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Ovunque ci troviamo, le nostre voci contano

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Fereshta Abbasi, HRW, 24 aprile 2026

Mentre ero in contatto con un giornalista locale in Afghanistan a proposito di un mio recente rapporto , ho ricevuto una richiesta sconvolgente: “Potremmo avere un breve video sul tuo nuovo rapporto, non da te, ma da un rappresentante di Human Rights Watch?”.

Ho riletto il messaggio con rabbia. Sebbene fossi l’autrice del rapporto in qualità di ricercatrice di Human Rights Watch per l’Afghanistan, la testata voleva che al mio posto parlasse un collega uomo. Purtroppo, il motivo di questa richiesta è qualcosa che molte donne afghane in tutto il mondo vivono quotidianamente.

Alla fine ho scoperto che l’emittente televisiva aveva ricevuto istruzioni dal Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio (PVPV) dei talebani, secondo cui qualsiasi donna afghana, indipendentemente dal luogo in cui vive, deve apparire in onda con l’hijab integrale e il volto coperto.

Anziché essere considerata un’esperta del Paese, ero stata, come tutte le donne in Afghanistan, ridotta unicamente a questa identità e, di conseguenza, potevo parlare ai media solo alle condizioni imposte dai talebani. L’implicazione era chiara: essere una donna afgana era sufficiente a giustificare il mio silenzio, persino al di fuori del Paese.

A quasi cinque anni dalla presa del potere da parte dei talebani in Afghanistan, la libertà di espressione è pressoché inesistente nel Paese, soprattutto per le donne. Alle donne afghane è vietato proseguire gli studi oltre la sesta elementare e subiscono gravi restrizioni in ambito lavorativo, oltre a essere emarginate dalla vita pubblica. In alcune province , le giornaliste non possono lavorare e le loro voci sono bandite da radio e televisione.

Questo episodio è anche un esempio di quanto sia estesa la portata dei talebani. Il loro sistema di repressione non si ferma ai confini dell’Afghanistan, poiché tentano di controllare e mettere a tacere le donne afghane all’estero imponendo ai media di applicare le loro regole abusive a coloro che denunciano e contestano gli abusi dei talebani.

In quanto donna afghana e ricercatrice di Human Rights Watch, non mi conformerò alle regole restrittive dei talebani. Tuttavia, le loro direttive repressive ai media hanno gravi implicazioni per il diritto delle donne afghane alla libertà di espressione, sia all’interno che all’esterno del Paese. Le donne afghane non dovrebbero essere costrette a sottostare a regole discriminatorie per esercitare il diritto di esprimersi pubblicamente. Ovunque ci troviamo, le nostre voci contano.

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