Dal Rojava a Shengal un unico grido: Berxwedan jiyan e! La Resistenza è vita!
cittàfutura.al.it Carla Gagliardini 23 gennaio 2026

In un distretto del governatorato del Ninive, nel nord-ovest dell’Iraq, vive il popolo degli ezidi. La loro casa è Shengal, una regione al confine con il Rojava, il Kurdistan occidentale, situato nell’attuale Siria.
Shengal, Rojava, Kurdistan e Siria: quattro geografie profondamente interconnesse, oggi più che mai.
Gli ezidi sono stati il bersaglio di un genocidio pianificato nei dettagli dallo Stato Islamico, il temuto Isis, nel 2014. Il prezzo che hanno pagato è elevatissimo. Fu il Pkk, il partito fondato da Abdullah Öcalan, ad aprire il corridoio della loro salvezza. Furono le Ypg, le unità di resistenza curde del Rojava, a non esitare e a unirsi a quella corsa contro il tempo per sottrarre a morte centinaia di migliaia di ezidi e di ezide.
Sconfitto lo Stato islamico in Iraq, gli ezidi hanno dato vita all’Amministrazione Autonoma di Shengal, affiancando la loro nascente esperienza a quella che già aveva preso vita in Rojava, nel nord-est della Siria. Entrambe sono basate sul confederalismo democratico, paradigma politico pensato da Öcalan per una società di pace e democratica, che si realizza con una democrazia radicale dal basso, con la liberazione della donna e con una società ecologica.
A Damasco, da dicembre del 2024, sulla poltrona più importante siede un signore, l’autoproclamatosi presidente Ahmed al-Sharaa, di mestiere ha fatto il jihadista e il suo nome di battaglia era al al-Jolani. Si è tagliato la barba, veste secondo i canoni dell’eleganza occidentale e va ripetendo che la Siria rispetterà tutte le minoranze, che sono numerosissime nel Paese.
Resta da capire cosa intenda lui per rispetto delle minoranze, visti i massacri di alawiti e druzi dell’ultimo anno, di cui tutti sono a conoscenza. Ma all’occidente piace perché dice quello che vuole sentirsi dire e poco importa se i fatti gli danno torto. L’immagine è salva e quindi si possono fare affari in un paese da ricostruire, ricco di risorse e in una zona geografica strategica.
Dal 6 gennaio l’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (Daanes), in Rojava, è attaccata dalle forze militari di Damasco. In questi sedici giorni di conflitto la Daanes ha perso più dei due terzi del suo territorio e sabato sera scadrà la tregua. Se la Daanes non accetterà le condizioni di Damasco, ponendo fine all’Amministrazione Autonoma, la guerra riprenderà con il solito sostegno della Turchia e il silenzio dei governi occidentali.

Cosa succederà del processo di pace in corso in Turchia è da capire ma il dubbio che al presidente turco Erdogan non interessi portarlo a buon fine è più che mai legittimo.
Il gioco delle alleanze mutevoli, che tengono in considerazione solo gli interessi degli Stati e spesso quelli personali dei loro leader, ha fatto sì che gli Stati Uniti d’America abbiano dichiarato, attraverso il loro ambasciatore in Turchia, Tom Barrack, che “oggi la situazione è radicalmente cambiata. La Siria ha ora un governo centrale riconosciuto che ha aderito alla Coalizione Globale per Sconfiggere l’Isis (divenendone il 90° membro alla fine del 2025), segnando una svolta verso ovest e una cooperazione con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo.
Questo cambia la logica del partenariato Usa-Sdf: lo scopo originario delle Sdf come principale forza anti-ISIS sul terreno è in gran parte venuto meno, poiché Damasco è ora disposta e posizionata per assumersi le responsabilità della sicurezza, incluso il controllo dei centri di detenzione e dei campi dell’Isis” (https://x.com/USAMBTurkiye/status/2013635851570336016).
Nessun brivido sembra correre lungo la schiena di Barrack nel sapere, o forse meglio nel consegnare le prigioni strabordanti di miliziani dell’Isis e il campo di al-Hol, incubatore delle nuove generazioni di jihadisti, a uno definito ex-jihadista (sulla base di cosa è considerato un ex?) e circondato da sostenitori dell’Isis.
Se a lui i brividi non vengono però non è così per qualcun’altro che ha conosciuto da vicino la violenza inaudita dello Stato Islamico. Si tratta dei curdi del Rojava e degli ezidi di Shengal. Sembra tutto pianificato per bene, basta seguire la cronologia degli eventi: a marzo dell’anno scorso viene siglato un accordo tra Damasco e le Sdf, che prevede l’integrazione di quest’ultime nell’esercito siriano centrale, ma non viene implementato entro il 31 dicembre del 2025, come stabiliva, e le accuse per il ritardo sono reciproche; ad agosto il presidente siriano dal curriculum jihadista firma l’ingresso della Siria nella Coalizione Anti-Isis; il 6 gennaio Damasco scarica tutta la colpa sulle Sdf e inizia a fare la pulizia etnica dei curdi nei due quartieri a maggioranza curda della città di Aleppo e poi prosegue la sua avanzata fino a ottenere la ritirata delle Sdf da città e luoghi strategici per porsi a difesa delle aree a prevalenza curda; il 17 gennaio al-Sharaa dichiara che con decreto viene riconocìsciuta la lingua curda, la cultura curda, la festa principale curda, ossia il Newroz, e concessa la cittadinanza ai curdi, mentre lo fa bombarda i “nuovi cittadini siriani”; il 18 gennaio viene firmato un cessate il fuoco che però non tiene.
I punti cruciali che determinano un brutale voltafaccia degli Stati Uniti verso i curdi sono l’ingresso della Siria nella Coalizione Anti-Isis, con l’evidente fine di rimpiazzare le Sdf, ossia le vere artefici sul campo della sconfitta dell’Isis nel 2019, e il riconoscimento per decreto dei diritti culturali e della cittadinanza a favore del popolo curdo siriano, senza nessuna garanzia che venga inserito nella nuova costituzione che si sta discutendo, così tentando di togliere dal tavolo una delle questioni spinose. Si tratta di manovre tattiche che hanno come obiettivo quello di ripulire il curriculum del presidente siriano e far credere al mondo che le Sdf non hanno più nulla da rivendicare e nella nuova Siria non c’è nulla da temere. Surreale!
Una manovra di propaganda degli Stati Uniti che ha come fine quello di permettere che si facciano affari in Siria, ricca di risorse prime che si trovano nei territori presi alla Daanes. Al contempo un segnale a Iran, Russia e Cina che con la nuova mappa del Medio Oriente si trovano al momento spiazzate.
Attualmente è in corso la tregua firmata il 20 gennaio e che durerà fino a sabato, ampiamente disattesa da Damasco che continua ad attaccare Kobane, città simbolo della resistenza curda. Se le Sdf non dovessero accettare il contenuto del diktat di Damasco, ossia la fine dell’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria, cosa succederà? E’ lecito pensare che la resistenza andrà avanti e i curdi ancora una volta nella loro storia si troveranno a respingere un tentativo di genocidio.
Ed è questo orrore assoluto, la volontà di sterminare un popolo in quanto tale, che ha rimesso in agitazione e allarme il popolo degli ezidi. Gli ezidi sanno che è molto probabile che dopo arrivi il loro turno. Ma perché? Perché l’Isis, sconfitto nel 2019, è più vivo che mai da quando al-Sharaa ha conquistato il paese e perché le prigioni e il campo di al-Hol sotto il controllo del governo siriano non sono ovviamente una garanzia di sicurezza.
C’è poi la Turchia dietro sia alla caduta di Assad in Siria che all’attacco alla Daanes. Erdogan vuole per l’Amministrazionje Autonoma di Shengal la stessa fine che sta cercando di infliggere all’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria.
A Baghdad da tempo arriva la pressione di Ankara in tal senso e questo potrebbe essere il momento propizio per chiudere anche quell’esperienza democratica.
Oggi a Shengal si vivono momenti di angoscia ripensando al genocidio del 2014 e all’orribile sorte a cui sono andate incontro le donne e le bambine, vendute come bottino di guerra e ridotte alla schiavitù sessuale. L’Amministrazione Autonoma monitora gli sviluppi e si prepara. Il Co-Presidente del Consiglio dell’Amministrazione Autonoma di Shengal, Xwedêda Îlyas, in un’intervista rilasciata a Anf News, ha dichiarato che; “È in corso una guerra mondiale, e va avanti dal 1990. Ognuno combatte per i propri interessi e si stanno preparando per una guerra ancora più grande. Vogliono portare a termine questa guerra in Medio Oriente, ma non rimarrà limitata solo al Medio Oriente. Stati come Europa, Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna hanno attivato la guerra in Ucraina per cacciare la Russia dal Medio Oriente e tutelare i propri interessi nella regione. Gli accordi firmati in passato, come Sykes-Picot, non sono più considerati sufficienti e ora si parla degli Accordi di Abramo. La guerra è già iniziata in Palestina, Libano, Siria, Yemen e Iran. Questo dimostra che stiamo entrando in una guerra dura e di vasta portata”. Ha poi aggiunto: “Dobbiamo prepararci a questa guerra. Non dovremmo dire: ‘Non succederà nulla’. Dobbiamo essere pronti per una situazione come l’attacco del 2014. Gli Stati non si stanno armando a tal punto senza motivo.
Chiediamo ai nostri popoli di prepararsi sotto ogni aspetto. Dobbiamo prevedere come potrebbe svilupparsi una guerra e prepararci di conseguenza, in modo che gli Stati che sognano di far rivivere il passato ottomano non possano trasformare questa situazione in un’opportunità a proprio vantaggio. Ad esempio, oggi ci sono proteste in Iran e gli Stati Uniti vogliono intervenire. Gli Stati Uniti sono entrati in una fase di perseguimento di politiche di frammentazione. I popoli non contano per gli Stati Uniti, Israele o la Francia”
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