchi mortali e le sue minacce. Spero sinceramente che tutto questo finisca e che la Turchia dimostri un reale impegno nel mettere in pratica la pace.

Öcalan deve essere liberato immediatamente

Il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan continua a essere tenuto in severo isolamento, nonostante svolga un ruolo chiave nel processo. A suo avviso, quanto è importante la sua libertà per l’avanzamento del processo di pace?

Abdullah Öcalan ha lanciato appelli unilaterali al cessate il fuoco nove volte negli ultimi 26 anni. Vorrei ricordare il 1993, il periodo successivo alla sua cattura nel 1999, 2004, 2009, 2013 e, più recentemente, nel febbraio 2015. Öcalan è un leader, anzi, più che un leader, è una guida e una bussola per il popolo curdo.

Questo punto deve essere affermato con estrema chiarezza. Tuttavia, per contribuire in modo significativo al processo di pace, deve essere una persona libera. La sua libertà sarebbe il segnale più importante, il passo più fondamentale che lo Stato turco potrebbe compiere per garantire la continuazione del processo di pace. Dimostrerebbe anche che le violazioni dei diritti umani contro Öcalan e tutti i prigionieri politici sono cessate.

Non bisogna dimenticare che Öcalan è un simbolo, eppure ci sono molti prigionieri politici in Turchia. Non conosco il numero esatto, ma è chiaramente molto alto. Se esiste una reale intenzione di costruire la pace e la riconciliazione tra i popoli, tutti devono essere liberati. Il rispetto di tutti i diritti umani è essenziale e, affinché il processo di pace proceda, Abdullah Öcalan deve riconquistare la sua libertà.

Öcalan cerca di costruire una nuova società attraverso questo processo.

La militarizzazione globale è in aumento, in particolare in Medio Oriente, eppure il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan ha assunto una posizione chiara a favore della pace. In che modo il paradigma sviluppato da Öcalan offre un’alternativa in termini di società democratica, coesistenza tra i popoli e assenza di conflitti? In questo senso, in cosa si discosta dai modelli di soluzione classici?

Un punto cruciale da sottolineare riguardo al paradigma di Abdullah Öcalan è il ruolo centrale che assegna alle donne. In particolare, nel suo ultimo appello, ha sottolineato che le donne devono assumere un ruolo guida nella ricostruzione della società.

Questo è un aspetto estremamente importante e merita particolare attenzione. Un’altra distinzione fondamentale tra questo modello e i classici processi di pace o approcci di risoluzione dei conflitti risiede nell’insistenza di Öcalan sul fatto che il processo debba partire dal basso. Non dovrebbe essere un processo imposto dall’alto da potenti leader globali, né plasmato da una mentalità che divide i territori in base al predominio e al controllo.

L’obiettivo è ricostruire la società e la vita stessa condivisa; ristabilire la coesistenza tra popoli e religioni e ripristinare il rispetto per le lingue e le tradizioni. In sostanza, questo processo mira alla costruzione di una società etica e politica.

Per questo motivo, il processo di pace deve essere al servizio del popolo, ovvero della società nel suo complesso. Questa costituisce una differenza fondamentale. Se si guarda alla Palestina, ad esempio, ciò che oggi viene descritto come pace non riflette la pace nella realtà.

Israele continua i bombardamenti e mantiene il controllo sulla regione, senza rispettare i diritti dei palestinesi. Una situazione del genere non può essere definita pacifica.

Dinamiche simili esistono da tempo in molte parti del mondo. Un autentico processo di pace deve essere uno sforzo a lungo termine incentrato sulla ricostruzione della società stessa. Per quanto ne so, l’appello di Abdullah Öcalan è proprio rivolto a questo obiettivo.

Le idee di Öcalan si basano sul cambiamento su scala globale.

Mentre i colloqui di pace proseguono oggi, come valuta i tentativi di impedire che le idee di Abdullah Öcalan raggiungano direttamente la gente, o di affrontarle in modo astratto o eccessivamente personalizzato?

Si può affermare con chiarezza che Öcalan è uno dei più importanti filosofi viventi oggi, anzi uno dei principali filosofi viventi al mondo. Questo ha un significato immenso. La sua proposta, la visione politica volta a ricostruire la nazione democratica, è fondamentale e di grande importanza per il mondo intero.

Questo non è rilevante solo per il Medio Oriente. Quando queste idee vengono private del loro contesto politico, vengono ridotte a qualcosa di quasi banale, trattate come se fossero una sorta di gioco intellettuale. Le idee di Öcalan non vengono affrontate seriamente da una prospettiva filosofica e storica.

La sua analisi è di fondamentale importanza. Un’analisi di questo tipo non può essere separata dal suo contesto politico, perché egli sta analizzando proprio quel contesto politico. Egli esamina non solo la situazione politica in Medio Oriente, ma la condizione politica globale nel suo complesso.

Per questo motivo, queste idee devono essere prese sul serio non solo in Medio Oriente, ma in tutto il mondo, se si vuole ottenere un cambiamento significativo. Questo potrebbe anche spiegare la paura della fazione avversa: c’è la preoccupazione che queste idee possano raggiungere e influenzare la mente delle persone. Ecco perché la marginalizzazione delle idee di Öcalan in questo modo è profondamente problematica.

Il paradigma di Öcalan è incentrato sulla libertà delle donne.

Un approccio che pone la libertà delle donne al centro è una dimensione chiave del paradigma di Öcalan. Secondo lei, cosa significa questo per la socializzazione della pace?

Questo è estremamente importante. Rappresenta uno dei contributi più innovativi offerti da Abdullah Öcalan per spiegare in cosa consiste il suo paradigma e per renderlo comprensibile.

La sua analisi dell’inizio dell’oppressione delle donne è particolarmente significativa. Oggi, nuove scoperte archeologiche come Göbeklitepe invitano a una riflessione più approfondita sull’epoca in cui è emerso il patriarcato. Tuttavia, è necessario affermarlo chiaramente: le donne sono state la prima colonia e devono ancora raggiungere la libertà che meritano.

Liberazione significa liberarsi dal patriarcato e dalle forme storiche di oppressione. Le donne hanno sempre pagato il prezzo più alto nelle guerre e nei sistemi di dominio sociale. Ecco perché la questione è così fondamentale.

Anche l’implementazione della gineologia riveste un’importanza cruciale. La gineologia offre un modo radicalmente diverso di comprendere e ripensare la storia, la scienza e la società. Rappresenta un altro tassello essenziale del puzzle che deve essere ricomposto.

Questo approccio è autenticamente innovativo, perché quasi in nessuna parte del mondo le donne sono trattate come una dimensione fondamentale di un intero paradigma. Anche coloro che si definiscono socialisti spesso non considerano la liberazione delle donne un passo fondamentale. L’argomentazione prevalente è solitamente: “Prima prendiamo il potere, poi risolveremo i problemi delle donne”. Questa non è la strada giusta.

Ciò che è corretto è questo: le donne devono organizzarsi, imparare, analizzare e articolare ciò di cui la società ha veramente bisogno, perché le donne sono sempre state quelle che tengono unita la società. Questo è esattamente ciò che rende il paradigma di Öcalan davvero eccezionale.

Dobbiamo spiegare Öcalan a tutti.

Pensi che l’insistenza del movimento di liberazione curdo sulla pace e la sua capacità di trasformazione siano adeguatamente comprese dall’opinione pubblica internazionale?

Non credo che questo sia ancora compreso a sufficienza dall’opinione pubblica internazionale. È richiesto un grande sforzo da parte di chiunque abbia iniziato a comprenderlo in qualche modo.

Comprendere le idee di Öcalan non è facile. Richiedono lettura, analisi, discussione e il proseguimento di tali discussioni, oltre a tradurre queste idee in pratica concreta. Questo è molto difficile. In Italia, ad esempio, le idee del passato dominano ancora le menti degli attivisti e persino dei giovani. Lo dico in modo autocritico. Sono più anziana, e avrebbero dovuto essere persone come noi a dare l’esempio, eppure non credo che lo abbiamo fatto adeguatamente.

Il lavoro deve iniziare dai giovani, e soprattutto dalle donne. Dobbiamo spiegare che un nuovo paradigma può essere applicato ovunque. Questa è una grande responsabilità e richiede un impegno a lungo termine. Richiede discussione, dialogo e il coinvolgimento dei movimenti nel processo.

Solo in questo modo il paradigma può essere compreso meglio ovunque. Al momento, non è ancora pienamente compreso da tutti, dai movimenti di sinistra, ai movimenti anarchici e altri. Abdullah Öcalan ci dice qualcosa di molto importante: il punto di partenza deve essere sempre noi stessi.

Questo è il compito più difficile di tutti: cambiare i propri atteggiamenti patriarcali e dominanti. Questo è il lavoro fondamentale che deve essere fatto per primo. Molte persone hanno già iniziato a muovere passi in questa direzione, ma la strada è ancora lunga. Dobbiamo comunque continuare nel miglior modo possibile e dare il nostro contributo.

Dobbiamo assumerci la responsabilità.

Quale tipo di responsabilità dovrebbero assumersi gli ambienti per i diritti umani e la società civile in Europa riguardo alle condizioni di detenzione di Abdullah Öcalan e al processo di pace in corso sulla questione curda?

Credo che la questione curda sia estremamente importante. Come ho già detto, questa questione non riguarda solo la regione, ma il mondo intero.

Per questo motivo, dobbiamo assumerci la responsabilità della libertà di Abdullah Öcalan e fare ogni passo possibile in questa direzione. Vivo a Genova da quasi un anno, ad esempio, e stiamo chiedendo al Comune di firmare una petizione che chieda la cittadinanza a Öcalan. Questo è un passo concreto. Un altro passo essenziale è diffondere il paradigma e farlo comprendere alle persone, perché questo paradigma ha origine da Öcalan.

Spiegare le sue idee è anche un modo per spiegare perché la libertà di Abdullah Öcalan sia così importante. Dobbiamo quindi assumerci la responsabilità non solo della sua libertà, ma anche della diffusione di questo paradigma. Questi sforzi devono procedere parallelamente. Ogni mezzo possibile deve essere perseguito per raggiungere questi obiettivi, sia per il Medio Oriente che per il mondo.

*Laura Quagliolo fa parte di CISDA e Retejin

L’ex inviato degli Stati Uniti Khalilzad visita nuovamente Kabul

amuTV, 28 dicembre 2025, di Ahmad Azizi

Zalmay Khalilzad, ex inviato speciale degli Stati Uniti per l’Afghanistan, è tornato a Kabul per la quarta volta da quando i talebani hanno preso il potere.

In una dichiarazione, il ministero degli Esteri gestito dai talebani ha affermato che Khalilzad ha incontrato il loro ministro degli Esteri Amir Khan Muttaqi per discutere di “modi, opportunità e sfide” relative alle relazioni bilaterali tra le due parti.

Muttaqi avrebbe affermato che le relazioni sono entrate in una “nuova fase” dopo il ritiro delle forze straniere e la fine della guerra, più di quattro anni fa, aggiungendo che esistono opportunità per espandere i legami attraverso un dialogo continuo.

Nella dichiarazione si afferma che Khalilzad ha elogiato quello che ha descritto come un miglioramento della sicurezza in Afghanistan e un progresso nella ricostruzione, sottolineando l’importanza di un impegno e di incontri continui tra le due parti.

Khalilzad non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche sulla visita e lo scopo del suo viaggio resta poco chiaro.

Khalilzad si era già recato a Kabul il 20 e 21 marzo 2025, come parte di una delegazione statunitense insieme ad Adam Boehler, tenendo colloqui con funzionari talebani sul rilascio dei prigionieri e su questioni bilaterali. Quella visita è stata la prima visita pubblicamente riconosciuta di una delegazione statunitense, che includeva Khalilzad, da quando i talebani hanno preso il potere nel 2021.

Ritornò il 13 e 14 settembre 2025, come parte di un’altra delegazione guidata da Boehler, con discussioni incentrate sui detenuti americani in Afghanistan e su altre questioni bilaterali. Un’ulteriore visita fu segnalata il 22 ottobre 2025, quando Khalilzad tenne colloqui informali con Muttaqi su questioni umanitarie e relazioni più ampie.

L’incontro avviene mentre la politica degli Stati Uniti nei confronti dell’Afghanistan sotto il regime dei talebani è ancora in fase di revisione in seguito al ritorno in carica del presidente Donald Trump.

Durante una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 10 dicembre, il rappresentante degli Stati Uniti ha affermato che i talebani sono responsabili delle sofferenze del popolo afghano, descrivendoli come un partner inaffidabile e accusandoli di ostacolare l’assistenza internazionale.

Washington ha affermato che le sue priorità in Afghanistan restano la protezione dei cittadini statunitensi e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

[Trad. automatica]

Espulso un criminale afgano: primo rimpatrio riuscito dopo negoziati con i talebani

Ticinonline, 28 dicembre 2025

Complessivamente sono 20 i condannati con sentenza definitiva che la Svizzera vorrebbe allontanare

BERNA – A metà dicembre la Svizzera è riuscita a espellere verso Kabul un criminale afgano, ha indicato la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) confermando una notizia pubblicata oggi dal SonntagsBlick. Dopo un tentativo di rimpatrio fallito lo scorso anno i negoziati di Berna con il governo talebano sembrano quindi dare i loro frutti.

La Svizzera vorrebbe allontanare venti afghani condannati con sentenza definitiva: ma le espulsioni sono difficili, poiché la Confederazione non intrattiene relazioni ufficiali con l’Afghanistan.

Circa un anno fa un tentativo di consegna non era andato in porto: già atterrato a Kabul, l’uomo in questione era dovuto tornare in Svizzera. Per questo motivo in agosto la SEM ha invitato i rappresentanti del governo talebano non ufficiale all’aeroporto di Ginevra per negoziare le future espulsioni. Stando ai funzionari bernesi sono ora in corso i preparativi per ulteriori allontanamenti.

Vedi anche: Berna riprende i rimpatri verso l’Afghanistan

«La Turchia cerca di far saltare l’accordo tra Damasco e Daanes»

Il manifesto, 27 dicembre 2025, di Tiziano Saccucci

Siria Parla Salih Muslim, tra le più autorevoli personalità della Siria del nord-est: «Ankara punta a fare pressione sui curdi, sulle Sdf e sull’autonomia affinché si arrendano. Ci accusano di legami con Israele che non abbiamo»

«Coloro che incitano i nostri fratelli arabi a uccidere i curdi non sono a conoscenza del fatto che in questi 14 anni il sangue dei nostri martiri arabi è diventato uno con il sangue curdo – ha dichiarato Sipan Hamo, comandante di alto rango delle Forze della Siria Democratica (Sdf), rispondendo alle voci su un’ulteriore escalation nel Nord-Est – Non puntate sulla discordia; presto ci vedrete a Damasco, insieme ai leader arabi e curdi: guideremo la Siria verso stabilità e democrazia, fianco a fianco con alawiti, sunniti, drusi, cristiani e tutte le altre componenti».

DIETRO LE PAROLE rassicuranti dei dirigenti curdi, tuttavia, si muove una partita più ampia delle semplici voci. Nelle ultime settimane, figure e media vicini al governo di transizione siriano hanno inasprito i toni contro l’Amministrazione autonoma democratica del Nord-Est (Daanes), accusata di non rispettare l’accordo del 10 marzo firmato dal comandante generale delle Sdf, Mazloum Abdi, e dal presidente ad interim Ahmed al-Shaara. Secondo Damasco, la scadenza sarebbe imminente: fine anno.

«L’ultimo degli otto articoli dice che le parti cercheranno di applicarlo entro quest’anno: ma non c’è una scadenza, può essere prorogato», spiega al manifesto Salih Muslim, dirigente del Partito dell’Unione democratica (Pyd), una delle colonne dell’Amministrazione autonoma. «Finora il governo non ha voluto portarlo a termine a causa delle pressioni della parte turca. Ankara non era al tavolo quando l’accordo è stato firmato, nessuno l’ha consultata. Per questo cerca di bloccarlo in ogni modo».

La Turchia lega l’intesa (che prevede l’integrazione delle Sdf nell’apparato militare statale) allo scioglimento dell’intera struttura amministrativa nata dalla rivoluzione del Rojava. Ipotesi che l’Autonomia respinge. Pochi giorni fa è avvenuta l’ennesima visita a Damasco del ministro degli esteri turco Hakan Fidan. Poche ore dopo i quartieri curdi di Aleppo sono tornati teatro di scontri tra milizie controllate da Ankara, ora integrate nell’esercito siriano, forze governative e unità di sicurezza interna della Daanes. Proseguiti a intermittenza fino a sabato.

«IL TEMPISMO di quanto è accaduto a Sheikh Maqsoud e della visita di Hakan Fidan, insieme al ministro della difesa e al capo dell’intelligence, non è casuale – continua Muslim – Sono venuti per discutere l’attuazione dell’accordo del 10 marzo: esistevano proposte delle Sdf e una risposta del governo. Ora vogliono cambiarla». Secondo il dirigente del Pyd, Ankara punta a «fare pressione sui curdi, sulle Sdf e sull’amministrazione affinché si arrendano», a prescindere dalle intenzioni di Damasco.

Aleppo, del resto, è stata fin dall’inizio un banco di prova per l’integrazione. Ad aprile i primi accordi tra i rappresentanti dei quartieri autogestiti e il governo di transizione avevano portato al ritiro delle Sdf e alla creazione di checkpoint congiunti fra le forze di sicurezza di Damasco e quelle della Daanes: il bersaglio ideale, dunque, per chi punta a far deragliare il dialogo.

Nella conferenza stampa finale, Fidan è arrivato ad accusare le Sdf di bloccare l’intesa con l’appoggio di Israele. Un’accusa respinta: «Lo abbiamo già detto molte volte: non abbiamo rapporti con gli israeliani. Stanno solo cercando di collegarci a Israele per colpirci davanti ai musulmani, in Turchia e altrove. Lo fanno per i loro problemi interni».

IN QUESTO QUADRO, la strategia dell’Amministrazione autonoma guarda a un consenso più largo, oltre le linee etniche e confessionali. «Attraverso il Consiglio democratico siriano abbiamo relazioni con altre comunità. Siamo presenti nelle aree alawite e druse, persino nella diaspora europea», spiega Muslim. Il riferimento è al lavoro di rete, agli aiuti umanitari inviati verso la costa, a Suwayda e perfino a Idlib: «Nonostante la presenza di gruppi jihadisti, abbiamo alcuni contatti molto buoni con la popolazione».

Anche il fronte curdo, dopo anni di divisioni, appare meno frammentato: «Tutti i curdi, personalità, partiti e istituzioni, si sono riuniti il 26 aprile e hanno concordato una quindicina di punti per risolvere la questione curda in Siria. Il fronte è pronto». La chiave rimane il radicamento sociale dell’esperienza di autogoverno: «Le persone nelle nostre zone cercano di migliorare la propria vita. Vogliono una Siria democratica perché si considerano parte di questo Paese. Ed è giusto così. È ciò che stiamo tentando di costruire».

«Nonostante pressioni, guerra e attacchi, la nostra regione è tra le più sicure della Siria – conclude Salih Muslim – Naturalmente, tutti vogliono che la situazione migliori ancora e lottano insieme affinché accada. A Sheikh Maqsoud, durante i bombardamenti, la gente è scesa in strada a ballare. Nessuno è fuggito. Le persone restano legate alla terra e difendono gli spazi di democrazia che hanno creato. Questo è ciò che vediamo».

I vicini dell’Afghanistan in stato di massima allerta per le crescenti minacce transfrontaliere

Kabul Now, 27 dicembre 2025

In seguito al crollo del governo della Repubblica Islamica e al ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan, le dinamiche di sicurezza regionale hanno subito una trasformazione fondamentale. Sebbene i Talebani, fin dai primi giorni del loro rinnovato governo, abbiano cercato di alleviare le preoccupazioni attraverso slogan come “garantire la sicurezza nazionale” e “non rappresentare una minaccia per gli altri paesi”, gli sviluppi successivi al 2021 suggeriscono che il loro governo non ha ripristinato la stabilità e ha aumentato significativamente i costi della sicurezza per gli stati confinanti e regionali. Oggi, l’Afghanistan controllato dai Talebani è diventato la principale fonte di ansia per la sicurezza nell’Asia meridionale e centrale.

L’ascesa al potere dei Talebani ha avuto ripercussioni a più livelli in Afghanistan e nell’ambiente circostante. A livello nazionale, la disintegrazione delle istituzioni di sicurezza professionale, lo smantellamento delle strutture di controllo delle frontiere e la trasformazione dell’Afghanistan in un rifugio sicuro per gruppi estremisti hanno gettato le basi per una rinnovata insicurezza. A livello regionale, i Paesi confinanti, pur avendo instaurato legami politici ed economici minimi con i Talebani, hanno ripetutamente espresso profonda preoccupazione per la proliferazione dell’estremismo, del terrorismo transfrontaliero e del traffico di stupefacenti. Questa dualità – impegno economico da un lato e trepidazione per la sicurezza dall’altro – sottolinea l’incapacità dei Talebani di guadagnarsi la fiducia nella sicurezza regionale.

Questa situazione è in netto contrasto con gli impegni assunti dai Talebani nell’ambito dell’Accordo di Doha , in cui il gruppo si è impegnato a non utilizzare il suolo afghano contro la sicurezza di altri Paesi e a non fornire alcun sostegno alle organizzazioni terroristiche. Ciononostante, numerosi rapporti e analisi documentano la presenza e le operazioni di gruppi come Al-Qaeda, la branca dell’ISIS-Khorasan (ISIS-K), il Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, Jaish al-Adl, il Movimento Islamico dell’Uzbekistan, l’Alleanza IMU, il Battaglione Imam Bukhari, il Gruppo Hafiz Gul Bahadur, Ansarullah Tajikistan (noto come Talebani del Tagikistan), l’Esercito di Liberazione del Belucistan (designato come gruppo terroristico da alcuni Stati) e altre reti estremiste con precedenti di attività terroristiche, sollevando seri interrogativi su tali impegni. La conseguenza diretta di questa dinamica è stata un’escalation dei costi militari, di sicurezza e di intelligence per i paesi vicini, che sono stati costretti a rafforzare le difese dei confini tramite dispiegamenti di truppe, costruzione di avamposti di sicurezza e fortificazioni complete, dirottando al contempo ingenti risorse finanziarie per contrastare le minacce provenienti dall’Afghanistan.

I talebani negano regolarmente di aver fornito supporto a gruppi militanti stranieri e insistono di aver sventato le minacce provenienti dal territorio afghano. I governi confinanti, tuttavia, affermano che le reti sopra elencate sono rimaste attive o si sono espanse dal 2021.

In questa analisi, il mio obiettivo è esaminare i fattori alla base dell’aumento dei costi per la sicurezza degli stati regionali dopo la presa del potere da parte dei talebani, sottolineando al contempo come i talebani abbiano utilizzato le relazioni con i gruppi militanti alleati come leva in tutta la regione.

A: Pakistan

Il Pakistan è stato il primo Paese ad accogliere apertamente il ritorno dei Talebani, con alti funzionari, tra cui il generale Faiz Hameed, capo dell’Inter-Services Intelligence del Pakistan (7 giugno 2019 – 19 novembre 2021), che si sono recati a Kabul nei primi giorni della presa del potere da parte dei Talebani, brindando con il suo caratteristico bicchiere da caffè, nella speranza che il governo del gruppo avrebbe mitigato l’insicurezza lungo i suoi confini occidentali. Contrariamente alle aspettative, tuttavia, le attività del Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP) sono aumentate senza precedenti a seguito del predominio dei Talebani in Afghanistan. I sanguinosi attacchi nel Khyber Pakhtunkhwa e nel Belucistan hanno costretto Islamabad ad aumentare le spese militari, intensificare le operazioni di confine e persino ricorrere a raid aerei intermittenti all’interno del territorio afghano, incluso il Paktika e altre province orientali. I funzionari pakistani sostengono che i talebani afghani non hanno ostacolato il TTP e hanno sfruttato il gruppo come strumento di pressione politica contro il Pakistan, una pressione che ha generato costi sostanziali per la sicurezza e instabilità interna per Islamabad.

Numerosi rapporti e analisi indicano che i membri del TTP, operando con la tolleranza dei talebani, secondo i funzionari pakistani, hanno ottenuto accesso ad armamenti abbondanti e hanno riconvertito l’Afghanistan in una base strategica per la logistica, il comando e la leadership. Il governo pakistano ha ripetutamente presentato reclami su questo fronte, esortando i talebani a limitare i gruppi anti-pakistani che operano dal suolo afghano, una richiesta costantemente respinta e respinta dai talebani.

Per migliorare la propria sicurezza, il governo pakistano ha finora sostenuto enormi costi militari e politici. Ciò ha ulteriormente messo a dura prova la fragile economia del Paese e ha obbligato politicamente il governo a corteggiare le fazioni etniche nelle aree tribali e i seminari religiosi per ottenere sostegno.

Inoltre, l’avvio di vaste operazioni militari a livello nazionale, in particolare nel Khyber Pakhtunkhwa e nel Belucistan, ha costretto il Pakistan a rafforzare i propri avamposti di sicurezza e difesa con aumenti di truppe, installazioni di barriere, acquisizioni di veicoli blindati antiproiettile, giubbotti anti-frammentazione, disturbatori di segnale per mine a detonazione remota e sistemi anti-drone; ciascuna misura ha comportato costi milionari per lo Stato pakistano. Contemporaneamente, per realizzare progetti economici in queste zone, sono state potenziate le forze di protezione e le attrezzature di sicurezza, estendendo le spese per la sicurezza al settore economico.

B: Iran

Il governo iraniano, pur mantenendo relazioni caute con i Talebani, ha assistito a un forte aggravamento delle sue preoccupazioni in materia di sicurezza. La presenza dell’ISIS nelle province orientali dell’Afghanistan, il dilagante traffico di stupefacenti, l’insicurezza di confine e le crisi migratorie hanno reso necessario un ingente stanziamento di risorse per proteggere il lungo confine tra Iran e Afghanistan. Scontri sparsi tra le forze talebane e le guardie di frontiera iraniane sottolineano la fragilità del panorama della sicurezza. Inoltre, l’impiego di gruppi estremisti da parte dei Talebani come strumenti di pressione indiretta ha posto l’Iran in uno stato di perenne allerta.

Le statistiche disponibili, tratte da rapporti attendibili , indicano che negli ultimi quattro anni, numerosi membri del personale iraniano addetto alle frontiere e alla sicurezza, in particolare nelle province del Sistan e del Baluchistan, sono stati presi di mira da gruppi apertamente stanziati in territorio afghano e supportati dai talebani, sia strutturalmente che operativamente. Entità terroristiche come Jaish al-Adl, insieme a organizzazioni criminali coinvolte nel traffico di stupefacenti e migranti (con basi arretrate sicure all’interno dell’Afghanistan), si scontrano con le forze di sicurezza iraniane quasi ogni pochi giorni, causando gravi perdite e danni.

Dopo la presa del potere da parte dei talebani, l’Iran – per la prima volta nella storia delle relazioni bilaterali di vicinato – ha deciso di costruire un muro lungo l’intero confine orientale di 921 chilometri con l’Afghanistan, a un costo enorme. I rapporti ufficiali iraniani stimano che questo muro di confine ammonterà ad almeno 3 miliardi di dollari. L’Iran propose per la prima volta un muro di sicurezza nel Sistan e nel Baluchistan nel 2000, durante il regime iniziale dei talebani; il piano fu accantonato dopo la loro cacciata e la formazione del nuovo governo. Con la rinascita dei talebani, il progetto si estese all’intera frontiera orientale, con un’attuazione accelerata.

Dal 2022, l’Iran ha costruito nuovi avamposti di sicurezza lungo il suo confine orientale e ha moltiplicato le pattuglie di frontiera. Queste misure derivano interamente dalle persistenti preoccupazioni in materia di sicurezza nei confronti dell’Afghanistan controllato dai talebani, apprensioni che, nell’arco di quattro anni, hanno profondamente alterato le dinamiche di sicurezza bilaterali , generando un persistente disagio iraniano.

Oltre all’aumento delle spese per la sicurezza, il governo dei Talebani impone costi politici all’Iran. Il gruppo ha drasticamente ridotto due strumenti fondamentali della politica estera iraniana (la lingua persiana e la fede sciita), privando Teheran di qualsiasi leva per manovre politiche all’interno dell’Afghanistan volte a promuovere o mantenere i legami. L’Afghanistan, a lungo considerato la culla della lingua persiana e patria di luminari come Rumi, Sanai e Rabia Balkhi, fungendo da ponte culturale e di collegamento fondamentale tra i due stati, è degenerato al punto che alti funzionari talebani, durante le visite in Iran, richiedono l’ intervento di traduttori per comunicare con le autorità iraniane.

Nonostante queste preoccupazioni, l’Iran apparentemente non intravede alcuna alternativa praticabile, preferendo il governo dei talebani a un vicino che promuova lo stato di diritto, la democrazia e le libertà civili, temendo che la promozione dei valori occidentali possa incitare un cambio di regime iraniano o la penetrazione occidentale nelle sue vicinanze. Ciononostante, questo ottimismo si trasformerà sicuramente in un grave ostacolo per l’Iran in un futuro non troppo lontano.

C: Cina

La Cina, la prima ad aver elevato i legami politici con i Talebani al livello di ambasciatori, ha apparentemente ampliato l’impegno economico e politico, ma nutre forti preoccupazioni in materia di sicurezza. Pechino teme che l’Afghanistan si trasformi in una base per il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, un pericolo diretto per lo Xinjiang (Turkestan Orientale), la sua provincia nord-occidentale a maggioranza musulmana. Di conseguenza, la Cina ha intensificato gli investimenti in sicurezza in Asia centrale, in particolare in Tagikistan, e le collaborazioni di intelligence regionali. Questi passi rivelano che la pretesa dei Talebani di “non minacciare gli altri” non è convincente per Pechino.

Nelle recenti ristrutturazioni dell’Esercito Popolare di Liberazione, la Cina ha dislocato un corpo chiave vicino al confine tra Afghanistan e Tagikistan nello Xinjiang, istituendo al contempo un centro militare congiunto all’interno del territorio del Tagikistan, a soli 12 chilometri dal corridoio del Wakhan in Afghanistan, per rafforzare le difese del confine.

La Cina non solo ha fortificato il suo confine afghano, il confine terrestre più corto con qualsiasi stato, circa 90 km nel corridoio del Wakhan, ma ha anche supportato il Tagikistan nella costruzione di numerosi nuovi avamposti per la sicurezza del confine.

Nonostante questi sforzi, almeno cinque cittadini cinesi sono stati recentemente presi di mira e uccisi in territorio afghano nelle zone di confine tagike, spingendo l’ambasciata cinese a sollecitare aziende e personale ad abbandonare la zona di frontiera tra Tagikistan e Afghanistan, una battuta d’arresto che ostacola i progetti minerari ed economici congiunti tra Cina e Tagikistan. Nel frattempo, contraddicendo le affermazioni dei talebani sulla sicurezza nazionale, si sono verificati ulteriori attacchi contro cittadini cinesi all’interno dell’Afghanistan.

Le interruzioni di importanti progetti di costruzione di strade e attività minerarie nel Tagikistan meridionale – il secondo programma economico prioritario della Cina dopo il Corridoio Economico Cina-Pakistan ( CPEC ) – hanno dovuto affrontare gravi sfide alla sicurezza riconducibili a minacce di origine afghana, facendo lievitare i costi di sicurezza del progetto. Per salvaguardare il personale del CPEC, la Cina ha donato veicoli blindati e giubbotti antiproiettile alla polizia di Khyber Pakhtunkhwa, con un ulteriore esborso economico. Tuttavia, il progetto rimane pericolosamente esposto in numerosi settori, ritardandone il completamento di anni.

D: Tagikistan

Il Tagikistan è tra i paesi della regione che più criticano i talebani. Dushanbe, allarmata dagli estremisti affiliati al Tagikistan – in particolare dal Jamaat Ansarullah (Talebani tagiki) – in Afghanistan e dai rischi di ricadute dell’insicurezza, ha militarizzato pesantemente i suoi confini, ampliando gli accordi di sicurezza con Cina, Russia e altri paesi selezionati. L’aumento delle esercitazioni militari e il dispiegamento di equipaggiamenti pesanti alla frontiera sono un esempio lampante del pesante tributo alla sicurezza imposto dalla presenza dei talebani.

I miei esami rivelano che il Tagikistan ha eretto almeno 172 avamposti di sicurezza di confine e basi di supporto lungo il confine afghano, molti dei quali dopo la presa del potere da parte dei talebani. Dato il territorio prevalentemente montuoso e impervio, l’accesso a questi siti e l’esecuzione dei pattugliamenti hanno richiesto chilometri di nuove strade, con conseguenti ingenti spese accessorie per la sicurezza di confine. (Questi conteggi si basano su immagini pubblicamente disponibili e devono essere interpretati come stime.)

Negli ultimi quattro anni, il Tagikistan ha condotto numerose esercitazioni militari indipendenti e congiunte con gli stati membri dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva ( CSTO ), nonché esercitazioni separate con Russia , Uzbekistan e Cina e Uzbekistan, lungo il confine con l’Afghanistan. Queste manovre hanno imposto notevoli oneri finanziari al governo tagiko.

Nello stesso periodo, molteplici attacchi armati e scontri di confine provenienti dal territorio afghano hanno preso di mira le forze tagike. Nelle ultime settimane, almeno due di questi incidenti – che hanno coinvolto attacchi con droni e fuoco diretto dall’Afghanistan – sono penetrati nel territorio tagiko, causando vittime tra cui la morte di cinque cittadini cinesi. Le forze di sicurezza tagike hanno inoltre segnalato ripetuti tentativi di contrabbando di stupefacenti dall’Afghanistan, incluso l’uso di droni per il traffico transfrontaliero.

In risposta a questi crescenti incidenti di sicurezza, il Tagikistan ha richiesto supporto militare e assistenza ai suoi alleati, in particolare agli stati membri della CSTO , per rafforzare la protezione del suo confine afghano.

E: Uzbekistan e altri stati dell’Asia centrale

Uzbekistan, Turkmenistan, Kazakistan e Kirghizistan hanno adottato una duplice posizione nei confronti dei talebani: impegno economico e interessi commerciali, insieme a fortificazioni di sicurezza. I timori di infiltrazioni estremiste, traffico di stupefacenti e instabilità regionale hanno spinto ad aumentare i budget per la sicurezza e ad ampliare le collaborazioni antiterrorismo.

L’Uzbekistan mantiene almeno 70 avamposti di confine e basi di supporto afghane, molti dei quali creati o rafforzati negli ultimi quattro anni in seguito a minacce, a costi enormi.

Dopo l’arrivo dei talebani, diversi attacchi di origine afghana, principalmente da parte dell’ISIS, hanno preso di mira l’Uzbekistan; le forze di sicurezza hanno spesso segnalato l’intercettazione di spedizioni di droga di provenienza afghana .

Le mie analisi degli incidenti di sicurezza in Uzbekistan nell’arco di tre anni documentano molteplici identificazioni e arresti di radicali affiliati all’ISIS-K, al Movimento Islamico dell’Uzbekistan, al Battaglione Imam Bukhari/Katibat e al Battaglione Tawhid wal Jihad. In uno dei casi più eclatanti, le autorità uzbeke hanno riferito di aver scoperto un vasto gruppo guidato da una donna di 19 anni che aveva giurato fedeltà all’ISIS-Khorasan e che stava presumibilmente pianificando atti di sabotaggio.

Nello stesso periodo, il governo uzbeko ha anche annunciato la scoperta di diverse scuole religiose clandestine che fornivano istruzione radicale a bambini e adolescenti, accusando i soggetti coinvolti di tentare di diffondere l’estremismo religioso.

Secondo i dati disponibili e una conversazione con un venditore del mercato congiunto afghano-uzbeko di Termez, la sicurezza uzbeka, nonostante il sostegno ufficiale al mercato, tratta tutti gli afghani con sospetto, sorvegliando i visitatori del mercato dall’ingresso all’uscita. “Perquisiscono i nostri negozi in qualsiasi momento, controllando ripetutamente i prodotti importati dall’Afghanistan”, ha osservato.

Dopo gli attacchi terroristici in Tagikistan, le preoccupazioni per la sicurezza in Asia centrale sono aumentate vertiginosamente. Il Kirghizistan, nonostante la distanza dall’Afghanistan, sta erigendo costosi muri di recinzione lungo i confini meridionali tra Uzbekistan e Tagikistan. Pochi giorni fa, il Capo della Sicurezza di Stato, il Maggiore Generale Kamchybek Tashiev, nonché Vice Primo Ministro, ha ispezionato le recinzioni. progressi, ordinando l’accelerazione della chiusura completa del confine meridionale entro il 2026, spinta dalle minacce regionali che comportano costi elevati per questo piccolo Stato.

Il Kirghizistan considera il crescente estremismo religioso una grave minaccia, e negli ultimi anni ha effettuato numerosi arresti per affiliazioni terroristiche ed estremismo. Come l’Uzbekistan, segnala periodicamente arresti di madrase radicali nascoste.

Ciononostante, il Kirghizistan sta cercando di stabilire relazioni economiche con i talebani per facilitare lo scambio di informazioni sulla sicurezza e attuare misure di sicurezza preventive.

Il Turkmenistan, altro vicino afghano dell’Asia centrale, apparentemente – a causa del suo opaco ecosistema informativo – mostra un allarme minimo riguardo agli sviluppi in Afghanistan. Le immagini satellitari, tuttavia, rivelano nuove strutture di sicurezza di frontiera; nei forum regionali, ha definito l’instabilità afghana una minaccia per la sicurezza collettiva.

In sintesi, il regime talebano, contrariamente agli impegni di Doha, non ha né garantito la stabilità del Paese né quella regionale, ma ha catalizzato l’aumento dei costi per la sicurezza. A causa dell’incapacità o della riluttanza a tenere a freno i terroristi, i talebani hanno trasformato l’Afghanistan in un’arma geopolitica per estorcere denaro ai suoi vicini, sia politicamente che economicamente. In assenza di cambiamenti, le loro garanzie di sicurezza regionale rimangono una vuota retorica, con i vicini che pagano il conto. Precedenti globali, tra cui la recinzione di confine del Pakistan, dimostrano l’inefficacia di tali misure contro l’infiltrazione dell’estremismo. Le barriere fisiche possono in qualche modo limitare l’ingresso di individui; tuttavia, l’esperienza del Pakistan attesta persino un fallimento in questo senso, con resoconti mediatici di terroristi armati che violano ripetutamente muri, recinzioni e filo spinato tra Afghanistan e Pakistan.

[Trad. automatica]

Afghanistan: il Paese peggiore dove nascere donna

OPAWC Shelter for women, Kabul, Afghanistan

ANPI Nicola Grosa Il Blog, 24 novembre 2025 di Anna Santarello 

La “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” abbiamo pensato di dedicarla alle donne afghane. Lo abbiamo fatto chiedendo ad Anna Santarello, nostra iscritta e attivista del CISDA che ringraziamo di inviarci un articolo che descrivi la situazione odierna.

Essere donna in Afghanistan significa vivere ogni giorno in uno dei contesti più ostili del mondo. Dopo il ritorno al potere dei Talebani nell’agosto 2021 — o, meglio, dopo la vergognosa fuga degli Stati Uniti e dei loro alleati — le libertà femminili, già fragili negli anni precedenti, sono state travolte da un’ondata di politiche che hanno annullato diritti fondamentali e relegato metà della popolazione all’invisibilità forzata. In un Paese in cui circa 23 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria, donne e bambini sono i più esposti. Alle difficoltà di sopravvivenza si aggiunge la necessità di sottostare alle regole imposte dal regime, che entrano nella quotidianità condizionando ogni gesto e trasformando la paura in una presenza costante.

Il divieto di istruzione

Tra le restrizioni più dolorose c’è il divieto per le ragazze di frequentare la scuola media, superiore e l’università. In Afghanistan una bambina può studiare solo fino ai 10-11 anni: dopo di allora, il futuro si chiude davanti ai suoi occhi. Non si tratta solo dell’impossibilità di ottenere un titolo di studio: significa condannare
intere generazioni alla dipendenza economica, alla vulnerabilità e all’impossibilità di costruire una vita autonoma.

La cancellazione dalla vita pubblica

Le donne non possono lavorare nella maggior parte dei settori, né accedere a parchi, palestre e luoghi culturali. Non possono viaggiare da sole senza un mahram, un accompagnatore maschio della famiglia.
Sono state escluse anche dalle ONG locali e internazionali, privando il paese di insegnanti, infermiere, assistenti sociali e professioniste che per anni hanno sostenuto i servizi di base.

L’imposizione del velo e il controllo dei corpi

L’abbigliamento femminile è rigidamente regolato: burqa o hijab integrale sono obbligatori e la loro mancata osservanza può portare a punizioni, arresti o violenze. Il corpo delle donne diventa così terreno di controllo ideologico: nascosto, sorvegliato, disciplinato.

Matrimoni forzati e violenza domestica

Con il collasso del sistema giudiziario e il ritorno a forme di giustizia tradizionale, le donne non hanno più alcuna tutela contro matrimoni precoci, matrimoni forzati o violenza domestica. Le possibilità di chiedere aiuto o denunciare abusi sono praticamente nulle.

Una crisi umanitaria che colpisce soprattutto le donne

Nel mezzo della peggior crisi economica e alimentare degli ultimi decenni, le donne — soprattutto vedove e capifamiglia — sono le prime a soffrire la mancanza di cibo, cure mediche e mezzi di sostentamento. In molte famiglie, essere nate donne significa essere
le ultime a mangiare, le ultime a ricevere cure, le prime a morire.

Il blackout di Internet: l’ombra sull’ultimo spazio di libertà

A metà settembre 2025 il regime talebano ha iniziato a sospendere l’accesso alla fibra ottica in diverse province — tra cui Balkh, Baghlan, Kunduz, Badakhshan, Takhar — sostenendo la necessità di “prevenire l’immoralità”. Il 29 settembre, secondo Human Rights Watch, è iniziata una interruzione più ampia che ha coinvolto anche le reti mobili, portando la connettività sotto l’1%. Per moltissime donne, Internet non è solo una finestra sul mondo, ma un’ancora di
salvezza: uno spazio per studiare, lavorare, creare reti di solidarietà. Con il blackout, anche quest’ultima possibilità sta crollando.
Le autorità talebane parlano di tutela dei “valori morali”, ma molti osservatori internazionali leggono questa decisione come un ulteriore passo verso il totale controllo politico e sociale.
Dopo il 2021, l’accesso delle ragazze all’istruzione superiore è stato praticamente annullato. Di fronte ai divieti, migliaia di donne avevano trovato nell’online un’alternativa.
Con lo shutdown, però, anche le classi virtuali — per molte l’unica fonte di speranza — sono scomparse. Le comunità di sostegno, i gruppi di denuncia degli abusi, gli spazi sicuri di condivisione si stanno dissolvendo, lasciando un profondo senso di isolamento e
disperazione. Il blackout non è un incidente tecnico: è una nuova arma repressiva che colpisce con particolare durezza le donne, spegnendo l’ultimo spazio di autonomia, studio e voce.

Resistenza e speranza

Nonostante tutto, molte donne afghane continuano a protestare, a insegnare in scuole clandestine, a mantenere vivo un filo di resistenza. Le loro manifestazioni — spesso represse con violenza — sono atti di coraggio straordinario, testimonianze di una determinazione che nessun divieto riesce a spegnere.
Definire l’Afghanistan “il Paese peggiore dove nascere donna” non è
un’esagerazione retorica: è la fotografia di un presente durissimo, in cui nascere femmina significa essere private sin dall’infanzia della possibilità di costruire il proprio destino.

Ed è anche un appello alla responsabilità internazionale: perché finché una donna non sarà libera in Afghanistan, nessuna conquista potrà dirsi davvero completa.

L’Afghanistan sta per subire un cambio di regime?

Aditi Bhaduri, AWAZ The Voice, 9 dicembre 2025

Un cambio di regime è in atto in Afghanistan? Quattro anni dopo la conquista di Kabul, i talebani hanno in qualche modo consolidato la loro presa sul Paese. Non sono rimaste quasi più sacche di resistenza. Gran parte dell’opposizione afghana è sparsa in tutto il mondo. La più concentrata è in Tagikistan, dove ha sede il leader del Fronte di Resistenza Nazionale, Ahmed Masood, figlio del defunto leader tagiko Ahmed Shah Massoud, più noto come il Leone del Panjshir, così come altri membri del Fronte come l’ex vicepresidente Amrullah Saleh.

Sebbene gran parte del dibattito recente abbia riguardato la costruzione di un governo inclusivo a Kabul, anche le voci su un cambio di regime stanno prendendo piede. Al momento in cui scriviamo, gli inviati speciali per l’Afghanistan di diversi paesi della regione si stanno incontrando a Teheran. Tra questi, il Pakistan, tutti e cinque i paesi dell’Asia centrale e la Russia.

L’India non vi partecipa; anche l’Afghanistan si è rifiutato di aderire. Anche l’attesissimo dialogo tra Pakistan e Talebani previsto per l’incontro non si sta svolgendo. Per l’Iran, la posta in gioco è alta, ma il conflitto in corso tra Pakistan e Talebani ha nuovamente messo in agitazione la regione. Anche Teheran ha accennato alla sua disapprovazione per la posizione di Kabul.

La maggior parte dei paesi vicini all’Afghanistan ha accettato l’inevitabilità del dominio talebano. L’unica eccezione, ironicamente, è il Pakistan, che ha creato e promosso i talebani. Molte delle insinuazioni sul cambio di regime hanno avuto origine da lì. Ma questa volta, il Pakistan potrebbe trovare alleati nei gruppi di opposizione afghani sparsi in tutto il Paese, così come in altri Paesi.

Le spinte per il ritorno americano

Tutto ebbe inizio con la richiesta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di consegnare la base aerea di Bagram agli americani ai talebani. Il presidente arrivò persino a minacciare che, se i talebani non avessero obbedito, “sarebbero successe cose brutte”. Poco dopo, sulla stampa americana iniziarono ad apparire articoli di autori afghani, che invocavano un cambio di regime e soluzioni per facilitare il ritorno della presenza americana nella regione.

Ad esempio, un articolo sul National Interest di Abdullah Khenjani, capo dell’ufficio politico del National Resistance Front, ha sostenuto che gli Stati Uniti dovrebbero rafforzare i “gruppi di resistenza” (come l’NRF), che era “un movimento di resistenza anti-talebano devoto ai principi democratici, composto principalmente da ex soldati afghani che hanno combattuto a fianco delle forze statunitensi e della coalizione contro i talebani e hanno continuato la lotta anche dopo il ritiro degli Stati Uniti e la caduta del governo repubblicano”.

Un altro articolo su Fair Observer, scritto da un ex diplomatico afghano, Ashraf Haidari, ha evidenziato che quasi il 70% della popolazione afghana necessita di assistenza umanitaria e ha attribuito la responsabilità della crisi ai Talebani. Ha sostenuto che “…gli aiuti da soli non possono risolvere una crisi radicata in un collasso sistemico. Senza riforme politiche ed economiche, la situazione non potrà che peggiorare… I Talebani non si riformeranno. Solo un significativo impegno esterno, diplomatico e strategico, può interrompere questo ciclo”.

Tali scritti sono un chiaro appello a un nuovo intervento esterno in Afghanistan. Ma se fino ad ora erano appelli velati all’intervento degli Stati Uniti in Afghanistan, da allora sono diventati più espliciti. In una lettera aperta al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il generale Abdul Raqib Mubariz, ex comandante in capo delle forze di sicurezza afghane, ha scritto che molti ex militari afghani, ora rifugiati negli Stati Uniti, non desiderano rimanere in esilio e preferiscono tornare a combattere per la liberazione del loro Paese.

Condannando il recente attacco compiuto da un sospetto afghano a Washington, DC, l’ex comandante ha sottolineato che simili incidenti non dovrebbero essere attribuiti alla più ampia comunità afghana, il cui obiettivo non era quello di rimanere negli Stati Uniti, ma di vedere Washington svolgere un ruolo nel garantire la libertà dell’Afghanistan.

Mubariz ha inoltre scritto che questa volta la battaglia non richiederà la presenza di soldati americani sul campo, affermando che gli afghani hanno bisogno solo di supporto materiale e politico e sono in grado di combattere per la propria libertà. Ha esortato Trump a sostenere gli afghani che cercano di riconquistare il loro Paese.

L’opposizione riunita

E ora le parole si sono trasformate in azioni. All’inizio di dicembre, membri dei partiti di opposizione afghani – l’Afghanistan Freedom Front, il National Resistance Front, gruppi femminili e attivisti della società civile – si sono incontrati a Bruxelles con gli Stati membri dell’UE e i funzionari delle istituzioni dell’UE. L’incontro è stato facilitato da Independent Diplomat e dalla Fondazione Europea per la Democrazia.

Sebbene pochi dettagli sull’incontro siano di pubblico dominio, un rapporto afferma che gli organizzatori sperano che l’avvio di un “importante dialogo politico” contribuisca a trovare soluzioni alle crisi politiche, di sicurezza e umanitarie dell’Afghanistan. Si può solo immaginare di cosa si siano discussi.

Ancora più insidioso, nel fine settimana, l’Afghanistan Freedom Front (AFF) ha dichiarato di aver ucciso tre combattenti talebani in un attacco di guerriglia a Fayzabad, capoluogo della provincia di Badakhshan. L’AFF è un movimento armato di opposizione ai talebani, emerso dopo il ritorno del gruppo al potere, il cui obiettivo dichiarato è la resistenza armata contro i talebani e l’istituzione di un sistema politico diverso in Afghanistan.

Si dice che sia composto da ex militari e oppositori politici dei talebani. In una dichiarazione, il gruppo ha affermato che l’attacco ha preso di mira un’unità di riserva talebana e ha ferito un altro membro. Non ci sono stati commenti da parte dei talebani in merito.

Il Badakhshan è la regione in cui sono stati sferrati due attacchi contro lavoratori cinesi impegnati in progetti infrastrutturali nel vicino Afghanistan. Il Tagikistan, che ha resistito più a lungo nei rapporti con i talebani, aveva appena iniziato a normalizzare i rapporti con quest’ultimo. Gli attacchi, naturalmente, hanno contribuito a indebolire le relazioni bilaterali.

Tutti questi sviluppi indicano i piani per destabilizzare il governo talebano. E questa volta, l’opposizione afghana, che da tempo riteneva il Pakistan responsabile dell’ascesa dei talebani, sta trovando una causa comune con esso.

Vista dall’India…

Il Pakistan ha collaborato sia con la NRF che con l’AF e ha ospitato diversi gruppi di opposizione afghani a Islamabad in ottobre. Nello stesso periodo, il primo ministro talebano, il mullah Amir Khan Muttaqi, ministro degli Esteri talebano, ha visitato Delhi. Tam Hussein di New Lines Magazine, citando fonti militari pakistane, “…il Rubicone è stato attraversato quando il ministro degli Esteri talebano, Amir Khan Muttaqi, ha visitato Delhi ed è stato fotografato insieme al suo omologo indiano Subrahmanyam Jaishankar…”. Hussein scrive, citando fonti, che “…con i talebani che coltivano legami più stretti con l’India, Islamabad sta già pianificando un cambio di regime…”

Fu durante la visita di Muttaqi a Delhi che scoppiarono le ostilità tra Afghanistan e Pakistan, con il Pakistan che lanciò attacchi aerei all’interno dell’Afghanistan. Da allora, le ostilità sono continuate incessantemente.

Ora, un terzo ministro talebano, Noor Jalal Jalali, responsabile del Ministero della Salute Pubblica, ha recentemente visitato Delhi, e tutte e tre le visite si sono susseguite rapidamente. Il cambio di regime in Afghanistan potrebbe quindi assumere maggiore urgenza, soprattutto alla luce dell’allarme lanciato dall’India secondo cui l’Operazione Sindoor non è ancora terminata.

L’India può sicuramente svolgere un ruolo positivo. Oltre al suo sostegno umanitario al popolo afghano, l’India può certamente, in modo discreto, incoraggiare i talebani a creare un governo inclusivo e di ampia base, che contribuirebbe notevolmente a consolidare la sua posizione in Afghanistan.

I rimpatri forzati nell’Afghanistan dei talebani devono cessare immediatamente!

Amnesty International, 19 dicembre 2025

Tutti i rimpatri forzati di rifugiati e richiedenti asilo in Afghanistan devono cessare immediatamente, ha affermato Amnesty International, poiché gli ultimi dati delle Nazioni Unite hanno rivelato che Iran e Pakistan, da soli, hanno espulso illegalmente oltre 2,6 milioni di persone nel Paese quest’anno. Circa il 60% di coloro che sono stati rimpatriati sono donne e bambini. Migliaia di altri sono stati espulsi dalla Turchia e dal Tagikistan.

Queste cifre emergono mentre i talebani intensificano i loro attacchi ai diritti umani, con effetti devastanti soprattutto su donne e ragazze, e il paese rimane in preda a una crisi umanitaria, ulteriormente aggravata dalla recente serie di disastri naturali.

L’aggravarsi della crisi umanitaria in Afghanistan aumenta il rischio reale di gravi danni per i rimpatriati e sottolinea gli obblighi vincolanti di non respingimento degli Stati ai sensi del diritto internazionale consuetudinario, che proibisce il rimpatrio forzato di chiunque in un luogo in cui corre un rischio reale di gravi violazioni dei diritti umani.

Quest’anno, anche gli stati europei hanno intensificato gli sforzi per rimpatriare forzatamente gli afghani; i media riportano che Germania , Austria e Unione Europea stanno negoziando con le autorità de facto talebane per facilitare i rimpatri forzati.

“Nonostante la ben documentata repressione dei diritti umani da parte dei talebani, molti stati, tra cui Iran, Pakistan, Turchia, Tagikistan, Germania e Austria chiedono a gran voce di deportare gli afghani in un paese in cui le violazioni, in particolare contro donne, ragazze e voci di dissenso, sono diffuse e sistematiche. Questo senza nemmeno menzionare la terribile e profonda crisi umanitaria, con oltre 22 milioni di persone – quasi metà della popolazione del paese – bisognose di assistenza”, ha dichiarato Smriti Singh, direttrice regionale di Amnesty International per l’Asia meridionale.

“Questa corsa al rimpatrio forzato in Afghanistan ignora le ragioni per cui sono fuggiti e i gravi pericoli che corrono se vengono rimpatriati. Dimostra un chiaro disprezzo per gli obblighi internazionali degli Stati e viola il principio vincolante di non respingimento”.

Sotto il regime talebano, donne e ragazze vengono sistematicamente eliminate dalla vita pubblica. È loro vietato l’accesso all’istruzione oltre i 12 anni, viene negata loro la libertà di movimento e di espressione e non è consentito loro di lavorare con le Nazioni Unite, le ONG o negli affari di Stato, salvo casi eccezionali come la sicurezza aeroportuale, l’istruzione primaria e l’assistenza sanitaria. Anche coloro che lavoravano per il precedente governo – in particolare i membri delle Forze di Difesa e Sicurezza Nazionale afghane (ANDSF) – o coloro che criticano le politiche draconiane dei talebani, inclusi difensori dei diritti umani e giornalisti, subiscono continue e severe rappresaglie.

Amnesty International ha condotto 11 interviste a distanza: sette con persone costrette a tornare in Afghanistan dall’Iran e dal Pakistan e quattro con rifugiati e richiedenti asilo afghani a rischio di espulsione immediata dall’Iran e dal Pakistan, tra luglio e novembre 2025. Una delle quattro intervistate, temendo l’arresto da parte dei talebani, è riuscita a tornare nel Paese da cui era stata espulsa.

Attacchi contro ex dipendenti pubblici

A seguito dei recenti scontri transfrontalieri con i talebani, il Pakistan ha intensificato gli sforzi per espellere i rifugiati afghani. Nel frattempo, in Iran, almeno 2,6 milioni di afghani sono stati registrati nel 2022 per la protezione temporanea e l’accesso ai servizi di base, tra cui istruzione pubblica, permesso di lavoro e assistenza sanitaria statale, tramite un documento di “conta”.

Tuttavia, il 12 marzo 2025 il Centro iraniano per gli affari dei cittadini stranieri e dell’immigrazione, che dipende dal Ministero degli Interni, ha annunciato che i documenti di “conta” per gli afghani sarebbero scaduti automaticamente dall’inizio dell’anno 1404 del calendario iraniano (corrispondente al 21 marzo 2025) e che l’accesso ai servizi socioeconomici sarebbe stato interrotto.

Le espulsioni di massa da parte delle autorità iraniane sono aumentate in seguito all’escalation delle ostilità tra Israele e Iran nel giugno 2025 e, tra luglio e ottobre 2025, oltre 900.000 afghani sono stati espulsi illegalmente dall’Iran, su 1,6 milioni tra gennaio e ottobre 2025.

Shukufa* ha lavorato con l’ex governo afghano e presso un’organizzazione internazionale prima della presa del potere da parte dei talebani nell’agosto 2021. È fuggita in Iran all’inizio del 2022, ma è stata rimpatriata forzatamente pochi mesi dopo, alla scadenza del suo visto. Subito dopo il ritorno, è fuggita in Pakistan, dove è riuscita a registrarsi per l’asilo presso l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Ma nel giugno 2025, la polizia ha fatto irruzione nella sua casa ed è stata deportata in Afghanistan insieme ai suoi familiari.

Ha descritto la situazione sotto i talebani: “Non possiamo uscire liberamente di casa… non ci sono opportunità di lavoro. Le scuole femminili sono chiuse. Non ci sono opportunità di lavoro. Noi [come ex funzionari governativi e attiviste] non possiamo andare direttamente negli uffici gestiti dai talebani per paura di essere riconosciute”.

Diversi ex funzionari governativi, membri delle ex forze di sicurezza e attivisti che hanno parlato con Amnesty International hanno dichiarato di vivere nella paura e di non poter tornare nelle loro province o nelle loro precedenti residenze a causa del loro passato lavoro e attivismo. Nonostante l’annuncio di un’amnistia generale per coloro che hanno lavorato sotto il precedente governo, i talebani hanno costantemente preso di mira ex funzionari governativi e membri delle forze di sicurezza e di difesa con arresti arbitrari, torture, detenzioni illegali ed esecuzioni extragiudiziali.

Questi abusi sono continuati, anche nei confronti di individui rimpatriati forzatamente. La Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) ha documentato 21 casi di arresti arbitrari, torture e maltrattamenti, insieme all’uccisione di 14 ex membri del personale di sicurezza e difesa solo tra luglio e settembre 2025. Il 21 novembre, un organo di stampa afghano operante dall’estero ha riferito che i talebani avevano arrestato cinque ex membri del personale di sicurezza che erano stati deportati dall’Iran e si stavano dirigendo verso la loro provincia d’origine, il Panjshir.

Shukufa*, che ha lavorato con il precedente governo, ha dichiarato: “Non posso tornare nel posto in cui vivevo prima. C’è qualcun altro che vive nella stessa casa. Abbiamo affittato una casa in un’altra zona… Mio marito lavorava nelle agenzie di sicurezza. Anche lui teme per la sua sicurezza”.

Gull Agha*, che lavorava nelle agenzie di sicurezza e difesa prima dell’agosto 2021, è stato costretto a tornare dall’Iran nell’aprile 2025 dopo che il suo documento di “conta dei dipendenti” è stato dichiarato scaduto. Ha affermato che i funzionari iraniani avevano affermato che lui e altri cittadini afghani avrebbero potuto rientrare in Iran richiedendo visti di lavoro presso il consolato e l’ambasciata iraniani in Afghanistan, senza riconoscere i gravi rischi che Gull Agha e altri come lui avrebbero affrontato se fossero tornati in Afghanistan.

Ha affermato: “Sebbene ci abbiano detto che (in Afghanistan) possiamo rivolgerci al consolato iraniano per un visto di lavoro, poiché sono un ex agente di sicurezza, non posso andare a richiedere un passaporto [afghano] all’ufficio passaporti. Contiene tutti i miei dati biometrici”.

Ha anche affermato che a coloro che si erano rivolti al consolato iraniano era stato detto che non esisteva alcun programma di “visto di lavoro”.

Nell’agosto 2025, un’indagine dell’UNHCR ha rilevato che l’82% dei rimpatriati era indebitato a causa dello sfollamento, della mancanza di lavoro e dei prestiti contratti per soddisfare i bisogni primari al momento dell’arrivo in Afghanistan.

Persecuzione di donne e ragazze

Nonostante siano vittime di alcune delle peggiori discriminazioni di genere al mondo – che equivalgono al crimine contro l’umanità della persecuzione di genere – donne e ragazze vengono deportate in massa in Afghanistan. Secondo le stime delle Nazioni Unite, fino a giugno 2025, metà delle persone deportate dal Pakistan e il 30% delle persone deportate dall’Iran  erano donne e ragazze.

L’attivista per i diritti delle donne Sakina* è fuggita in Pakistan dopo la presa del potere da parte dei talebani nel 2021, ma è stata rimpatriata con la forza nel settembre 2025, nonostante fosse registrata presso l’UNHCR e inserita in un programma di reinsediamento umanitario degli Stati Uniti.

I talebani arrestarono e picchiarono due volte i membri della famiglia di Sakina per rivelare dove si trovasse. Al suo ritorno in Afghanistan, si trasferì in un’altra provincia prima di fuggire nuovamente dal Paese.

“Non sono uscita di casa durante il mio soggiorno in Afghanistan. Le donne hanno paura dei talebani. Ho sentito che [la speranza] era morta nelle persone a causa della paura dei talebani.”

Tutti gli Stati devono immediatamente porre fine ai rimpatri forzati e rispettare i propri obblighi di non respingimento previsti dal diritto internazionale. Non farlo significa ignorare i gravi pericoli che gli afghani affrontano e ignorare le proprie responsabilità legali e morali. Gli Stati devono inoltre ampliare e accelerare le rotte di reinsediamento e riconoscere i difensori dei diritti umani afghani, le donne e le ragazze, gli ex funzionari, i giornalisti e altre persone a rischio maggiore, come rifugiati prima facie”, ha affermato Smriti Singh.

* I nomi sono stati cambiati per proteggere l’identità

 

Un campo pieno di uomini, una donna straniera e nessuna donna afghana


شفق همراه Kiyomars Samadi, 15 dicembre 2025
La presenza di Maulvi Amir Khan Muttaqi, ministro degli Esteri dei Talebani, nel campo di gara del Buzkashi [Gioco praticato in Afghanistan, in cui squadre di cavalieri avversarie si contendono il possesso della carcassa decapitata di una capra] in uno degli stadi di Kabul, insieme a diversi diplomatici stranieri, tra cui Veronika Boskovic-Pohar, incaricata d’affari dell’UE in Afghanistan, è più uno “spettacolo politico calcolato” che un evento sportivo o culturale, uno spettacolo che i Talebani stanno cercando di usare per ottenere legittimità, normalizzare lo status quo e tenere nascoste le attuali atrocità nella società.

I Talebani sono interessati al Buzkashi non per interesse personale ma per la sua funzione simbolica e tradizionale. Tutti sanno che il Buzkashi è uno sport radicato in tradizioni rurali, patriarcali e apparentemente violente (secondo i critici, ovviamente); uno sport il cui pubblico principale è maschile e che ha scarso appeal per le nuove generazioni, soprattutto le donne.

I Talebani si ritrovano perfettamente in questo tipo di cultura tradizionale, una cultura che è coerente con l’esclusione delle donne, la negazione della diversità sociale e l’attuazione di una politica di controllo sulla vita dei cittadini. Al contrario, gli sport popolari tra i giovani – sia ragazze che ragazzi – come calcio, pallavolo, futsal, corsa, boxe ecc. sono completamente vietati o praticamente fuori dalla portata delle donne.

Mettendo in risalto il Buzkashi, i Talebani investono consapevolmente in una cultura rurale e patriarcale, che costituisce la loro base sociale. Sostenere il Buzkashi è un tentativo di compiacere le classi rurali e tradizionali, mentre i Talebani non sono riusciti ad attrarre le generazioni urbane, istruite e più giovani.

Una mossa teatrale

In questo contesto, la presenza di Muttaqi sul campo è una mossa teatrale: dimostrare che i funzionari talebani sono tra la gente e non hanno paura di stare in pubblico, ma rappresenta una chiara contraddizione dei Talebani, che accettano lo sport non come un diritto sociale fondamentale, ma come uno strumento ideologico. Cioè lo sport è permesso ovunque possa presentare un’immagine innocua, tradizionale e maschile della società, ed è proibito e represso, con il pretesto del pericolo di “diffondere la sedizione” e “togliere il velo”, quando preveda la presenza delle donne, della libera competizione e della vitalità delle giovani generazioni.

Anche la presenza di diplomatici stranieri che assistono alla gara di Buzkashi fa parte di questo progetto teatrale. I talebani vogliono dire: “Guardate, sono arrivati ​​i diplomatici stranieri, quindi la sicurezza è garantita e siamo accettati, o dovremmo essere accettati”.

Ma la realtà è che pochi diplomatici – ognuno con giubbotti antiproiettile – che assistono a una scena controllata e protetta non significa garantire realmente la sicurezza pubblica. Sicurezza significa che i cittadini afghani – uomini e donne – possono andare a scuola, all’università, allo stadio e al lavoro senza paura. Significa che le donne afghane possono sedersi tranquillamente nello stesso stadio dove i diplomatici stranieri siedono accanto ai talebani. È chiaro che questo non accadrà finché i talebani saranno al potere.

Il luogo giusto e appropriato per la presenza dei diplomatici stranieri è alle cerimonie di apertura di scuole, università, centri di formazione e progetti di emancipazione femminile: luoghi decisivi per il futuro del Paese. Se i Talebani credessero nell’istruzione, nella conoscenza e nel ruolo sociale delle donne potrebbero invitare i loro ospiti stranieri a tali spettacoli e celebrarli come una conquista.

Ma la realtà è che i Talebani non sono particolarmente interessati a tali cerimonie, perché non esiste una scuola o un’università in cui siano presenti ragazze e donne. Pertanto, quando arriva un ospite straniero lo portano sul campo di Buzkashi, un luogo compatibile con il pensiero tradizionale e ideologico dei Talebani e dove la questione della presenza femminile non è un problema rilevante.

Una “vetrina” per i talebani

La cosa più amara è la presenza di una donna straniera in mezzo a una folla di spettatori maschi, una presenza che i Talebani sfruttano sfacciatamente nella loro propaganda, usando la sua presenza come “vetrina” per nascondere la totale assenza di donne afghane.

I Talebani vogliono dire: “Guardate, c’è una donna straniera e può facilmente andare ovunque a Kabul”. Questo è vero, ma questa donna europea non rappresenta le donne afghane, che invece hanno perso il diritto di studiare, lavorare, viaggiare e persino di essere presenti in pubblico.

La scena presentata dai Talebani non è né un orgoglio né una conquista, ma una vergogna: uno stadio pieno di uomini, con una donna straniera liberamente presente, in un paese dove donne e ragazze sono confinate nelle loro case. Questa non è un’immagine di “progresso”, ma un’immagine di “discriminazione di genere”.

Ma ancora peggiore è vedere come i trucchi dei talebani siano efficaci: non si può negare che alcuni paesi e organizzazioni straniere, consapevolmente o inconsapevolmente, sono stati ingannati da tali dimostrazioni, interpretandole come un segno di normalizzazione della situazione.

Ci sono però anche paesi che hanno compreso l’essenza dei trucchi dei talebani e sanno benissimo che organizzare spettacoli come il Buzkashi con la presenza di una donna straniera non può giustificare o nascondere la continua oppressione delle donne afghane.

Purtroppo, per qualche ragione, questi stessi paesi preferiscono l’interazione con i talebani alla difesa dei diritti umani.