Afghanistan, silenzio e terrore da Kabul a Herat, l’apartheid di genere

Focus on Africa, 8 giugmp 2026, di Giorgia Pietropaoli
“Dall’uccisione di Fereshteh Amadi alle restrizioni di Herat: la strategia talebana per cancellare la presenza femminile dallo spazio pubblico e la necessità di una risposta legale globale”
In Afghanistan, la realtà quotidiana delle donne è una cronaca di sparizioni forzate, violenze impunite e restrizioni soffocanti, imposte sistematicamente dal regime. L’uccisione della funzionaria ONU Fereshteh Amadi e le ondate di arresti arbitrari a Herat non sono che l’ultimo capitolo di una strategia pianificata per cancellare la presenza femminile dallo spazio pubblico.
Fereshteh Amadi, stimata collaboratrice del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA), è stata trovata morta in circostanze misteriose lo scorso 4 giugno a Kabul. L’atteggiamento delle autorità talebane di fronte a questa tragedia conferma la strategia di occultamento sistematico che avvolge ogni aspetto della vita pubblica afghana. Mentre l’UNAMA confermava la morte della funzionaria senza riuscire a chiarire cosa fosse accaduto, i talebani hanno atteso giorni prima di dare una risposta, definendolo un ‘suicidio’. Questa ricostruzione, però, è apparsa subito poco credibile, scatenando una pioggia di critiche e richieste di verità, anche sui social. La morte della Amadi giunge dopo un periodo di continue minacce subite a causa del suo impegno lavorativo. Nel 2023, i talebani hanno imposto il divieto per le donne afghane di lavorare con le Nazioni Unite: un editto che non solo calpesta i diritti fondamentali, ma recide deliberatamente il legame vitale tra le operatrici e le donne che, a causa delle restrizioni del regime, possono ricevere aiuto solo da altre donne. Dal 2021, il regime ha sistematicamente preso di mira il personale femminile ONU, scatenando contro di loro molestie, minacce di morte e intimidazioni che non hanno risparmiato nemmeno i loro familiari. La mancanza di un’indagine trasparente riflette una preoccupante “normalizzazione” della violenza contro le donne: la vita di Fereshteh Amadi non ha valore per chi comanda, è un atto di impunità che condanna le donne afghane a sparire nel buio, archiviate come una notizia di poco conto nel frenetico flusso delle crisi globali.
Contemporaneamente, Herat è piombata in un incubo: il Ministero della Virtù ha dato il via a una brutale operazione di controllo. Le strade sono diventate zone di rastrellamento, decine di donne sono state trascinate via con la forza, arrestate arbitrariamente perché accusate di non indossare il velo o il burqa secondo i canoni imposti dai talebani. Le donne sono state prelevate per la strada e trasferite in prigione senza un equo processo, senza difesa, senza che le famiglie sappiano dove si trovino. La prigione, sotto i talebani, è un luogo di totale isolamento e ulteriore abuso.
Intanto le autorità hanno emesso nuove direttive agghiaccianti, che trasformano la vita quotidiana in un percorso a ostacoli dove anche un profumo diventa una colpa. Chi ne fa uso, o chi semplicemente incrocia lo sguardo di un uomo per strada, viene bollata come ‘adultera’, un’accusa estremamente grave, che prevede la condanna a punizioni corporali pubbliche, in particolare la fustigazione e priva la donna di qualsiasi tutela, disonora la sua famiglia e a giustifica il suo allontanamento forzato dallo spazio pubblico. L’oppressione non risparmia neppure i luoghi di culto: il regime giudica ‘fortemente scoraggiate’ (makruh tahrimi) le preghiere guidate da imam le cui mogli non si piegano al codice d’abbigliamento del gruppo. Si tratta di un’intrusione profonda nella vita privata, usata per costringere anche i leader religiosi a farsi esecutori delle restrizioni imposte alle proprie mogli. Il governatore di Herat ha ordinato ai leader religiosi di utilizzare i sermoni del venerdì per trasformare i fedeli in occhi del regime, incoraggiando a vigilare e denunciare chi non si conforma. Il risultato è un clima di terrore paralizzante: molte famiglie, per paura di arresti arbitrari o sparizioni, impediscono alle proprie figlie e mogli di uscire di casa, per il timore costante che una donna, uscita per necessità, non faccia mai ritorno a casa.
Ciò che sta accadendo in Afghanistan non ha nulla a che fare con la religione o la moralità pubblica; si tratta di uno strumento di controllo e intimidazione. La narrazione dei talebani cerca di giustificare la restrizione della libertà personale con tradizioni distorte, ma la realtà è un sistema di apartheid di genere. La comunità internazionale non può limitarsi a emettere brevi note di cordoglio o a voltare lo sguardo altrove. Ogni donna arrestata, ogni vita spezzata senza spiegazioni, e ogni volto sottratto alla vita sociale rappresentano una ferita profonda alla dignità umana.
In Afghanistan, anche la voce è diventata un atto sovversivo. Impedire che la cancellazione delle donne diventi la norma significa, innanzitutto, non smettere di parlare, non smettere di denunciare. Il silenzio del mondo è lo spazio che il regime occupa per compiere la sua opera di segregazione; al contrario, la vigilanza costante è l’unico antidoto che impedisce alla repressione di diventare storia definitiva.Di fronte a questa sistematica cancellazione, la richiesta che proviene dalle attiviste afghane e dai giuristi internazionali non è più soltanto una supplica di aiuto, ma una sfida al diritto internazionale: la codificazione dell’apartheid di genere come crimine contro l’umanità. Attualmente, il diritto internazionale fatica a inquadrare pienamente la natura di un sistema che non si limita a discriminare, ma che mira a eliminare l’identità sociale di metà della popolazione senza ricorrere necessariamente a conflitti armati convenzionali. Riconoscere l’apartheid di genere non sarebbe solo un atto simbolico, ma aprirebbe la strada a meccanismi legali di persecuzione dei responsabili, imponendo alla comunità globale l’obbligo di intervenire non più per ‘buona volontà’, ma in virtù di un dovere giuridico inderogabile. Rifiutare di nominare questo crimine significa lasciare il regime impunito e permettere che l’oppressione si trasformi in una normalità accettata dal diritto internazionale.


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