Una rete di paura: come i talebani trasformano la povertà in uno strumento di spionaggio

Nazanin, 8AM Media, 16 maggio 2026
Le conclusioni di questo rapporto mostrano che i talebani, approfittando della povertà della popolazione e facendo uso di minacce, stanno espandendo reti di spionaggio e controllo sociale. Secondo il rapporto, arresti arbitrari, lunghi interrogatori e offerte di denaro in cambio di informazioni fanno parte di un processo organizzato volto a reclutare spie tra i cittadini comuni. I risultati mostrano che i talebani usano la povertà come leva, la paura come strumento e lo spionaggio come unica “offerta sul tavolo”. Le fonti affermano che questo processo ha trasformato paura, sfiducia e sorveglianza permanente in parte della vita quotidiana in Afghanistan.
Questo rapporto è stato redatto sulla base di interviste dirette con due fonti che affermano di essere state spinte dai talebani, attraverso minacce e sfruttamento della povertà, a lavorare come informatori per il gruppo. Il rapporto si basa anche su registrazioni audio. Per motivi di sicurezza, i nomi delle fonti non vengono divulgati.
Le conclusioni mostrano che i talebani, sfruttando i bisogni primari dei cittadini, soprattutto nelle zone più povere di Kabul, hanno creato una rete informale di informatori locali: una rete in cui pane e un minimo di sicurezza vengono scambiati in cambio di informazioni e collaborazione forzata.
Il rapporto racconta tre storie. Tre esperienze diverse che seguono lo stesso schema: la povertà come leva, la paura come strumento e lo spionaggio come unica “proposta” possibile. Uno schema che ha precedenti nella storia dell’Afghanistan e che oggi, in una forma nuova e più estesa, è arrivato nella vita quotidiana dei cittadini comuni.
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TogglePrimo racconto: arrestato sul posto di lavoro, inizio di un interrogatorio estenuante
Una delle fonti del rapporto, un uomo proveniente da una delle zone povere di Kabul, racconta che le forze talebane lo hanno portato via dal luogo di lavoro senza alcun mandato né preavviso. Secondo lui, la destinazione era uno dei distretti di sicurezza nell’ovest di Kabul. Racconta che, appena arrivato vicino alla sede della sicurezza, gli è stato confiscato il telefono cellulare e poi è stato condotto nella sala interrogatori.
Dice che lì lo attendeva un interrogatorio durato ore, che non lasciò intatto nessun aspetto della sua vita: dal numero dei membri della famiglia al modo in cui pregava, dal lavoro del padre alle relazioni sociali e al reddito mensile.
“Non c’era nulla della mia vita che non mi chiedessero. Sembrava che volessero tirare fuori, strato dopo strato, tutto il mio passato e il mio presente.”
La fonte afferma che durante l’interrogatorio ebbe più volte la sensazione che le domande fossero mirate e preparate in anticipo; non domande casuali, ma uno schema preciso orientato a ottenere informazioni specifiche.
Il telefono cellulare, il principale imputato
La parte più importante dell’interrogatorio riguardava il telefono cellulare. Gli agenti controllarono uno per uno messaggi, chiamate, fotografie, video e applicazioni installate, chiedendo spiegazioni per ogni numero, foto o messaggio.
L’obiettivo era chiaro: trovare qualsiasi collegamento con persone che durante il periodo della Repubblica avevano lavorato nelle istituzioni statali. Ma dopo ore di controlli, non fu trovato “nulla di sospetto”.
Quel momento segnò una svolta nell’interrogatorio. Quando minacce e perquisizioni non portarono a nulla, il tono cambiò e ciò che seguì non fu più un interrogatorio.
Quando le minacce non funzionano, arriva il denaro
Gli agenti mostrarono alla fonte le foto di alcuni youtuber e chiesero se li conoscesse. Poi arrivò la proposta principale. Una proposta che, secondo la fonte, “ha un’apparenza gentile, ma dietro nasconde la paura”.
“Dissero: se ci dai informazioni, ti pagheremo. Si parte da cinquemila afghani e, se la notizia è più importante, pagheremo di più.”
La richiesta era chiara: informazioni su persone che durante la Repubblica avevano lavorato per lo Stato. Dove vivevano, che tipo di automobile possedevano, se avevano armi oppure no, dettagli sui loro movimenti quotidiani.
Alla fine dell’interrogatorio presero il suo numero di telefono e gli dissero che la collaborazione “gli avrebbe cambiato la vita”. Una frase che non era né una promessa né una semplice formalità, ma una pressione mascherata da opportunità.
La fonte racconta che, dopo essere stato rilasciato, per ore non riuscì a parlare. La paura non derivava solo da ciò che era accaduto, ma da ciò che sarebbe potuto accadere dopo: la sensazione di essere ormai sotto osservazione.
Secondo racconto: un posto di blocco per strada, una proposta impossibile da rifiutare
La seconda fonte del rapporto è un uomo che, alcuni mesi fa, fu fermato e perquisito in una strada trafficata dell’ovest di Kabul da una persona che si presentò come affiliata ai talebani.
L’uomo, un semplice lavoratore, racconta: “All’inizio gli chiesi chi fosse per perquisirmi. Mi mostrò il suo tesserino. Quando vidi il documento capii che era davvero uno dei talebani.”
Cominciò un interrogatorio sul suo lavoro e sul reddito mensile. Quando l’agente seppe quanto guadagnava, gli chiese con tono ironico: “Con questo reddito, come fai a vivere?”
La fonte dice di aver risposto: “In qualche modo si va avanti.”
Ma l’agente non si accontentò di quella risposta. Aveva una proposta che voleva assolutamente fargli ascoltare. L’uomo racconta di aver rifiutato ancora prima di sentirne i dettagli, perché aveva già ricevuto una proposta simile in passato. Ma l’agente, con tono minaccioso, gli disse: “No, il tuo lavoro va bene. Prima ascolta quello che ho da dirti.”
La proposta era semplice ma pericolosa: segnalare qualsiasi cosa “sospetta” in città in cambio di denaro, “determinato in base al valore dell’informazione”. Doveva soltanto restare in contatto con quella persona e con nessun altro.
La fonte racconta: “Non avevo altra scelta. Se avessi rifiutato, non sapevo cosa mi sarebbe successo. Ho finto di accettare e ho preso il suo numero.”
Aggiunge che ciò che lo tormentava più di tutto non era la proposta in sé, ma il fatto di non avere via di fuga.
“Dire ‘no’ era pericoloso. Dire ‘sì’ era pericoloso. E anche il silenzio non bastava.”
Terzo racconto: una proposta sul posto di lavoro, 500 afghani al giorno
La seconda fonte parla anche dell’esperienza di un suo conoscente. Un racconto che mostra come questo schema sia arrivato dalle strade anche ai luoghi di lavoro.
Secondo lui, i talebani si presentarono direttamente sul posto di lavoro di questa persona. Questa volta la proposta non venne fatta sotto forma di interrogatorio o controllo stradale, ma come un “contratto” informale: 500 afghani al giorno in cambio di qualsiasi informazione utile.
Questo approccio è più esplicito e diretto rispetto ai due racconti precedenti. Non c’è più bisogno del pretesto dell’interrogatorio o del posto di blocco. I talebani si avvicinano direttamente alle persone, mettono la proposta sul tavolo e aspettano una risposta.
La differenza tra “cinquemila afghani per una notizia” e “500 afghani al giorno” non sta solo nella cifra, ma nella struttura stessa del sistema. Il secondo modello trasforma la persona in un impiegato informale: qualcuno che riferisce regolarmente e viene pagato regolarmente.
Non è la prima volta: un modello già conosciuto
Ciò che emerge da questi tre racconti non è nuovo per l’Afghanistan. Durante il primo regime talebano, tra il 1996 e il 2001, le reti informali di intelligence ebbero un ruolo importante nel controllo della società. Anche allora i talebani utilizzavano la stessa combinazione: paura, povertà e senso di abbandono.
Ma ciò che oggi si osserva a Kabul presenta una differenza importante: questa volta le proposte non vengono fatte solo nelle stanze degli interrogatori, ma anche per strada, nei luoghi di lavoro e tra la gente comune. La portata del fenomeno si è ampliata.
Gli esperti di diritti umani hanno più volte avvertito che lo spionaggio sociale — cioè l’uso dei cittadini comuni come fonti informative — è uno degli strumenti più efficaci di controllo sociale nei regimi autoritari. Questo strumento non produce soltanto informazioni, ma crea un clima in cui tutti temono tutti.
Kabul ovest: dove la povertà diventa strumento di pressione
L’elemento comune ai tre racconti è l’ovest di Kabul, una regione che da anni soffre povertà strutturale, disoccupazione diffusa e mancanza di opportunità di lavoro stabili. In quest’area, il reddito quotidiano di molte famiglie basta a malapena a coprire le necessità essenziali.
In un simile contesto, un’offerta di 500 o 5000 afghani — anche per un’attività rischiosa e indesiderata — può diventare uno strumento efficace di pressione. Quando le possibilità di scelta nella vita sono limitate, dire “no” a un agente armato è un prezzo che molti non possono permettersi di pagare.
È proprio questo che distingue questo metodo dagli altri strumenti di controllo: non la forza diretta, ma l’uso delle condizioni economiche come forma indiretta di pressione. La povertà facilita il lavoro dei talebani.
Le conseguenze di questo processo vanno oltre il controllo a breve termine: diffusione della sfiducia tra vicini, erosione dei rapporti sociali e formazione di un ambiente in cui ogni cittadino è potenzialmente sia sospetto sia fonte di informazioni.
L’attenzione degli interrogatori nell’identificare persone legate al periodo della Repubblica mostra che, nonostante siano passati anni dalla caduta del precedente governo, questi dossier sono ancora considerati “aperti” dai talebani.
Questo approccio invia diversi messaggi: primo, che i talebani continuano a temere reti nascoste fedeli allo Stato precedente; secondo, che con il passare del tempo le vecchie informazioni perdono valore e devono essere aggiornate — e i cittadini comuni rappresentano la fonte più economica e accessibile per questo aggiornamento.
Questo processo non mantiene viva la paura solo tra i sopravvissuti dell’apparato precedente, ma estende la pressione anche ai cittadini comuni: persone il cui unico “crimine” è lavorare, muoversi quotidianamente e cercare di sopravvivere.
Ciò che emerge in questo rapporto è un sistema, non un episodio isolato. Un sistema che trasforma povertà, paura e coercizione in una rete di informazioni e consuma la società dall’interno.
Arresti arbitrari, interrogatori estesi, visite dirette ai luoghi di lavoro: i metodi cambiano, ma l’obiettivo resta lo stesso: reclutare informatori all’interno di una società in cui la povertà ha limitato le possibilità di scelta.
Il confine tra “collaborazione” e “costrizione” in questi racconti è sottile quanto una minaccia. Chi salva nel proprio telefono il numero di un agente talebano — non per convinzione, ma per paura — è una vittima, non un collaboratore.
E il prezzo di questa scelta forzata non è soltanto il denaro, ma anche la sicurezza psicologica, la fiducia sociale e talvolta la vita delle persone. In una società in cui la paura è nell’aria, persino il silenzio non è più una scelta: è soltanto un’altra forma di costrizione.


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