La guerriglia sopravvive dentro la montagna

il manifesto, 4 luglio 2026, di Giovanni Leda
Reportage Le voci del Partito della Vita Libera del Kurdistan (Pjak), una delle principali organizzazioni politiche del Kurdistan iraniano
«Non preoccuparti, è così per tutti», ci rassicura una delle guerrigliere che ci accoglie, osservando con un sorriso le difficoltà con cui cerchiamo di orientarci nel dedalo di gallerie scavate nella montagna.
La vita della guerriglia curda non assomiglia più all’immaginario romantico fatto di tende, fuochi accesi e accampamenti tra gli alberi. Oggi si svolge quasi interamente sottoterra. «Una volta era davvero così», racconta la combattente mentre percorriamo uno dei corridoi. «Dormivamo all’aperto, ci riparavamo sotto gli alberi durante il giorno e costruivamo cucine da campo. Abbiamo iniziato a scavare le prime grotte per sicurezza, ma è con la Guerra dei Tunnel che siamo scesi definitivamente sotto terra».
SIAMO NELLE MONTAGNE in cui opera il Partito della Vita Libera del Kurdistan (Pjak), una delle principali organizzazioni politiche del Kurdistan iraniano, il Rojhelat. Nato nel 2004, nel pieno della crisi delle tradizionali forze politiche curde dell’Iran, il Pjak rappresenta il tentativo di tradurre nel contesto iraniano il paradigma del confederalismo democratico elaborato da Abdullah Öcalan.
È proprio questo legame politico e ideologico con il movimento fondato da Öcalan a esporre il Pjak a una doppia pressione militare. Da un lato quella della Repubblica islamica iraniana; dall’altro quella della Turchia, che considera qualsiasi organizzazione riconducibile al movimento curdo una minaccia strategica. Così, nonostante il Pjak non abbia tra i propri obiettivi il territorio turco, i suoi militanti vengono regolarmente colpiti dall’aviazione di Ankara, mentre intelligence e coordinamento operativo vengono condivisi con Teheran.
QUESTA PRESSIONE ha trasformato la montagna in una città invisibile. Le gallerie non sono semplici bunker. Il movimento curdo non è composto soltanto da combattenti: ci vivono dirigenti politici, giornalisti, ricercatori, responsabili della formazione ideologica e militanti civili impossibilitati a rientrare nei quattro stati che dividono il Kurdistan.
Quella stessa strategia, affinata negli anni del conflitto con la Turchia, è oggi messa alla prova dalla nuova offensiva iraniana. Negli ultimi mesi l’Iran ha intensificato i bombardamenti con droni, missili e artiglieria contro le sedi dei partiti curdi in esilio nel Kurdistan iracheno. La rete di tunnel ha consentito al movimento di limitare le perdite e di mantenere operative le proprie strutture nonostante gli attacchi. L’ultimo episodio aveva visto l’artiglieria iraniana colpire villaggi e terreni agricoli lungo il confine, mentre le Unità del Kurdistan Orientale (Yrk), ala armata del Pjak, avevano risposto con azioni limitate che il gruppo definiva finalizzate a scoraggiare un’ulteriore escalation.
L’IMPRESSIONE, tuttavia, è che il conflitto stia entrando in una fase diversa. Negli ultimi giorni, infatti, sono scoppiati scontri in tre province del Rojhelat – Azerbaigian Occidentale, Kurdistan e Kermanshah – segnando il più ampio ciclo di combattimenti degli ultimi anni. Le operazioni sono iniziate domenica mattina nelle montagne tra Mahabad e Piranshahr, dove le Guardie della rivoluzione islamica (Irgc) hanno impiegato truppe di terra, droni da ricognizione, artiglieria pesante e razzi Grad. Lunedì sera un nuovo scontro armato ha interessato l’area di Dolî Mîrawa, presso Paveh, nella provincia di Kermanshah. Almeno tre membri delle forze Basij affiliate agli apparati di sicurezza iraniani sono stati uccisi. Tra loro Khaled Khalidi, figura che attivisti locali indicano come collaboratore degli apparati repressivi durante le proteste Donna, vita, libertà. «La responsabilità degli scontri recenti a Mahabad, Paveh e in altre parti del Kurdistan ricade direttamente sulle forze terroristiche dell’Irgc», afferma Rivar Abdanan, portavoce del Pjak. «Qualsiasi attacco contro il popolo curdo e le forze del Pjak dà luogo al legittimo diritto all’autodifesa».
MARTEDÌ LE YRK hanno confermato la morte di quattro propri combattenti nei dintorni di Mahabad. «Ribadiamo ancora una volta che le Yrk hanno sempre mantenuto la propria posizione politica e la linea della terza via di fronte ai conflitti e alle guerre in Iran. Non abbiamo appoggiato alcuna fazione né condotto attacchi contro il regime iraniano», si legge nel comunicato. «Persino nei momenti di maggiore debolezza del regime siamo rimasti fedeli ai nostri principi». Le prime informazioni provenienti dal terreno indicano inoltre che negli scontri sarebbero rimasti uccisi oltre dieci membri delle forze iraniane.
La nuova escalation è iniziata poche settimane dopo l’uccisione dei fratelli Meysam e Mojtaba Veisi, attivisti culturali yarsani e fondatori della biblioteca curda Dareh Derizh. Dopo le proteste si erano nascosti per timore dell’arresto. Il 28 maggio l’Irgc ha circondato il loro rifugio, uccidendoli. Sul piano diplomatico, gli scontri coincidono invece con una nuova fase dei negoziati tra Teheran, Baghdad ed Erbil sull’attuazione dell’accordo di sicurezza del 2023. L’intesa, negoziata dopo le proteste Donna, vita, libertà, prevedeva il trasferimento delle basi dei partiti curdi lontano dalla frontiera e un rafforzamento del controllo del confine da parte dell’Iraq e del Governo regionale del Kurdistan. Baghdad ed Erbil sostengono di aver dato attuazione a una parte consistente dell’accordo, spostando diverse basi e rafforzando i controlli.
PER TEHERAN, invece, le misure restano insufficienti e la presenza dei gruppi armati continua a essere utilizzata per giustificare i bombardamenti transfrontalieri contro il Kurdistan iracheno. Il Governo regionale del Kurdistan ribadisce dal canto suo che il proprio territorio non verrà utilizzato come piattaforma per attacchi contro gli stati vicini, denunciando però le incursioni missilistiche e con droni iraniane come una violazione della sovranità irachena.


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