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Tag: Afghanistan talebani

Le associazioni femminili mettono in guardia la Germania contro la “normalizzazione” dell’influenza talebana.

Amu TV, 11 maggio 2026, di Siyar Sirat

Una coalizione di attiviste afghane per i diritti delle donne residenti in Germania ha messo in guardia il governo tedesco contro quella che ha definito la graduale normalizzazione dell’influenza dei talebani all’interno delle missioni diplomatiche afghane in Europa, sostenendo che tale sviluppo comporta rischi politici, sociali e per la sicurezza che vanno ben oltre la stessa diaspora afghana.

In una lettera aperta indirizzata al ministro dell’Interno tedesco, Alexander Dobrindt, e al ministro degli Esteri, Johann Wadephul, l’Organizzazione di coordinamento delle attiviste afghane (AWACB) ha affermato che i recenti sviluppi riguardanti le rappresentanze diplomatiche afghane in Germania hanno intensificato le preoccupazioni tra gli esuli afghani.

La lettera, emessa a Berlino nel maggio 2026 e pubblicata in collaborazione con l’Organizzazione europea per l’integrazione, citava recenti notizie diffuse dai media tedeschi secondo cui individui affiliati ai talebani stavano tentando di reclutare stagisti attraverso le sedi diplomatiche afghane in Germania e di espandere le reti istituzionali legate all’amministrazione talebana.

«Le ambasciate e i consolati non sono spazi neutrali», ha scritto il gruppo. «Creano reti politiche, influenza sociale e strutture di lealtà a lungo termine».

Gli attivisti hanno esortato il governo tedesco a valutare quelle che hanno definito le conseguenze a lungo termine dell’influenza che attori legati ai talebani stanno acquisendo sui servizi consolari e sulle strutture diplomatiche afghane in Europa.

La lettera sosteneva che molti afghani residenti in Germania, tra cui attiviste per i diritti delle donne, giornalisti, ex giudici, accademici ed ex dipendenti governativi, erano fuggiti proprio da quei sistemi politici e ideologici che ora si teme stiano riemergendo attraverso i canali diplomatici.

Il gruppo ha inoltre espresso preoccupazione per la supervisione finanziaria dei servizi consolari afghani in Europa, sottolineando come i cittadini afghani dipendano dalle ambasciate e dai consolati per ottenere passaporti e documenti ufficiali, generando così ingenti flussi di entrate. Gli attivisti hanno affermato che non è ancora chiaro quali garanzie esistano per assicurare che tali fondi non vengano indirettamente utilizzati per sostenere strutture legate ai talebani.

Nella lettera, i talebani venivano descritti come “un regime islamista autoritario” che esclude sistematicamente le donne dalla vita pubblica e reprime l’opposizione politica. Le attiviste hanno evidenziato le restrizioni all’istruzione femminile e le più ampie limitazioni imposte alle donne da quando i talebani sono tornati al potere nel 2021.

La lettera avvertiva inoltre che le scuole e gli istituti di istruzione in Afghanistan si erano progressivamente trasformati in strutture religiose a forte connotazione ideologica, minando l’educazione pluralistica e i valori democratici.

La Germania, come altri Paesi occidentali, non ha riconosciuto formalmente il regime talebano, ma ha mantenuto un dialogo limitato con i suoi funzionari su questioni quali migrazione, affari consolari e accesso umanitario.

Negli ultimi mesi, in Germania e in altri paesi europei, il dibattito sulle politiche migratorie e di deportazione degli afghani si è intensificato, nel contesto di discussioni più ampie sulle relazioni con i talebani.

Gli attivisti hanno chiesto a Berlino di garantire “piena trasparenza” riguardo a qualsiasi influenza legata ai talebani nelle missioni diplomatiche afghane, di condurre valutazioni di sicurezza su possibili reti di reclutamento e di istituire maggiori tutele per i membri vulnerabili della diaspora afghana.

Hanno inoltre esortato la Germania a mantenere una politica nei confronti dell’Afghanistan incentrata sui diritti umani, sui principi democratici e sulla tutela delle donne.

«Il vero pericolo non emerge all’improvviso», affermava la lettera. «Si sviluppa gradualmente, attraverso la presenza istituzionale, la normalizzazione sociale e reti di influenza consolidate nel tempo».

Al momento della pubblicazione, le autorità tedesche non avevano ancora risposto pubblicamente alla lettera.

[Trad. automatica]

Il sistema di divieti che cancella le donne

 

Cisda, 9 aprile 2025

Negli ultimi anni in Afghanistan si è assistito all’imposizione progressiva di un sistema di restrizioni estremamente severe che colpiscono l’intera popolazione, ma che sono rivolte in modo particolare a regolamentare ogni aspetto della vita delle donne.

A prima vista, molti di questi divieti possono apparire casuali, incoerenti, grotteschi, più frutto della demenza che della costruzione di un sistema giuridico organico. In realtà, delineano con chiarezza l’idea che i Talebani hanno della donna: un corpo-oggetto da sottrarre allo sguardo pubblico, da isolare e tenere lontano dalla vita sociale perché ritenuto peccaminoso e “impuro”. Un dispositivo ridotto a funzione biologica, contenitore della vita e strumento per la riproduzione e la crescita della prole. Un serbatoio di carne, forza ed energia da utilizzare a discrezione degli uomini, gli unici ai quali viene riconosciuto il diritto a una vita pienamente umana, seppur regolata da una lettura rigida e arcaica della Sharia e da un sistema interno di caste imposto dal codice talebano.

Il 2 aprile 2026, le Nazioni Unite hanno pubblicato un’approfondita revisione giuridica, elaborata congiuntamente dall’Office of the High Commissione for Human Rights e da UN Women. Il documento, basato sulla Convention on the Eliminazioni of All Forms of Discriminativo Against Women, analizza le misure introdotte dalle autorità de facto afghane e il loro impatto su donne e ragazze.

L’analisi esamina sedici tra i principali provvedimenti adottati dal 2021: dal divieto di istruzione secondaria e universitaria per le ragazze all’esclusione dal lavoro, dall’obbligo di mahram per gli spostamenti alle limitazioni alla libertà di movimento, dal codice di abbigliamento obbligatorio alle restrizioni nell’accesso alla sanità. A queste si aggiungono il divieto o la forte limitazione della partecipazione politica, la chiusura di spazi pubblici, le restrizioni ai media e alla libertà di espressione femminile, le discriminazioni nell’accesso alla giustizia, l’impunità per le violenze di genere, i limiti all’attività delle ONG con personale femminile, l’esclusione dalla formazione professionale, il controllo sulla vita privata e familiare, le restrizioni economiche e, più in generale, un sistema strutturato di segregazione di genere.

Secondo il rapporto, l’insieme di queste misure configura una forma di discriminazione sistemica e istituzionalizzata, in violazione diffusa degli obblighi internazionali assunti dall’Afghanistan con la CEDAW.

La revisione è pensata come uno strumento operativo per governi e attori internazionali, chiamati a valutare la conformità del Paese al diritto internazionale e a monitorare eventuali evoluzioni future, anche alla luce del dialogo diplomatico in corso con i talebani.

Auspichiamo che questo documento sia sufficiente a frenare le crescenti tentazioni al riconoscimento del governo talebano e a spingere Stati e istituzioni internazionali ad assumere una posizione più netta contro quello che viene sempre più spesso definito un sistema di apartheid di genere.

Perché mentre si moltiplicano i segnali di apertura diplomatica e le pressioni verso una normalizzazione dei rapporti con i talebani, il rischio è che questo sistema venga progressivamente accettato, se non legittimato. Che la cancellazione delle donne dallo spazio pubblico diventi un fatto compiuto, assorbito nella realpolitik internazionale.

Quello che segue è un elenco, parziale e non esaustivo, delle restrizioni finora imposte, redatto con il contributo di un gruppo di rifugiati e rifugiate afghani in Italia da qualche anno.

ANNO 2021

  1. Completo divieto per le donne di lavorare fuori di casa, il che vale anche per insegnanti, ingegneri e la maggior parte dei professionisti. Solo alcune donne medico e infermiere hanno il permesso di lavorare in alcuni ospedali a Kabul.
  2. Completo divieto per le donne di attività fuori della casa se non accompagnate da un mahram (parente stretto come un padre, un fratello o un marito).
  3. Divieto per le donne di trattare con negozianti maschi.
  4. Divieto per le donne di essere trattate da dottori maschi.
  5. Divieto per le donne di studiare in scuole, università o altre istituzioni educative (i Talebani hanno convertito le scuole per ragazze in scuole coraniche).
  6. Obbligo per le donne di indossare un lungo velo (Burqa) che le copre da capo a piedi.
  7. Sono previsti frustate, botte e violenza verbale per le donne non vestite secondo le regole Talebane o per le donne non accompagnate da un mahram.
  8. Frustate in pubblico per le donne che non hanno le caviglie coperte.
  9. Lapidazione pubblica per le donne accusate di avere relazioni sessuali al di fuori del matrimonio.
  10. Divieto di uso di cosmetici (a molte donne con unghie dipinte sono state tagliate le dita) e divieto per le donne di recarsi dal parrucchiere.
  11. Divieto per le donne di parlare o di dare la mano a uomini non mahram.
  12. Divieto per le donne di ridere ad alta voce (nessun straniero dovrebbe sentire la voce di una donna).
  13. Divieto per le donne di portare tacchi alti perché produce suono quando camminano (un uomo non deve sentire i passi di una donna) e divieto di indossare abiti attillati e colorati.
  14. Divieto per le donne di andare in taxi senza un mahram.
  15. Divieto per le donne di essere presenti in radio, televisione, o incontri pubblici di qualsiasi tipo.
  16. Divieto per le donne di praticare sport o di entrare in un centro sportivo o in un club.
  17. Divieto per le donne di andare in bicicletta o motocicletta anche se con il mahram.
  18. Divieto per le donne di indossare vestiti con colori vivaci. Perché ritenuti “sessualmente attraenti
  19. Divieto per le donne di incontrarsi in occasioni di festa o per scopi ricreativi
  20. Divieto per le donne di lavare i vestiti vicino a corsi d’acqua o in luoghi pubblici
  21. Modificazione di tutti i nomi di luogo incluso la parola “donna” (per esempio, i ‘giardini per donne’ sono stati chiamati “giardini di primavera).
  22. Divieto per le donne di apparire sui balconi dei loro appartamenti o case.
  23. Pittura obbligatoria di tutte le finestre cosicché le donne non possano essere viste da fuori delle loro case.
  24. Divieto per i sarti maschili di prendere misure per le donne o cucire vestiti femminili.
  25. Divieto dei bagni pubblici femminili
  26. Divieto per uomini e donne di viaggiare sugli stessi bus. I bus pubblici sono ora stati separati in “solo per uomini” o “solo per donne”.
  27. Divieto di pantaloni larghi anche sotto un burqa.
  28. Divieto per le donne di fotografare o filmare.
  29. Divieto di fare foto di donne per giornali e libri o di appenderle sulle pareti delle case e dei negozi.

A parte queste restrizioni sulle donne, i Talebani hanno vietato a tutta la popolazione:

  • di ascoltare musica sia agli uomini che alle donne
  • di guardare film, televisione e video
  • di celebrare il Capodanno (Nowruz) il 21 marzo, in quanto non è una festa islamica
  • di celebrare la Giornata del Lavoro (1° maggio) perché è considerata una festa “comunista”
  • hanno ordinato che tutti i nomi non islamici siano cambiati in nomi islamici
  • hanno obbligato i giovani afghani a tagliarsi i capelli
  • hanno ordinato a tutti di scegliere nomi islamici se i loro nomi non sono islamici
  • hanno ordinato che gli uomini indossino vestiti islamici come il cappello
  • hanno ordinato che gli uomini non si radino o non ornino le loro barbe che invece devono crescere lunghe per uscire con un nodo sotto il mento
  • qualsiasi forma di gioco o intrattenimento è proibito
  • hanno ordinato che tutti seguano le preghiere nelle moschee cinque volte al giorno
  • di tenere piccioni e di giocare con uccelli considerandolo non islamico; chi viola queste norme sarà imprigionato e gli uccelli uccisi
  • di far volare gli aquiloni perché sono considerati non islamici
  • hanno ordinato a tutti gli spettatori che incoraggiano gli sportivi di cantare ‘allah-o-akbar'(Dio è grande) e di non applaudire
  • chiunque sia trovato avere libri proibiti sarà punito con la morte
  • chiunque si converta dall’Islam a un’altra religione sarà punito con la morte
  • tutti gli studenti devono portare il turbante (“Niente turbante, niente formazione”)
  • le minoranze non musulmane devono portare un contrassegno distintivo o cucire un pezzo di tessuto giallo sui vestiti per differenziarsi dalla maggior parte della popolazione che è musulmana.

ANNO 2022

  1. Imposizione dell’Hijab: Arresto e detenzione temporanea per le donne che non lo indossano
  2. Obbligo per tutte le donne di coprirsi il volto nei luoghi pubblici e in caso di violazione dell’ordine sarà punito il tutore maschile della donna. I membri della Polizia religiosa possono fermare le donne per strada e possono costringere le donne a comprare un hijab nel mercato più vicino e tornare a casa
  3. Divieto di guida
  4. Divieto di frequentare luoghi pubblici
  5. Divieto di interazione tra studentesse e personale maschile nelle scuole
  6. Divieto di partecipazione delle ragazze a corsi di formazione linguistica
  7. Divieto di scegliere le seguenti Facoltà universitarie: Agricoltura, Medicina, Veterinaria, Ingegneria civile, Ingegneria mineraria, Economia, Informatica
  8. Divieto totale di Istruzione universitaria
  9. Messa al bando del diritto al lavoro
  10. Divieto di lavorare nelle ONG

ANNO 2023

  1. Divieto di festeggiare la festa di San Valentino con chiusura obbligatoria di negozi e ristoranti
  2. Rimozione delle immagini femminili dai luoghi pubblici
  3. Rimozione dei manichini femminili dai negozi; nella provincia di Herat hanno costretto i negozianti a decapitare i manichini
  4. Divieto di pubblicare immagini di esseri viventi; nell’Islam è vietato stampare immagini di uomini e animali.
  5. Restrizione nella fornitura di servizi governativi. Gli uffici governativi hanno il diritto di fornire servizi alle donne con hijab e mahram solo due volte alla settimana, mentre negli altri giorni alle donne è vietato entrare in qualsiasi ufficio governativo.

ANNO 2024

  1. Chiusi gli istituti di scienze della salute: è vieto alle donne di studiare come ostetriche e infermiere
  2. Vietato alle donne di far sentire la propria voce, anche in presenza di altre donne
  3. Vietato alle donne recitare il Corano o fare preghiere ad alta voce
  4. Installazione di tende nere sui mezzi di trasporto pubblici come autobus e taxi
  5. Obbligo di consegnare con la forza i telefoni cellulari di donne e ragazze per strada, controllandone il contenuto senza alcun rispetto per i loro diritti e la loro dignità umana e rompendoli
  6. Maltrattamenti e percosse nei confronti di chi usa la bandiera afghana; obbligo ad esporre la bandiera dell’Emirato
  7. Poligamia praticata dai talebani senza il consenso della famiglia, ma con la forza e le percosse
  8. Matrimoni forzati di ragazze minorenni e stupri subiti
  9. Umiliazione e oppressione di genere
  10. Modifica dei programmi scolastici con materie giuridiche e religiose
  11. Violenza e molestie online tramite numeri anonimi
  12. Povertà, problemi economici e mancanza di lavoro per le donne occupate e istruite

ANNO 2025

  1. Divieto di accesso ad internet in alcune province
  2. Rimozione di libri scritti da donna nelle università
  3. Eliminazione di 18 corsi su democrazia, diritti umani e studi sulle donne
  4. Vietato il gioco degli scacchi
  5. Divieto di “esporsi” visivamente: il decreto impone che alcuni spazi delle case non siano visibili dall’esterno, per cui bisogna murare le finestre.

ANNO 2026

Nuovo Codice penale – Legalizzazione della violenza contro le donne

  1. È consentito agli uomini picchiare le proprie mogli, purché non provochino fratture ossee o ferite gravi.
  2. Abolizione dell’uguaglianza tra uomo e donna per legge. Secondo il decreto ufficiale (Decree No.12), l’uguaglianza tra uomo e donna è stata completamente eliminata e l’uomo ha piena autorità sulla donna.
  3. Criminalizzazione della vita privata delle donne. Una donna è considerata colpevole se esce di casa senza il permesso del marito oppure non rientra a casa. L’articolo 34 Punisce le donne che lasciano la casa senza il permesso del marito per andare dalla propria famiglia, condannato lei e i propri familiari fino a 3 mesi di reclusione, togliendo anche l’ultima via di rifugio per le donne, che non hanno altra scelta se non subire in maniera passiva quello che le accade.
  4. Le donne in Afghanistan sono meno tutelate degli animali. L’articolo 70 del nuovo codice di procedura penale dei talebani stabilisce, infatti che chi organizza combattimenti tra animali può essere condannato a 5 mesi di carcere. Questa pena è ben superiore a quella per la violenza sulle donne, a dimostrazione che in questo paese il benessere degli animali è più tutelato di quello delle donne, trasmettendo il messaggio che esse sono esseri inferiori e meritano di essere punite.
  5. Restrizioni sui diritti riproduttivi. Limitazione o divieto dei metodi contraccettivi e pressioni su farmacie e ostetriche per interrompere questi servizi.
  6. Restrizioni sanitarie. Le donne non hanno il diritto di utilizzare l’ambulanza senza un mahram (tutore maschile).
  7. Una delle restrizioni generali, applicata soprattutto con gli studenti, è la pressione a seguire una religione specifica; ciò significa che le minoranze religiose vengono costrette ad abbandonare la propria fede.

Quando studiare è un atto di resistenza

SALTO, 21 marzo 2026, di Simonetta Nardin

In Afghanistan alle ragazze, dopo i 12 anni, è vietato studiare. La resistenza femminile passa attraverso scuole segrete e progetti di indipendenza economica. Il racconto di una giovane donna e le sue speranze in una generazione che non si arrende.

In Afghanistan alle ragazze, dopo i 12 anni, è vietato studiare. Ma esistono forme di resistenza, come ad esempio quella delle donne di RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), che dal 1977 lottano per i diritti delle donne, la pace e la democrazia e che oggi, anche attraverso una rete di scuole segrete, continuano a sfidare l’apartheid di genere imposto dal regime fondamentalista dei Talebani.

In occasione della Giornata internazionale dei diritti della donna, la Fondazione Casa Costa, il Centro Antiviolenza GEA e l’ONG di Belluno “Insieme si può…” hanno presentato a Bolzano persone e progetti che testimoniano questa resistenza. Oggi riportiamo qui il racconto fatto in quella occasione da Jeena, una giovane donna afghana, che da alcuni anni vive in Italia e che ha offerto anche un briciolo di speranza perché “un regime basato sull’ignoranza non può controllare all’infinito un’intera popolazione”.

Introducendo l’evento, l’albergatore Michil Costa ha ricordato che il suo impegno e quello della Fondazione Casa Costa a favore della parità di genere nascono innanzitutto dalla consapevolezza e dall’assunzione di responsabilità. Il primo passo è riconoscere che le donne, anche nella nostra società , continuano a vivere discriminazioni quotidiane. “Per questo spetta a noi uomini fare la nostra parte: non si tratta di una colpa di esser nati maschi, ma di come scegliamo di esistere come tali”.

“Possiamo diventare esseri umani migliori solo se diventiamo uomini migliori”.

Il passo successivo, ha detto, è tradurre questa consapevolezza in azioni concrete: nel linguaggio, nei luoghi di lavoro, nell’educazione dei figli, nella condivisione del lavoro domestico, nel non restare in silenzio di fronte a discriminazioni e violenze. È con questo stesso approccio che la Fondazione, creata nel 2007, sostiene progetti concreti a favore delle donne in Afghanistan, in particolare a fianco di RAWA. “Possiamo diventare esseri umani migliori solo se diventiamo uomini migliori, se scegliamo ogni giorno di essere parte attiva del cambiamento. Perché sotto lo stesso cielo, tutti siamo responsabili,” ha concluso.

“Gli stessi strumenti che mettono in atto le donne in situazioni di violenza in tutto il mondo”.

“Se ognuna e ognuno nel suo ambito di competenze fa un piccolo passo, allora insieme si possono fare nascere cose meravigliose,” ha detto Christine Clignon, presidente di GEA, che ha avviato il dialogo con J. ricordando la profondità della crisi afghana: “È uno scenario difficilmente immaginabile per chi nasce in un contesto privilegiato come il nostro. Sono le donne a pagare il prezzo più alto in Afghanistan: non possono più decidere del proprio futuro né del proprio corpo. Eppure mettono in campo una forza straordinaria per sopravvivere”. Clignon ha richiamato un elemento di continuità tra contesti così diversi: “Per sopravvivere mettono in atto una forza grandissima, una resilienza inimmaginabile. Sono gli stessi strumenti che mettono in atto le donne in situazioni di violenza in tutto il mondo. Ecco quindi il nome del nostro evento: Voci di Forza”. Ed ecco la voce di Jeena.

Il racconto di Jeena

Ogni volta che parlo del mio Paese porto con me un peso difficile da spiegare. Ma oggi, nonostante tutto, esiste ancora speranza. La situazione non è più quella del 1996: oggi i giovani sono molti di più, e sono consapevoli. Questo, per noi, significa che qualcosa potrà cambiare.

A volte diciamo, anche per sdrammatizzare, che se le grandi potenze smettessero di sostenere i talebani, l’Afghanistan potrebbe liberarsi in pochi giorni. È una battuta, certo, ma contiene una verità: i talebani non sono invincibili. Sono un gruppo armato, ma non rappresentano davvero la forza di un popolo di oltre trenta milioni di persone, in gran parte giovani.

E sono proprio i giovani, oggi, uno dei segnali più forti di speranza. Nonostante tutto, continuano a organizzarsi, a pensare, a immaginare un futuro diverso. Alcuni studenti universitari hanno creato un’organizzazione dedicata alla crisi climatica: hanno tutti meno di 25 anni e lavorano nelle loro comunità per ridurre l’inquinamento e sensibilizzare le persone. In un Paese devastato da guerre e crisi umanitarie, scegliere di occuparsi anche dell’ambiente è un atto politico, è un segno di visione.

In una delle città più conservatrici dell’est, Jalalabad, alle studentesse era stato inizialmente permesso di sostenere gli esami universitari. Ma quando questo diritto è stato nuovamente limitato, i loro colleghi maschi hanno deciso di scioperare: hanno dichiarato che non avrebbero frequentato né sostenuto esami senza le loro compagne. Questo gesto ha avuto un effetto a catena: altri studenti, a Kabul, Herat e Mazar-e-Sharif, hanno fatto lo stesso. E durante alcune proteste guidate da donne, come a Herat, anche uomini sono scesi in piazza in solidarietà.

Nonostante tutto, i giovani continuano a organizzarsi, a pensare, a immaginare un futuro diverso.

Eppure, la realtà quotidiana resta durissima. Il Paese è precipitato in una crisi profonda. Ci sono fame, inflazione, disoccupazione ovunque. Le istituzioni sono collassate, l’economia è ferma, i beni sono congelati. La vita delle persone è diventata una lotta continua per sopravvivere.

Negli ultimi mesi è stato introdotto un nuovo codice penale. È difficile spiegare quanto questo abbia cambiato tutto. Non si tratta solo di leggi più severe, ma di un sistema che riconosce apertamente una gerarchia tra le persone. La stessa colpa può essere punita in modo diverso a seconda di chi la commette. Chi ha potere religioso viene spesso solo ammonito, mentre chi appartiene alle classi più deboli può essere incarcerato o punito fisicamente.

Questo crea un senso di ingiustizia profondo, ma anche paura. Non esiste più un’idea di legge uguale per tutti. Esiste solo il controllo. Un altro aspetto molto pericoloso è l’imposizione di una sola interpretazione religiosa. Questo non solo esclude le minoranze, ma crea divisioni che possono sfociare in nuovi conflitti. L’Afghanistan ha già vissuto troppe guerre per motivi religiosi, e il rischio che la storia si ripeta è reale.

Esiste una guerra silenziosa fatta di fame, povertà, disoccupazione, ingiustizia e soffocamento

Nel frattempo, la vita delle persone si spezza. Ho visto famiglie distrutte dalla povertà. Persone costrette a vendere i propri figli, soprattutto le bambine, per poter sfamare gli altri. Uomini che vendono un rene per guadagnare qualche mese di sopravvivenza. E altri che non ce la fanno e scelgono di togliersi la vita.

Quando i Talebani parlano di sicurezza, io mi chiedo: che tipo di sicurezza è quella in cui si muore di fame? Manon dimentichiamoci dei crimini che gli Stati Uniti hanno commesso contro il nostro popolo, innanzitutto sostenendo un regime mafioso fondamentalista durante i vent’anni di occupazione militare. In base ad un accordo vergognoso hanno consegnato il paese ai Talebani e loro stessi sono fuggiti in meno di 24 ore. Ritenere esclusivamente i Talebani colpevoli per la situazione aiuta l’Occidente a lavarsi le mani delle sue responsabilità.

Forse oggi non ci sono più bombe e carri armati come in passato, ma esiste una guerra silenziosa: fatta di fame, povertà, disoccupazione, ingiustizia e soffocamento. Ma c’è un altro livello della crisi, ancora più doloroso: quello delle donne.

Oggi, essere donna in Afghanistan significa perdere quasi tutto. Le donne non possono lavorare, non possono studiare, non possono muoversi liberamente. Anche uscire di casa è diventato complicato, perché è necessario essere accompagnate da un uomo della famiglia.

Non possiamo più andare nei parchi, nelle palestre, nei luoghi pubblici. I saloni di bellezza sono stati chiusi. Il Ministero per gli affari femminili è stato sostituito da un organo che controlla ogni aspetto della vita privata: come ci vestiamo, come ci comportiamo, perfino come ridiamo.

La violenza è aumentata. E ciò che è ancora più grave è che viene normalizzata. Il nuovo codice penale, di fatto, rende la violenza domestica quasi invisibile. Le donne non hanno strumenti per difendersi. Se scappano, rischiano di essere punite loro.

Quando penso a mia sorella, penso a una forma di resistenza silenziosa ma potentissima.

Mia sorella lavora in un’organizzazione sanitaria. È uno dei pochi ambiti in cui le donne possono ancora operare, ma in condizioni estremamente difficili. Lei mi racconta che ogni giorno arrivano casi gravissimi: ragazze giovanissime, spesso minorenni, che hanno subito violenze fisiche, sessuali, psicologiche. Alcune non riescono nemmeno a parlare o a camminare. Molte hanno tra i 14 e i 16 anni e affrontano gravidanze ad alto rischio. Il sistema sanitario è al collasso, mancano medici, fondi, strutture.

Nel presente ho una speranza più semplice: che una donna possa uscire di casa senza paura.

Eppure, queste donne continuano a lavorare. Lo fanno spesso in clandestinità, senza contratti, usando nomi falsi per non essere identificate. I talebani fanno incursioni nei centri sanitari, minacciano, intimidiscono. Ma restano, perché sanno che, se smettono, altre donne resteranno completamente sole. Quando penso a mia sorella, penso a una forma di resistenza silenziosa ma potentissima.

Scuole segrete e una tisana allo zafferano
In Afghanistan la Fondazione Casa Costa sostiene RAWA anche attraverso la collaborazione con l’ONG bellunese Insieme si può…(ISP). A Bolzano, il direttore di ISP Daniele Giaffredo ha raccontato come, dopo il ritorno dei talebani nel 2021, RAWA ha subito riattivato la rete delle scuole segrete, creata sotto il primo regime dei talebani. Si tratta di classi clandestine ospitate in case private, frequentate da ragazze sopra i 12 anni e da donne di tutte le età. Un sistema ad altissimo rischio: insegnanti, famiglie e studentesse vivono sotto minaccia costante. Dal 2021 sono state attivate circa 50 classi, per un totale di oltre 600 beneficiarie ogni anno, in diverse province del Paese.

La Fondazione sostiene dal 2017 anche un progetto legato alla coltivazione dello zafferano, che garantisce un reddito alle donne coinvolte e promuove percorsi di alfabetizzazione. Il progetto è sostenuto anche attraverso la vendita de “Il Fiore di Herat”, una tisana allo zafferano nata dalla collaborazione con Pompadour (a Bolzano si trova presso Peter’s Teahouse ). “Grazie a questo progetto sono successe cose straordinarie – ha raccontato Giaffredo –. Le donne coinvolte hanno chiesto corsi di alfabetizzazione e hanno coinvolto altre donne della loro comunità.”

Un’altra forma di resistenza è quella delle scuole segrete. Oggi alle ragazze sopra i dodici anni è vietato studiare. Non possono frequentare la scuola né l’università. Questo significa negare il futuro a un’intera generazione.

Ma non tutte accettano questo destino. In molte città esistono scuole clandestine. Sono case private, dove le ragazze arrivano in piccoli gruppi, in orari diversi, per non dare nell’occhio. Tutte sanno cosa dire in caso di controlli. In alcuni casi, sembrano normali famiglie. In realtà sono scuole. Oltre alle materie tradizionali, si insegna anche a pensare, a capire la realtà, a sviluppare uno spirito critico.

Oltre alle materie tradizionali, si insegna anche a pensare, a capire la realtà, a sviluppare uno spirito critico.

Frequentarle è pericoloso. Le famiglie stesse, a volte, sono un ostacolo. E fuori casa c‘è il controllo costante. Una donna sola può essere fermata, minacciata, arrestata. Eppure, queste ragazze continuano. E spesso diventano insegnanti a loro volta. È così che nasce una nuova generazione di donne consapevoli.

La mia storia personale è legata a questa resistenza.

Mia madre era un’attivista durante il primo regime talebano. Ancora oggi vive in clandestinità. Da bambina non capivo cosa facesse: sapevo solo che era spesso fuori casa, anche per molte ore. Poi ho scoperto che lavorava con organizzazioni che gestivano scuole segrete, portavano aiuti umanitari e documentavano i crimini. È stata picchiata due volte dai talebani. Una volta non riusciva a camminare per settimane.

Io vivevo spesso con mia nonna. Ricordo un episodio che non dimenticherò mai: al mercato un talebano, un ragazzino, le urlò di tornare a casa, ma lei non sentì e lui la colpì con una frusta sulla schiena. Mia nonna gli disse: “Vergognati, potrei essere tua nonna”. Quando tornammo a casa le curai la ferita, enorme, che le copriva tutta la schiena, e in quel momento ho capito cosa significa vivere senza dignità.

Per questo, nonostante tutto, continuiamo a raccontare: per tenere viva un’idea diversa dell’ Afghanistan

Ricordo anche un altro momento, molto forte: l’esecuzione di Zharmina, nel 1999, nello stadio di Kabul. Era una mamma, giustiziata dai Talebani, e il video venne girato di nascosto e portato fuori dal Paese. Io ero in Pakistan e quando lo guardammo, fu uno shock. Tutti erano in silenzio. Alcuni piangevano. Ma alla fine qualcuno disse: “Adesso il mondo vedrà”.

Quella frase mi è rimasta dentro. Per questo, nonostante tutto, continuiamo a raccontare. Organizzazioni come RAWA, che da anni lavorano per un cambiamento politico profondo e radicale, tengono viva un’idea diversa di Afghanistan.

Le mie speranze più grandi sono forse lontane: un Afghanistan libero, laico e democratico, e lo sradicamento del fondamentalismo. Oggi sembrano quasi utopie. Ma nel presente ho una speranza più semplice: che una donna possa uscire di casa senza paura. Senza dover controllare continuamente il proprio corpo, il proprio abbigliamento, il proprio volto. Senza rischiare di essere fermata o arrestata solo per aver camminato in un parco o per aver lavorato di nascosto per sfamare la propria famiglia.

Un regime basato sull’ignoranza non può controllare all’infinito un’intera popolazione.

Credo anche che viviamo in un tempo diverso. Con la tecnologia, con l’accesso alle informazioni, con nuove forme di comunicazione, questa situazione non potrà restare immutata per sempre. Un regime basato sull’ignoranza non può controllare all’infinito un’intera popolazione.

Soprattutto perché la maggior parte degli afghani è giovane. E questa generazione troverà modi nuovi, più intelligenti, per resistere e cambiare la realtà. Per questo continuo a credere che il cambiamento sia possibile. Come ha scritto Arundhati Roy: non può esserci vera pace senza giustizia, e senza resistenza non ci sarà mai giustizia.

I talebani hanno frustato quasi 1.200 persone nell’ultimo anno

AmuTV, 22 marzo 2026, di Qaseem Azizi

Secondo dichiarazioni ufficiali e dati raccolti da Amu TV, i talebani hanno fustigato almeno 1.186 persone e compiuto sei esecuzioni pubbliche in Afghanistan durante l’anno solare 1404 (da marzo 2025 a marzo 2026).

I dati, basati sulle dichiarazioni della Corte Suprema dei talebani, mostrano un uso continuato delle punizioni corporali in gran parte del paese. Il totale non include gli ultimi 12 giorni del mese di Saratan (dall’11 al 22 luglio), il che suggerisce che il numero di fustigazioni potrebbe essere superiore.

Le punizioni sono state eseguite in decine di province, tra cui Kabul, Herat, Balkh, Kandahar, Nangarhar, Khost, Badakhshan, Ghor, Paktia, Paktika, Faryab, Laghman, Kapisa, Parwan, Uruzgan, Zabul, Kunar, Maidan Wardak, Ghazni, Kunduz, Baghlan, Takhar, Badghis, Farah, Nimroz, Logar, Jawzjan, Helmand, Sar-e-Pul, Daikundi e Bamiyan.

Secondo le dichiarazioni dei tribunali talebani, l’uso delle punizioni corporali è aumentato negli ultimi mesi dell’anno, e anche le donne sono state punite. Le cifre ufficiali indicano che quasi 100 donne sono state frustate in un periodo di otto mesi, molte delle quali inflitte in pubblico.

Secondo gli attivisti per i diritti umani, l’espansione delle punizioni corporali riflette restrizioni più ampie imposte dal regime talebano e solleva serie preoccupazioni in merito al giusto processo e alle libertà fondamentali.

Abdul Ahad Farzam, ricercatore sui diritti umani, ha affermato che il protrarsi di tali pratiche potrebbe avere conseguenze a lungo termine.

“Queste punizioni violano i principi fondamentali dei diritti umani e creano un clima di paura nella società”, ha affermato.

Nel corso dell’anno si sono svolte anche esecuzioni pubbliche, secondo il principio del qisas, o giustizia retributiva. Gli abitanti di almeno quattro province hanno assistito a tali esecuzioni.

Nel caso più recente, un uomo è stato giustiziato in uno stadio sportivo a Khost davanti a migliaia di spettatori, tra cui bambini. Altre esecuzioni sono state segnalate a Badghis, dove tre persone sono state messe a morte, e un caso ciascuno a Farah e Nimroz.

Oltre alle punizioni corporali e alle esecuzioni, i talebani hanno introdotto un nuovo codice penale nel corso dell’anno, suscitando diffuse critiche internazionali per la sua severità e la mancanza di garanzie processuali.

I talebani hanno anche intensificato la repressione del dissenso. In un caso, un uomo nella provincia di Kapisa è stato condannato a 39 frustate e a un anno e sei mesi di prigione per quella che i talebani hanno definito “propaganda contro il sistema”. In un altro caso, a Badghis, un individuo è stato fustigato e condannato al carcere per aver presumibilmente insultato il leader talebano Hibatullah Akhundzada.

Nonostante le crescenti critiche, i talebani hanno difeso le punizioni come applicazione della legge islamica.

Le organizzazioni per i diritti umani e gli osservatori internazionali affermano, tuttavia, che il protrarsi di tali pratiche isola ulteriormente l’Afghanistan e solleva serie preoccupazioni circa la tutela delle libertà fondamentali sotto il regime talebano.

I terroristi talebani ora hanno un’ambasciata in Germania.

La Lettre d’Afghanistan, 21 marzo 2026

I talebani ora controllano un’ambasciata dell’Emirato islamico dell’Afghanistan nel cuore di Berlino, in un’Europa che si dichiara ostile al loro regime. Non sono menzionati nei cartelli ufficiali, né sono riconosciuti dal governo tedesco, eppure vi tengono riunione, prendono decisioni, firmano documenti e intrattengono rapporti con le autorità locali. Ciononostante, Berlino continua a ripetere, con cautela, di non riconoscere il regime talebano, come se questa sola affermazione fosse sufficiente a cancellare la realtà che si cela dietro le mura dell’ex “ambasciata afghana”.

A Berlino, un diplomatico di nome Abdul Baqi Popal, fino a poco tempo fa, incarnava ancora la rappresentanza dell’ex Repubblica Islamica. Numerosi giornali descrivevano questo capo missione come un simbolo di continuità con uno stato afghano democraticamente eletto, un tramite per la diplomazia in esilio. Ma i documenti ottenuti da Afghanistan International raccontano una storia diversa: al palazzo presidenziale di Kabul, il “Primo Ministro” Mullah Hasan Akhund ha retrocesso Popal, fissando la fine della sua missione al 31 dicembre 2025 e ordinandogli di tornare nella capitale afghana.

In cambio, Popal ha negoziato lo status di semplice impiegato locale, rimanendo al suo posto con uno stipendio mensile di 2.500 euro, secondo gli stessi documenti. Per Berlino, continua a essere un interlocutore pratico; per Kabul, ora è semplicemente un tecnico, un tramite per un nuovo emissario talebano, Nibras-ul-Haq Aziz, che ha assunto la missione senza mai essere annunciato ufficialmente alle autorità tedesche. Si tratta di una vera e propria “ambasciata fantasma”: un regime non riconosciuto impone discretamente un proprio uomo, mantenendo l’illusione della continuità amministrativa.

Questa manovra rivela fino a che punto la diplomazia europea sia intrappolata nelle proprie contraddizioni. Da un lato, la Germania si rifiuta solennemente di riconoscere lo Stato Islamico, come del resto la maggior parte degli Stati occidentali. Dall’altro, permette a questo stesso regime di prendere il controllo di un edificio pubblico, di utilizzare i canali consolari e di gestire pratiche relative a visti e documenti d’identità. Fonti diplomatiche a Berlino ammettono persino che il Ministero degli Affari Esteri non è stato ufficialmente informato della nomina di Nibras-ul-Haq Aziz: si tratta quindi di un’ambasciata che opera in una “zona grigia”, tra legalità tecnica e illegalità politica.

Perché Berlino si comporta in questo modo? La risposta risiede nella logica implicita delle deportazioni e dei controlli migratori. Per rimandare gli afghani a Kabul, per “normalizzare” i rimpatri, lo Stato tedesco ha bisogno di documenti convalidati da un’autorità che di fatto controlla il territorio afghano. Tale autorità, oggi, è l’Emirato islamico. Accettando di trattare con i suoi rappresentanti, Berlino instaura di fatto un rapporto senza doverlo formalizzare legalmente.

Il prezzo di questo calcolo è immediatamente politico e simbolico. Ogni documento firmato da un diplomatico talebano a Berlino rafforza l’immagine di un regime che si presenta come un governo legittimo, capace di mantenere una presenza diplomatica nel cuore dell’Europa. I talebani, che chiudono le scuole femminili, perseguitano i giornalisti e reprimono le minoranze, possono ora esibire una sede ufficiale a Berlino come trofeo di legittimazione internazionale, anche se la parola “riconoscimento” rimane proibita nei comunicati di Berlino.

Per gli ex diplomatici afghani e i rappresentanti dell’ex repubblica, questa situazione rappresenta un lento tradimento, somministrato a piccole dosi. Hanno visto la loro ambasciata, il loro consolato, la loro bandiera, i loro servizi legali, i loro documenti riservati, gradualmente trasferiti nelle mani di un regime che li ha estromessi dal potere con la forza. Sanno che i dati custoditi in questi luoghi – liste, contatti, fascicoli su difensori dei diritti umani, donne in politica e giornalisti in esilio – potrebbero essere utilizzati prima o poi per colpire i loro compagni rimasti in Afghanistan.

La Germania, dal canto suo, si nasconde dietro la sua formula magica: il “non riconoscimento ufficiale”. Ma questa formula non basta a cancellare la realtà. I ​​talebani ora hanno un’ambasciata in Germania, riconosciuta o meno. Ricevono visitatori, intrattengono corrispondenza con loro, controllano le identità amministrative di decine di migliaia di afghani e piantano la loro bandiera nel cuore dell’Europa. Finché Berlino continuerà a trattare con loro senza mai chiarire completamente la natura di questa presenza, l’Emirato islamico potrà continuare a presentarsi come uno Stato a tutti gli effetti, e non più come una rete di “terroristi” la cui esistenza viene negata.

I talebani sono riusciti dove molti pensavano che l’ostracismo occidentale avrebbe impedito loro di radicarsi: hanno un’ambasciata in Germania. Il resto è solo questione di discrezione diplomatica.

[Trad. automatica]

L’Afghanistan senza musica: i regimi temono sempre il bello

Domani, 18 marzo 2026, di Mario Leone

Le distruzioni nella provincia di Parwan

Tra il 2024 e il 2025 i talebani hanno distrutto circa 21mila strumenti musicali nel paese, inclusi oggetti tradizionali come i tamburi tabla e il rubab. Quella di annientare la bellezza è una mossa comune a tanti governi dittatoriali nella storia

Da quando hanno riconquistato il potere in Afghanistan, nel 2021, i Talebani perseguono una politica di censura nei confronti della musica e dei musicisti. Negli ultimi quattro anni le autorità hanno arrestato decine di persone accusate di produrre, trasmettere o semplicemente ascoltare musica. I funzionari talebani hanno inoltre ordinato ai proprietari di hotel in tutto il paese di vietare l’uso di musica durante eventi e cerimonie.

Per il regime la musica (e in generale l’arte) costituisce infatti un’attività degenere da proibire, fino al punto di eliminare dal sistema educativo le facoltà di belle arti. Si tratta di un divieto brutale che si aggiunge alle leggi che limitano la libertà di pensiero e di espressione e che si intreccia alle norme sempre più repressive nei confronti delle donne, trattate come mera proprietà dell’uomo.

Nelle ultime settimane è circolata la notizia del sequestro, nella provincia di Parwan, di numerosi strumenti musicali dei quali un comitato ristretto di talebani ha deciso la distruzione. Un fenomeno in crescita negli anni, che ha visto distrutti strumenti tipici della tradizione musicale afghana, anche quelli impiegati nella musica popolare. Uno “spettacolo” giustificato dall’applicazione della sharia.

I rifugiati
Tanti uomini hanno dovuto rinnegare lavoro e passione per poter aver salva la vita. Molti di loro, dopo aver distrutto i propri strumenti, sono fuggiti in Europa o in America. È il caso di Waheedullah Saghar, direttore del dipartimento di musica dell’Università di Kabul e noto collezionista di strumenti. Secondo i dati di Index on Censorship, tra il 2024 e il 2025 sono stati distrutti circa 21.000 strumenti musicali, inclusi oggetti tradizionali come i tamburi tabla e il rubab, un tipo di liuto considerato strumento nazionale dell’Afghanistan.

L’istituzione che più si è impegnata a promuovere, diffondere e avvicinare alla musica negli ultimi anni è l’Afghanistan National Institute of Music (Anim), fondato nel 2010 per volere del musicologo e pedagogo Ahmad Sarmast con l’obiettivo dichiarato di offrire formazione generale e musicale – sia tradizionale afghana, sia occidentale – a prescindere da genere, condizione sociale o appartenenza etnica. Nel giro di pochi anni sono nati ensemble strumentali come Zohra (un’orchestra di sole donne) e Afghan Youth Orchestra, distintisi per qualità musicali e per il messaggio di speranza. Grande risalto mediatico ebbero i concerti del 2013 al Kennedy Center e alla Carnegie Hall di New York, che hanno avviato un inatteso sostegno internazionale.

Il successo suscitò l’ostilità del regime che negli anni mise in atto ritorsioni culminate nel 2014 con l’attentato suicida allo stesso Sarmast. Un’esplosione gli provocò numerose ferite alla zona temporale del cervello, quella deputata all’udito. In pochi secondi un musicista che sta dedicando tutta la sua vita alla musica perse il senso più importante. «Sei un musicista, vivi per la musica, e ora? – racconta Sarmast al Guardian – Ma quando sei tra la vita e la morte, sei felice di essere vivo».

Riconquistato il potere nel 2021, il movimento talebano prese il controllo dell’Anim, obbligando studenti e docenti a nascondere strumenti e materiali didattici. Per garantire protezione e continuità didattica, l’Anim si appoggiò a una rete di sostegno internazionale – tra cui il gruppo di supporto Friends of Anim – e trasferì con i suoi allievi la sede operativa in Europa, riprendendo attività e tournée dalla nuova base in Portogallo. Negli anni recenti il percorso della Zohra Orchestra e dell’ensemble giovanile è proseguito con tournée europee e appuntamenti istituzionali; tra questi, una tournée del gennaio 2024 in Germania e Svizzera, conclusasi con un’esibizione in apertura del Consiglio Onu per i diritti umani alla Victoria Hall; e, due mesi dopo, un tour nel Regno Unito che prese il via allo Southbank Centre, dopo un dibattito sui visti.

Gli altri regimi
La storia insegna che quello che sta accadendo in Afghanistan non è una novità. I regimi hanno sempre operato un duro controllo di tutte le attività artistiche. Hitler aveva creato un “ministero” ad hoc, eliminando non solo i musicisti di origine ebrea ma tutti quei repertori considerati degeneri. La dodecafonica e la musica jazz erano banditi mentre grande spazio trovava il repertorio tedesco. In Italia con le Leggi razziali si sanciva il divieto all’«esercizio di qualsiasi attività nel campo dello spettacolo a italiani ed a stranieri o ad apolidi appartenenti alla razza ebraica».

Nella Russia di Stalin, l’arte e anche la musica dovevano contribuire alla formazione e diffusione dell’ideologia marxista – leninista. Controllare “la bellezza” significa evitare che la persona possa prendere coscienza di sé. La storia della pianista russa Maria Judina (1899 – 1970) in epoca stalinista è emblematica. Donna di grande fede, dotata di un temperamento fortissimo e di raro talento musicale, non nascose mai le proprie convinzioni né la propria indipendenza intellettuale.

L’episodio più noto che la lega a Stalin risale agli anni Quaranta: il dittatore, ascoltando alla radio un’esecuzione del Concerto per pianoforte n. 23 di Wolfgang Amadeus Mozart interpretato dalla pianista, ne rimase colpito e chiese immediatamente una registrazione. Poiché il concerto era stato trasmesso in diretta e non esisteva alcun disco, le autorità organizzarono durante la notte una nuova incisione con orchestra e tecnici richiamati d’urgenza, pur di soddisfare la richiesta del leader.

Quando Stalin fece pervenire alla pianista una somma considerevole come ricompensa, Judina gli rispose con una lettera sorprendente: lo ringraziò ma disse che avrebbe donato il denaro alla chiesa e aggiunse che avrebbe pregato per la salvezza della sua anima. Si racconta che alla morte del dittatore russo sia stato trovato sul suo comodino il disco di Judina. Alcuni dicono che lui ripetesse di non ascoltare mai l’Appassionata di Beethoven perché altrimenti questo gli avrebbe impedito di portare a termine il suo progetto sanguinario. In Russia come oggi in Afghanistan, l’unico modo per arrestare la bellezza è distruggerla. Distruggendo sé stessi.

 

 

L’Afghanistan dei Talebani è tornato un rifugio per estremisti e una gabbia per le donne

Linkelista, 23 febbraio 2026, di Costantino Pistilli

Un rapporto delle Nazioni Unite documenta la presenza attiva di gruppi jihadisti nel territorio afghano. Il nuovo codice penale introduce forti limitazioni ai diritti, soprattutto per le donne. L’Europa deve decidere se continuare con la cautela diplomatica o cambiare linea

Non avevo mai sentito parlare di Baktash Siawash finché non ho letto la trascrizione di parti di una sua intervista ad Amu TV del 19 febbraio. Siawash, 43 anni, è un ex membro del Parlamento afghano — di cui è stato il più giovane rappresentante — e chiede all’Unione Europea di inserire i Talebani nella lista delle organizzazioni terroristiche, sostenendo che dovrebbero essere trattati come il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica. All’Unione europea rimprovera di mantenere un approccio prudente verso i Talebani nonostante i legami con reti estremiste internazionali. Gli “Studenti del Corano” negano la presenza di organizzazioni terroristiche straniere in Afghanistan, ma il recente report del UN Analytical Support and Sanctions Monitoring Team restituisce un quadro diverso, più articolato e meno rassicurante.

Secondo il documento diverse formazioni jihadiste internazionali restano attive sul territorio afghano. Tra queste, al-Qaeda nel Subcontinente Indiano (AQIS), che manterrebbe una struttura organizzativa funzionante. Il rapporto indica Osama Mahmood come emiro del gruppo e Yahya Ghori come suo vice, operativo a Kabul. Le attività mediatiche sarebbero concentrate nella provincia di Herat, nell’ovest del Paese. La presenza non sarebbe simbolica: AQIS continuerebbe a operare soprattutto nelle province sudorientali, in aree dove la rete Haqqani conserva un’influenza profonda e capillare, offrendo addestramento, consulenza strategica e supporto logistico ad altre organizzazioni armate, in particolare al Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP).

È proprio l’azione del TTP a incrinare la narrazione ufficiale talebana. Gli attacchi rivendicati dal gruppo, condotti contro obiettivi pakistani a partire da basi in territorio afghano, vengono citati dal rapporto come elemento che rende poco credibile la negazione della presenza jihadista. Il documento è esplicito: le autorità al potere negano l’esistenza o l’attività di gruppi terroristici, ma questa affermazione non trova riscontro nei fatti. Le tensioni con Islamabad ne sono una conseguenza diretta e descrivono un contesto in cui la tolleranza, o quantomeno l’acquiescenza, verso determinate reti armate resta una realtà.

Il rapporto richiama inoltre l’attenzione sui movimenti militanti uiguri, in particolare sul Movimento Islamico del Turkestan Orientale e sul Partito Islamico del Turkestan. Composti prevalentemente da combattenti uiguri, questi gruppi si muoverebbero con relativa libertà all’interno dell’Afghanistan. Alcuni di loro avrebbero persino ottenuto documenti d’identità rilasciati dalle autorità talebane. Il monitoraggio segnala una concentrazione crescente nella provincia nord-orientale del Badakhshan, area strategica per posizione geografica e collegamenti regionali.

Sul piano internazionale il tema resta centrale, alimenta diffidenze e ridefinisce equilibri. Ma, dentro i confini afghani, la percezione è diversa. Per molti cittadini la minaccia non ha la forma dei dossier diplomatici o delle sigle jihadiste. È più immediata. È la precarietà quotidiana. È l’aumento della violenza domestica, aggravata da un sistema giudiziario rimodellato di recente, con un nuovo codice di procedura penale applicato nei tribunali.

Perché in Afghanistan ormai la repressione è legge. Da gennaio il nuovo Codice che regola la procedura penale nei tribunali il controllo sociale in norma vincolante. Stabilisce gerarchie, definisce obbedienze, riduce l’autonomia. Le mogli sono poste sotto l’autorità del marito: la subordinazione femminile diventa condizione giuridica. L’articolo 9 divide la società in quattro classi — ulama, ashraf, classe media e classi inferiori — e lega la risposta penale al rango. Non conta solo il fatto, conta chi lo commette. A parità di condotta, uno studioso religioso riceve un richiamo; un appartenente alle classi basse rischia carcere o punizioni corporali. La disuguaglianza entra nel diritto.

Il Codice distingue anche tra persone “libere” e “schiave”, ammettendo la non-libertà come status legale. Confessioni e testimonianze sono centrali, i giudici hanno ampia discrezionalità. Il processo diventa strumento di disciplina. Per le donne il controllo è sistematico. La “donna sotto tutela” è uno status permanente. L’articolo 34 prevede fino a tre mesi di carcere per chi resti nella casa d’origine senza il consenso del marito; se la famiglia non la riaccompagna, è perseguibile. L’articolo 32 limita a quindici giorni la pena per il marito che provochi lesioni “visibili”, se dimostrate. L’articolo 70 punisce fino a cinque mesi chi organizza combattimenti tra animali.

Le reazioni internazionali restano formali. Onu, Unione Europea e Regno Unito parlano di violazioni dei diritti umani; la Corte penale internazionale mantiene aperti i dossier. Intanto, dopo il ritorno al potere nel 2021, le ragazze sono state escluse da scuole e università, le donne allontanate dal lavoro e dallo spazio pubblico. All’inizio erano provvedimenti isolati. Ora è un impianto coerente. Il nuovo Codice ne è l’asse.

L’Afghanistan si configura, a tutti gli effetti, come la più grande prigione del mondo per le donne — e non soltanto per loro —, un Paese che continua a privarsi “delle energie della metà della sua popolazione e condanna l’altra a crescere sotto madri analfabete e sottomesse” (quanto è attuale l’insegnamento del mediorientalista Bernard Lewis sui regimi shariatici. E quella proposta di Siawash…).

Talebani difendono divieto sul papavero, ma tra gli afghani aumentano droghe sintetiche

Asia News, 4 febbraio 2026

Durante un incontro tenutosi oggi con funzionari Onu e rappresentanti della comunità internazionale, Kabul ha dichiarato che il calo della diffusione dell’oppio è dovuto al divieto della coltivazione di papavero imposto a partire dal 2023. Un rapporto delle Nazioni unite evidenzia però un aumento nel consumo di metanfetamine e di farmaci sedativi soprattutto tra giovani uomini in diffcioltà economica.

Kabul (AsiaNews/Agenzie) – Questa mattina si sono riuniti a Kabul funzionari delle Nazioni unite, rappresentanti internazionali ed esperti per una conferenza sul contrasto alla produzione e al traffico di droga dall’Afghanistan, nell’ambito del processo di Doha, una piattaforma nata nel 2023 per favorire la cooperazione con i talebani, che formalmente non godono ancora di un riconoscimento internazionale al loro governo. Ma proprio nei giorni scorsi l’Ufficio delle Nazioni unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC) ha pubblicato un rapporto sul consumo di stupefacenti tra la popolazione afgana, secondo cui le sostanze tradizionali (come l’hashih) restano le più diffuse, ma è in aumento il consumo anche di droghe sintetiche (metanfetamina, Tablet K) e di farmaci (codeina, barbiturici).

Durante l’incontro, il quarto di questo tipo, ospitato dalla Missione di assistenza delle Nazioni unite in Afghanistan (UNAMA), i rappresentanti dell’Emirato islamico hanno sostenuto che il divieto di coltivazione del papavero imposto nel 2023, due anni dopo il loro ritorno al potere, ha ridotto la produzione di oppio nel Paese. I talebani hanno inoltre sottolineato anche la necessità di ricevere mezzi di sussistenza alternativi per gli agricoltori e l’attuazione di programmi di riabilitazione e reintegrazione per le persone con tossicodipendenza.

L’UNODC ha precisato nelle prime righe della pubblicazione che “le restrizioni operative e le limitazioni imposte dalle autorità di fatto hanno impedito un’analisi del tutto completa”, rendendola di fatto parziale soprattutto a causa della forte sottorappresentazione delle donne. I risultati confermano il calo nel consumo di oppio, ma evidenziano anche che le droghe affliggono soprattutto giovani uomini sposati impegnati nel settore agricolo o informale, con bassi livelli di istruzione e spesso con problemi di salute preesistenti. In altre parole, coloro che fanno uso di droghe non sono socialmente emarginati, ma sono più vulnerabili dal punto di vista economico e sanitario. Lo stress legato alla situazione lavorativa e le difficoltà di accesso a programmi di cura sono elementi che favoriscono il consumo di droghe e anche l’automedicazione.

La cannabis resta la sostanza più diffusa, mentre nell’ultimo anno è aumentato il consumo di farmaci come sedativi e tranquillanti, che hanno preso il posto dell’oppio e dell’eroina. Gli intervistati hanno riferito che nella loro percezione nella capitale, Kabul, sono particolarmente diffuse alcune pasticche di metanfetamine, chiamate “Tablet K” e i farmaci come il Pregabalin, un anticonvulsivante che agisce sul sistema nervoso e viene solitamente utilizzato per il dolore neuropatico, l’epilessia o il disturbo d’ansia generalizzato. In alcune province, invece, prevale ancora la percezione che la sostanza più diffusa sia l’eroina.

Il 12% degli uomini intervistati ha riferito di aver combinato più sostanze nell’ultimo mese, mescolando cannabis, oppio e metanfetamina. Allo stesso tempo i costi sono estremamente elevati: una giornata di consumo di metanfetamina può costare il 138% del salario giornaliero di un lavoratore non qualificato o il 67% del salario di operaio specializzato.

Le ragioni citate per l’utilizzo di stupefacenti sono disoccupazione, le difficoltà economiche e la povertà, ma anche il dolore, il disagio psicologico, le tensioni familiari e le cattive condizioni di salute.

Il rapporto evidenzia in più punti come anche gli uomini in Afghanistan abbiano un accesso limitato all’assistenza sanitaria, ma persistono grosse difficoltà anche per le donne. Medici senza frontiere, che gestisce un centro pediatrico nella provincia di Khost, ieri ha riferito di aver dato assistenza per 21.805 parti, aggiungendo che 1.834 neonati sono stati ricoverati nelle unità di terapia intensiva neonatale a causa di gravi condizioni di salute. L’organizzazione ha ricordato che l’Afghanistan continua a essere uno dei Paesi che registra uno dei tassi di mortalità infantile più alti al mondo per la mancanza di strutture attrezzate e di servizi specializzati.

In Afghanistan, spezzare un osso alla moglie costa 15 giorni di carcere

Demografica ADNKronos, 5 febbraio 2026

Kabul, 2026: “Quindici giorni di reclusione per aver spezzato un osso alla propria moglie, cinque mesi per aver fatto combattere degli animali”. Con la ratifica del nuovo ‘Regolamento di Procedura Penale’, il regime talebano ha sigillato così un’architettura di apartheid di genere che trasforma la violenza domestica in un dovere di disciplina e la schiavitù in uno status legale.

Tra le pieghe di 119 articoli, l’autonomia femminile viene definitivamente cancellata, riducendo milioni di vite a una condizione di impotenza appresa e trauma cronico, dove persino la voce è un crimine e la propria casa una cella di sorveglianza. Ma andiamo con ordine.

La gerarchia del dolore: l’integrità femminile sotto scacco
Il Afghanistan, la condizione delle donne è notoriamente complessa. Non possono far sentire la propria voce in pubblico, non possono allontanarsi dalla propria abitazione e non possono viaggiare da sole. Il nuovo Regolamento, firmato il 7 gennaio 2026, rivela all’Articolo 32 una realtà brutale: un marito è considerato punibile solo se percuote la moglie provocando fratture, ferite o lividi visibili. Qualora la vittima riesca a provare l’abuso davanti a un giudice, la pena per l’uomo è di appena 15 giorni di reclusione. Il paradosso giuridico esplode nel confronto con l’Articolo 70, che tutela la fauna: chiunque costringa cani, cammelli o uccelli (come galli o pernici) a combattere viene condannato a cinque mesi di prigione.

Come spiega Belquis Ahmadi, avvocata per i diritti umani e ricercatrice al Georgetown Institute per le donne, la pace e la sicurezza (Giwps), questo squilibrio invia un messaggio inequivocabile: nel sistema legale dei talebani, il corpo di una donna ha meno valore del benessere di un animale da combattimento. “L’impatto psicologico, in particolare su donne e ragazze, è profondo e duraturo – spiega la dottoressa Ahmadi -. La costante esposizione a sorveglianza, minacce, discriminazione e violenza legalizzate, sia in spazi privati ​​che pubblici, crea un clima di paura cronica, traumi, impotenza appresa e erosione dell’autostima e della capacità di agire”. E aggiunge: “Per i bambini cresciuti in un sistema del genere, la violenza e la disuguaglianza sono normalizzate come legge e ordine sociale, plasmando una generazione educata ad accettare la coercizione, la discriminazione e la subordinazione sistematica delle donne come realtà ordinarie e inevitabili della vita”.

Apartheid di genere: schiavitù e classi sociali
Le organizzazioni internazionali, tra cui Human Rights Watch (Hrw), denunciano come questo leggi abbiano contribuito ad istituzionalizzare una segregazione totale. L’ultimo Regolamento abbandona infatti il principio di uguaglianza, introducendo all’Articolo 15 la distinzione legale tra persone “libere” e “schiave”, riconoscendo di fatto la schiavitù come uno status legittimo nel sistema giudiziario del XXI secolo. La società viene inoltre stratificata in quattro classi sociali (Articolo 9), dove la punizione non dipende dal crimine, ma dal rango di chi lo commette:

  • Ulema e nobili: ricevono semplici ammonimenti da parte del giudice.
  • Classe media: punita con la reclusione.
  • Classe inferiore: soggetta a minacce e percosse

Questa gerarchia assicura un’impunità di fatto per le élite religiose, scaricando sulle persone più vulnerabili la forza bruta del potere sanzionatorio.

La fine dell’autonomia: addio a libertà di parola, movimento e fede

Il controllo sulla vita delle donne è totale e capillare, tanto che Ong internazionali parlando di un vero e proprio “apartheid di genere” e invitano le leggi comunitarie a rivalutare, tra le possibili cause delle richieste di asilo in uno Stato diverso, proprio quello di rifugiate politiche per persecuzione. A sancire l’ultimo brutale attacco alla sicurezza delle donne è l’Articolo 4(5) del Regolamento, il quale delega esplicitamente il potere punitivo (denominato tazeer) ai mariti e ai “padroni”, autorizzando la violenza privata senza supervisione giudiziaria. Le restrizioni si estendono a ogni aspetto dell’esistenza:

  • Movimento: secondo l’Articolo 34, una donna che lascia la casa coniugale senza il permesso del marito rischia tre mesi di carcere, pena estesa anche ai parenti che si rifiutano di riconsegnarla.
  • Fede: l’Articolo 58 prevede per le donne accusate di apostasia, cioè il professare una religione diversa da quella imposta, l’ergastolo e dieci frustate ogni tre giorni fino alla sottomissione religiosa.
  • Voce: già nel 2025, nuove norme hanno vietato alle donne di far sentire la propria voce in pubblico, persino per cantare o recitare il Corano.

Ma non solo le donne, nessun cittadino è escluso dal sistema di controllo. L’Articolo 24 del regolamento ufficiale trasforma la società in una rete di delatori: chiunque sia a conoscenza di “raduni sovversivi” o critiche al regime e non denunci i fatti rischia fino a due anni di prigione. Questa norma trasforma le famiglie e i vicini in “custodi” dell’ideologia talebana, sostituendo la fiducia sociale con la paura cronica.

La risposta internazionale: crimini contro l’umanità
Di fronte a questa “architettura legale della repressione”, la Corte Penale Internazionale (Icc) è passata all’azione. Nel luglio 2025, sono stati emessi mandati di arresto per il leader supremo Hibatullah Akhundzada e il capo della giustizia Abdul Hakim Haqqani per crimini contro l’umanità, con l’accusa specifica di persecuzione di genere e contro le minoranze.

Mentre le agenzie delle Nazioni Unite mantengono un silenzio criticato dalle Ong, il Giwps avverte che la normalizzazione della violenza privata e della schiavitù non solo viola i trattati internazionali (come la Convenzione sulla Schiavitù e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici dell’Onu), ma distorce i principi stessi della giustizia islamica e della dignità umana. L’Afghanistan del 2026, stretto nella morsa di questo regolamento, è diventato un laboratorio di apartheid legale dove la cancellazione dei diritti femminili è ormai una realtà codificata.

 

I talebani hanno riscritto il codice penale e ora le mogli sono ufficialmente schiave dei mariti

Marie Claire, 3 febbraio 2026, di Debora Attanasio

Quando le notizie shock sono troppe e troppo frequenti, tanto che la realtà a volte supera la fantasia, alcuni temi, alcune aree del mondo, vengono completamente dimenticati, ed è quello che sta accadendo in Afghanistan, dove ogni giorno il peggior tipo di uomini cerca nuovi sistemi per esprimere l’odio verso le donne schiacciandone i diritti, la volontà e le vite. L’ultima novità smentisce definitivamente tutte le teorie di chi nel 2021 giurava che i “nuovi talebani” che stavano riprendendosi il potere fossero “diversi”, “evoluti”, “utenti dei social media”, e avrebbero rispettato le donne. Ecco in che modo dimostreranno il loro rispetto, a partire da questo momento.

Nel gennaio del 2026, i talebani hanno emesso un decreto che approva formalmente un nuovo Codice di procedura penale. Questo regolamento non è stato annunciato pubblicamente, la sua approvazione è venuta alla luce solo dopo che un’organizzazione umanitaria ne ha pubblicato una copia in lingua originale pashtu sul proprio sito web il 21 gennaio. Dopo che è stato notato dalla comunità, qualcuno bilingue lo ha tradotto in inglese, e ora dall’inglese ne parliamo in italiano. Ecco alcune delle nuove disposizioni che, in pratica, rendono legale la schiavitù delle donne.

L’articolo 34 è quello che ne regola la mobilità. Stabilisce che una donna può essere incarcerata per tre mesi solo per essere rimasta nella casa della sua famiglia d’origine senza il permesso del marito o per un “motivo giustificato dalla Sharia”. Se la sua famiglia non la rimanda a casa, i membri vengono incriminati e soggetti alla stessa pena. Di fatto, questa disposizione rende le donne sposate come proprietà dei loro mariti, negando loro il diritto di scegliere dove vivere o cercare rifugio in caso di litigi familiari o di conflitti domestici.

L’articolo 32, invece, stabilisce che se un marito picchia la moglie con “forza esagerata” – definita in senso stretto come fratture, ferite o lividi visibili – può essere condannato a soli quindici giorni di reclusione, a condizione che la moglie possa provare l’abuso in tribunale. Assurdo, se si pensa che il contatto fisico consensuale tra adulti non imparentati può comportare invece un anno di carcere. Ancora di più se si pensa che era così anche in Italia fino a sessant’anni fa.

L’articolo 58 stabilisce che se una donna abbandona l’Islam può essere condannata all’ergastolo. Inoltre, deve ricevere dieci frustate ogni tre giorni fino al ritorno alla fede.

Al contrario, il codice penale talebano non specifica esplicitamente la punizione per gli apostati maschi. In sintesi, con il nuovo codice di procedura penale le donne sono colpite in modo sproporzionato dalla legge, i loro movimenti, le loro relazioni, le loro convinzioni e le loro decisioni familiari sono soggetti a controllo legale e la loro protezione dalla violenza è limitata, mentre il loro comportamento è fortemente regolamentato.

Tutto questo accade nella completa indifferenza della comunità internazionale. Ed è triste dirlo, ma se non ci sono reazioni è proprio perché il problema colpisce solo le donne. Una prova del nove di ciò che il femminismo lamenta da sempre, che non c’è alcuna guerra fa uomo e donna, ma quella di un tipo di uomini contro le donne, mentre l’altra metà sta a guardare. Altrimenti ci sarebbero state già reazioni concrete anche contro un presidente degli Stati Uniti sempre più coinvolto in fatti raccapriccianti.