Passa al contenuto principale

Forze Speciali britanniche: la disumanizzazione della popolazione afghana

|

Un’inchiesta shock rivela che soldati britannici avrebbero fatto cadere prigionieri afghani da un carrello elevatore

Rawa news, 17 luglio 2026

Una storica inchiesta indipendente ha portato alla luce nuove e agghiaccianti accuse di abusi sistematici ed esecuzioni extragiudiziali da parte delle forze speciali britanniche in Afghanistan. Le testimonianze presentate questa settimana descrivono una cultura di orribile violenza, comprese le affermazioni secondo cui i soldati avrebbero utilizzato macchinari pesanti per torturare e gettare detenuti disarmati, semplicemente per divertimento.

I procedimenti in corso presso la Royal Courts of Justice stanno smantellando sistematicamente le narrazioni ufficiali del dispiegamento militare britannico in Medio Oriente. Le rivelazioni indicano un catastrofico fallimento nella supervisione operativa, dove le unità d’élite hanno operato con assoluta impunità e gli alti comandanti hanno attivamente represso le voci dissenzienti tra le fila.

I whistleblower rompono il silenzio

Le prove esplosive sono state presentate alla Commissione d’inchiesta sull’Afghanistan da due informatori chiave che hanno infranto il codice del silenzio militare. Monica Grenfell, ex giornalista che ha lavorato a fianco delle Forze Speciali del Regno Unito (UKSF), e Christopher Green, ex membro della Riserva dell’Esercito, hanno fornito testimonianze giurate che descrivevano in dettaglio gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra.

Grenfell testimoniò di essere stata esplicitamente informata dal personale in servizio che i soldati britannici mettevano prigionieri afghani bendati sulle forche di un carrello elevatore. Gli operatori poi guidavano il macchinario alla massima velocità ed eseguivano manovre improvvise finché i detenuti, ormai inermi, non precipitavano a terra. Secondo la testimonianza, questi atti non venivano compiuti a scopo di interrogatorio, ma esclusivamente “per divertimento”.

Secondo quanto riferito, questi incidenti si sono verificati in seguito a raid notturni nel distretto di Maywand, nella provincia di Kandahar, un’area in cui le unità delle forze speciali britanniche (UKSF) hanno condotto intense operazioni di controinsurrezione. L’inchiesta ha rivelato che la disumanizzazione della popolazione locale era profondamente radicata nella cultura operativa degli specifici squadroni schierati nella regione.

L’anatomia delle accuse

L’abuso dei carrelli elevatori rappresenta solo una piccola parte della più ampia indagine sui presunti crimini di guerra. L’inchiesta, presieduta da Lord Justice Haddon-Cave, è stata istituita per indagare sulle accuse secondo cui le forze speciali britanniche avrebbero giustiziato decine di civili e detenuti afghani disarmati tra il 2010 e il 2013.

Un modello ricorrente emerso nelle precedenti udienze riguarda l’esecuzione di uomini in età militare già in custodia. In diverse incursioni documentate, i soldati hanno affermato che i detenuti disarmati avrebbero improvvisamente estratto armi nascoste – spesso una singola granata o un AK-47 – giustificandone l’esecuzione immediata. L’estrema improbabilità statistica che questo scenario si verifichi decine di volte in diverse operazioni ha attirato l’attenzione degli esperti legali.

La testimonianza di Christopher Green ha messo in luce la rapida rappresaglia che doveva affrontare qualsiasi soldato che mettesse in discussione questi esiti letali. Green ha rivelato che, quando sollevò formalmente dubbi sull’uccisione sospetta di tre agricoltori afghani durante un raid delle forze speciali britanniche, i suoi superiori ignorarono le informazioni e lo emarginarono attivamente. Ha testimoniato di essere stato apertamente etichettato come “apologeta dei talebani” dai suoi commilitoni per aver chiesto giustizia.

Cultura istituzionale e insabbiamenti

L’aspetto più compromettente dell’inchiesta è la prova di una complicità istituzionale sistemica. Le testimonianze suggeriscono che la catena di comando non si sia limitata alla negligenza, ma si sia attivamente impegnata a insabbiare i rapporti operativi per proteggere la reputazione dei reggimenti d’élite.

Quando i rapporti dal campo indicavano che il numero di combattenti nemici uccisi superava di gran lunga il numero di armi recuperate sulla scena, i comandanti, a quanto pare, non avviarono le indagini obbligatorie della polizia militare. Al contrario, le direttive tattiche furono modificate e i resoconti operativi furono uniformati per allinearli ai parametri legali della legittima difesa.

Echi globali: da Kandahar a Nanyuki

Le rivelazioni provenienti da Londra hanno profonde implicazioni per le nazioni che ospitano basi militari straniere. In Kenya, la presenza della British Army Training Unit Kenya (BATUK) a Nanyuki ha generato analoghe richieste di trasparenza in merito alla condotta delle truppe straniere su territorio sovrano.

L’omicidio irrisolto di Agnes Wanjiru, avvenuto nel 2012, il cui corpo fu ritrovato in una fossa settica in seguito a un’interazione con soldati britannici, rimane una questione diplomatica estremamente delicata tra Nairobi e Londra. L’inchiesta sull’Afghanistan dimostra che l’establishment militare britannico ha una comprovata storia di priorità data alla reputazione del reggimento rispetto alla giustizia penale.

Per i governi che gestiscono accordi bilaterali di difesa, l’inchiesta impone nuovi e rigorosi protocolli di supervisione:

  • Giurisdizione sovrana: le nazioni ospitanti devono mantenere la giurisdizione primaria in materia di perseguimento penale delle truppe straniere accusate di crimini contro i civili, respingendo le clausole generali di immunità diplomatica.
  • Audit indipendente: istituzione di comitati di supervisione a guida civile con l’autorità di accedere ai rapporti operativi non censurati e di intervistare il personale sul campo senza la presenza di ufficiali superiori.
  • Protezione degli informatori: creare canali esterni e sicuri per consentire al personale militare di denunciare violazioni dei diritti umani senza timore di perdere la carriera o di essere etichettati come “apologeti”.

Mentre Lord Justice Haddon-Cave prepara le sue valutazioni finali, il Ministero della Difesa britannico si trova ad affrontare una crisi di legittimità senza precedenti. L’immagine di un prigioniero bendato che cade da un carrello elevatore rappresenta una devastante accusa contro una cultura militare che ha perso la bussola morale nei deserti di Kandahar.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *