Abiti maschili: scudo per le ragazze afghane affamate

Shahryar, Shafaq Mobile, 28 marzo 2026
L’Afghanistan di oggi è una terra ferita, in cui donne e ragazze sono più che mai vittime. Non la guerra, né la siccità, ma l’apartheid di genere strutturato imposto dai talebani ha distrutto le fondamenta della vita di questa generazione. Ragazze che avrebbero potuto diventare medici, insegnanti o ingegneri, oggi sono costrette a lavorare indossando abiti maschili, solo per sopravvivere e procurare un pezzo di pane alle loro famiglie.
Indossare abiti maschili per le ragazze in Afghanistan non è più una scelta, ma uno scudo contro l’essere viste, contro la violenza, la privazione e la negazione dell’identità femminile.
Nelle strade, nei mercati e nei laboratori dell’Afghanistan, le ragazze non hanno infanzia né opportunità educative: la ricerca della sopravvivenza e di modi per proteggersi è l’unico percorso che devono seguire ogni giorno. Questa situazione è il risultato dell’apartheid di genere e della repressione sistematica delle donne.
I decreti restrittivi dei talebani, che hanno tolto alle ragazze e alle donne l’accesso all’istruzione e alla partecipazione diretta alla società, hanno rafforzato questa condizione. Quando una ragazza di 14 anni viene privata della scuola, quando le donne non possono lavorare e guadagnare, la società diventa una generazione spezzata e privata della propria identità.
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ToggleUna crisi identitaria e di genere
La crisi che oggi affrontano donne e ragazze in Afghanistan non è solo economica, ma anche identitaria e di genere. Sono costrette a nascondere la propria identità, a limitare il loro ruolo umano e sociale e, in alcuni casi, a vivere con abiti maschili per non essere riconosciute.
Ogni “abito maschile” è una copertura di emergenza per un’identità femminile repressa e negata dal sistema dominante.
Quando i bambini scendono in strada
In uno degli ultimi casi, un video di confessione forzata di una ragazza nella provincia di Helmand è diventato pubblico. La ragazza si presenta come “Nuriya”, figlia di Mohammad Gul, originaria di Ghor.
Nel video afferma di vivere nel villaggio di Zargun, nel distretto di Nad Ali (Helmand), e spiega che dopo la morte del padre è stata costretta a indossare abiti maschili e lavorare in un caffè per sostenere la famiglia.
Dopo aver scoperto la sua identità, i talebani l’hanno arrestata e, secondo alcune fonti, anche torturata e imprigionata.
Attivisti per i diritti umani hanno definito il suo arresto un chiaro esempio di violazione della dignità umana, violenza di genere, abuso di potere illegale.
Sui social, molti utenti hanno definito Nuriya un’eroina e simbolo di coraggio. Un utente ha persino creato una storia immaginaria con l’intelligenza artificiale, in cui si legge: “Il mio nome è Nuriya, ma l’ho nascosto per anni… la gente mi chiama Nur Mohammad… il giorno in cui ho tagliato i miei capelli, non sono caduti solo i miei capelli, ma anche i miei sogni.”
La storia di Nuriya non è solo la storia di una ragazza, ma il riflesso di una realtà vissuta da molte donne e ragazze afghane.
Povertà strutturale: sopravvivere è una colpa?
Dopo il ritorno dei talebani al potere nel 2021, l’economia afghana ha subito un crollo senza precedenti, spingendo oltre metà della popolazione nella povertà e nell’insicurezza alimentare.
Senza reddito, centinaia di migliaia di bambini — soprattutto ragazze — sono costretti a lavorare per salvare le loro famiglie dalla fame.
Questa situazione, insieme all’aumento dei matrimoni precoci, priva i bambini della loro infanzia e li intrappola in un ciclo infinito di sfruttamento.
Prima del ritorno dei talebani, le donne costituivano quasi un terzo della forza lavoro; oggi la loro partecipazione è crollata drasticamente, privando l’economia di metà del suo potenziale.
Questa povertà non è casuale: è strutturata e legata alle politiche sociali e culturali dei talebani, tra cui: il divieto di lavoro per le donne, le restrizioni alla mobilità, il controllo rigido sull’abbigliamento e sulla presenza nello spazio pubblico.
Una sofferenza quotidiana che genera altra povertà
Oltre un terzo dei bambini in Afghanistan è costretto a lavorare, incluse molte ragazze.
Senza istruzione e competenze, queste ragazze non hanno futuro. Il sistema le costringe a “diventare uomini” per sopravvivere: piccoli “uomini” che combattono ogni giorno contro la povertà e le minacce.
In diverse province, ragazze minorenni indossano abiti maschili all’alba per lavorare nelle strade e nei laboratori, tornando a casa la sera con i piedi feriti.
Non sono storie lontane: sono realtà quotidiane.
Donne e ragazze: una crisi umana e identitaria
Sotto il dominio dei talebani, donne e ragazze non solo sono private dei loro diritti fondamentali, ma devono nascondere la propria identità per sopravvivere.
L’abito maschile è diventato un simbolo di emergenza per proteggere l’identità femminile.
Questa crisi non riguarda solo scuola o lavoro: è una crisi profonda che colpisce l’intera società e avvelena il futuro.
Le ragazze costrette oggi a lavorare travestite non avranno competenze, un ruolo sociale e nemmeno il ricordo di un’infanzia libera. Solo sofferenza.
Molte donne, un tempo insegnanti o medici, oggi sono depresse, disperate e prive di identità.
Una generazione a rischio
La privazione dell’istruzione equivale a una “morte lenta” per un’intera generazione. Prima dei talebani, oltre 3,7 milioni di bambini erano già esclusi dalla scuola. Oggi la situazione è peggiorata drasticamente, dato che alle ragazze è vietata l’istruzione oltre la sesta classe. Questo consolida la povertà e blocca lo sviluppo dell’intera società.
Conclusione
La condizione di donne e ragazze in Afghanistan è il grido silenzioso di una generazione. “Gli abiti maschili sono lo scudo delle ragazze affamate” non è uno slogan, ma la realtà di una generazione costretta a lavorare, rinunciare all’istruzione e nascondere la propria identità per sopravvivere.
Se l’apartheid di genere continuerà, l’Afghanistan perderà per sempre una generazione di talenti, sogni e vite umane.

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