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Tag: Diritti delle donne

“Un Paese in guerra: il caso dell’Afghanistan”, il nuovo podcast che racconta la lotta delle donne afghane

pressenza.com 14 marzo 2025

“Vogliamo ricordare la storia di donne che, nonostante i continui tentativi di cancellarne l’esistenza dalla vita pubblica, continuano a resistere ed a combattere per un futuro migliore”

14 Marzo 2025 – Large Movements lancia su Spotify “Un Paese in guerra: il caso dell’Afghanistan”, il podcast che vuole riaccendere i riflettori su un paese in guerra per decenni, poi magicamente dimenticato dalla tragica data del 15 agosto 2021.

“Un Paese in guerra: il caso dell’Afghanistan” è un viaggio tra le vicende storiche e il dramma umano che il conflitto afghano porta con sè. Attraverso 6 puntate, in uscita ogni sabato dall’8 marzo al 12 aprile, racconta la storia dell’avvento dei Talebani, dalle origini del gruppo, risalenti a più di 40 anni fa, fino alla situazione attuale in cui è costretta a vivere la popolazione, quella rimasta in Afghanistan e coloro che sono riusciti a essere evacuati.

“Con questo podcast vogliamo ricordare la storia di donne che, nonostante i continui tentativi di cancellarne l’esistenza dalla vita pubblica, continuano a resistere ed a combattere per un futuro migliore per il loro Paese. Vogliamo raccontare la storia delle donne afghane e delle numerose violazioni dei diritti umani che subiscono” dichiara Rainer Maria Baratti, Vicepresidente di Large Movements.

Il secondo episodio, intitolato “Strade interrotte verso l’equità di genere”, uscirà il 15 marzo e si concentrerà sulla condizione delle donne afghane dopo la presa di potere dei Talebani il 15 agosto 2021. Attraverso testimonianze dirette, il podcast mette in luce la repressione e le difficoltà quotidiane delle donne nel Paese, esplorando anche il ruolo delle organizzazioni internazionali impegnate a sostenere i loro diritti.

Nei successivi episodi, il podcast andrà ad esplorare anche il ruolo della comunità internazionale nella gestione delle varie fasi diplomatiche attraversate dal Paese nonché le motivazioni e gli interessi geopolitici che contribuiscono tuttora a rendere la situazione in Afghanistan di difficile soluzione.

Il podcast, scritto da Martina Bossi, Laura Sacher, Sara Massimi e Rainer Maria Baratti, con il contributo di Mattia Ignazzi, è frutto di un attento lavoro di ricerca e di raccolta di testimonianze. Alla produzione hanno collaborato Nove Caring Humans, mentre la registrazione e la post-produzione sono a cura di William Frezzotti.

L’obiettivo del progetto è offrire un racconto approfondito e umano di un Paese segnato dalla guerra, dando voce a chi vive ogni giorno le sue conseguenze. La serie si compone di sei episodi, in uscita ogni sabato fino al 12 aprile 2025.

Dove ascoltarlo: https://open.spotify.com/show/7slKxrlnBgLIx1zgYcvOfe?si=a217e89b6ce244ce

Sostieni il progetto: Un Paese in guerra è una produzione indipendente. È possibile supportare il lavoro di Large Movements APS partecipando al crowdfunding su www.largemovements.it/sostienici.

Large Movements APS è un’associazione che vuole decostruire le fake news sulla migrazione e promuovere la partecipazione di migranti e rifugiati nei dibattiti politici e nei progetti che li coinvolgono direttamente. Tutto questo tramite la divulgazione, la sensibilizzazione e la progettazione. L’obiettivo principale dell’associazione è informare e sensibilizzare l’opinione pubblica per promuovere, influenzare e/o modificare le politiche pubbliche stimolando la partecipazione attiva sia della società che delle comunità di migranti, rifugiati e della diaspora.

 

 

 

Il tragico destino delle donne afgane in un documentario di straziante bellezza

ilsole24ore.com  Lara Ricci 12 marzo 2025

«Abbiamo tutti perduto l’Afghanistan» afferma la giornalista e regista Najiba Noori mentre sullo schermo scorrono le immagini del suo aereo che atterra a Parigi, all’indomani della caduta di Kabul, il 15 agosto 2021.

Due anni prima aveva iniziato a filmare sua madre, Hawa. Sposata a 13 a un uomo di 30 anni più vecchio di lei con cui aveva avuto due figlie e quattro figli, dopo essere riuscita a far studiare Najiba, aveva deciso di imparare a leggere e scrivere e avviare un commercio di vestiti ricamati. Rifiutava di passare tutte le sue giornate in casa, ancora giovane, ad accudire il marito con la demenza senile. Najiba l’aveva filmata mentre andava al bazar a comprare libri della scuola elementare per esercitarsi e mentre si recava nella regione di origine della sua famiglia, di etnia hazāra, nella zona di Bamiyan (dove si trovavano le tre gigantesche statue di Buddha distrutte dai talebani nel 2001) per trovare delle ricamatrici.

Il progetto di Najiba si è interrotto bruscamente: ha avuto poche ore per decidere se lasciare l’Afghanistan o restare. Non è nemmeno riuscita a salutare Hawa, e ha potuto portare con sé solo una valigia di 10 kg, in cui ha stipato gli hard disk con le registrazioni su sua madre. Il fratello nei mesi successivi ha però continuato a filmarla, inviandole le immagini tramite colleghi giornalisti che venivano inviati a Kabul a coprire lo sprofondare del Paese nella dittatura dei fondamentalisti islamici. Così è riuscita a realizzare Writing Hawa, un documentario di grande delicatezza e struggente bellezza, presentato al Fifdh di Ginevra, il Festival dei film e forum sui diritti umani, che l’ha accolto con un lunghissimo applauso.

Un lungometraggio che riesce a penetrare nell’esistenza di Hawa con naturalezza, tanto che proprio davanti alla telecamera rivela alla figlia di essere stata innamorata, almeno una volta nella vita (di un cugino del padre). Un’opera completamente priva di quella retorica sull’emancipazione femminile cui siamo abituati.

«Con questo film entriamo nell’intimità di una donna, ed è la storia di tutte le donne afgane, oltre che un importante documento storico su come abbiamo ancora una volta perso il nostro Paese e le nostre speranze» ha affermato, nella tavola rotonda che ha seguito la proiezione, Hamida Aman, fondatrice di Radio Begum e Begum accademy, un’attivista afgana che pochi mesi prima della caduta di Kabul aveva dato vita a un’emittente per far arrivare l’istruzione alle donne tramite la radio e la tv satellitare. Da lì a poco i Talebani avrebbero vietato a tutte le bambine di più di 12 anni di andare a scuola.

«Dopo il 15 agosto 2021 nessuna radio libera trasmetteva più. In quel momento ero in Francia e mi sono chiesta cosa fare. Avevo messo tutti i dipendenti sulle liste di evacuazione, ma siccome non sono stati evacuati siamo andati avanti. Abbiamo 18 antenne e riusciamo a coprire 20 province su 34. Avevamo già iniziato a portare la scuola in casa quando c’era stato il Covid, e per via dell’insicurezza crescente – non sono tre anni che i bambini non vanno a scuola, sono cinque! E le lezioni che facciamo noi non sostituiranno mai quelle fatte in classe» afferma Aman. «È molto importante che le università del mondo diano borse di studio alle ragazze afgane perché possano seguire i corsi online, molte non lo potranno comunque fare, ma almeno avranno la speranza di poterlo fare – aggiunge -. Stiamo offrendo anche sostegno psicologico alle donne via radio. Ci chiamano da ogni regione, riceviamo 20 chiamate all’ora. Le donne sono veramente perdute. I talebani usano l’islam per dire loro che non sono nulla».

«Istruirsi non era facile neanche prima. Non è mai stato facile avere un’educazione. C’erano poche scuole, pochi insegnanti, bisognava lottare in famiglia per dimostrare che ce lo meritavano, poi lottare per dimostrare che ci meritavamo il lavoro. Dobbiamo combattere per tutto, niente ci è dato» ha aggiunto Fereshta Abbasi, che lavora per Human rights watch occupandosi proprio del suo Paese di origine. Non un lavoro facile al momente capire cosa sta accadendo a Kabul: chi parla con loro viene torturato o fatto sparire, e anche i familiari sono minacciati.

Noori, nei due anni di riprese prima della caduta di Kabul aveva anche filmato lo straziante ritorno di sua nipote Zahara. Ormai tredicenne, dopo che il padre l’aveva cacciata di casa, era ricomparsa a casa della madre. Non la vedeva da quando aveva due anni, perché questa aveva dovuto lasciarla quando aveva divorziato dal padre, cui sono affidati i figli in questi casi. Senza sapere che stesse arrivando, quando l’ha vista sulla porta, sua madre ha capito subito che quella ragazza era sua figlia.

Zahara viene poi affidata alla nonna: il nuovo marito della madre aveva paura che l’ex marito potesse vendicarsi sui suoi figli, o che creasse loro problemi legali, non avendo loro nessun diritto di ospitarla, e non avendo lei neppure i documenti. Subito Hawa l’aveva fatta studiare, insieme si esercitavano a scrivere. Noori ritrae tutti questi avvenimenti in presa diretta, mentre la tv nella stanza enumera le province che giorno dopo giorno cadono nelle mani del talebani e la preoccupazione crescente della sua famiglia. Quando i talebani sono alle porte, Zahara è in pericolo, si sa che i fondamentalisti nelle città rastrellano le case per trovare bambine che abbiano più di 12 anni e portarle via. Sono perciò costretti a rimandarla dal padre, che sta nelle campagne, dove questo non accade. Le danno un telefono, ma risulta subito spento. In esilio Noori apprende che Zahara è stata costretta dal padre a sposarsi.

Dopo che il fratello di Hawa viene picchiato per avere girato delle immagini, la famiglia decide di partire, e dopo un anno e mezzo in Iran riesce a raggiungere Najiba in Francia. Ma non c’è lieto fine nel film. «Non l’ho voluto, perché non ho nessuna speranza che le cose possano migliorare. L’unica speranza sono le donne dell’Afganistan. Ma il mio è l’unico Paese al mondo dove gli è impedito di potersi istruire!» afferma Noori.

Presidio. Le donne afghane: «No all’apartheid di genere, sia riconosciuto come crimine»

 avvenire.it Elisa Campisi 7 marzo 2025

Sono studentesse o rifugiate afghane, molte delle quali sono fuggite dal proprio Paese nell’agosto 2021 e adesso si stanno rifacendo una vita in Italia anche grazie all’aiuto della Fondazione Pangea. Sono scese in piazza a Roma, nell’ambito di una mobilitazione che sta toccando diversi Paesi in vista della Giornata internazionale delle donne. «Solidarietà per le donne afghane», gridano in più lingue. In alto i cartelli, anche questi in afghano, inglese e italiano. Chiedono il riconoscimento dell’apartheid delle donne come crimine contro l’umanità da parte dell’Unione europea e delle Nazioni unite. Perché, come riporta uno dei tanti cartelli al presidio, “il silenzio alimenta la crudeltà”.

Proprio loro che in qualche modo ce l’hanno fatta, avvertono il forte senso di responsabilità verso le altre e ora chiedono diritti per tutte le donne al mondo e specialmente per quelle rimaste nel loro Paese di origine. «In Afghanistan le donne non possono studiare, lavorare o uscire liberamente di casa», spiega Muzhda che oggi è qui grazie alla Fondazione, ma ricorda bene la fuga in aeroporto in quelle tragiche ore che sono passate alla storia come “la caduta di Kabul”. Dall’Italia, insieme a tutte le donne scese in piazza, «chiedo il riconoscimento della discriminazione subita come crimine contro l’umanità» perché anche in Afghanistan, come nel resto del mondo, «ognuno ha un sogno per la sua vita, ognuno ha i suoi diritti» e bisogna restituire una voce a chi ne è privato. Anche Nooria è riuscita a scappare nell’agosto 2021 grazie a Pangea, ma nonostante la paura di quei momenti allora «non riuscivo ancora a immaginare cosa sarebbe successo dopo».

«Sono passati 30 anni dalla Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sulle donne di Pechino, ma le richieste di allora sono ancora attuali», ricorda Simona Lanzoni, vicepresidente della Fondazione Pangea. «Tutto il mondo resta inerte davanti alla disumanizzazione delle donne che si sta compiendo in Afghanistan, una delle più vergognose negazioni dei diritti fondamentali e delle libertà delle donne, da quello alla formazione a quello semplicemente di cantare, per esempio», ribadisce Lanzoni.

Il presidio a Roma e quelli in contemporanea in più città sono solo una tappa in un percorso più ampio di iniziative per la rivendicazione dei diritti e della libertà di tutte. La vicepresidente serve un lavoro trasversale per la prevenzione della violenza e il rafforzamento del sistema di protezione internazionale, sia nei Paesi in pace che in quelli in conflitto, sia nei processi migratori che in quelli di integrazione negli Stati di arrivo. È in quest’ottica che Pangea sarà tra le tante realtà che parteciperanno alla sessantanovesima sessione della Commissione sulla condizione delle donne che si terrà presso la sede delle Nazioni Unite a New York dal 10 al 21 marzo 2025. «In quest’occasione chiederemo in particolare l’applicazione di quanto stabilito dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea che il 4 ottobre 2024, con una decisione storica, ha affermato che le restrizioni imposte dai talebani alle donne afghane si qualificano come “atti di persecuzione” sufficienti per ottenere automaticamente lo status di rifugiato ai sensi della Direttiva 2011/95/UE che stabilisce i parametri per la concessione della protezione internazionale nell’Ue», specifica Lanzoni. Un altro focus importante dell’appuntamento all’Onu saranno i matrimoni precoci che riguardano non solo l’Afghanistan o i contesti socio-economici più svantaggiati: «Nonostante decenni di battaglie da parte delle attiviste femministe, questo fenomeno continua impunemente e la strategia per porre fine all’impunità è fondamentale per smantellare il patriarcato e garantire che le donne siano al sicuro da qualsiasi forma di violenza». Tuttavia, se non si riesce a fare squadra non ci sarà mai il superamento di questi ostacoli, mette in guardia Lanzoni, che conclude: «”Ripartire da Sé” è il claim di Pangea, senza dimenticare nessuna e nessuno. Dobbiamo costruire una nuova stagione di diritti, proprio quella che tarda ad arrivare».

 

 

 

 

Le donne afghane fuggite dai talebani per studiare all’estero rischiano il ritorno imminente dopo i tagli all’USAID

bbc.com Yogita Limaye* 8 marzo 2025

 

«La casa per noi è come una tomba». L’Afghanistan tre anni e mezzo dopo

Il Manifesto, 8 marzo 2025, di Sara Segantin, Lorenzo Tecleme

Il racconto da Kabul «Ogni giorno ci impongono nuove leggi. Non possiamo uscire senza un parente maschio. Non possiamo lavorare. Se qualcuna protesta, viene arrestata o sparisce»

Sono passati tre anni e mezzo da quando l’esercito talebano è entrato a Kabul, ponendo fine al debole governo filo-occidentale di Ashraf Ghani e instaurando un regime di repressione e violenza che ha privato le donne dei diritti fondamentali alla libertà, all’istruzione e, spesso, anche alla vita e alla dignità.

«PRIMA DELL’ARRIVO  dei Talebani non eravamo al sicuro, era pericoloso c’erano attentati, ma almeno potevamo rivendicare i nostri diritti. Io studiavo perché volevo diventare medica. Poi non c’è stato più niente». Asmira – nome di fantasia per motivi di sicurezza – parla da Kabul. «I Talebani dicono che ‘la casa è il posto per una donna’, ma la casa è una tomba. Sono viva, ma non vivo. Ogni giorno ci impongono nuove leggi. Non possiamo uscire senza un mahram – un parente maschio. Non possiamo lavorare. Anche andare al parco è vietato. Se qualcuna protesta, viene arrestata o sparisce. Una mia amica è stata frustata perché il suo velo si era leggermente spostato mentre camminava. Io sono fortunata, la mia famiglia è ancora qui. Le donne i cui uomini sono morti o sono dovuti fuggire, come fanno? Non possono neanche fare la spesa».

I talebani controllavano ampie zone dell’Afghanistan da ben prima della presa di Kabul. Ma con la ritirata definitiva delle truppe occidentali – decisa da Donald Trump e attuata da Joe Biden – nel 2021 le grandi città sono cadute e l’esercito regolare afghano si è arreso, a una velocità che nessun analista aveva previsto. L’ex presidente Ghani è fuggito e l’Emirato Islamico dell’Afghanistan è tornato in vita.

FRA I TANTI GIOVANI che si sono battuti per la libertà dell’Afghanistan c’è Shaheen Hussian Zada, poco più di vent’anni, uno dei pochi riusciti a fuggire. «Ho sempre odiato la guerra eppure sono stato costretto a crescere in guerra. Sono l’opposto di coloro che hanno portato via la gioia e i sogni di milioni di famiglie», ci racconta. «La mia scelta l’ho fatta quando ho sacrificato tutto per difendere la mia città: o libero o morto. Per la libertà di tutti e di tutte mi batterò sempre. Ero molto giovane quando ho scelto di combattere per resistere, avevo paura, ma non volevo che i Talebani portassero via tutto. Uccidono, torturano, stuprano. Io c’ero quando nel 2021 hanno preso Herat e poi una dopo l’altra le province sono cadute. Il 15 agosto sono entrati a Kabul. Io e la mia famiglia vivevamo lì. Mi ricordo il terrore. Ho lasciato la capitale alle 13.00, circa due ore prima che arrivassero. Sono andato nel Panshir, dove ancora si resisteva. Abbiamo tenuto duro un paio di settimane, ma il mondo se n’era andato e i Talebani disponevano di armi leggere e pesanti, mentre noi avevamo poche attrezzature e poca esperienza: non eravamo soldati, eravamo solo ragazzi che volevano difendere la libertà».

SHAHEEN rappresenta un pezzo di società afghana – urbana, istruita – che da sempre guarda con ostilità all’iper-conservatorismo islamico, ma che non è riuscita ad essere un contraltare sufficiente ai Talebani. «È chiaro che se uccidi tutti quelli che la pensano diversamente e chiudi in casa metà della società magari hai meno “instabilità” e le persone forse si sentono più sicure. Ma qual è il prezzo?». «Oltre a essere ingiusto non ha senso! – gli fa eco Asmira – come fa una società a stare in piedi senza metà del suo popolo? Se queste restrizioni continueranno, il Paese dovrà affrontare problemi economici, sociali e politici sempre più gravi».

LE CANCELLERIE europee non paiono particolarmente turbate. Tra il 2018 e il 2020 circa la metà delle richieste di asilo presentate da afghani sono state respinte, il governo di Ghani prima di cadere era stato finanziato dall’Ue perché trattenesse i migranti e a poco tempo dal ritorno dei Talebani diversi Paesi – Germania, Belgio – hanno dichiarato l’Afghanistan «posto sicuro» per il rimpatrio dei migranti. «Chi è rimasto, chi è riuscito a fuggire, non è un numero in un telegiornale. Siamo persone con speranze, sofferenze, sogni. Abbiamo un’identità e una storia: vogliamo imparare, ma anche raccontare e dirvi di non dimenticare», dice Shaheen. «L’Afghanistan quello lontano e quello poco oltre le vostre porte di casa, non vuole pietà né compassione, chiede rispetto e giustizia nella sua lotta per la libertà. Sono solo un ragazzo e non ho risposte, ma ho visto cose che non volevo vedere e non voglio più che esistano. Ho visto anche la forza e il coraggio. Nelle donne afgane, che resistono a una condizione che nessuno di noi qui può immaginare. In chi in Europa non si arrende all’odio. Possiamo essere forti e liberi solo insieme, donne e uomini da ogni paese, oltre gli stereotipi e i pregiudizi per costruire un mondo in cui l’umanità sia più forte delle frontiere».

«PERCHÉ questo silenzio?», si chiede Asmira. «Le ragazze afgane non interessano a nessuno? Noi stiamo resistendo. Ma siamo sole. Più c’è libertà più c’è responsabilità. Chiedo a voi, popoli d’Europa, di unirvi alla voce del popolo afgano e di lottare contro le ingiustizie».

8 marzo. Mahdia e le ragazze senza scuola nell’Afghanistan delle madrase

Avvenire, 8 marzo 2025, di Zahra Joya, direttrice di Rukhshana Media, Londra

Alle adolescenti è vietato studiare, così l’unica alternativa all’isolamento sono le scuole religiose. Si impara a memoria il Corano «ma non abbiamo altre possibilità»

Dare voce alle donne. Quando e dove non ne hanno. Perché della loro condizione ancora troppo svantaggiata si sappia e si parli. Dal Libano all’Iraq, dal Messico alla Nigeria, dall’Afghanistan alla Somalia, dall’India al Perù: sono 10 le reti indipendenti di giornaliste che hanno aderito alla nostra proposta “Donne senza frontiere”, il progetto di Avvenire per l’8 marzo 2025. A partire da oggi pubblicheremo ogni 15 giorni un reportage di ciascuna delle reti coinvolte. Questa prima puntata è stata realizzata dalla direttrice della rete Rukhsana Media, Zahra Joya. La redazione si trova a Londra, le croniste scrivono in segreto da Kabul.

Mahdia aveva 14 anni quando, nel 2021, i taleban sono tornati al potere. Frequentava la sesta classe, l’ultimo anno della scuola primaria pubblica. Quell’agosto, non immaginava che la sua vita sarebbe cambiata drasticamente. Tra le prime azioni della nuova dittatura è arrivato il divieto di istruzione secondaria per tutte le ragazze.

Le lacrime di Mahdia e Hakima

Per le adolescenti che vivono oggi nell’Emirato islamico dell’Afghanistan non restano che le madrase. Non ci sono alternative : prendere o lasciare. Mahdia è andata a scuola solo per altri quattro mesi. L’anno successivo nulla. Lontana dai banchi, costretta a rimanere tutto il giorno a casa, è scivolata in una devastante depressione. La madre Hakima, 37 anni, ricorda ancora il dolore di quei giorni: «Vedevo mia figlia rimanere seduta in un angolo della sua stanza a piangere tutto il giorno. I taleban avevano vietato a donne e ragazze anche di uscire di casa da sole. Non avevamo nessun posto dove andare. A un certo punto si è ammalata e l’abbiamo dovuta portare in ospedale. È stato il medico, lì, a dirci che soffriva di un forte stato depressivo e che il rischio di degenerare in una grave malattia mentale era alto. Ero terrorizzata e, pensando che avrei potuto perderla, ho pianto».

Hakima ha così cominciato a cercare un modo per aiutare la figlia a uscire dal buio. «Ho parlato con alcune donne del quartiere e mi hanno suggerito – ricorda – di mandarla alla madrasa affinché potesse, almeno, rivedere le sue amiche di scuola, tenere la mente occupata e sentirsi meglio». Così è stato. Nonostante le tante perplessità, Mahdia è stata iscritta alla scuola religiosa. Come lei hanno fatto tante altre ragazze pur consapevoli che non avrebbero studiato né matematica né letteratura ma che si sarebbero dovute dedicare all’apprendimento mnemonico del Corano. Niente di paragonabile alla scuola vera. «Le materie tradizionali sono più utili ed essenziali di quelle impartite in una madrasa – insiste -. Scienza e tecnologia, per esempio, hanno un impatto più positivo sulla vita e sullo stato mentale di una persona». Tuttavia, ammette amaramente, «noi non avevamo alternative». Chi, in famiglia, non era particolarmente d’accordo con questa decisione è stata Farrokh-Liqa, la nonna 51enne. «Non ho mai mandato i miei figli alle scuole religiose – racconta – perché non sono luoghi di istruzione moderna». Mahdia stessa non è interessata all’istruzione religiosa. Per lei, andare in una madrasa è eseguire i consigli del medico e della sua famiglia, l’occasione per trascorre qualche ora fuori casa ogni giorno e visitare una moschea nei pressi della propria abitazione. «Le lezioni sono ripetitive – ammette – sempre le stesse di generazione in generazione». La giovane continua a sognare una scuola vera: «Mi piace la tecnologia e vorrei tanto studiare informatica – confida – ma finché i taleban saranno al potere so che sarà impossibile». Da quando le è stato vietato di andare a scuola, Mahdia è rimasta in contatto solo con una delle sue ex compagne: Razia. «Non era solo un’amica di classe – precisa – ma anche la persona a me più cara. Lei, che come me non può più studiare, ora trascorre il tempo tessendo tappeti con i suoi fratelli. La maggior parte delle altre è caduta in depressione».

La posa della prima pietra di una scuola religiosa nella provincia di Bamiyan, alla presenza di un gruppo di studentesse. Normalmente alle alunne non è consentito uscire dalle classi ma le autorità le invitano alla cerimonia per propaganda
La posa della prima pietra di una scuola religiosa nella provincia di Bamiyan, alla presenza di un gruppo di studentesse. Normalmente alle alunne non è consentito uscire dalle classi ma le autorità le invitano alla cerimonia per propaganda – Rukhshana Media

La grande rete delle scuole coraniche

Sotto il dominio dei taleban, le istituzioni educative del Paese hanno subito cambiamenti significativi, con un maggiore supporto ed espansione delle scuole religiose, gestite dal ministero degli Affari Religiosi, a scapito di quelle tradizionali. Attualmente, in Afghanistan, il numero delle madrase supera quello degli istituti di istruzione pubblici e privati. Secondo il ministero dell’Istruzione, questi ultimi sono circa 18mila; quelli religiosi superano quota 21.257 con oltre tre milioni di giovani iscritti. All’inizio dell’anno scolastico 1401 del calendario afghano (marzo 2022 in Occidente) il leader dei taleban, Hibatullah Akhundzada, ha emesso un decreto per la creazione di “scuole jihadiste” incoraggiandone l’istituzione in ciascuna provincia, con una capacità di accogliere fino a 1.000 studenti. Tre mesi dopo, la prima di questo tipo è stata inaugurata nell’area di “Pul-e-Charkhi”, a est di Kabul. Le autorità l’hanno definita la più grande del Paese. Entro la fine dell’anno, i funzionari taleban hanno annunciato che una scuola jihadista centrale era stata istituita in tutte le 34 province dell’Afghanistan.

Il governo islamico non si è opposto all’istruzione laica in senso assoluto. I ragazzi possono ancora andare a scuola ma non le giovani che devono concludere il ciclo di studi al sesto (e ultimo) livello della formazione primaria, tra 12 e 14 anni. L’Afghanistan è ora l’unico Paese al mondo in cui le bambine sono private del fondamentale diritto allo studio. A loro sono precluse le classi secondarie e l’università. Per tutta risposta, il ministero dell’Istruzione ribadisce che non ci sono «restrizioni di età» per l’educazione femminile nelle scuole religiose. Le donne, questo racconta la cronaca che arriva da alcune comunità, come quella di Bamiyan, vengono invitate alle cerimonie di inaugurazione delle nuove madrase, o alla deposizione della prima pietra di quelle che verranno costruite, solo per propaganda. A loro, in genere, è proibito uscire dalle aule.

Quaderno e penna per Sharifa

Sharifa, 13 anni, attualmente frequenta la sesta classe e, durante le vacanze invernali, per quattro ore al giorno segue anche le lezioni di una madrasa a Kabul. «Gli studi religiosi sono utili, imparo molte cose ma – precisa – ma sono preoccupata perché alla fine di quest’anno non potrò più proseguire il mio percorso di istruzione. Spero che il regime talebano cada». Fatima, la madre 51enne, dice che può permettersi di mandare a scuola solo una delle sue figlie femmine. «Mio figlio ha studiato fino alla nona classe ma – confessa – non avevamo la disponibilità economica per poterlo aiutare a proseguire». La donna spiega che andava a scuola anche un altro dei suoi maschietti ma quattro anni fa, ricorda, «al suo istituto c’è stato un attentato suicida, si è molto spaventato e non è mai più tornato in classe». «Mio marito lavora alla giornata ma – conclude – non in maniera continuativa perché a volte non trova nessuno che lo ingaggi. La sua paga, quando ce l’ha, è di 60 afghani al giorno. All’inizio dell’anno scolastico sono riuscita a comprare per Sharifa un quaderno e una penna per 50 afghani».

Rukhshana Media è una piattaforma in lingua inglese e dari specificatamente dedicata alla questione femminile in Afghanistan. L’ha fondata nel 2020 la giornalista Zahra Joya che oggi continua a dirigerla da Londra, dove vive in esilio. Della rete fanno parte reporter che, da Kabul, lavorano in segreto e sotto pseudonimo per motivi di sicurezza. Rukhshana è il nome di una diciannovenne, di un villaggio della provincia di Ghor, che nel 2015 è stata brutalmente lapidata e uccisa per adulterio: aveva deciso di rompere un matrimonio forzato e fuggire con l’uomo che amava. Il video di 30 secondi che documentava i suoi ultimi istanti di vita, in una fossa scavata sulla collina brulla con un gruppo di uomini a guardarla morire, fece allora il giro del mondo. «In una società che punisce le scelte fondamentali delle donne – si legge nella presentazione del portale – raccontare le loro storie è una sfida che accogliamo per generare dibattiti e informare, per analizzare e indagare le problematiche legate alla condizione femminile nel nostro Paese». La direttrice Joya, oggi 33enne, racconta che da bambina, durante il primo regime taleban, si travestiva da ragazzo per poter andare a scuola. Costretta a fuggire da Kabul nel 2021, con il ritorno al potere dei fondamentalisti islamici, la giornalista continua a lottare dal Regno Unito per i diritti delle donne afghane e per raccontare le loro sofferenze e denunciare il regime di apartheid di genere imposto dai taleban. Nel 2022 è stata nominata “Donna dell’Anno” dalla rivista Time proprio per il suo lavoro. Le storie pubblicate da Rukhshana Media sono il frutto di inchieste realizzate in tutte le province dell’Afghanistan, anche in quelle più remote, essenziali ad aprire una finestra di informazione qualificata utile anche ai media internazionali e alla diaspora afghana nel mondo.

Crimini di genere in Afghanistan: la CPI contro i leader talebani

Il Caffè Geopolitico, 7 marzo 2025, di Federica Leone

In 3 sorsi – Lo scorso 23 gennaio la richiesta di mandato d’arresto alla Corte Penale Internazionale (CPI) contro i leader talebani per il trattamento riservato alle donne afghane ha rappresentato una pietra miliare nella tutela dei diritti umani. I talebani, all’indomani dell’ascesa al potere nel 2021, hanno imposto regole draconiane sulle donne, rendendole sempre più escluse dalle attività istituzionali, lavorative e pubbliche. Un’apartheid di genere che ha sollevato accuse di crimini contro l’umanità, inducendo la comunità internazionale a ricorrere ad azioni giudiziarie contro la leadership talebana.

1. L’AFGHANISTAN E IL SUO CONTESTO POLITICO
Cerniera diplomatica tra Pakistan, Uzbekistan, Iran, Turkmenistan e Cina, la natura geografica afghana ha influenzato e influenza ancor oggi la storia di questo Stato. L’Afghanistan ha da sempre rappresentato un crocevia strategico tra Asia Meridionale e mondo occidentale, divenendo teatro di conflitti e di innumerevoli invasioni. Da mosaico etnico frammentato, si consolidò in un’unica entità statale nel 1746, mantenendo per oltre due secoli una relativa stabilità sotto il potere monarchico, nonostante le tensioni tribali. Il 1973 segnò una svolta con il colpo di Stato di Mohammed Daoud, il quale tentò una politica di equilibrio tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Tuttavia, nel 1978 il partito comunista Khalq rovesciò il regime, instaurando un Governo sostenuto da Mosca e caratterizzato da profonde divisioni interne. L’occupazione sovietica trovò resistenza nei mujaheddin, ai quali si affiancarono i talebani, militanti formatisi nelle scuole coraniche sotto la guida del Mullah Omar. Con il supporto di Osama bin Laden e Al Qaeda, i talebani imposero un regime fondamentalista, dominando il Paese fino all’intervento internazionale del 2001. Tuttavia, il ritiro delle truppe americane nell’agosto 2021 ha segnato il ritorno dei talebani al potere, riportando il Paese sotto un regime autoritario. Nel novembre 2022, il Governo talebano ha promulgato il Codice Akhundzada, un corpus normativo composto da trentacinque articoli e sottoscritto dal “Comandante dei fedeli”, con l’obiettivo dichiarato di promuovere la virtù e reprimere il vizio. Tale documento ha introdotto un ulteriore irrigidimento delle restrizioni sui diritti delle donne e sulle libertà individuali. In particolare, le disposizioni colpiscono le donne, imponendo loro non soltanto l’obbligo di coprire interamente il corpo negli spazi pubblici, ma anche il dovere di osservare il silenzio, poiché la voce femminile è ritenuta un potenziale strumento di corruzione morale.

2. APARTHEID DI GENERE
Le misure adottate dai fondamentalisti afghani, nei confronti delle proprie donne, sono state profondamente criticate da diverse organizzazioni per i diritti umani. Queste ultime hanno denunciato le politiche estremistiche dei talebani come una forma di persecuzione di genere, un crimine contro l’umanità ai sensi dello Statuto di Roma, ratificato nel 2003 dall’Afghanistan. Una reale apartheid di genere che vede l’esclusione delle donne da quasi ogni aspetto della vita pubblica compresi l’accesso all’istruzione, al sistema giudiziario e alle cure mediche. Persino la Procura della Corte Penale Internazionale ha giudicato il comportamento del regime talebano come una repressione pianificata contro una parte specifica della popolazione, istituendo un vero e proprio regime discriminatorio e oppressivo nei riguardi delle donne.

3. PROVVEDIMENTO DELLA CORTE E IMPLICAZIONI INTERNAZIONALI
L’eventuale decisione della Corte Penale Internazionale di emettere un mandato di arresto nei riguardi dei leader talebani rappresenterebbe un punto di svolta nella dottrina in materia di diritti umani. Ciononostante, ai fini di ottenere la possibilità concreta di arrestare e processare il regime talebano, questi mandati richiedono una solida cooperazione tra gli Stati membri. A giocare un ruolo determinante è pertanto la risposta della comunità internazionale. In particolare, Cina, Russia e Pakistan potrebbero influenzare l’esito del procedimento, ponendo effettivamente ostacoli sull’applicazione delle misure della Corte. In ottica diplomatica, l’istanza in oggetto potrebbe richiedere maggiori pressioni su Governi e Istituzioni affinché adottino rigide sanzioni contro il regime
talebano. Certamente, l’impatto di tali provvedimenti dipenderà dall’impegno tangibile degli attori coinvolti. In definitiva, l’iniziativa della CPI segna un passo cruciale nella condanna delle discriminazioni di genere e, più precisamente, nella difesa dei diritti delle donne afghane. Sebbene il percorso rimanga complesso, la comunità internazionale potrebbe intensificare la pressione sul regime afghano, favorendo un miglioramento delle condizioni di vita delle donne del Paese. Un intervento che potrebbe rappresentare un primo passo verso una giustizia effettiva e duratura, in grado di poter rompere il silenzio delle innocenti vittime afghane.

Comunicato Stampa – 8 marzo 2025: è tempo di liberarsi dal patriarcato in tutto il mondo

Cisda, 4 marzo 2025 

Il secolo corrente deve essere il tempo in cui le donne, in ogni parte del mondo, prendono in mano le loro sorti e lottano insieme per liberarsi dal patriarcato.

Noi donne del CISDA che da oltre 25 anni lavoriamo a fianco delle donne afghane di RAWA

(Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), sappiamo che la loro lotta non è altro che un tassello delle lotte delle donne che in ogni angolo del pianeta si ribellano all’oppressione e al patriarcato in tutte le sue forme.

Sotto il regime dei fondamentalisti talebani le donne afghane sono oggi tra le più oppresse al mondo: non possono studiare, lavorare, uscire di casa sole, e quando escono devono coprire il proprio corpo da capo a piedi. Un vero e proprio apartheid di genere che ha l’obiettivo di annientare sistematicamente le donne e la loro volontà di lotta, che è un esempio di coraggio e resistenza.

Ovunque il fondamentalismo crea apartheid di genere. L’Afghanistan, a partire dalla fine degli anni ’70, ha subito ingerenze straniere da parte di potenze internazionali e regionali che hanno finanziato e armato gruppi fondamentalisti per sostenere la propria egemonia coloniale.

Noi lottiamo con loro, ma sappiamo anche che fino a che ci sarà anche una sola donna schiava e oppressa nessuna sarà libera.

Viviamo un tempo disperante, in cui il sistema capitalista e patriarcale sta facendo passare come inevitabili militarizzazione della società, guerre, cambiamenti climatici, disumanizzazione e genocidio di interi popoli, dei migranti e delle persone razializzate. Il fascismo, ormai dilagante in tutto il mondo occidentale e non solo, ha come primo target le donne, a cui viene chiesto di ridurre il proprio ruolo a quello di fattrici e forza di lavoro gratuita o sfruttata e sottopagata.

Questa disperazione, soprattutto per noi donne, deve trasformarsi in una lotta comune contro la violenza, il femminicidio, il fascismo, le politiche genocide e le guerre, tutti tasselli di un medesimo disegno di un sistema in profonda crisi.

Contro l’apartheid di genere in Afghanistan e ovunque nel mondo.

Contro tutti i fondamentalismi che imprigionano le donne

Afghanistan. Dalla lama della “democrazia statunitense”, alla decapitazione islamista

Confronti, Marzo 2025 (Cartaceo)

Di Enrico Campofreda

Il numero di marzo è dedicato alle donne, protagoniste assolute di queste pagine. In apertura Enrico Campofreda ha intervistato l’attivista Shaqiba della Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (Rawa) che denuncia il drammatico peggioramento della condizione femminile sotto il regime talebano. Il Paese è diventato una prigione tra restrizioni, esclusione dall’istruzione e dal lavoro, matrimoni forzati e abusi

L’attivista Shaqiba della Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (Rawa) denuncia il drammatico peggioramento della condizione femminile sotto il regime talebano. Dopo le prime proteste represse con violenza, le donne afghane sono costrette a manifestare in clandestinità, mentre il Paese è diventato una prigione tra restrizioni, esclusione dall’istruzione e dal lavoro, matrimoni forzati e abusi.

Il contesto attuale in Afghanistan, dopo il ritorno al potere dei talebani nell’agosto 2021, è segnato da una drammatica regressione nei diritti delle donne. Le manifestazioni di protesta femminili, che nelle prime settimane dall’ascesa del regime erano vigorose, sono state brutalmente soffocate con arresti, torture e violenze sessuali. Nonostante il regime talebano abbia cercato di rendere impossibile ogni forma di dissenso pubblico, molte attiviste continuano a lottare in modo clandestino, usando i social media come strumento di denuncia.
La situazione delle donne afghane si è progressivamente deteriorata tanto che, a febbraio scorso, il procuratore della Corte penale internazionale, Karim Khan, ha annunciato di aver richiesto due mandati d’arresto per il leader supremo dei Talebani, Haibatullah Akhundzada, e il presidente della Corte Suprema afghana, Abdul Hakim Haqqani, accusati di crimini contro l’umanità per persecuzione di genere.

In questa situazione abbiamo intervistato Shaqiba, un’attivista di Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (Rawa), che ha recentemente intrapreso un tour in Europa per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla drammaticità della condizione femminile nell’Afghanistan talebano. In Italia, Shaqiba è stata ospite del Coordinamento italiano sostegno donne afghane (Cisda – cisda.it), un’associazione che da oltre venticinque anni si batte al fianco delle donne afghane, cercando di portare alla luce le atrocità perpetrate dal regime talebano e sostenendo le attiviste che, a rischio della propria vita, continuano a lottare per i diritti delle donne in Afghanistan.

Dopo le combattive manifestazioni femminili nelle prime settimane del secondo Emirato, le proteste di strada sono ormai impossibili?
Subito dopo l’ascesa al potere dei talebani nell’ago- sto 2021 le donne di diverse aree afghane sono scese in piazza per opporre
Molte di loro sono state arrestate, imprigionate, torturate e, in alcuni casi, sono stati documentati rapporti di stupro e molestie sessuali. I talebani hanno storicamente usato vari mezzi per control- lare e imporre il silenzio fra le persone che catturano o rilasciano.
La strategia di costringere i prigionieri a firma- re accordi sotto minaccia di morte o detenzione è una tattica comune per reprimere il dissenso e mantenere il controllo tramite l’intimidazione. Tuttavia, è difficile documentare queste viola- zioni, poiché i sopravvissuti temono ritorsioni. Alcune donne hanno denunciato crimini durante la detenzione, ma la repressione e le minacce hanno spinto molte a manifestare in spazi chiusi. Le proteste si spostano online, dove le attiviste esprimono il loro dissenso contro un regime misogino. Non c’è nessuna accettazione del sistema, ribadiamo che la ragione per cui le attiviste hanno ridotto le proteste di strada è la coercizione.

Da cosa sono oppresse oggi le donne afghane?
L’Afghanistan è diventato una prigione per le donne, con restrizioni sempre più severe. La disoccupazione, la povertà e le pressioni psicologi- che portano a un aumento dei suicidi femminili. Ogni giorno emergono crimini gravi come esecuzioni pubbliche, femminicidi, matrimoni forzati e vendite di ragazze per miseria. Le studentesse – come nel caso dell’Università Kankor – sono escluse dagli esami di ammissione, le docenti licenziate e gli istituti medici chiusi. Le donne non possono viaggiare senza un accompagnatore maschio [mahram] e le Ong ancora presenti sul territorio sono costrette a rinunciare alle dipendenti femminili. Negli ultimi venticinque anni le donne afghane hanno sofferto sotto la lama della cosiddetta democrazia sostenuta dagli Stati Uniti, ora sono decapitate sotto la maschera dell’Islam.

In che modo, rispetto ai governi precedenti, la protezione delle donne è peggiorata?
Prima del ritorno dei talebani, le donne vivevano già in condizioni precarie. Molti distretti erano sotto il controllo dei fondamentalisti, sebbene go- vernasse Ashraf Ghani e con gli esecutivi sostenuti dagli Stati Uniti. Nell’ottobre 2015, Rukhshana, una giovane di Ghor, è stata pubblicamente lapidata a morte per essere “presumibilmente” fuggita da casa. A quell’epoca i funzionari governativi hanno violentato decine di donne. Auto-immolazione, taglio del naso e delle orecchie alle donne dilaga- vano. A Mazar-e-Sharif una bimba di nove anni venne scambiata con un cane. Parecchi conosco- no la tragica vicenda di Farkhunda che nel marzo 2015 fu assassinata e bruciata a pochi chilometri dal Palazzo presidenziale. La violenza, tra cui suicidi, mutilazioni e matrimoni forzati, era diffusa, mentre i media affermavano che la condizione del- le donne migliorava. È vero che la Costituzione afghana dell’epoca prevedeva la parità fra i generi e che la legge sull’eliminazione della violenza contro le donne è statale, ma questa norma rimaneva solo un pezzo di carta inapplicato e inutilizzato nei tribunali. Tutto ciò accadeva perché diversi jihadisti [signori della guerra come Gulbuddin Hekmatyar, Karim Khalili, Abdul Rashid Dostum] facevano parte dei governi Karzai e Ghani. Al loro fondamentalismo è stato dato un falso volto democratico proprio dalla linea di condotta statunitense. La corruzione e la presenza di jihadisti al potere hanno peggiorato la situazione, culminando nel crollo del governo e nel ritorno del regime tale- bano, che ha eliminato le poche libertà rimaste. Vedove e donne divorziate ora affrontano la stessa sorte delle altre afghane. Le donne che erano sta- te precedentemente separate dai loro mariti sono state costrette a rientrare in casa e le Corti talebane emettono sentenze sulla base della Shari’a.

LE DONNE ERANO GIÀ IN UNA SITUA- ZIONE PRECARIA, MA ORA L’AFGHA- NISTAN È DIVENTATO UNA GRANDE PRIGIONE PER LE DONNE.

Cosa riesce a fare la rete di Rawa?
Rawa continua a essere attiva in campo politico, sociale e umanitario. Ora opera in clandestinità e perlopiù organizza corsi domestici di alfabetizza- zione, inglese, scienze e matematica per ragazze in età scolare e donne analfabete. Gestisce inoltre istituti per bambini in aree remote e offre assistenza sanitaria tramite una squadra mobile che interviene nei momenti di crisi, come terremoti, inondazioni e altre calamità. Tra le attività umanitarie figura anche la distribuzione di pacchi alimentari a famiglie povere e disoccupati durante le emergenze. L’obiettivo principale è aumentare la consapevolezza politica di donne e giovani, mobilitandoli e organizzandoli. Coordina pro- teste contro il regime dei taliban celebrando anniversari come l’8 marzo o il martirio di Meena Keshwar Kamal [fondatrice di Rawa assassinata nel novembre 1987]. Attraverso la sua rivista e il sito web, diffonde notizie sulla situazione interna, pubblica articoli analitici sul ruolo degli Stati Uniti nel sostenere il fondamentalismo e riporta le attività dei suoi membri in tutto il mondo. Per garantire la sicurezza delle attiviste, le iniziative vengono pubblicizzate con discrezione.

Le attiviste di Rawa possono ancora agire all’interno del Paese o sono costrette a vivere all’estero?
Le attiviste possono muoversi in diverse aree del Paese, ma devono prestare grande attenzione alla sicurezza per evitare di essere individuate e arre- state. Nonostante le difficoltà, Rawa ha scelto di rimanere in Afghanistan, accanto a chi ha perso tutto. Lasciare il Paese e vivere all’estero sarebbe l’opzione più semplice, ma il nostro impegno è es- sere un punto di riferimento per la popolazione, contribuendo alla sensibilizzazione e alla lotta per un futuro migliore.

Perché molti intellettuali e giovani hanno lasciato il Paese e non hanno scelto la resistenza?
Molti intellettuali e persone istruite, che avevano lavorato in importanti istituzioni durante il ventennio dei governi sostenuti dagli Stati Uniti, sono stati successivamente evacuati dopo la riconquista talebana di Kabul. Tuttavia, non hanno pensato alla resistenza, mancando di senso di responsabilità e patriottismo. Molti giovani, spinti dalla mancanza di lavoro, hanno lasciato l’Afghanistan e continuano a farlo, con diverse famiglie che inviano membri all’estero per mantenere con le rimesse i parenti in loco. Ma la scelta di rimanere in Afghanistan e lottare non è limitata al sesso o all’età. Abbiamo visto che tante donne si sono ribellate e hanno combattuto contro il governo talebano più degli uomini. Nelle rischiose circostanze delle proteste gli uomini sono facilmente identificabili, loro non possono celarsi dietro il burqa… Se arrestati rischiano più facilmente la tortura. Ed è il motivo per cui alcune contestazioni maschili restano virtuali, utilizzando i social media.

La crescente precarietà dipende anche dal calo del sostegno esterno e dall’intensificarsi della crisi in Medio Oriente?
Negli ultimi vent’anni di occupazione Nato, in- genti fondi sono arrivati in Afghanistan, ma anziché essere destinati a progetti strutturali come infrastrutture e trasformazioni durature, sono stati sprecati in corruzione e ruberie politiche. Traditori come Abd al-Rasul Sayyaf, Yunus Qanuni, Muhammad Mohaqiq, Karim Khalili e membri dell’Alleanza del Nord che erano al potere, accumulavano grandi ricchezze, mentre la maggioranza della gente diventava sempre più povera. Con l’a- scesa dei talebani, oltre alla cacciata delle donne da lavori pubblici e privati, molte aziende e istituzioni hanno chiuso, peggiorando ulteriormente l’economia. Sebbene i talebani ricevano milioni di dollari settimanali da Stati Uniti e altri Paesi, grazie anche al traffico di oppio e alla cessione di risorse minerarie, è la popolazione a pagare il prezzo, soffrendo sotto un regime oppressivo. Nonostante le gravi condizioni, l’attenzione internazionale è di- minuita, e le crisi umanitarie in Afghanistan vengono raramente riportate dai media globali.

Gli hazara, oltre agli attacchi dell’Isis-K, sono vittime di arresti, privazioni e discriminazioni da parte dei talebani. È possibile fermare questo razzismo?
Sostenendo i fondamentalisti alla Sayyaf, Hekmatyar, Rabbani, Massoud, Mohaqiq, Khalili e i taliban, gli Stati Uniti hanno contribuito a favorire le divisioni etniche e settarie in Afghanistan. Questo ha rappresentato uno dei ruoli distruttivi di Usa, Pakistan, Iran nel dividere le etnie interne e incitarle all’odio. La discriminazione religiosa è stata prevalente durante i quarant’anni di conflitto. Il razzismo, la discriminazione, la tortura e l’uccisione delle minoranze possono essere fermati solo se gli americani e i loro alleati smettono di finanziare e sostenere gruppi terroristici. Nei Paesi in guerra le discriminazioni razziale e religiosa sono fomentate per impedire l’unità delle persone, assicurando che i gruppi etnici e confessionali si combattano e i governi-fantoccio traggano vantaggio dalle divisioni. Il razzismo e la discrimina- zione possono essere sradicati solo con l’istituzione d’un sistema democratico secolarista.

Esistono in Afghanistan progetti politici e leader in grado di allontanare il Paese dal fondamentalismo e dal tribalismo?
Alcune organizzazioni politiche e sociali mira- no a coinvolgere i cittadini contro le limitazioni dell’estremismo religioso e dell’esasperazione etnica. Personalmente cito il movimento Rawa e il Partito della solidarietà, entrambi s’oppongono ai fondamentalismi e li combattono senza timori e compromessi.

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“Bettolle: libere di essere”, viaggio nella condizione femminile

SienaPost, 3 marzo 2025

Tra oppressione e lotta per i diritti. Il focus sulle donne afgane. Evento toccante alla Biblioteca BiBet

L’iniziativa, – la prima tra quelle in programma nel ricco calendario dei dieci comuni della Valdichiana – promossa dagli Assessorati Cultura, Politiche di Genere, Politiche Sociali e Pari Opportunità del Comune di Sinalunga, ha offerto uno spaccato della condizione femminile nel mondo, con un focus particolare sulla situazione delle donne afghane.

L’incontro “A tu per tu con Cristiana Cella” ha rappresentato il cuore della serata. La giornalista, scrittrice e sceneggiatrice, da anni impegnata nella difesa dei diritti delle donne afghane, ha condiviso la sua profonda conoscenza della realtà afghana, offrendo un quadro lucido e dettagliato delle sfide che le donne affrontano quotidianamente.

Afghanistan: una lotta per la sopravvivenza
Cristiana Cella ha ripercorso la storia recente dell’Afghanistan, sottolineando come il regime talebano abbia drasticamente limitato i diritti delle donne, relegandole a un ruolo marginale nella società. Ha denunciato le violazioni dei diritti umani, la negazione dell’istruzione e del lavoro, e la repressione di qualsiasi forma di dissenso.

Resistenza, speranza e domande senza risposta
Nonostante le difficoltà, Cella ha evidenziato la resilienza e la forza delle donne afghane, che continuano a lottare per i loro diritti e per un futuro migliore. Ha ricordato figure emblematiche come Meena Keshwar Kamal, fondatrice della RAWA, e le tante attiviste che, anche in condizioni estreme, non rinunciano alla speranza. All’uscita una partecipante ci ha detto: “mi perseguita una domanda: perché questo accanimento crudele e continuato nei confronti delle donne? Qual è l’obiettivo che si vuole perseguire? Perché le vogliamo annientare e rendere invisibili? Perché, le donne fanno tanta paura? L’iniziativa ha cercato di rispondere a queste domande. Ma nessuna risposta ha motivato fino in fondo gli atteggiamenti di distruzione.

Impegno dell’Italia e le mozioni per il riconoscimento dei crimini
L’incontro ha offerto l’occasione per fare il punto sulle iniziative italiane a sostegno delle donne afghane. Il CISDA, rappresenta un punto di riferimento importante, così come le numerose associazioni e organizzazioni che si impegnano a sensibilizzare l’opinione pubblica e a fornire aiuto concreto. In particolare, è emerso l’impegno nel presentare ordini del giorno in tutta Italia per chiedere il riconoscimento dei crimini dei talebani come crimini contro l’umanità di genere. Le rappresentanti istituzionali presenti hanno inoltre promesso che proporranno all’unione dei Comuni della Valdichiana una mozione in tal senso.

Un messaggio di speranza
La serata “Libere di essere” ha rappresentato un’occasione per riflettere sulla condizione femminile nel mondo e per ribadire l’importanza della lotta per i diritti delle donne. L’incontro con Cristiana Cella ha lasciato un messaggio di speranza: anche nelle situazioni più difficili, la determinazione e la solidarietà possono fare la differenza.

La mostra fotografica “Viosiolapse”
A corollario dell’incontro, la mostra fotografica “Viosiolapse” ha offerto un’ulteriore testimonianza della forza e della bellezza delle donne, attraverso gli scatti di Sofia Pericoli e il make-up di Renata Pappano.

L’evento si è concluso con un aperitivo, un momento di convivialità e di scambio di idee. L’iniziativa “Libere di essere” ha dimostrato come la cultura e l’impegno civile possano contribuire a costruire una società più giusta e inclusiva, dove i diritti delle donne siano pienamente riconosciuti e rispettati.