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Nello Stretto di Hormuz affonda l’ultima risorsa dell’Afghanistan

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Il manifesto, 6 giugno 2026, di Francesca Luci

Asia occidentale Prezzi lievitati, cliniche pediatriche senza supplementi terapeutici. Sfamare i bambini afghani è diventato troppo costoso per le agenzie umanitarie

Venivano da lontano, Afghanistan e Pakistan, avevano tra i 19 e i 29 anni, e lunedì scorso sono morti in modo atroce: bruciati vivi. Braccianti che si spezzavano la schiena nei campi per una paga che dovrebbe chiamarsi sfruttamento. È giusto indignarsi per le condizioni in cui lavoravano. È giusto parlare di caporalato, di filiere agricole che reggono sul sangue degli invisibili. È giusto, perché no, ascoltare chi vede nella loro presenza un nodo irrisolto, immigrazione, regole, risorse.

MA BISOGNEREBBE anche chiederci per cosa stavano vivendo. Nessuna carestia, nessun terremoto, solo cinque milioni di bambini e madri che muoiono di fame in Afghanistan, giorno per giorno, con la discrezione degna di chi non vuole disturbare i talk show occidentali. È quasi certo che ogni centesimo guadagnato nei campi quei ragazzi lo spendessero per salvare le loro famiglie, qui o là. I pochi euro riusciti a mandare dall’altra parte del mondo significavano far sopravvivere i propri cari un giorno in più.

Una convergenza di crisi ha tagliato fuori l’Afghanistan dal mondo, rendendolo un’isola di terra. La chiusura dei valichi pakistani di Torkham e Chaman, imposta da Islamabad per le tensioni con il regime talebano, aveva già soffocato la principale via commerciale del Paese. Poi è arrivato il blocco americano nello Stretto di Hormuz, e con esso è scomparsa anche l’ultima alternativa iraniana.

È PARADOSSALE: una nazione senza coste è oggi vittima di un blocco navale. Una spedizione di biscotti terapeutici del Programma alimentare mondiale (Wfp), bloccata negli Emirati Arabi Uniti, ha dovuto percorrere il cosiddetto Corridoio di Lapis Lazuli, attraversando Arabia Saudita, Giordania, Siria, Turchia, Georgia e Azerbaigian, solcando il Mar Caspio fino al Turkmenistan e poi all’Afghanistan. Un’odissea durata oltre tre mesi, al termine della quale i costi di trasporto erano triplicati e il valore dei supplementi nutrizionali era lievitato del 35% per la sola logistica. Così nutrire i bambini afgani diventa talmente costoso che le agenzie umanitarie non riescono più a permetterselo, l’aiuto smette di essere una risposta e diventa una finzione.

I numeri parlano da soli. Il traffico nello Stretto di Hormuz è crollato da una media di 130 navi al giorno a una sola cifra, con una riduzione superiore al 95%. Il commercio bilaterale con il Pakistan, già ridotto a 1,77 miliardi di dollari nel 2025 rispetto ai 2,46 miliardi dell’anno precedente, ha raggiunto una stasi quasi totale nei primi mesi del 2026. Il costo del noleggio di un container standard è triplicato, toccando picchi di 11.000 dollari; per l’elettronica si è arrivati a 15.000.

LE CONSEGUENZE più devastanti si misurano nelle cliniche pediatriche. L’esaurimento delle scorte di supplementi terapeutici, prodotti e acquistati prevalentemente in Pakistan, ha raggiunto il punto di rottura a metà aprile 2026. Il personale sanitario si trova costretto a compiere un triage della fame, respingere tre bambini su quattro tra quelli colpiti da malnutrizione acuta grave. Il vicedirettore del Wfp Carl Skau ha riportato testimonianze agghiaccianti dal campo di Hisar Shahi, madri che camminano per ore sotto il sole per sentirsi dire che gli scaffali sono vuoti. Secondo John Aylieff, rappresentante del Wfp nel Paese, la vita di quattro milioni di bambini è letteralmente appesa al filo di corridoi logistici che attraversano mezzo continente.

Ma mentre il bisogno cresce, la volontà politica globale si ritrae. Il finanziamento dell’appello umanitario complessivo per l’Afghanistan si attesta ad appena il 16%, con il Wfp in una situazione ancora più critica, solo l’8% delle risorse necessarie per il 2026 è garantito. L’ordine esecutivo dell’amministrazione Trump del gennaio 2025, che ha imposto una moratoria di 90 giorni sull’assistenza estera, ha innescato un effetto domino tra i donatori occidentali. La Germania ha tagliato i propri contributi, passando da 570 a 148 milioni di dollari. La chiusura di oltre 440 centri sanitari è la conseguenza diretta e documentata di queste scelte.

L’OCCIDENTE certo non ha abbandonato l’Afghanistan. Ha solo cambiato metodo. Vent’anni di occupazione militare hanno lasciato il posto a uno strumento più sofisticato e molto meno rumoroso: il conto corrente bloccato. Dopo la caduta di Kabul, nel 2021, gli Stati uniti hanno congelato circa 7 miliardi di dollari appartenenti alla banca centrale afghana, custoditi presso la Federal Reserve a New York.

Il risultato è un capolavoro di coerenza: gli americani hanno di fatto consegnato il Paese ai talebani, che possono governarlo, opprimerlo, svuotarlo, ma non possono controllarne il patrimonio. Una punizione che colpisce con chirurgica precisione la popolazione già colpita da tutto il resto. I talebani continuano a governare. I bambini continuano a morire di fame. I miliardi continuano a stare a New York, dove almeno sono al sicuro.

I ragazzi ridotti in cenere volevano tenere in vita chi amavano. Avevano lavorato a schiena curva per guadagnare briciole che dall’altra parte del mondo erano ancora pane.

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