Testimoniare nel tempo della repressione: non voglio che il mondo ricordi solo le statistiche

Gisu, Facebook, 8 febbraio
Feci un respiro profondo; i miei occhi non riuscivano a sopportare la vista dei miei bei capelli mentre venivano tagliati. Le fredde lame di ferro delle forbici affondavano tra le mie ciocche e, con il movimento della mano del parrucchiere, le recidevano senza pietà. Sentivo il peso dei capelli tagliati sulle spalle e, allo stesso tempo, pensavo ai miei dolori che avrebbero dovuto cadere insieme a quelle ciocche. Poi, con la testa più leggera e una sensazione di sollievo mescolata a rimorso, percorsi il sentiero innevato verso casa.
Taglio sempre i capelli per attraversare i giorni difficili; più dei miei pensieri, sono i capelli a pesarmi sul collo. Alla fine di novembre il mio contratto di lavoro è terminato, e questa fine ha coinciso con altri eventi spiacevoli in famiglia che mi hanno ferita profondamente. La pressione economica e il peso psicologico che ne è derivato, le restrizioni sempre più stringenti e la mancanza di opportunità lavorative si sono aggiunte alle mie preoccupazioni quotidiane. Anche solo immaginare di allontanarmi dalla mia professione e dal mio ruolo di giornalista indipendente rendeva la vita ancora più amara.
Sì; questa è la mia vita come donna giornalista indipendente in Afghanistan. Dopo una pausa, un respiro profondo e talvolta giorni di ansia e tormento, decido di ricominciare. Penso a quelle donne che, durante le interviste, cercano di raccontarmi ciò che hanno vissuto e sperimentato come donne afghane; per lasciare alle generazioni future una testimonianza di lotta, resistenza e perseveranza contro le restrizioni, e forse impedire che si ripeta. L’unica speranza che queste storie sopravvivano sono i media indipendenti e i giornalisti che, nonostante tutte le sfide, continuano a lavorare per mantenere viva la voce della resistenza.
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Proprio due giorni fa un’infermiera dell’Uruzgan mi ha scritto che una ragazza, vittima di violenza domestica, era ferita e aveva bisogno di aiuto; dovevamo far sentire la sua voce. Poco dopo, però, mi ha inviato un altro messaggio: la pubblicazione della notizia avrebbe potuto mettere di nuovo in pericolo la vita della ragazza. Sono ancora intrappolata tra la scelta di scrivere di quella violenza o tacere per non peggiorare la situazione della vittima. Questo dilemma mi tormenta.
Negli ultimi quattro anni ho raccontato le esperienze e le testimonianze di molte donne: dalle vittime di violenza domestica alle donne e ragazze imprigionate e torturate per aver protestato contro le politiche del gruppo talebano o con accuse come il “mancato rispetto dell’hijab obbligatorio”.
In questi quattro anni, raccogliere informazioni e proteggere fonti e vittime, mentre le restrizioni contro i giornalisti indipendenti aumentavano di giorno in giorno, è stata una delle sfide più difficili. Uscire di casa per realizzare un reportage o un’intervista e attraversare i posti di blocco dei talebani era come vivere un incubo ricorrente che ancora oggi non mi abbandona. Abbiamo visto come i combattenti talebani violino la privacy dei cittadini, controllando telefoni cellulari — spesso di donne e ragazze — nelle strade di Kabul, talvolta arrivando a perquisizioni corporali per identificare oppositori, manifestanti, giornalisti indipendenti e attivisti civili. Anche io, come giornalista, ho vissuto questa esperienza spaventosa che mi ha portata fino a un centro di detenzione talebano, e sono stata salvata solo grazie all’intervento di mio marito e di mio fratello.
Ho sempre desiderato, come giornalista, adempiere al mio dovere contro l’ingiustizia e la discriminazione, raccontare verità capaci di contribuire al miglioramento della società e al raggiungimento della libertà, affinché la mia famiglia e i miei amici potessero essere orgogliosi di me. Ma negli ultimi quattro anni io e i miei colleghi, come giornalisti indipendenti, siamo stati costretti a lavorare nell’anonimato e a vivere nell’ombra. Sotto il dominio dei talebani, dire la verità e raccontare ciò che accade alle donne e alle ragazze in Afghanistan viene considerato “propaganda contro il regime” e “collaborazione con stranieri” ed è criminalizzato. Così la narrazione delle ingiustizie e delle violenze sistematiche viene soffocata con l’etichetta di “propaganda contro il sistema”. I giornalisti detenuti nelle carceri talebane, di cui non si hanno notizie, sono la prova evidente di questa repressione.
Tempo fa ho ascoltato il racconto della famiglia di un giornalista torturato. Dicevano che per estorcergli una confessione forzata i talebani lo avevano appeso per i piedi e soffocato con un sacchetto di plastica, costringendolo ad ammettere di aver fatto propaganda contro il regime. Dopo le torture, gli avevano imposto di promettere che non avrebbe mai più lavorato come giornalista. Ma questa è solo una parte della realtà: dall’altra, la parte peggiore è quando anche i media, in tali condizioni, abbandonano i giornalisti e le loro famiglie, rendendo le loro vite ancora più difficili.
I nomi, le voci e le paure nascoste dietro ogni notizia pubblicata
Io, come donna giornalista indipendente, non voglio che il mondo ricordi soltanto le statistiche; voglio che ricordi i nomi, le voci e le paure nascoste dietro ogni notizia pubblicata dall’Afghanistan. Voglio dire che il prezzo dello scrivere sotto il dominio talebano non è solo la perdita del lavoro; è vivere nella paura costante, dimenticare il proprio nome, nascondere la propria voce e accettare un’esistenza nell’ombra. Ma sappiamo che proprio lo scrivere e creare narrazioni è ciò che impedisce alla violenza dei talebani di diventare normale.
Voglio anche dire che finché anche una sola donna in questa terra sarà costretta al silenzio, finché i capelli tagliati saranno segno di lutto e protesta, io non smetterò di scrivere. Per me il giornalismo non è un mestiere; è una forma di resistenza, uno sforzo per preservare la memoria collettiva contro l’oblio imposto. Forse non posso cambiare il mondo, ma posso impedire che ciò che abbiamo vissuto venga sepolto senza nome e senza voce. Fino alla libertà, continuerò a raccontare.
«Pane, lavoro, libertà» — «Donna, vita, libertà»
* Gisu (pseudonimo), giornalista di Nimrukh

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