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Siria. La tragedia dei curdi siriani: identità negata tra al-Assad, ISIS e lotte interne

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Notizia Geopolitiche, 11 gennaio 2026, di Shors Surme

Un rapporto del Beckham Research Center descrive la drammatica condizione dei curdi siriani, un popolo che da decenni vive una tragedia spesso ignorata. I curdi rappresentano il gruppo etnico più numeroso della Siria dopo gli arabi, sebbene il loro numero esatto resti sconosciuto: il regime di Assad, infatti, da molti anni nega la carta d’identità a una larga parte della popolazione curda, privandola del riconoscimento come cittadini siriani. Si stima che i curdi in Siria siano tra i 2 e i 2,5 milioni
Il rapporto ripercorre le sofferenze storiche subite dai curdi, individuando tre principali forme di persecuzione a partire dalla Prima guerra mondiale: la repressione operata dal regime di Assad, legata anche al presunto riavvicinamento dei curdi alla Turchia e all’Islam sunnita; le atrocità commesse dall’ISIS in aree come Kobane e Sinjar, occupate dal gruppo jihadista; le gravi violazioni attualmente perpetrate da un partito armato curdo, che impone l’arruolamento forzato dei giovani e li sottopone ad arresti, esecuzioni e sfollamenti.
Queste persecuzioni hanno causato l’esodo di circa 500mila curdi siriani verso la Turchia, 30mila nel Kurdistan iracheno e oltre 100mila in Europa
Lo studio sottolinea inoltre che la stragrande maggioranza dei curdi, sia in Kurdistan sia nelle aree a maggioranza curda, professa l’Islam sunnita e segue la giurisprudenza shafi‘ita. Tuttavia, tutti sono esposti a devastazioni culturali e religiose che mettono seriamente a rischio la loro identità e persino la loro sopravvivenza come popolo. Ma chi è responsabile di questa minaccia?
Quando i siriani si sollevarono contro il regime e anche molti curdi iniziarono a partecipare alle manifestazioni pacifiche, il Partito dell’Unione Democratica (PYD) diffuse sentimenti di ostilità tra i curdi, ricordando loro le ingiustizie subite nel corso degli anni per mano degli arabi. Questa narrazione non era del tutto infondata: il regime aveva effettivamente oppresso i curdi e fomentato divisioni tra curdi e arabi, spesso provocando scontri tra i due gruppi.
Un episodio emblematico è l’assassinio dello sceicco Mashouq al-Khaznawi da parte dell’intelligence del regime. In televisione comparve un uomo, Abdul Razzaq, originario di Deir Ezzor, che dichiarò di aver partecipato all’omicidio. Tuttavia, grazie anche all’influenza dei partiti curdi, l’opinione pubblica curda comprese che si trattava di un tentativo del regime di alimentare l’ostilità tra curdi e arabi.
Parallelamente il regime instillò negli arabi il timore dei curdi, sostenendo che questi ultimi intendessero creare uno Stato indipendente che avrebbe espropriato gli arabi delle loro terre e risorse. Il PYD fu inoltre il primo gruppo a imbracciare le armi in Siria dopo l’uccisione del giovane curdo Idris Rasho e, in seguito, impedì lo svolgimento di manifestazioni pacifiche contro il regime, giustificando la decisione con il rischio di bombardamenti sulle aree curde.
Il ricercatore Hoshang Osi ha analizzato il rapporto tra i curdi siriani e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), mostrando come i curdi siriani siano stati a lungo relegati a un ruolo marginale all’interno del movimento.
A seguito delle pressioni esercitate dai membri curdi siriani, il PKK nominò Rustam Kudi, anch’egli curdo siriano, a un incarico nelle regioni curde della Siria. Tuttavia, il regime non accettò tale nomina e Kudi fu successivamente assassinato in circostanze misteriose.
Un ex membro del PKK racconta di aver trasportato giovani volontari attraverso il fiume Tigri per raggiungere gli accampamenti del partito sulle montagne della Turchia. Durante una traversata, uno dei ragazzi, preso dal panico, si gettò fuori dalla piccola imbarcazione. Un alto ufficiale che supervisionava l’operazione lo spinse nuovamente nel fiume, dove il giovane annegò. L’episodio evidenzia il ruolo ricorrente dell’intelligence del regime nel contrabbando di combattenti verso i Paesi vicini, sia in uniforme militare sia come mujaheddin, perseguendo lo stesso obiettivo strategico.
Il regime di al-Assad è inoltre ritenuto responsabile di profondi cambiamenti culturali e sociali nelle aree curde, avendo sostenuto partiti di sinistra di ispirazione comunista e marxista. Tra questi rientrano il tentativo di convertire i curdi allo sciismo attraverso il “Movimento al-Murtada”, guidato da Jamil Assad, e lo sviluppo del PKK, anch’esso avvenuto sotto la supervisione del regime.
Il defunto mullah Mohammed Haider denunciò questa contraddizione con parole emblematiche: «Come può un governo permettere a un gruppo che afferma di voler liberare il Kurdistan di organizzare feste e reclutare giovani, mentre imprigiona me per aver insegnato la preghiera e il digiuno?». In un’occasione fu incarcerato per aver detto in curdo, durante la preghiera comunitaria: «Riorganizzate i vostri ranghi».
Alla luce di questi elementi, appare evidente che l’alleanza tra il PKK e il regime di al-Assad sia stata, e continui a essere, fondata su motivazioni settarie. Perché al-Assad, padre e figlio, non si sono mai alleati con altri partiti curdi in Iraq e in Siria, scegliendo invece il PKK? Secondo il rapporto, la risposta risiede nel fatto che molti dei fondatori del PKK sono alawiti, curdi o turchi, e condividono la medesima ideologia di sinistra.

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