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Le famiglie vengono “frustate” insieme ai condannati

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Etilaat Roz, 18 luglio 2026

Mohammad Dawood (nome di fantasia), residente nella città di Kandahar, nel sud dell’Afghanistan, racconta che la punizione inflitta al figlio non si è limitata alle 39 frustate ricevute in pubblico, ma ha sconvolto la vita dell’intera famiglia. Dopo l’esecuzione della pena, spiega, i suoi familiari sono stati emarginati e stigmatizzati dalla comunità, mentre lui stesso è caduto in una profonda crisi psicologica, arrivando talvolta a pensare al suicidio.

Il figlio era stato arrestato con l’accusa di aver avuto una relazione sessuale con una ragazza. Ha trascorso circa sette mesi nelle carceri talebane, dopodiché un giudice del movimento ha ordinato che fosse frustato pubblicamente.

Il padre sostiene però che il giovane sia stato vittima di un’ingiustizia. Secondo il suo racconto, anche alcuni membri dei Talebani avrebbero avuto rapporti con la stessa ragazza, ma sarebbero rimasti impuniti grazie alle loro conoscenze all’interno del movimento.

“In un prato hanno inflitto a mio figlio 39 frustate. Lo accusavano di avere una relazione illecita con una ragazza, ma vi assicuro che lui non sapeva nemmeno di questa vicenda. Altri talebani avevano avuto rapporti con la stessa ragazza, ma grazie alle loro protezioni evitarono la punizione e al loro posto fu condannato mio figlio.”

Mohammad Dawood afferma di aver cercato giustizia arrivando perfino a rivolgersi all’ufficio del leader supremo dei Talebani, Hibatullah Akhundzada, senza però ottenere alcuna risposta.

Secondo lui, la fustigazione pubblica non rappresenta soltanto una punizione fisica, ma colpisce anche la dignità e la reputazione sociale dei condannati e delle loro famiglie, con conseguenze che possono durare anni. Se i Talebani insistono nell’applicare questa pena, aggiunge, almeno dovrebbero evitare di eseguirla davanti alla popolazione.

Assistere alle frustate

Seydullah, un altro residente di Kandahar, racconta di aver assistito una volta all’esecuzione pubblica delle frustate, ma dice di essersene profondamente pentito e di non voler più partecipare a simili eventi.

Spiega di essere stato convinto dalla propaganda talebana, secondo cui assistere alle punizioni avrebbe un valore educativo e religioso.

“Quando portarono i condannati per essere frustati, il mio cuore iniziò a battere fortissimo. Non riuscivo a credere a ciò che vedevo. Pensai persino di stare sognando. Vorrei non essere mai andato.”

Quel giorno erano previste 18 condanne alla fustigazione. Tre donne, pur comprese tra i condannati, non furono esposte pubblicamente. Gli altri, uomini tra i 18 e i 37 anni, ricevettero da 25 a 39 frustate.

Seydullah racconta anche che un suo amico, punito con 39 frustate per furto, gli confidò di non aver più sentito dolore dopo il ventesimo colpo, poiché il corpo era ormai completamente intorpidito.

Secondo il testimone, all’inizio dello spettacolo lo stadio era gremito, ma dopo le prime quattro esecuzioni molti spettatori se ne andarono.

I Talebani avevano inoltre vietato di scattare fotografie o registrare video, minacciando punizioni per chi avesse violato il divieto.

Ogni sentenza deve essere approvata dal leader dei Talebani

Una fonte interna al movimento talebano, citata dal quotidiano, afferma che dopo la decisione del tribunale il provvedimento viene trasmesso all’ufficio del leader supremo Hibatullah Akhundzada. Solo dopo la sua approvazione la pena viene eseguita pubblicamente entro dieci giorni.

Nei tre giorni precedenti l’esecuzione, il Dipartimento talebano per l’Informazione e la Cultura, insieme ai media vicini al movimento, diffonde l’annuncio dell’evento invitando la popolazione a partecipare.

Perfino un’ora prima dell’inizio della cerimonia, l’orario e il luogo vengono annunciati attraverso gli altoparlanti delle moschee.

La fonte descrive una procedura ormai standardizzata: prima della punizione, religiosi talebani tengono una predica di circa quaranta minuti per spiegare la legittimità della fustigazione secondo la loro interpretazione della legge islamica; seguono gli interventi del presidente del tribunale locale e di un rappresentante dell’amministrazione provinciale. Solo successivamente vengono portati i condannati, vestiti con abiti specifici, per l’esecuzione della pena.

All’ingresso dello stadio tutti gli spettatori vengono perquisiti e gli smartphone vengono sequestrati per impedire fotografie e riprese video.

Chi viene sorpreso a filmare rischia di essere arrestato e punito pubblicamente sul posto.

Meno persone assistono alle esecuzioni

Nonostante gli inviti delle autorità talebane, l’interesse della popolazione ad assistere alle fustigazioni pubbliche starebbe diminuendo.

Mahmood, un residente di Kandahar, afferma che oggi solo poche persone partecipano alle cerimonie.

“La consapevolezza della gente è aumentata. Chi va una volta allo stadio per assistere a queste punizioni, nella maggior parte dei casi non ci torna più.”

Secondo lui, circa l’80% delle persone che hanno assistito almeno una volta a una fustigazione non partecipa più ad altre esecuzioni.

Invita inoltre la popolazione a boicottare queste manifestazioni come forma di protesta contro il regime talebano.

Il ritorno delle pene corporali

Nel novembre 2022, il leader supremo dei Talebani Hibatullah Akhundzada ordinò ai giudici di applicare in tutto l’Afghanistan le pene previste dagli hudud e dal qisas, cioè le punizioni corporali e le pene retributive previste dalla loro interpretazione della legge islamica.

Da allora il governo talebano ha eseguito diverse esecuzioni pubbliche e centinaia di fustigazioni.

Queste pratiche sono state duramente condannate dalla comunità internazionale e dalle organizzazioni per i diritti umani, che ne chiedono la cessazione. I Talebani, attraverso il loro portavoce Zabihullah Mujahid, respingono tuttavia tali critiche sostenendo che si tratti di una questione interna dell’Afghanistan.

Una delle principali preoccupazioni espresse dalle organizzazioni per i diritti umani riguarda inoltre l’assenza di garanzie processuali: gli imputati, secondo numerosi osservatori, non avrebbero accesso a un processo equo né alla possibilità di difendersi adeguatamente.

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