Rimpatri in Afghanistan: perché rimandare le persone indietro non è una soluzione duratura

Nadine Abdallah, Evan Jones, The Diplomat, 31 luglio 2026
Nell’agosto del 2021, in seguito al ritorno al potere dei talebani, i governi di tutto il mondo si sono mobilitati per evacuare gli afghani che affrontavano rischi immediati per la propria sicurezza e protezione. Si stima che circa 124.000 persone siano state evacuate nelle settimane successive al cambio di governo. Molti altri si sono aggiunti ai milioni di afghani che già vivevano nei Paesi confinanti, come Iran e Pakistan.
Cinque anni dopo, il contesto politico è cambiato radicalmente. Nei Paesi vicini, ma anche in Europa, l’attenzione si è spostata da una politica di protezione a una politica di rimpatrio. Questo cambiamento si basa sull’assunto che il ritorno – soprattutto nell’attuale contesto – rappresenti una soluzione duratura. Tuttavia, questa svolta avviene in un Afghanistan ancora segnato da fragilità e incertezza, dove le cause profonde dello sfollamento rimangono sostanzialmente immutate.
Dal 2023, oltre 6 milioni di afghani sono rientrati in Afghanistan da Pakistan e Iran. Una recente ricerca del Mixed Migration Centre (MMC) mostra che circa l’80% degli afghani rimpatriati intervistati era stato deportato o espulso, il che significa che una parte significativa delle persone è tornata contro la propria volontà. Il loro rientro è avvenuto in condizioni di pressione, costrizione, coercizione o rimpatrio forzato.
Per molti rimpatriati ciò ha significato lasciare alle spalle amici, familiari, beni, mezzi di sostentamento e reti di supporto. Molti arrivano senza un’abitazione, con limitate possibilità di guadagno e scarsissime opportunità di lavoro. Questo crea le condizioni per enormi difficoltà nel reinserimento sociale ed economico. Tali difficoltà sono destinate ad aggravarsi se le pressioni al rimpatrio si estenderanno oltre Paesi come Pakistan e Iran fino a raggiungere nazioni molto più lontane.
Oltre ai rimpatri di massa dai Paesi confinanti degli ultimi anni, anche l’Europa sembra seguire una traiettoria analoga e sta lavorando per formalizzare procedure di deportazione e rimpatrio degli afghani. Alla fine di giugno, una delegazione talebana si è recata a Bruxelles per incontrare rappresentanti di 15 Paesi europei e della Commissione europea al fine di discutere il rimpatrio e la riammissione dei cittadini afghani. Questo incontro “a livello tecnico” rappresenta un chiaro segnale dell’intenzione di molti Stati europei di ampliare e istituzionalizzare gli accordi sul rimpatrio.
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Che gli afghani rientrino dai Paesi vicini o da altre aree, come l’Europa, una condizione fondamentale del loro ritorno dovrebbe essere che esso sia volontario, dignitoso e sicuro. Alla luce dell’attuale situazione politica, economica e sociale dell’Afghanistan, è improbabile che tutte queste condizioni possano essere soddisfatte. Ciò vale soprattutto considerando i diversi profili delle persone che rientrano, comprese quelle appartenenti a minoranze etniche e religiose, coloro che sono percepiti come oppositori delle autorità de facto o che presentano altri fattori di rischio.
Al di là dei profili di rischio, le condizioni che attendono i rimpatriati restano estremamente difficili. I dati del MMC mostrano che quasi il 40% degli intervistati non ha accesso all’assistenza sanitaria e oltre la metà vive in abitazioni inadeguate. Per molti, il ritorno fisico rappresenta solo il primo passo e non coincide con un’effettiva reintegrazione né con la possibilità di ricostruire una vita sicura e dignitosa.
Sebbene il livello complessivo della violenza sia diminuito dopo la presa del potere dei talebani nell’agosto 2021, l’Afghanistan continua a essere teatro di una complessa crisi umanitaria. La situazione è ulteriormente peggiorata dopo la chiusura di USAID e il drastico calo dei finanziamenti umanitari negli ultimi diciotto mesi.
Un Paese già alle prese con enormi bisogni umanitari fatica inevitabilmente ad accogliere e integrare milioni di persone di ritorno. Molti si trovano senza alloggio, senza mezzi di sostentamento e privi di reti di supporto. I dati del MMC evidenziano che molti rimpatriati non riescono a trovare lavoro: meno del 7% delle donne e solo il 59% degli uomini riescono a ottenere un’attività generatrice di reddito.
Per le donne afghane, le difficoltà sono ancora maggiori.
Per le donne afghane il ritorno comporta ulteriori ostacoli
Le donne afghane affrontano un ulteriore livello di vulnerabilità dopo il rimpatrio. Dal 2021 i loro diritti fondamentali sono stati gravemente limitati: alle ragazze sopra i 12 anni è vietato frequentare la scuola, alle donne è proibito lavorare in molti settori e la loro libertà di movimento è subordinata alla presenza di un mahram, un parente maschio. Anche l’accesso agli spazi pubblici e la partecipazione ai processi decisionali sono stati fortemente ridotti.
A queste restrizioni si aggiungono maggiori difficoltà nell’accesso agli aiuti umanitari rispetto agli uomini. I dati del MMC mostrano che oltre la metà dei rimpatriati (53%) non ha ricevuto alcuna assistenza dopo il ritorno, con una percentuale ancora più elevata tra le donne (65%).
Questo non sorprende, considerando che le limitazioni alla libertà di movimento delle donne riducono drasticamente le opportunità di lavorare, studiare, partecipare alla vita pubblica e persino accedere agli aiuti. Le difficoltà sono ancora più gravi per le donne appartenenti a minoranze etniche o religiose, che subiscono forme di vulnerabilità sovrapposte legate sia al genere sia all’identità.
Di conseguenza, le donne afghane affrontano ostacoli strutturali che rendono la loro reintegrazione ancora più difficile. Secondo il MMC, il 61% delle donne dichiara di essere poco soddisfatto o fortemente insoddisfatto della propria vita in Afghanistan.
Queste difficoltà pongono una questione fondamentale: come si può considerare il rimpatrio una soluzione sostenibile quando le donne e altri gruppi vulnerabili continuano a incontrare ostacoli che impediscono loro di ricostruire una vita sicura, dignitosa e significativa?
Andare oltre il rimpatrio: soluzioni più complete per gli afghani
Incertezza, crisi umanitarie e instabilità fanno parte della storia di intere generazioni di afghani. Dall’inizio degli anni Settanta il Paese ha attraversato numerose transizioni politiche, conflitti civili e gravi emergenze umanitarie.
Nel 2026 l’Afghanistan resta più complesso che mai e ha un disperato bisogno di stabilità economica, promozione dei diritti, servizi essenziali e sviluppo. Ciò di cui c’è realmente bisogno sono investimenti che favoriscano la reintegrazione, non semplicemente finanziamenti destinati all’atto del rimpatrio.
L’importanza di investire in rimpatri sicuri e in efficaci percorsi di reintegrazione non può essere sottovalutata, poiché questi processi influenzeranno la società afghana nel lungo periodo.
Le persone direttamente interessate, comprese le donne, devono essere al centro di queste discussioni. È fondamentale che i Paesi europei e la Commissione europea siano guidati non solo dall’obiettivo del rimpatrio, ma anche dall’impegno dichiarato verso i valori democratici e i diritti umani. Qualsiasi confronto sul ritorno dovrebbe mettere al centro la reintegrazione sicura, invece di considerare il rimpatrio come il punto di arrivo.
Un’importante occasione per affrontare l’attuale dinamica dei rimpatri è rappresentata dalla Support Platform della Solutions Strategy for Afghan Refugees (SSAR), che dovrebbe convocare entro la fine dell’anno una Conferenza regionale sullo sfollamento e sulle soluzioni per gli afghani. Questa conferenza offre un’opportunità unica per dare priorità alla condivisione delle responsabilità e a soluzioni di lungo periodo, piuttosto che limitarsi all’obiettivo miope del semplice ritorno fisico degli afghani.
Per gli afghani, il rimpatrio può diventare una soluzione duratura solo quando è sicuro, volontario e consente alle persone di esercitare i propri diritti senza discriminazioni. Rimandare le persone in Afghanistan può forse soddisfare gli obiettivi politici interni di ridurre il numero di rifugiati e migranti afghani, ma non porrà fine allo sfollamento: sposterà semplicemente il problema verso una destinazione ancora più segnata da incertezza e bisogno.
Oggi, più che mai, il dibattito sul rimpatrio e sulla reintegrazione rappresenta un’opportunità per costruire soluzioni realmente durature e prospettive migliori per l’Afghanistan.


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