Afghanistan, tra alluvioni e terremoti, un Paese in ginocchio

Focus on Africa, 4 aprile 2025, di Giorgia Pietropaoli
Non è solo la terra a tremare: il dramma di un popolo invisibile, schiacciato tra la furia del clima e la morsa del regime
La terra trema, mentre il fango avanza. L’Afghanistan si ritrova ancora una volta a fare i conti con la fragilità di un territorio martoriato, dove la furia della natura sembra non concedere tregua. Da diversi giorni, una pioggia incessante sta flagellando molte province del Paese, trasformandosi in inondazioni devastanti che hanno già sconvolto la vita di centinaia di famiglie. Ma mentre la popolazione era ancora intenta a lottare contro il fango, la terra stessa ha deciso di non restare immobile. Venerdì sera, 3 aprile, una scossa di terremoto di relativa intensità ha squarciato il silenzio della notte. L’epicentro, localizzato nella catena montuosa dell’Hindu Kush, con una magnitudo di 5.8 della scala Richter, ha sprigionato un’energia avvertita distintamente non solo a Kabul, ma anche a grande distanza, raggiungendo Islamabad in Pakistan e persino Nuova Delhi in India.
A Kabul, la scossa ha colpito con una precisione crudele. Il bilancio più tragico arriva da un’abitazione privata, dove il tetto, probabilmente già indebolito dalle piogge torrenziali, è crollato improvvisamente. Il bilancio è straziante: otto persone hanno perso la vita, mentre un bambino, unico sopravvissuto al crollo, è rimasto ferito, a Gusfand Dara, nel distretto di Bagrami, alle porte di Kabul. Hafiz Bisharat, portavoce dell’ufficio del governatore di Kabul, ha dichiarato ad Ariana News che le vittime dell’incidente appartenevano tutte allo stesso nucleo familiare: il padre e la madre, quattro figlie e due figli maschi. Nelle ultime ore, le autorità locali di diverse province stanno segnalando ulteriori crolli, non solo a Kabul, ma anche nel Badakhshan, Kunar, e Nangarhar. Si contano oltre 40 vittime a causa delle inondazioni degli ultimi giorni, oltre a centinaia di feriti.
Nella stretta zona di Gharo, l’autostrada Kabul-Jalalabad risulta bloccata a causa dello scivolamento della montagna sulla strada, e questo sta impedendo anche l’arrivo di soccorsi tempestivi nelle zone coinvolte dai disastri. Il terremoto che ha colpito la regione dell’Hindu Kush è stato avvertito nettamente anche nella provincia di Nangarhar, situata nell’est dell’Afghanistan e confinante con il Pakistan, investita anche da una torrenziale alluvione che sta travolgendo letteralmente intere zone.
Questo non è un evento isolato, ma si inserisce in un contesto di emergenza nazionale. Le inondazioni dei giorni scorsi hanno già distrutto centinaia di case rurali costruite in mattoni di fango, devastato centinaia terreni agricoli, principale fonte di sostentamento per la popolazione locale e costretto migliaia di persone ad abbandonare ciò che restava delle loro vite.
Per chi stava ancora cercando di asciugare i propri beni dal fango, il terremoto è stato un ulteriore, durissimo colpo psicologico e materiale. Le organizzazioni umanitarie sono preoccupate per il rischio di epidemie, come il colera, nelle zone alluvionate dell’est del Paese, poiché i sistemi idrici sono stati contaminati dal fango e dai detriti. La Mezzaluna Rossa Afghana e alcune agenzie ONU hanno iniziato a distribuire tende e kit di emergenza, ma molte zone rurali restano isolate a causa delle frane che hanno cancellato interi tratti di strade secondarie. Le previsioni non sono favorevoli, si attendono ulteriori precipitazioni sparse per le prossime 48 ore sulle regioni orientali e centrali, il che mantiene altissima l’allerta per nuove inondazioni improvvise (flash floods).
L’Afghanistan è tristemente noto per essere uno dei Paesi più vulnerabili ai disastri naturali. Le sue infrastrutture fragili, figlie di decenni di guerra e povertà diffusa, non offrono protezione contro la violenza dei cicli sismici. In media, centinaia di persone perdono la vita ogni anno a causa dei terremoti.
Solo pochi mesi fa, un sisma ben più violento aveva causato migliaia di vittime, radendo al suolo interi villaggi. Oggi, la concomitanza tra piogge record e attività sismica fa temere il peggio: una crisi umanitaria di proporzioni catastrofiche, aggravata dalle recenti tensioni e dai conflitti di confine con il Pakistan, che rendono ancora più difficile l’invio e la gestione degli aiuti. In mezzo a questo scenario di desolazione, ciò che più spicca è la resilienza degli afghani. Un popolo che, ogni volta, cerca di risorgere dalle macerie, siano esse di fango o di pietra, sotto il peso di difficoltà che sembrano non avere fine.
L’incapacità dei Talebani di gestire emergenze come quella descritta nell’articolo non è solo una questione di sfortuna climatica, ma il risultato di un collasso sistemico dovuto a scelte ideologiche, isolamento diplomatico e una cronica mancanza di competenze tecniche. Non c’è manutenzione per le strade, neanche quelle principali, come la Kabul-Jalalabad citata, che franano al primo acquazzone. Non esistono sistemi di allerta precoce per le alluvioni. I soccorsi dipendono interamente dalla carità internazionale, che però è ai minimi storici a causa della sfiducia verso il regime. Mentre la popolazione affoga nel fango o rimane schiacciata dalle macerie, i Talebani sembrano governare in un deserto di competenze, dove l’assenza di una protezione civile trasforma i cicli della natura in sentenze di morte collettive. Invece di investire in infrastrutture resilienti e in figure capaci nella gestione dei disastri, il regime dedica una quantità sproporzionata di risorse e tempo all’applicazione di codici morali e restrizioni sociali, specialmente contro le donne . In Afghanistan, essere donna significa essere invisibile anche durante un cataclisma. A causa dell’interpretazione radicale delle leggi sulla segregazione, ai soccorritori maschi, che costituiscono la quasi totalità delle squadre di emergenza dei Talebani, è spesso impedito di entrare nelle case o di toccare donne ferite se non sono presenti parenti maschi (Mahram). In una situazione di terremoto, dove il tempo è vitale e i parenti potrebbero essere sepolti o morti, questo significa condannare a morte le sopravvissute sotto le macerie. Gli aiuti vengono consegnati ai “capifamiglia” maschi. Le vedove, le donne sole o quelle i cui mariti sono assenti o disabili rimangono letteralmente a mani vuote, senza cibo, coperte o tende. Per una donna afghana, un terremoto non è solo un evento naturale, ma una trappola mortale costruita da leggi che le negano persino il diritto di essere estratta viva dal fango.
L’Afghanistan è oggi un Paese dove la natura è diventata una condanna senza appello. Lo Stato, inteso come scudo e protezione per il cittadino, è svanito, lasciando il posto a un regime che investe ogni risorsa nel controllo ossessivo dei corpi e delle coscienze, ma si rivela tragicamente impotente quando si tratta di strappare quelle stesse vite al fango e alle macerie.
Le autorità locali e le organizzazioni internazionali sono ora chiamate a una corsa contro il tempo per fornire rifugi sicuri a chi ha perso tutto, in un territorio dove anche il cielo, con le sue piogge incessanti, sembra essere diventato un nemico.

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