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La lotta delle donne di Herat per la libertà

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«A Herat le donne escono di casa con molta più cautela. Si è instaurato un clima di paura e di preoccupazione e alcune cercano, almeno per il momento, di uscire il meno possibile. Oppure, se escono, indossano il chador che copre interamente il corpo e il volto.»

Maryam Foumani, aasoo.org, 24 giugno 2026

Questa è la descrizione che Shahrzad Akbar, ex presidente della Commissione indipendente afghana per i diritti umani, offre dell’atmosfera che domina a Herat dopo i recenti arresti di donne.

La vicenda è iniziata quando i Talebani, venerdì 15 giugno, hanno annunciato che da quel momento in poi sarebbero state arrestate le donne prive di un «hijab completo». Per «hijab completo» si intende che, oltre ai lunghi mantelli (manteau) e agli ampi foulard portati sul capo, le donne debbano indossare anche un chador che copra interamente il corpo e il volto. Anche mostrare i piedi senza calze o lasciare intravedere il trucco sotto la mascherina viene considerato un caso di «mancanza di hijab».

Oltre ad annunciare questa restrizione durante il sermone della preghiera del venerdì e nelle moschee, i rappresentanti locali hanno inviato messaggi alle famiglie affinché non permettessero alle proprie figlie, mogli e madri di uscire di casa con un abbigliamento diverso da quello stabilito dai Talebani.

Sabato 6 giugno, dopo questi avvertimenti pronunciati durante la preghiera del venerdì, quando le donne di Herat sono uscite per strada indossando gli stessi lunghi mantelli, gli ampi foulard che avevano sempre portato e, in alcuni casi, una mascherina sul volto, gli agenti talebani ne hanno arrestate molte.

In seguito a questi arresti, martedì 9 giugno, le donne di Herat, accompagnate da un certo numero di uomini, sono scese in strada. Decine di manifestanti sono stati arrestati, una donna e un bambino sono stati uccisi, nei giorni successivi altri manifestanti sono stati identificati e arrestati e la protesta è stata repressa con estrema durezza. Tuttavia, ancora una volta, le donne afghane hanno fatto sentire la propria voce con lo slogan: «Lavoro, istruzione, libertà».

La preoccupazione dei Talebani per la disobbedienza delle donne di Herat

Come spiega Shahrzad Akbar, il rimpatrio forzato di migliaia di migranti dal Pakistan e dall’Iran verso l’Afghanistan è uno degli elementi che hanno influito sulla recente controversia riguardante l’abbigliamento femminile.

«Queste donne rimpatriate avevano un modo di vestirsi diverso da quello oggi prevalente tra le donne che vivono in Afghanistan. Ad esempio, quelle provenienti dall’Iran indossano mantello e foulard, ma i Talebani non accettano questo tipo di abbigliamento e vogliono che anche il volto delle donne sia coperto con un chador o con una mascherina, in modo che siano visibili soltanto gli occhi.»

Secondo Akbar: «Le donne rientrate dall’Iran e dal Pakistan, in particolare quelle che hanno vissuto per un certo periodo in Iran, hanno sperimentato un grado maggiore di libertà sociale e ritengono un loro diritto fondamentale poter partecipare alla vita pubblica con quel tipo di abbigliamento. Questo è in netto contrasto con la visione dei Talebani.»

Le recenti dichiarazioni di Nur Ahmad Eslamjar, governatore talebano di Herat, confermano il timore dei Talebani nei confronti della presenza più disinvolta di queste donne appena rientrate.

Secondo quanto riportato dalla BBC, il governatore ha definito queste donne «influenzate da culture straniere» e ha affermato che esse intendono «modificare il volto religioso, culturale e storico di Herat, un volto fondato sull’onore, sulla tutela della dignità familiare e sul prestigio».

Manifestando la propria preoccupazione per il fatto che «l’hijab delle donne diventava ogni giorno meno rigoroso», ha definito le donne di Herat che non rispettano gli standard di abbigliamento imposti dai Talebani persone affette da una «malattia mentale e religiosa».

Tuttavia, la questione non riguarda soltanto le donne recentemente tornate a Herat.

Anche le residenti storiche della città si sono sempre distinte dagli stereotipi e dalle aspettative dei Talebani.

Come osserva Shahrzad Akbar: «Pur essendo Herat una città fortemente patriarcale, le donne hanno sempre avuto una posizione diversa rispetto ad altre zone del Paese. Lavorano nell’industria dello zafferano, praticano sport, hanno i loro circoli di lettura e da sempre è in corso una sorta di gioco del gatto e del topo tra le donne di Herat e i Talebani.

Le mie amiche di Herat mi raccontano che a volte si riuniscono a casa di una di loro per fare ginnastica. Alcune volte si accorgono di essere seguite e allora sospendono gli allenamenti per una settimana; quella successiva ricominciano. Da alcuni anni le donne di Herat organizzano queste attività. Con questi arresti, i Talebani vogliono inviare loro un messaggio: sappiamo che ci state disobbedendo e vogliamo reprimervi.»

Arresti che hanno portato anche gli uomini in strada

Non è la prima volta che i Talebani arrestano donne afghane.

Nel «Tribunale popolare per le donne dell’Afghanistan», svoltosi a Madrid nell’autunno dell’anno scorso, sono stati presentati numerosi documenti e testimonianze riguardanti questi arresti e alcune donne hanno deposto davanti al tribunale.

Ciò che però ha provocato una reazione di protesta più ampia, andata oltre la cerchia delle attiviste per i diritti delle donne e che ha portato perfino gli uomini a scendere in piazza, è stato il diverso modo in cui sono stati effettuati gli arresti più recenti.

Molte delle donne arrestate in gruppo per le strade di Herat, diversamente da quanto avveniva abitualmente negli arresti operati dai Talebani, non erano attiviste politiche o civili né dipendenti del precedente governo. Erano donne che stavano semplicemente vivendo la loro vita quotidiana: erano dirette a fare la spesa, dal medico, a casa di parenti oppure al lavoro quando, con il pretesto della «mancanza di hijab», sono state arrestate.

Secondo Shahrzad Akbar, una parte degli uomini che sono scesi in strada per protestare erano proprio familiari di queste donne.

«Erano uomini che dicevano: le nostre donne non erano nemmeno uscite per manifestare, perché avrebbero dovuto essere arrestate? In quel momento il livello dell’ingiustizia è apparso in tutta la sua evidenza. I Talebani non potevano più raccontare, come fanno di solito, che queste donne erano occidentali, che avevano un’agenda politica o che volevano ottenere asilo all’estero. Questa volta il pericolo si è avvicinato anche alla gente comune e una parte della presa di coscienza nasce proprio da questa percezione del rischio.»

Le ragioni della protesta maschile

Tarannom Seydi, presidente della Rete per la partecipazione politica delle donne afghane, afferma che durante tutti questi cinque anni le donne non hanno mai smesso di protestare.

«La realtà è che la maggior parte della popolazione o condivideva le idee dei Talebani oppure desiderava semplicemente una vita tranquilla, e per questo è rimasta in silenzio. All’inizio molti uomini pensavano che i Talebani parlassero nel loro interesse e fossero venuti per instaurare un buon governo islamico. Ma ora vedono che i Talebani non hanno alcuna pietà né per la vita, né per i beni, né per l’esistenza delle persone; arrivano perfino a portare via le loro donne e a dire che, se non pagheranno una determinata somma di denaro, non le rilasceranno.»

Shahrzad Akbar ritiene che una parte della protesta maschile contro i recenti arresti delle donne derivi anche da una concezione patriarcale.

Secondo lei, molti uomini interpretano il comportamento dei Talebani nei confronti delle donne come un’offesa al proprio «onore familiare» (nâmus).

Nei giorni successivi agli arresti, molti degli uomini che hanno alzato la voce contro i Talebani hanno più volte insistito proprio su questo aspetto, parlando di un’aggressione al loro onore.

Akbar ritiene tuttavia che vi sia anche un’altra ragione che ha spinto gli uomini ad affiancare le donne: la popolazione è ormai esasperata dalla situazione economica, dalle discriminazioni etniche e religiose e dal modo in cui il Paese viene governato.

Secondo lei, perfino alcuni sostenitori dei Talebani sono irritati dal modo in cui viene applicata la politica della «promozione della virtù e prevenzione del vizio».

La religione nella vita delle persone

«La religione costituisce una parte fondamentale dell’identità del popolo afghano. Uno degli atteggiamenti dei Talebani che la gente trova particolarmente difficile da sopportare e profondamente offensivo è il fatto che essi accusino continuamente le persone di non rispettare la religione, imponendo punizioni e restrizioni.

La gente dice: siamo musulmani da molti secoli, l’Islam è una parte essenziale della nostra storia e abbiamo combattuto più volte in suo nome. Chi sei tu per dirci che cosa sia l’Islam e sostenere che il nostro comportamento non sia conforme alla fede musulmana?»

Secondo Akbar, molte delle donne arrestate e maltrattate dai Talebani pregano, visitano i luoghi santi e osservano tutti i doveri religiosi.

«Per questo motivo trovano profondamente offensivo che un talebano dica loro che non rispettano l’abbigliamento islamico.»

Come spiega Forouzan Amiri, scrittrice e ricercatrice afghana, questi arresti di massa hanno provocato un’indignazione collettiva che ha ridotto la paura della popolazione e ha incoraggiato le persone a scendere in piazza.

«I Talebani non immaginavano affatto che, dopo una repressione così dura esercitata fin dall’inizio del loro ritorno al potere, donne e uomini avrebbero infine trovato il coraggio di opporsi e iniziare a protestare.

La manifestazione di martedì a Herat ha rappresentato un duro colpo per i Talebani e ha incrinato la loro convinzione che la popolazione avrebbe continuato a tacere per sempre a causa del clima di paura e di terrore che avevano instaurato.»

Che cosa intendono le donne afghane per «libertà»?

«Lavoro, istruzione, libertà»: è lo slogan che le donne afghane hanno adottato fin dalle prime proteste seguite al ritorno al potere dei Talebani, ed è stato ancora una volta il principale slogan dei manifestanti.

Nei video diffusi delle proteste di Herat si sente anche il grido: «Donna, vita, libertà».

Alla domanda su che cosa significhi per le donne afghane la parola «libertà», Shahrzad Akbar risponde: «Le richieste delle donne afghane sono molteplici e diverse tra loro. Tuttavia, credo che quando scandiscono lo slogan “libertà”, al di là di tutte le differenze di opinione che possono esistere fra loro, intendano innanzitutto la libertà dalla repressione dei Talebani. Libertà da un regime che le ha private della scuola, dell’università, del lavoro, della possibilità di viaggiare e di partecipare alla vita politica.

Le donne afghane possono avere opinioni molto differenti su quali siano i limiti o il contenuto preciso di questa libertà. Ma in questo momento essa significa soprattutto libertà dal dominio dei Talebani.»

Akbar spiega inoltre che anche durante il periodo della Repubblica le donne non godevano di una reale uguaglianza, a causa della struttura tradizionale e patriarcale della società afghana.

Esisteva però almeno la possibilità di lottare per cambiare quella situazione e il quadro giuridico sosteneva tali sforzi.

«Quando lavoravo e vivevo in Afghanistan, soffrivo ogni giorno per il sessismo delle persone che mi circondavano e del sistema nel quale operavo.

Sebbene negli ultimi anni della Repubblica ricoprissi un incarico governativo di alto livello e fossi presidente della Commissione indipendente per i diritti umani, vedevo chiaramente che, nella struttura di quella società, soltanto per il fatto di essere una donna, talvolta mi trovavo in una posizione molto inferiore perfino rispetto all’uomo che faceva da mio autista ed ero molto più vulnerabile.

Perfino una posizione così elevata nello Stato non era sufficiente a proteggermi.»

Tutte le donne si sentono prigioniere

Forouzan Amiri, illustrando la complessità della società afghana, osserva:

«Alcuni uomini ritengono che sia giusto che le donne restino in casa e, se escono, rispettino quel tipo di hijab autentico e talebano.

Anche alcune donne non hanno particolari problemi con la situazione attuale. Si tratta per lo più di donne che non hanno mai avuto l’opportunità di studiare o di uscire di casa.

Sono donne completamente immerse in quella cultura, in quelle convinzioni e in quelle tradizioni estremiste; possono perfino rinunciare all’abbigliamento che preferirebbero soltanto perché la società, la tradizione, la cultura e la religione lo considerano inappropriato, senza mai concedersi il diritto di vestirsi come desiderano.»

Secondo lei esiste però un altro livello della società: «Sono le donne che, dopo il ritorno al potere dei Talebani, vivono la sensazione di essere prigioniere all’interno dell’Afghanistan.

Sono donne che accolgono con entusiasmo gesti come bruciare il chador, perché vi vedono la rappresentazione di quella stessa rabbia repressa che loro stesse non riescono a esprimere.

Accanto a loro vi sono anche gruppi laici e intellettuali che cercano di mostrare come la collera delle donne afghane, di fronte a tanta oppressione e repressione, sia ormai così intensa da non sentirsi più vincolata neppure ai principi religiosi, morali o tradizionali.

Lo spazio concesso alle donne è diventato talmente ristretto che, secondo loro, questi schemi devono necessariamente essere infranti.

Esiste però anche un altro gruppo, più moderato, convinto che simili azioni possano produrre l’effetto opposto all’interno della società tradizionale e conservatrice afghana.»

Libertà di scegliere

La scrittrice ritiene che ciò che unisce tutte queste donne, nonostante le differenti visioni, sia soprattutto la questione della libertà di scelta e della libertà di agire.

Secondo Amiri: «Per una donna che non condivide il tipo di hijab imposto dai Talebani, oggi la libertà può significare semplicemente poter scegliere di non indossare il chador e vestirsi come ritiene opportuno. Ma anche la donna velata che partecipa alle proteste, tiene in mano un cartello e parla ai media, chiede libertà. Vogliono che una donna sia libera e che, all’interno della stessa società, sia che scelga di indossare il velo, sia che rifiuti il velo imposto, nessuno le impedisca di vivere secondo la propria scelta.»

Forouzan Amiri aggiunge che il tema della libertà, per le donne afghane di oggi, non riguarda soltanto il velo.

«La sorveglianza e la privazione della libertà delle donne afghane si sono estese a ogni ambito della loro vita, perfino alle decisioni più intime e private. Per questo la libertà evocata da questi slogan ha un significato molto più ampio: comprende la libertà di decidere, la libertà di agire e la libertà di scegliere il proprio abbigliamento.

È proprio questo che oggi riunisce le donne afghane sotto un unico slogan. Vediamo donne velate manifestare accanto a donne che non sostengono il velo. Vediamo una donna con il foulard che grida slogan di protesta e, accanto a lei, un’altra che considera il velo uno strumento di oppressione e gli dà fuoco.»

Per spiegare questa situazione, Tarannom Seydi porta l’esempio della propria vita.

Indossando un leggero foulard che copre soltanto una parte dei capelli, lasciando scoperti il volto e il collo, racconta che ancora oggi, pur vivendo in Canada dove non esiste alcun obbligo, continua a vestirsi in questo modo perché è una sua scelta personale.

Secondo lei, è proprio questo ciò che desiderano gli afghani: avere la possibilità di scegliere liberamente il proprio comportamento, il proprio modo di parlare e il proprio abbigliamento.

«Durante i vent’anni della Repubblica, secondo la nostra Costituzione, l’hijab era una scelta personale. Se una donna teneva il capo scoperto, mostrava le gambe, indossava o non indossava il velo, nessuno aveva il diritto di chiederle perché lo facesse.

Molte donne non portavano alcun velo. Altre indossavano semplicemente un foulard sul capo o lasciato sulle spalle. Io stessa, allora, uscivo in Afghanistan indossando pantaloni e un cappello. Naturalmente c’erano anche molte donne che sceglievano di portare il chador. Oggi, invece, i Talebani impongono un determinato modo di vestirsi, e qualsiasi imposizione è amara.»

Una lotta che non è soltanto contro i Talebani

Questa imposizione, tuttavia, non proviene soltanto dai Talebani.

Molte donne afghane devono affrontare costrizioni anche all’interno delle proprie famiglie e nella società, e quando vengono arrestate subiscono un prezzo ancora più pesante anche dopo essere uscite di prigione.

Secondo Shahrzad Akbar, in Afghanistan l’esperienza del carcere comporta un grave costo sociale per una donna. Molte di loro, anche se trattenute soltanto per poche ore, incontrano enormi difficoltà nel tornare alla propria famiglia e vengono emarginate sia dai parenti sia dalla comunità.

«In altre parole, invece di ritenere responsabile chi opprime o aggredisce, la società tende ad accusare la donna che è stata vittima di quella violenza o di quella repressione.»

Anche Forouzan Amiri racconta: «I messaggi più dolorosi che negli ultimi tempi abbiamo ricevuto dalle giovani donne erano di questo tipo: quando vogliamo uscire di casa con questi stessi abiti e con il nostro lungo mantello, i nostri padri ci dicono: “Non uscire. Se ti arrestano, io non farò nulla. Saranno affari tuoi. Non ti proteggerò.”

Oppure sono le madri a dire loro: “Che cosa ti costa mettere anche il chador, così almeno non nasceranno problemi?”»

La resistenza nascosta continua

Secondo le notizie provenienti da Herat, oggi la città vive in un clima di sicurezza estremamente rigido e gli attivisti politici e civili nutrono poche speranze che, nel prossimo futuro, possano svilupparsi nuove grandi manifestazioni di piazza.

Tuttavia, come osserva Forouzan Amiri: «Anche in questo momento diversi gruppi, soprattutto di donne, continuano a riunirsi in spazi privati e nelle abitazioni per organizzare nuove proteste. Le scritte sui muri continuano ad apparire. Assistiamo perfino all’incendio delle immagini dei leader talebani nei vicoli di Herat, Kabul e Mazar-e Sharif, e i video di questi episodi vengono diffusi sui social network.

La popolazione cerca con ogni mezzo di far arrivare il proprio racconto, nonostante tutte le restrizioni: usando pseudonimi, alterando la voce nei podcast e ricorrendo a qualsiasi altro espediente. Tutti questi sono piccoli bagliori di speranza.

È possibile che questa protesta, se non nell’immediato, almeno in futuro, rappresenti l’inizio di una nuova forma di resistenza.»

 

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