Dignità e salute nelle carceri femminili

È stato presentato il progetto “Dignità e Salute in contesti di detenzione femminile in Afghanistan”, un intervento sanitario, igienico-preventivo e di tutela dei diritti fondamentali promosso da Ubuntu ODV (Italia) e Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan (HAWCA), in collaborazione con Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane (CISDA).
L’iniziativa nasce da un percorso di confronto avviato nel 2024 tra le tre organizzazioni, con l’obiettivo di individuare un ambito concreto di cooperazione a favore delle donne afghane più vulnerabili, in particolare quelle detenute o esposte a violenza e discriminazione.
Contesto
L’Afghanistan attraversa una fase di progressivo isolamento internazionale, con pesanti ripercussioni sull’economia, sull’amministrazione pubblica e soprattutto sulla condizione femminile. La mancata legittimazione internazionale del governo talebano e la sospensione di molti programmi di sviluppo hanno ridotto drasticamente il margine di azione delle organizzazioni civili.
Le norme imposte dal Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio limitano fortemente la libertà di movimento delle donne, la partecipazione al lavoro e l’accesso ai servizi essenziali. In questo quadro, secondo stime della World Bank e dell’United Nations Development Programme, circa il 75% della popolazione vive in condizioni di insicurezza di sussistenza.
Anche il sistema sanitario è in grave difficoltà. Molti servizi sopravvivono grazie al sostegno di agenzie internazionali come l’World Health Organization, il International Committee of the Red Cross e l’United Nations International Children’s Emergency Fund. L’accesso alle cure è ostacolato dalle distanze, dal degrado delle infrastrutture e dalle restrizioni imposte al personale sanitario femminile. In diverse province la carenza di dottoresse e ostetriche ha compromesso gravemente le cure materno-infantili.
La chiusura delle scuole e delle università femminili ha inoltre cancellato due decenni di progressi educativi. La riduzione dell’alfabetizzazione femminile incide direttamente anche sulla salute pubblica: minore consapevolezza sanitaria significa minore accesso a vaccinazioni, cure e prevenzione.
Riattivare un circuito minimo di dignità e salute pubblica
In questo contesto di compressione dei diritti, le donne detenute rappresentano una categoria doppiamente vulnerabile. Molte sono incarcerate per motivi “morali”, come la fuga da un matrimonio forzato o il tentativo di sottrarsi a violenze domestiche. Spesso subiscono abusi fisici, psicologici e sessuali.
Le condizioni igienico-sanitarie delle carceri femminili sono estremamente critiche: mancano acqua potabile, farmaci di base, prodotti per l’igiene personale e servizi di salute riproduttiva. Tuttavia, proprio le carceri costituiscono oggi uno dei pochi spazi in cui è ancora possibile operare formalmente con un mandato sanitario, attraverso accordi con le autorità competenti.
Il progetto sceglie quindi di intervenire in questo spazio residuale di legalità, non per legittimare il sistema detentivo, ma per garantire un livello minimo di tutela della salute e della dignità umana. Il carcere diventa così un punto di accesso operativo per attivare programmi di prevenzione, vaccinazione, formazione igienico-sanitaria e continuità delle cure, estendibili – nei limiti consentiti – anche ai figli delle detenute e alle loro famiglie al momento del reinserimento.
Condizione delle donne detenute
Dopo il ritorno dei talebani nel 2021, il sistema giudiziario è stato radicalmente trasformato. Molti tribunali ordinari sono stati sostituiti da corti religiose e l’accesso alla difesa legale per le donne è diventato quasi impossibile. Le Nazioni Unite, attraverso United Nations Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA) e Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights (OHCHR), documentano un aumento delle detenzioni arbitrarie per presunti “crimini morali”, come zina (rapporti fuori dal matrimonio), “fuga da casa” o violazioni del codice di abbigliamento.
Molte donne vengono arrestate senza mandato, trattenute senza processo e rilasciate solo dopo il pagamento di somme di denaro o l’intervento di familiari. Rapporti di Human Rights Watch e Amnesty International evidenziano episodi di violenza fisica e sessuale, isolamento punitivo e assenza di meccanismi indipendenti di monitoraggio.
Le strutture sono sovraffollate e prive di servizi sanitari adeguati. In alcuni istituti di Kabul, Herat e Kandahar l’assistenza medica è garantita solo in emergenza. Le malattie respiratorie, le infezioni cutanee e le anemie sono diffuse; le cure prenatali e post-partum quasi inesistenti.
In molte carceri le detenute vivono con i figli piccoli, spesso nati in detenzione. I bambini non dispongono di spazi educativi né di programmi nutrizionali adeguati; le vaccinazioni sono sporadiche e non esistono dati ufficiali su morbilità o mortalità.
Dal 2022, dopo la chiusura dei centri antiviolenza, alcune donne sono state collocate in carcere “a fini di protezione”, trasformando di fatto la detenzione nell’unica alternativa alla violenza familiare o comunitaria.
Le conseguenze psicologiche sono gravi: depressione, trauma complesso, ansia e tentativi di suicidio, in assenza di supporto specialistico. Lo stigma sociale compromette il reinserimento, e molte donne, una volta rilasciate, rischiano il ripudio o nuovi matrimoni forzati.
Possibilità di intervento umanitario
Nonostante il quadro drammatico, le carceri femminili rappresentano uno dei pochi luoghi in cui è ancora possibile operare con programmi sanitari autorizzati. Le autorità accettano talvolta interventi presentati come assistenza sanitaria o sostegno alle famiglie delle detenute. Questa finestra operativa, seppur fragile, consente di promuovere screening, vaccinazioni, miglioramento delle condizioni igieniche, supporto nutrizionale e formazione sanitaria di base.
Il progetto si propone di migliorare in modo sostanziale le condizioni di salute e igiene delle donne detenute, rafforzando l’accesso ai servizi sanitari di base e garantendo continuità assistenziale per i figli e per i nuclei familiari al momento del reinserimento.
Un progetto cogestito, non calato dall’alto
Ubuntu ODV contribuisce all’esecuzione del progetto con competenze di progettazione, rendicontazione e coordinamento istituzionale. Il CISDA svolge un ruolo di collegamento politico e culturale, assicurando coerenza con le priorità della società civile afghana.
HAWCA, fondata nel 1999, è il partner operativo sul territorio. In seguito a missioni di monitoraggio e al dialogo con il Ministero dell’Economia afghano, ha confermato la fattibilità dell’intervento e proposto un modello centrato sulle carceri femminili come spazi ancora accessibili.
L’idea progettuale nasce dai bisogni espressi direttamente dalle detenute e dal personale sanitario locale, raccolti durante attività di emergenza e programmi di supporto legale. Si tratta quindi di un percorso partecipato, costruito con gli attori locali e con il coinvolgimento diretto delle beneficiarie, con l’obiettivo di riattivare, anche in un contesto estremamente restrittivo, un circuito minimo di dignità e salute pubblica.

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