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Afghanistan. Le sanzioni bastano?

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Redazione, CISDA, 2 aprile 2026

Il 10 marzo il Comitato per le sanzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha aggiornato l’elenco dei membri e dei funzionari di alto livello dei talebani soggetti a misure restrittive, in base alla Risoluzione 1988 del 2011. Tale risoluzione istituisce un regime sanzionatorio specifico contro i talebani e individui o gruppi associati, che comprende il congelamento dei beni, il divieto di viaggio e l’embargo sulle armi. Il Comitato ha inoltre deciso di prorogare di un anno il mandato dell’organo incaricato di monitorare l’attuazione delle sanzioni.

Un governo quasi interamente sanzionato

L’elenco aggiornato comprende 22 funzionari talebani, tra cui 14 membri dell’esecutivo, inclusi il primo ministro Mohammad Hassan Akhund e diversi ministri chiave responsabili degli interni, degli affari esteri, dell’economia, della difesa, dei trasporti, dell’istruzione e degli affari religiosi. Accanto ai vertici governativi figurano anche figure strategiche come il capo dell’intelligence e altri responsabili amministrativi e provinciali.

In sostanza, quasi l’intero governo talebano è soggetto a sanzioni, ma non il leader supremo Hibatullah Akhundzada, pur essendo il principale responsabile della politica afghana.

Come nasce il regime sanzionatorio

Le prime misure del Comitato per le sanzioni risalgono al 1999, quando furono imposte sanzioni al regime talebano per il sostegno ad al-Qaeda e per il rifiuto di consegnare Osama bin Laden.

Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e l’intervento militare della coalizione internazionale, le misure furono progressivamente riorientate verso individui e gruppi legati al terrorismo, con l’obiettivo di colpire reti specifiche anziché l’economia afghana nel suo complesso.

Per due decenni, quindi, l’Afghanistan è rimasto formalmente sotto un regime di sanzioni selettive, beneficiando al contempo di ingenti aiuti esteri e di un certo accesso al sistema finanziario globale.

La svolta è arrivata nell’agosto 2021, con il ritorno dei talebani al potere: gli Stati Uniti, l’Unione europea e altri Paesi hanno congelato miliardi di dollari di riserve della banca centrale afghana e interrotto gran parte dei flussi finanziari, paralizzando il sistema bancario e limitando drasticamente le relazioni economiche internazionali.

Perché i talebani sono sanzionati oggi

Sebbene il principale motivo alla base dell’introduzione del regime sanzionatorio nei confronti dei talebani è stato il loro rifiuto di consegnare Osama bin Laden, le misure continuano a essere applicate poiché i talebani, sostenendo o tollerando gruppi armati e jihadisti, sono accusati di rappresentare una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale, contribuendo alla destabilizzazione dell’Afghanistan e dell’intera regione.

Dopo il ritorno dei talebani al potere nel 2021, le sanzioni sono state mantenute anche in ragione delle gravi violazioni dei diritti umani, tra cui la discriminazione sistematica nei confronti delle donne e la repressione di oppositori politici e minoranze.

Sebbene questi elementi non costituiscano la base giuridica originaria delle sanzioni, essi rappresentano oggi un fattore centrale nella loro giustificazione politica.

Le sanzioni trovano inoltre fondamento nel coinvolgimento dei talebani nella produzione e nel traffico di oppio e di droghe sintetiche, utilizzati come fonte di finanziamento del gruppo.

Infine, sono giustificate  dalla violazione di obblighi internazionali, in particolare per il mancato rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite e per il rifiuto di cooperare con la comunità internazionale.

Come funzionano le sanzioni

Le sanzioni contro i talebani combinano misure economiche, politiche e di sicurezza.

Le più conosciute e visibili sono quelle economico-finanziarie (congelamento dei beni, blocco di conti e asset all’estero e restrizioni ai flussi finanziari) che hanno l’obiettivo di colpire le risorse di leader e reti talebane.

A queste si affiancano sanzioni personali per i leader talebani inseriti nelle liste ONU, come il divieto di viaggio all’estero, volto a limitarne i contatti internazionali e l’azione diplomatica.

Vi è poi l’embargo sulle armi, che proibisce la fornitura di armamenti e assistenza militare, inclusi addestramento e supporto tecnico, per impedirne il rafforzamento.

Infine le sanzioni politiche: il mancato riconoscimento internazionale del governo talebano e l’esclusione da molte istituzioni internazionali, prima fra tutte l’ONU.

Esenzioni e deroghe

Le sanzioni internazionali non colpiscono direttamente le imprese afghane, ma nella pratica ne compromettono gravemente l’operatività. Il congelamento dei fondi statali all’estero e la riluttanza delle banche internazionali a effettuare transazioni con l’Afghanistan, per timore di violare le sanzioni, generano una forte carenza di liquidità. Di conseguenza, molte aziende faticano a pagare fornitori e dipendenti o ad accedere al credito, riducendo o sospendendo le attività, con effetti negativi anche sulla distribuzione degli aiuti umanitari.

Sebbene i settori essenziali, come sanità, alimentazione e istruzione, siano formalmente esclusi dalle sanzioni grazie alle esenzioni previste dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, tali deroghe risultano spesso inefficaci perché le istituzioni finanziarie tendono a evitare qualsiasi operazione legata all’Afghanistan, bloccando anche quelle lecite.

Le ONG e le organizzazioni internazionali, pur autorizzate a svolgere operazioni indispensabili per garantire gli aiuti umanitari (trasferimento di fondi, pagamento del personale, acquisto di beni essenziali), sono quindi costrette a ricorrere a soluzioni alternative e meno efficienti.

La strategia più diffusa è il ritorno al contante: grandi quantità di denaro vengono trasferite fisicamente nel paese e distribuite direttamente a famiglie, lavoratori e fornitori locali.

Quando i canali ufficiali non sono praticabili, entrano in gioco sistemi informali come l’hawala, una rete di intermediari che si basa sulla fiducia personale e consente trasferimenti rapidi aggirando il circuito bancario formale.

Parallelamente, le organizzazioni cercano di utilizzare canali finanziari autorizzati, resi possibili da licenze speciali rilasciate da autorità come l’Office of Foreign Assets Control, anche se nella pratica restano difficili da attivare.

Per ridurre ulteriormente la dipendenza dal denaro, molte ONG puntano sulla distribuzione diretta di beni – cibo, medicinali, carburante – o su sistemi di voucher spendibili in reti di negozi locali.

Sono inoltre previste deroghe per il trasporto di contante, i voli umanitari e l’importazione di beni di prima necessità. Un ruolo centrale è svolto dalle grandi agenzie internazionali, che, grazie al loro peso istituzionale, riescono a mantenere attivi i canali operativi e l’accesso agli aiuti.

Come i talebani aggirano le sanzioni

I talebani eludono le sanzioni in diversi modi, grazie a una combinazione di adattamenti economici, reti informali e relazioni regionali.

Anche per loro il principale strumento è l’hawala, dato che non lascia tracce facilmente monitorabili, consentendo trasferimenti internazionali anche in presenza di sanzioni e permettendo, quindi, il pagamento di funzionari e il finanziamento di attività governative. È uno dei motivi principali per cui le sanzioni finanziarie hanno efficacia limitata.

L’Afghanistan talebano è diventato ancora più dipendente dal contante e poco integrato nel sistema bancario globale. Questo significa minore esposizione al congelamento dei conti e ridotta dipendenza dai circuiti finanziari internazionali controllati

I talebani finanziano gran parte delle loro attività interne con le tasse sul commercio e i trasporti, i dazi alle frontiere, lo sfruttamento delle miniere (carbone, pietre preziose, ecc.) e con la produzione e il traffico di oppio e droghe sistetiche. Questo riduce la loro dipendenza da finanziamenti esteri.

Pur non essendo ampiamente riconosciuti a livello internazionale (solo la Russia ha formalmente riconosciuto il governo talebano nel 2025), i talebani mantengono rapporti economici con diversi Paesi della regione, tra cui Pakistan, Iran, Cina e Russia. Queste relazioni, pur senza violare formalmente le sanzioni, contribuiscono a creare canali economici alternativi, attenuando gli effetti dell’isolamento internazionale.

Infine, i leader sanzionati operano tramite intermediari e prestanome per le operazioni più sensibili, così restano formalmente esclusi dalle transazioni ma le loro attività economiche continuano indirettamente.

Non bisogna dimenticare, infine, che anche i flussi di aiuti umanitari internazionali, pur non essendo destinati direttamente al governo talebano, finiscono per favorire indirettamente i talebani e incidere sull’economia complessiva, liberando risorse interne che possono sostenere il funzionamento del sistema.

Come bucare l’isolamento

Anche le sanzioni sui viaggi vengono eluse, soprattutto dai leader del gruppo talebano, attraverso deroghe e autorizzazioni speciali che sospendono temporaneamente e in ambiti limitati il divieto di viaggio per persone specifiche, permettendo a leader o ministri talebani di recarsi legalmente all’estero nonostante le sanzioni.

La possibilità di sospendere le sanzioni è espressamente prevista dal sistema sanzionatorio per favorire il dialogo politico, consentendo la partecipazione a colloqui di pace o sicurezza per favorire negoziati diplomatici con altri Paesi e per facilitare il coordinamento su aiuti umanitari.

Le deroghe hanno permesso missioni soprattutto verso il Qatar, sede dei colloqui con USA e ONU, ma anche con Russia e Cina, impegnate per un riconoscimento internazionale, e con il Pakistan e l’Iran, paesi vicini particolarmente coinvolti con la politica afghana.

Ne hanno usufruito in molti tra i membri di alto livello del governo talebano, suscitando discussioni e critiche. Senza queste eccezioni, i talebani sarebbero completamente isolati.

I talebani possono anche usufruire di esenzioni per cure mediche all’estero. Concesse ufficialmente per motivi umanitari, in alcuni casi si sospetta una commistione con finalità diplomatiche, soprattutto quando coinvolgono Paesi del Golfo.

L’isolamento politico è la vera leva

Le sanzioni imposte ai Talebani non colpiscono solo individui e strutture economiche a loro legate, ma hanno anche un impatto concreto sull’economia e sulle condizioni di vita della popolazione afghana. È quindi lecito interrogarsi sull’opportunità e sull’efficacia di questo regime sanzionatorio.

Il regime specifico per i Talebani è iniziato nel 2011. Prima del 2021, oltre 100 membri del gruppo erano già inseriti nella lista delle sanzioni per terrorismo. Nonostante ciò, gli Stati Uniti hanno comunque negoziato con loro per l’uscita dall’Afghanistan, rilasciato migliaia di affiliati e firmato accordi che di fatto hanno lasciato il Paese nelle mani di Talebani accusati di terrorismo.

Questo solleva un interrogativo: quale peso politico potrà avere l’allargamento delle sanzioni? Potrà davvero costringere il governo de facto a cambiare politica?

Finora, i Talebani hanno mantenuto il potere senza mostrare cedimenti, imponendo il terrore interno e privando donne e popolazione dei diritti fondamentali. In questo contesto, le sanzioni rischiano di apparire un’inutile richiesta di democrazia, con oltretutto effetti pesanti sulla popolazione già ridotta alla fame.

L’efficacia delle diverse misure varia: le più incisive sul piano pratico sono le restrizioni finanziarie e bancarie, che incidono direttamente sulle transazioni internazionali, e i divieti di viaggio, che limitano i contatti diplomatici.

Il maggiore impatto è però quello politico e simbolico: le sanzioni mantengono il regime in isolamento internazionale e ne negano il riconoscimento legale. Per i Talebani, la reputazione politica globale è cruciale: il riconoscimento internazionale è necessario per stabilizzare i rapporti economici e consolidare la posizione geopolitica in Asia centrale e nel mondo.

Hanno dimostrato di riuscire a mantenere il loro governo sia grazie al terrore imposto nel paese, sia ai finanziamenti internazionali, motivati dal timore di conseguenze peggiori. Ma per progredire e ottenere un riconoscimento legale, il paese deve normalizzare i rapporti politici, così da stabilizzare le relazioni economiche e rafforzare la propria posizione geopolitica in Asia centrale e nel mondo.

Uno strumento insufficiente

Pur sembrando uno strumento debole, le sanzioni sono la base giuridica internazionale per il non riconoscimento del governo talebano, che fonda il proprio sistema su apartheid di genere e oppressione della popolazione. Sono una dichiarazione di responsabilità, come lo è la denuncia della Corte Penale Internazionale (CPI) nel 2025 contro due talebani di governo. Queste azioni dovrebbero estendersi a tutti i nuovi ministri sanzionati.

Ma le difficoltà sono evidenti: la CPI ha bisogno di fondi e strumenti operativi per sostenere le accuse, mentre la campagna di discredito internazionale contro l’istituzione cresce e i finanziamenti diminuiscono.

Una possibile via di speranza è il nuovo meccanismo investigativo indipendente sull’Afghanistan (IIMA), istituito nel 2025 dal Consiglio per i diritti umani dell’ONU, che può costituire una nuova base per le indagini della CPI. Documentando sistematicamente le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale e preservando le prove, può supportare eventuali procedimenti futuri, rafforzando le campagne di denuncia portate avanti da donne e ONG.

Le sanzioni restano uno strumento necessario, utile come leva politica e giudiziaria. Sono legittime e necessarie soprattutto se mirate contro singoli individui, colpendo direttamente i responsabili senza penalizzare l’intera popolazione.

Da sole, però, non bastano: devono essere inserite in una strategia più ampia, che comprenda giustizia internazionale, pressione diplomatica coordinata e protezione concreta della popolazione civile.

Finora la comunità internazionale non solo non è riuscita a definire una strategia efficace ma sembra abbia dimenticato le donne e la popolazione afghana.

 

 

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