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Tag: discriminazione di genere

La settimana delle donne all’ONU: divisioni, allarmi e agghiaccianti testimonianze

Stefano Vaccara, VNY, 9 marzo 2026

Al Palazzo di Vetro, la settimana più importante dell’anno per i diritti delle donne, lunedì si è aperta in un clima che riflette perfettamente il momento storico: grandi parole, grandi allarmi, ma anche profonde spaccature politiche e morali.

Da una parte, nell’aula dell’Assemblea Generale, la 70ª sessione della Commissione sullo Status delle Donne ha rilanciato il tema dell’accesso alla giustizia per donne e ragazze in tutto il mondo. Dall’altra, nelle sale laterali e al Consiglio di Sicurezza, sono esplose con forza le crisi che oggi rendono quel diritto sempre più fragile: l’Afghanistan dei talebani, l’Iran in guerra, il Medio Oriente in fiamme, la regressione globale dei diritti femminili.

In sala, ad affiancare leader politici e funzionarie ONU, c’era Anne Hathaway, goodwill ambassador di UN Women, con un intervento che ha dato un tono più emotivo ma non meno politico alla giornata. “È difficile sopportare la consapevolezza che la distanza tra la promessa dell’uguaglianza e l’esperienza concreta di essa sia ancora così grande per così tante persone”, ha detto l’attrice americana dal podio verde dell’Assemblea Generale. Hathaway ha reso omaggio “al coraggio e alla forza delle donne che non hanno accettato di vedersi negare giustizia, perché hanno scelto di agire in un mondo che si aspetta il silenzio”, chiudendo con una frase che è sembrata parlare anche alla tensione dell’intera settimana: “La nostra celebrazione oggi afferma la nostra determinazione a resistere più a lungo dell’ingiustizia”.

In Afghanistan c’è l’apartheid di genere

Un intervento particolarmente forte è arrivato dalla premio Nobel per la pace Malala Yousafzai, che ha denunciato con durezza la situazione delle donne e delle ragazze in Afghanistan sotto il regime talebano. “Oggi sono qui con il cuore spezzato”, ha detto, ricordando anche la sofferenza delle famiglie colpite dalla violenza in diverse parti del mondo, tra cui Iran e Gaza. Malala ha definito il sistema imposto dai talebani una vera e propria “gender apartheid”, sottolineando che alle ragazze è vietato frequentare la scuola secondaria e l’università e alle donne è impedito lavorare e partecipare alla vita pubblica. “Questo non è cultura. Non è religione. È un sistema di segregazione e dominio”, ha dichiarato, invitando la comunità internazionale a riconoscere formalmente questa realtà nel diritto internazionale. Nel finale del suo intervento ha lanciato un appello diretto ai governi affinché passino dalle parole ai fatti: “I discorsi non proteggono le ragazze. Ma le leggi, la responsabilità e il coraggio politico sì”.

Il segretario generale António Guterres, nel suo intervento di apertura, ha scelto parole nette: “Viviamo in un mondo e in una cultura dominati dagli uomini. L’uguaglianza di genere è, ed è sempre stata, una questione di potere”. E ancora: “Neanche un passo avanti nei diritti delle donne è mai stato regalato. È stato conquistato”. Per Guterres, il tema scelto quest’anno, l’accesso alla giustizia, “va al cuore stesso della lotta per l’uguaglianza”, in un mondo in cui le donne godono in media solo del 64 per cento dei diritti legali degli uomini. Il capo dell’ONU ha insistito sul fatto che la reazione contro i diritti femminili non è casuale ma strutturale: “Il backlash è ciò che il potere consolidato fa quando sente allentarsi la propria presa”. Ha parlato di protezioni legali erose, di difensore dei diritti delle donne sotto attacco, di diritti sessuali e riproduttivi indeboliti. E ha indicato nell’Afghanistan il caso più estremo: “Le donne vengono sistematicamente cancellate dalla vita pubblica – e ora persino impedite di entrare nei compound dell’ONU. Questa è ingiustizia nella pratica”.

Su questo punto è tornata con forza anche Annalena Baerbock, presidente dell’Assemblea Generale, che ha parlato senza giri di parole di “gender apartheid” in Afghanistan. “Qualsiasi normalizzazione di questo regime sarebbe una scelta attiva di tollerare la più grave violazione dei diritti delle donne”, ha detto. Baerbock ha poi allargato il discorso al sistema ONU stesso, ricordando che in 80 anni non c’è mai stata una donna segretario generale: “La domanda non è perché una donna dovrebbe diventare segretario generale. La domanda è: perché no?”

La disuguaglianza aggravata dalla guerra

Sulla stessa linea la direttrice esecutiva di UN Women, Sima Bahous, che ha ricordato come “in quasi il 70 per cento dei Paesi esaminati le donne affrontano maggiori ostacoli alla giustizia rispetto agli uomini”, mentre nel 54 per cento degli Stati lo stupro non è ancora definito sulla base del consenso. “L’uguaglianza di genere oggi è aggravata dai mali della guerra e del conflitto, dall’Afghanistan a Haiti, dall’Iran al Myanmar, dalla Palestina al Sudan, dalla Siria all’Ucraina”, ha detto, strappando applausi quando ha aggiunto che UN Women sarebbe “orgogliosa di servire una futura Madame Secretary-General”.

Eppure, proprio mentre nell’aula si parlava di giustizia, la politica internazionale ha mostrato tutta la sua frattura. Le Agreed Conclusions, il documento finale della Commissione, sono state adottate non per consenso ma con voto formale: 37 favorevoli, 1 contrario, gli Stati Uniti, e 6 astensioni. È un fatto raro e politicamente pesante. Washington ha rifiutato il testo denunciando il riferimento a quella che definisce “gender ideology”, il linguaggio sulla salute sessuale e riproduttiva, e qualsiasi apertura a una regolazione dell’intelligenza artificiale in chiave di diritti. Il rappresentante americano ha attaccato anche UN Women, accusandola di promuovere aborto e ideologia di genere.

Il risultato è che la più importante piattaforma globale sui diritti delle donne si apre quest’anno non nel segno dell’unità, ma della frattura.

Nel frattempo, poche ore dopo, il Consiglio di Sicurezza ha affrontato il dossier Afghanistan, con un tono durissimo verso i talebani. Gli Stati Uniti hanno denunciato quelle che l’ambasciatore Mike Waltz, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, ha definito restrizioni “inaccettabili e francamente disgustose” contro i diritti delle donne. Ma a fotografare meglio la crisi è stata Georgette Gagnon, numero uno ad interim della missione ONU in Afghanistan, che ha parlato di una crisi umanitaria in peggioramento, di economia fragile, di ritorni forzati dai Paesi vicini, e del fatto che l’esclusione delle donne dal lavoro e dalla vita pubblica sta prosciugando il capitale umano del Paese. Il tutto mentre la guerra in Medio Oriente rende incerta anche la rotta commerciale via Iran e la frontiera con il Pakistan resta instabile.

Testimonianze dall’Iran

Se l’Afghanistan è diventato all’ONU il simbolo più esplicito della segregazione di genere, l’Iran è entrato nella settimana delle donne attraverso due porte diverse e complementari: da un lato nei discorsi ufficiali, dall’altro nelle testimonianze dirette.

La relatrice speciale Reem Alsalem ha denunciato “livelli nauseanti di impunità” parlando anche del caso Epstein, ma ha collegato il discorso alla violenza sulle donne nei conflitti, citando l’Iran e il Libano come esempi recenti di come l’impunità e la guerra colpiscano prima di tutto donne e ragazze.

E poi c’è stato un momento politicamente potentissimo: il side event organizzato dalla missione israeliana all’ONU, guidata dall’ambasciatore Danny Danon, con donne iraniane chiamate a denunciare le violenze e la repressione del regime. Il fatto che l’evento si sia tenuto proprio nel giorno inaugurale della conferenza sullo stato delle donne ha dato alla scena un significato particolare: la battaglia per i diritti femminili si intreccia ormai apertamente con la guerra, con la propaganda e con la diplomazia.

Tra le testimonianze, quella della calciatrice iraniana Shiva Amini è stata una delle più forti. “Sono qui per testimoniare contro questo regime di assassini”, ha detto. Ha raccontato arresti, minacce di stupro, frustate, carcere, la proibizione di giocare senza hijab, il divieto di competere contro atleti israeliani, e una vita sportiva ridotta a strumento di propaganda politica. “Nel mio Paese i campioni nazionali vengono premiati con i proiettili, non con le medaglie”, ha detto, rivolgendosi poi direttamente in italiano al presidente della FIFA Gianni Infantino per chiedere l’esclusione dell’Iran dalle competizioni internazionali.

Così, in un giorno, l’ONU ha offerto un’immagine brutale del presente: nella grande sala dell’Assemblea si approvano documenti sul diritto alla giustizia; nel Consiglio di Sicurezza si denuncia un sistema, quello talebano, che cancella le donne dalla società; nelle sale laterali, donne iraniane raccontano come uno Stato possa perseguitare perfino chi gioca a calcio. L’impressione è che questa CSW70 abbia messo a nudo ancora una volta che la questione dei diritti delle donne non è più un capitolo separato dell’agenda internazionale. È ormai il punto in cui si incontrano – e si scontrano – potere, guerra, ideologia, religione, democrazia e autoritarismo. E forse è proprio per questo che oggi divide così tanto.

Comunicato stampa sulle implicazioni del “Codice di procedura penale per i tribunali” emanato dai talebani

 

 rawadari.org 22 gennaio 2026

Rawadari ha recentemente ottenuto una copia del “Codice di Procedura Penale per i Tribunali” (De Mahakumu Jazaai Osulnama), firmato dal leader talebano Habatullah Akhundzada, e distribuito ai tribunali provinciali di tutto l’Afghanistan per l’attuazione. Il Codice di Procedura Penale, emanato il 4 gennaio 2026, è composto da tre sezioni, 10 capitoli e 119 articoli. Il contenuto di questo documento è profondamente preoccupante e in palese contraddizione con gli standard internazionali sui diritti umani e con i principi fondamentali del giusto processo. Il documento legalizza e formalizza la discriminazione contro le minoranze religiose e la soppressione delle libertà fondamentali degli individui, comprese le violazioni della dignità umana, le restrizioni alla libertà di espressione e di pensiero, nonché gli arresti e le punizioni arbitrari. Questo documento è incompatibile anche con i più elementari standard del giusto processo, tra cui il principio di uguaglianza davanti alla legge, il principio di legalità e responsabilità penale personale, la presunzione di innocenza, il divieto di tortura, la libertà dalla detenzione arbitraria, il diritto al silenzio e il diritto a una difesa effettiva. In nessuna parte del presente Codice di Procedura Penale sono riconosciuti il ​​diritto di accesso a un difensore, il diritto al silenzio e il diritto al risarcimento, né sono garantiti altri requisiti minimi di un giusto processo.

Inoltre, il Codice non ha specificato pene minime e massime, eliminando il processo di indagine indipendente per dimostrare i reati e istituendo invece la “confessione” e la “testimonianza” come mezzi principali per dimostrare la colpevolezza. Ciò aumenta significativamente il rischio di tortura, gravi abusi e diffuse violazioni dei diritti dell’imputato.

Aumento del rischio di discriminazione e soppressione delle libertà religiose

La clausola otto dell’articolo 2 del Codice di procedura penale descrive i seguaci della scuola di pensiero hanafita [giurisprudenza hanafita] come musulmani, mentre definisce i seguaci di altre sette e credenze che differiscono o si oppongono all'”Ahle-Sunnah wal-Jama’ah” come “mubtadeh” o “eretici”. Questa classificazione discriminatoria, in un paese in cui vivono numerose minoranze religiose, tra cui sciiti jafariti, ismailiti e seguaci di altri orientamenti islamici come l’Ahl-e-Hadith, nonché non musulmani come sikh e indù, viola direttamente il principio di non discriminazione sulla base della religione e del credo. L’applicazione dell’etichetta di “badaat/bid’ah” e la concessione di poteri illimitati alle istituzioni giudiziarie talebane creano le condizioni per una repressione diffusa, la privazione della tutela legale e l’imposizione di punizioni arbitrarie contro le minoranze religiose.

Inoltre, l’articolo 14 del Codice di Procedura Penale ha stabilito che, al fine di tutelare l'”interesse pubblico”, l’uccisione di autori di reato, compresi coloro che “difendono false credenze contrarie all’Islam” o coloro che invitano altri a tali credenze, definiti maabtadin e corruttori, è considerata ammissibile con il permesso dell'”Imam”. Analogamente, la clausola 2 dell’articolo 17, attraverso una sentenza generale, ha dichiarato punibili la “derisione” e il “ridicolo” delle sentenze islamiche, e ha previsto una pena detentiva di due anni per i responsabili. Questo articolo non introduce alcun criterio per identificare la “derisione” o il “ridicolo”, e concede ai giudici un’ampia e arbitraria discrezionalità nel punire gli individui semplicemente per aver espresso punti di vista diversi e critici.

L’articolo 26 di questo documento stabilisce che ai seguaci della scuola di pensiero hanafita [giurisprudenza hanafita] non è consentito abbandonare la propria fede e, qualora ciò fosse provato davanti a un giudice, saranno condannati a due anni di reclusione. Questa sentenza, che costituisce una chiara violazione della libertà di religione e di credo, espone specificamente i salafiti e gli Ahl-e-Hadith al rischio di arresti, processi e punizioni arbitrari, un pericolo che, dato il trattamento riservato dai talebani a questi individui negli ultimi quattro anni, è grave e allarmante. Queste disposizioni intensificano la restrizione dello spazio civico, la diffusa repressione della libertà di religione e di credo e possono portare a un aumento degli arresti arbitrari, della tortura e, in particolare, della pressione sulle minoranze religiose.

Intensificazione della detenzione e delle punizioni arbitrarie

La clausola undici dell’articolo 2, definendo un “baghi”, ovvero un “ribelle”, come qualcuno che “si sforza di diffondere la corruzione”, afferma che “il danno che arreca è pubblico [generale] e non può essere riformato senza essere messo a morte”. Questa sentenza conferisce alle istituzioni giudiziarie dei Talebani e ad altri rami del governo talebano un’ampia e pericolosa autorità di uccidere oppositori, critici e attivisti per i diritti umani sotto questa designazione, senza garantire il diritto alla difesa e a un giusto processo. Inoltre, la clausola sei dell’articolo 4 stabilisce che ogni musulmano “ogniqualvolta assista a un peccatore che commette un peccato, è autorizzato a procedere con la sua punizione”, una questione che conferisce anche a individui comuni, agenti di polizia morale e religiosi allineati con i Talebani l’autorità di punire gli altri. Queste disposizioni violano gravemente il diritto alla libertà e alla sicurezza personale, la dignità umana, il divieto di detenzione e punizione arbitrarie e il diritto di accesso a un giusto processo.

D’altro canto, la clausola 14 dell’articolo 2 stabilisce che nei reati di “hudud e diyat” [pene prescritte e prezzo del sangue], si presta attenzione solo al “reato in sé” e non alla “personalità dell’autore”, sebbene tale approccio sia incompatibile con i requisiti di un giusto processo; poiché, secondo gli standard del diritto penale, la valutazione della responsabilità penale richiede la considerazione dello stato mentale, della capacità e dell’intenzione dell’autore. Trascurare questi fattori comporta una violazione delle garanzie del giusto processo e dei principi del libero processo.

L’articolo 59 di questo documento, criminalizzando il “ballare” e il “guardare” senza fornire una definizione chiara, precisa e giuridica di questo concetto, viola i principi fondamentali di legalità del reato e della pena e la presunzione di innocenza, e pertanto conferisce alle autorità giudiziarie la discrezionalità di privare arbitrariamente gli individui della loro libertà e sicurezza personale. In tali circostanze, gli individui possono essere detenuti e puniti per aver eseguito danze locali considerate parte della loro tradizione e del loro stile di vita.

Allo stesso modo, l’articolo 13 del Codice, attraverso un vago riferimento e senza fornire alcuna spiegazione necessaria, prevede la distruzione dei “luoghi di corruzione {morale}”. Questa disposizione viola i principi di legalità e responsabilità penale personale, nonché la presunzione di innocenza. Data l’interpretazione ampia e indebolita del termine “corruzione”, questa norma può essere estesa alla distruzione di luoghi come barbieri e saloni di bellezza, e può punirne i proprietari senza provare la responsabilità personale.

Allo stesso tempo, ai sensi dell’articolo 40, chiunque sia presente a un “raduno di corruzione”, anche involontariamente, senza che il significato di “corruzione” sia chiarito, è considerato complice dell’atto di “corruzione” e ritenuto punibile. Questa disposizione è inoltre in conflitto con il principio di responsabilità penale personale e la presunzione di innocenza, poiché, ai sensi di tale articolo, la responsabilità penale viene imposta a una persona senza provare l’intenzione, la conoscenza o il ruolo dell’individuo.

Consacrare la stratificazione sociale e la divisione degli individui in “liberi” e “schiavi”

Mentre la dignità umana e l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, la non discriminazione e il divieto assoluto di schiavitù sono tra i principi fondamentali dei diritti umani e tra le norme imperative del diritto internazionale, l’articolo 9 del Codice di procedura penale dei tribunali divide di fatto la società in quattro categorie: “studiosi” (ulama), “élite” (ashraf), “classe media” e “classe inferiore”. Secondo questo articolo, in caso di commissione dello stesso reato, il tipo e la severità della pena sono determinati non in base alla natura del reato commesso, ma piuttosto in base alla posizione sociale del colpevole. Ad esempio, se un crimine è commesso da un esperto religioso, esso giustifica semplicemente un consiglio, mentre se commesso da un membro dell’élite, comporta una citazione in giudizio e un consiglio. Tuttavia, se lo stesso crimine è commesso da individui appartenenti alla “classe media”, questi vengono incarcerati, e se da individui appartenenti alla “classe inferiore” della società, oltre alla reclusione, vengono condannati anche a punizioni corporali. Questa sentenza non solo riconosce i concetti discriminatori di stratificazione sociale, ma viola anche direttamente il principio di uguaglianza davanti alla legge, il principio di divieto di discriminazione, il principio di proporzionalità tra crimine e pena e il divieto di punizioni crudeli e disumane.

Inoltre, il Codice ha anche legittimato la schiavitù menzionando il termine “schiavo” [ghulam] in diverse sezioni. Come affermato nell’articolo 15: “Nel caso di qualsiasi crimine per il quale non sia stata specificata una “hadd” (pena prescritta), si applica la ta’zir (pena discrezionale), indipendentemente dal fatto che il criminale sia libero o schiavo…”. Allo stesso modo, il paragrafo 5 dell’articolo 4 stabilisce che l’esecuzione della pena “hadd” può essere eseguita dall'”Imam” e l’esecuzione della pena “tazir” può essere eseguita dal “marito” e dal “padrone” [badaar].

La descrizione di individui come liberi e schiavi, e l’esplicita menzione del termine “schiavo” in questo Codice di Procedura Penale, costituisce il riconoscimento di uno status giuridico assolutamente proibito, in chiara contraddizione con il principio di uguaglianza, la dignità umana e tutti gli standard fondamentali dei diritti umani. La schiavitù è assolutamente e in ogni circostanza proibita dal diritto internazionale ed è considerata parte delle norme imperative del diritto internazionale.

Aumento delle punizioni corporali [punizioni fisiche]

Nell’articolo 18 e in altri articoli, la punizione della fustigazione è stata prevista in modo molto esteso e senza chiare limitazioni. Questa punizione costituisce una punizione corporale e un trattamento degradante, in conflitto con il principio della dignità umana e con il divieto assoluto di tortura e punizioni crudeli. L’estensione di tale punizione nella legge aumenta seriamente il rischio di violenza sistematica e di istituzionalizzazione di pratiche contrarie ai valori dei diritti umani all’interno del sistema giudiziario talebano.

Soppressione della libertà di espressione e criminalizzazione dell’opposizione e della critica ai Talebani

L’articolo 19 stabilisce che se una persona compie un “amal e mubah”, ovvero un “atto ammissibile” [atto neutrale] proibito dal leader talebano, o critica e si oppone a “questioni ammissibili”, è considerata criminale e meritevole di punizione. La preoccupazione principale riguarda la generalità di questa disposizione, che conferisce alle autorità di fatto poteri illimitati. Nella prospettiva dei Talebani, anche il divieto di istruzione per le donne rientra tra le “questioni ammissibili” [atto neutrale] e ora, secondo il presente Codice di Procedura Penale, la punizione per chi critica tale questione è stata legalizzata e formalizzata. Questa disposizione viola direttamente il diritto alla libertà di espressione e di pensiero e crea le basi per la persecuzione, la detenzione e la punizione arbitraria dei cittadini che hanno espresso le proprie opinioni sulle politiche dei Talebani.

Allo stesso modo, la clausola due dell’articolo 23 del suddetto documento stabilisce: “Chiunque insulti i leader talebani” sarà condannato a 20 frustate e sei mesi di reclusione. Questo articolo, oltre a conferire ampi e illimitati poteri ai giudici talebani per reprimere opinioni dissenzienti e critiche, comporta anche un’ulteriore violazione del diritto alla libertà di espressione. In base a questa disposizione, la critica, l’opposizione o l’espressione di opinioni dissenzienti nei confronti di funzionari e leader talebani sono state criminalizzate, e ora le autorità giudiziarie dispongono di fatto di uno strumento legale per reprimere le voci di opposizione e limitare lo spazio civico.

Ai sensi dell’articolo 24 del Codice di Procedura Penale, chiunque assista o sia a conoscenza di riunioni e attività “sovversive” di “oppositori del regime”, ma non intervenga personalmente contro di loro o non informi i competenti dipartimenti talebani, commette un reato e il giudice può condannare il “testimone” e la “persona informata” a due anni di reclusione. Ai sensi di questo articolo, tutti i cittadini sono tenuti a informare i competenti dipartimenti talebani degli spostamenti degli oppositori talebani, pena la punizione, il che comporta una diffusa violazione del diritto alla libertà e alla sicurezza personale, nonché la detenzione e la punizione arbitrarie di individui. D’altro canto, questo principio contraddice anche i principi del diritto internazionale umanitario, che enfatizzano la neutralità dei civili, ed espone i cittadini comuni a gravi pericoli.

Il rischio di intensificare e istituzionalizzare la violenza contro donne e bambini

L’articolo 30 di questo documento proibisce solo alcune forme di violenza fisica contro i bambini da parte degli insegnanti, in particolare i casi che provocano “fratture ossee”, “lacerazioni cutanee” o “lividi corporei”, e non proibisce esplicitamente altre forme di violenza fisica, psicologica e sessuale. Pertanto, il Codice di Procedura Penale per i Tribunali, invece di proibire la violenza contro i bambini, legittima indirettamente la perpetrazione di altre forme di abuso, maltrattamento e punizione nei confronti dei bambini. Questo approccio contraddice il principio di protezione speciale dei bambini e della loro dignità umana. Analogamente, l’articolo 48 stabilisce che un padre può punire il figlio di 10 anni quando il bambino agisce contro i propri interessi, ad esempio per aver abbandonato la preghiera e altre questioni.

Anche per quanto riguarda la violenza contro le donne, il Codice ha adottato un approccio e una posizione discriminatori. L’articolo 32 stabilisce che solo se il marito picchia la donna con un bastone e questo atto provoca gravi lesioni come “una ferita o un livido corporeo”, e la donna può provarlo davanti a un giudice, il marito sarà condannato a quindici giorni di reclusione. Tuttavia, altri tipi di violenza fisica, psicologica e sessuale contro le donne non sono stati esplicitamente proibiti e sono stati ignorati in questo documento. Inoltre, la clausola 5 dell’articolo 4, relativa alla differenza tra “hadd” e “tazir”, afferma che “la punizione hadd può essere eseguita dall’Imam” e la “punizione tazir” può essere eseguita dal “marito” e dal “padrone”, il che legittima direttamente la violenza domestica da parte del marito.

Allo stesso modo, l’articolo 34 stabilisce che se una donna si reca ripetutamente a casa del padre o di altri parenti senza il permesso del marito e non vi fa ritorno nonostante la richiesta del marito, la donna e qualsiasi membro della sua famiglia e dei parenti che le abbia impedito di recarsi a casa del marito sono considerati criminali e saranno condannati a tre mesi di reclusione. Questa disposizione, in particolare nel caso delle donne che si rifugiano a casa dei genitori e dei parenti per sfuggire alla violenza e ai maltrattamenti dei mariti, le espone a una continua violenza domestica e le priva della protezione familiare e comunitaria, l’unica protezione rimasta per le donne vittime di violenza domestica in assenza di rimedi formali e legali. L’insieme di queste disposizioni è in palese contraddizione con il principio di uguaglianza, il divieto di discriminazione di genere, il divieto di violenza contro le donne e il diritto alla dignità umana, e aumenta seriamente il rischio di intensificare e istituzionalizzare la violenza contro le donne.

Nel complesso, l’attuazione del Codice di Procedura Penale per i Tribunali, in assenza di un meccanismo di controllo interno indipendente ed efficace, aumenterà significativamente le violazioni dei diritti umani, porterà a una diffusa soppressione delle libertà fondamentali dei cittadini e incoraggerà abusi e illegalità. Rawadari chiede l’immediata sospensione dell’attuazione del Codice di Procedura Penale da parte dei tribunali talebani e la revoca di questa sentenza repressiva. Rawadari invita inoltre la comunità internazionale, le Nazioni Unite e altri organismi internazionali competenti a utilizzare tutti gli strumenti legali per impedire l’applicazione di questo Codice di Procedura Penale. Sottolineiamo inoltre il nostro impegno a monitorare costantemente la condotta dei talebani e le conseguenze dell’attuazione di questo Codice di Procedura Penale e renderemo le nostre conclusioni disponibili ai media, alle organizzazioni per i diritti umani e ai cittadini attraverso rapporti periodici.


 

La guerra contro le donne rispecchia la guerra contro la natura

Nell’ordine intellettuale dei talebani, sia le donne che l’ambiente non hanno alcun valore intrinseco. Nessuno dei due è riconosciuto come meritevole di partecipazione, dialogo o cura

Qayum Sabur, Zan Times, 9 gennaio 2026

L’Afghanistan si trova ad affrontare due crisi devastanti e interconnesse. Una è la sistematica esclusione delle donne dalla vita pubblica attraverso il divieto di istruzione, lavoro, mobilità e partecipazione. L’altra è una crescente emergenza ambientale caratterizzata da siccità, scarsità d’acqua, deforestazione ed estrazione incontrollata di risorse. Queste crisi vengono spesso trattate come disastri separati. Non lo sono.

Ciò che li accomuna è una logica di dominio condivisa che tratta sia le donne che la natura come oggetti da controllare, gestire e sfruttare, piuttosto che come agenti viventi.

L’ecofemminismo, che è un modello che collega l’oppressione delle donne alla distruzione ambientale, contribuisce a rendere visibile questo legame. Sostiene che i sistemi basati sulla gerarchia e sul controllo tendono a trattare le donne, la terra e le risorse naturali allo stesso modo: come entità passive, private di capacità di azione e valore a meno che non siano al servizio del potere. In Afghanistan oggi, questa logica non è teorica. È una politica di governo.

Sotto il regime talebano, le donne non sono cittadine titolari di diritti. Sono percepite come problemi morali che richiedono una regolamentazione. I loro corpi sono sorvegliati, le loro voci messe a tacere e la loro presenza nella vita pubblica cancellata in nome dell’ordine. Le donne non sono viste come un contributo alla società, ma come rischi da gestire.

In Afghanistan è in corso una guerra contro le donne

La stessa logica governa l’approccio dei talebani all’ambiente. Le foreste vengono tagliate senza limiti. L’attività mineraria viene condotta senza trasparenza o consenso della comunità. I ​​terreni agricoli vengono degradati mentre la scarsità d’acqua peggiora, soprattutto durante le ripetute siccità. Non esiste una politica ambientale coerente, solo un’estrazione mineraria senza responsabilità.

I talebani credono che la natura non abbia alcuno status etico proprio. Questa posizione implica che non vi sia alcuna discussione significativa sulla tutela, la sostenibilità o i diritti delle generazioni future. Le comunità locali sono escluse dal processo decisionale, soprattutto quelle che hanno un profondo rapporto quotidiano con la terra e l’acqua. Il risultato di tali convinzioni è un danno ambientale spesso irreversibile.

Donne e natura in una logica di controllo e obbedienza

Come al solito, le donne sono tra coloro che pagano il prezzo più alto. Nelle zone rurali dell’Afghanistan, le donne gestiscono da tempo l’uso dell’acqua, sostengono l’agricoltura domestica e tramandano conoscenze ecologiche fondamentali per la sopravvivenza delle loro famiglie e comunità. Eppure sono anche le più vulnerabili al collasso ambientale. Con l’esaurirsi delle fonti d’acqua, le donne sono costrette a percorrere distanze maggiori per procurarsi l’acqua e altri beni di prima necessità. Con il declino dei raccolti, aumenta l’insicurezza alimentare.

Quando si verificano catastrofi, le donne spesso si fanno carico del peso della sopravvivenza familiare, pur rimanendo escluse da qualsiasi risposta ufficiale alle crisi e da qualsiasi piano di ripresa. Non è una coincidenza. È un difetto strutturale insito nel modo di governare dei talebani.

Il quadro ideologico dei talebani rende esplicita questa connessione. Nel Nizam-e Amarat-e Islami , un testo di riferimento chiave scritto da un’importante figura talebana, Abdul Hakim Haqqani, le donne sono definite interamente all’interno di una logica di controllo e obbedienza. Non sono presentate come agenti dotati di diritti, scelta o responsabilità sociale, ma come soggetti da regolamentare per il mantenimento dell’ordine morale.

Altrettanto sorprendente è ciò che il testo omette. Non c’è un serio impegno nei confronti della responsabilità ambientale, della gestione delle risorse naturali o del rapporto etico tra esseri umani e territorio. La natura appare come uno sfondo silenzioso, al di fuori del regno delle preoccupazioni morali o politiche.

I limiti delle risposte frammentate

Questa duplice assenza di donne e natura è rivelatrice. Nell’ordine intellettuale dei talebani, sia le donne che l’ambiente non hanno alcun valore intrinseco. Nessuno dei due è riconosciuto come meritevole di partecipazione, dialogo o cura.

Comprendere questo fondamento filosofico del processo decisionale dei talebani è importante perché mette in luce i limiti di risposte frammentate. Gli attori internazionali spesso affrontano i diritti delle donne e la tutela dell’ambiente come questioni separate, gestite da istituzioni, bilanci e quadri di advocacy diversi. In Afghanistan, questa separazione oscura il vero problema.

L’oppressione delle donne e la distruzione della natura sono risultati che si rafforzano a vicenda della stessa logica di governo. Un sistema che teme l’azione delle donne rifiuterà anche la tutela dell’ambiente. Un sistema che reprime la partecipazione delle donne alla società sfrutterà la terra senza consenso. Un sistema basato sull’obbedienza non può sostenere la vita, né umana né ecologica.

In Afghanistan, l’ecofemminismo non è una teoria accademica astratta. È uno strumento di chiarezza politica. Ci aiuta a comprendere che difendere i diritti delle donne senza affrontare il collasso ambientale o proteggere l’ambiente senza affrontare l’apartheid di genere sono azioni destinate a fallire. Devono essere affrontate insieme.

La crisi in Afghanistan si aggraverà finché le donne non saranno riconosciute come attrici sociali a pieno titolo e la natura non sarà percepita come un sistema vivente e condiviso piuttosto che come una risorsa da consumare.

Qualsiasi visione del futuro dell’Afghanistan che ignori questa interconnessione tra donne e natura è destinata a fallire. Qualsiasi cambiamento duraturo richiede di sfidare la logica stessa del dominio, sostituendo il controllo con la partecipazione, l’estrazione con la cura e il silenzio con l’azione.

 

A Uruzgan, le donne affermano che l’accesso alla salute è crollato a causa della chiusura delle cliniche

amu.tv Sharif Amiry 27 ottobre 2025

Le donne della provincia di Uruzgan affermano di essere rimaste senza accesso all’assistenza sanitaria o a un medico donna, mentre la povertà aumenta e il sostegno internazionale svanisce in una delle regioni più svantaggiate dell’Afghanistan.

Diverse donne hanno raccontato ad Amu di non avere accesso nemmeno ai farmaci di base, nonostante i bisogni urgenti. Molte affermano che la chiusura dei centri sanitari supportati dalle Nazioni Unite nell’ultimo anno ha peggiorato ulteriormente una situazione già disastrosa.

Zargul, una residente locale, ha condiviso le ricette mediche che le sono state preparate più di un anno fa da team medici supportati dagli aiuti umanitari, ricette che non è ancora riuscita a recapitare. “Ora non ci sono cliniche operative vicino a noi”, ha detto. “Se qualcuno in casa nostra si ammala, andiamo dalle vicine per chiedere aiuto e medicine”.

Altri hanno condiviso le sue preoccupazioni, affermando che l’aumento dei prezzi e la mancanza di servizi hanno reso l’assistenza medica fuori portata.

“Da anni ormai nessuno ci cura e nessuno ci dà medicine”, racconta Zareena, un’altra donna di Uruzgan. “La nostra situazione economica è pessima e non possiamo permetterci le cure”.

“Non ci sono dottori né ostetriche”, ha detto Sahra Gul, un’altra residente. “Tutti i nostri bambini si ammalano e non possiamo curarli”.

Le restrizioni imposte dai talebani all’occupazione femminile nel settore sanitario, unite al ritiro di numerose agenzie internazionali, hanno ulteriormente messo a dura prova un’infrastruttura sanitaria rurale in rovina.

Nell’Uruzgan, una delle province più conservatrici e remote dell’Afghanistan, l’accesso all’assistenza sanitaria per le donne era già fragile. Spesso le donne facevano affidamento su cliniche mobili o strutture finanziate dall’estero, gestite da operatrici sanitarie, molte delle quali non sono più operative.

Le donne che hanno parlato con Amu hanno detto di sopravvivere filando la lana e tessendo fili per tappeti, lavori che richiedono molta manodopera e che generano scarsi guadagni. “Anche questo ci aiuta a malapena a sopravvivere”, ha detto una donna.

Le organizzazioni umanitarie hanno ripetutamente denunciato che le donne delle zone rurali afghane si trovano ad affrontare una crisi a cascata di salute, difficoltà economiche e mancanza di servizi. Con le cliniche chiuse, gli operatori sanitari limitati e le fonti di reddito limitate, le donne dell’Uruzgan affermano di essere state lasciate quasi completamente sole.

Per la nuova Siria le donne sono una minaccia

ilmanifesto.it Lorenzo Trombetta 27 ottobre 2025

Per ogni regime fondamentalista il nemico principale sono le donne.

Senza democrazia. Escluse dai processi di transizione, marginalizzate e intimidite alle elezioni. L’«inclusione» è un termine buono solo per i donatori stranieri

DAMASCO
Le donne sono state mandate a casa presto. Solo gli uomini sono rimasti fino a tarda notte a contare le schede della sezione elettorale di Aleppo in occasione delle elezioni legislative siriane, le prime dal cambio di potere avvenuto dieci mesi fa. Nel nuovo parlamento per ora figurano solo sei donne.
Non si è trattato di elezioni dirette, bensì di una selezione di deputati, avvenuta a più fasi e cominciata questa estate, gestita in toto dai nuovi signori di Damasco. Dei 210 deputati totali, 121 sono stati scelti in base a un meccanismo articolato in commissioni centrali e locali fortemente controllate dalla presidenza. Dovevano essere 140 (i due terzi) ma all’appello mancano i 21 deputati assegnati per le regioni del nord-est (Hasake e Qamishlo) e del sud-ovest (Sweida) escluse dal processo elettorale. La presidenza si è riservata il diritto di nominare direttamente i restanti 70 deputati, il cosiddetto terzo di garanzia, che permette al raìs Ahmad Sharaa di controllare formalmente l’organo legislativo. C’è da rivoluzionare la Siria. A cominciare dalle sue leggi. Senza che la thawra – la rivoluzione – sia ostacolata da inutili impacci. Come le donne.

TRA I CIRCA 1.500 candidati solo il 14% erano donne. Le uniche sei deputate rappresentano poco meno del 5% dei 121 onorevoli, scelti da un manipolo di seimila delegati elettorali (rispetto a 18 milioni di aventi diritto al voto). Lontani dal 30% di «quota rosa» chiesto a gran voce dalle varie piattaforme della società civile siriana negli incontri di luglio con la Suprema commissione elettorale.
Ma non è solo una questione di numeri. Il vizio di questo processo pseudo-elettorale risiede nel fatto che non è stato affatto inclusivo e partecipativo. Così come non sono state inclusive e partecipative le altre due principali iniziative intraprese dal governo dall’inizio dell’anno fino a oggi: il «dialogo nazionale» e la sua conferenza-photo opportunity di febbraio; l’annuncio a marzo della nuova costituzione.
«INCLUSIVO» e «partecipativo» sono due aggettivi che possono risultare vuoti e buoni solo agli slogan dei donatori stranieri. In realtà qui risiede il cuore del problema: l’elaborazione della nuova legge elettorale per il parlamento richiedeva un lavoro paziente e collettivo, non dettato dalla fretta predatoria di metter le mani su una istituzione formalmente democratica ma da usare in un’ottica autoritaria.
Questo processo avrebbe dovuto coinvolgere nelle varie località quei gruppi della società civile che da anni lavorano per una pace sostenibile e non violenta, basata sulla condivisione trasparente della gestione delle risorse e della distribuzione dei servizi e sulla ricomposizione delle fratture causate dalla dittatura e la guerra. In ogni cittadina e villaggio siriano ci sono donne, ben conosciute a chi lavora sul terreno e che da tempo sono impegnate in questi ambiti civili di riconciliazione e rinascita.
QUANDO ALCUNE di queste attiviste hanno provato a proporsi come candidate in almeno tre località sono state, con pressioni più o meno esplicite, invitate a farsi da parte. Ed è un fatto che il processo di scrittura della legge elettorale per il rinnovo del parlamento ha seguito un canovaccio solipsistico, totalmente pilotato dalla nuova classe al potere.
DOPO ESSERE stata nominata dal presidente, la Suprema commissione elettorale, formata da otto uomini e due donne, ha cominciato i suoi lavori a fine giugno, avviando una sequenza di scelta dei membri delle commissioni locali e quindi dei delegati chiamati a eleggere i 140 deputati. In questo processo la commissione ha coinvolto quasi esclusivamente ambienti maschili.
Come hanno raccontato gli stessi membri della Commissione, sono state ascoltate due categorie di cittadini: le autorità locali, dai governatori ai direttori provinciali dei ministeri; i notabili locali, dai leader religiosi e civili agli imprenditori e ai faccendieri. Trovare una donna è stato davvero difficile. Foto e filmati di queste riunioni raccontano di uno schiacciante dominio maschile.
LA STESSA COMMISSIONE non ha mai fatto riferimento a incontri con esponenti di organizzazioni nazionali e locali della società civile, note per aver elaborato proposte e progetti per promuovere pari opportunità e diritti di genere. Questi gruppi non sono mai stati ben visti dal potere centrale. E non lo sono certo oggi. Nel 2022, più di due anni prima della caduta del regime degli Assad, diverse associazioni femministe erano state prese di mira da una campagna mediatica alimentata da gruppi religiosi, espressione di poteri maschilisti e patriarcali, che accusavano le organizzazioni femministe di «adescare le nostre ragazze con iniziative accattivanti ma piene di veleno in nome di quella che chiamano liberazione della donna… una minaccia più pericolosa di una battaglia armata».
La campagna di tre anni fa è stata solo la punta dell’iceberg di una quotidianità fatta di naturali e sistematiche esclusioni. Nonostante ciò, prima e durante la guerra, le siriane hanno ampiamente tentato di partecipare alla vita pubblica, in presenza e in assenza degli uomini: non solo per reclamare la liberazione di mariti e figli nelle carceri di Asad o in quelle delle milizie oggi al potere; e non solo per tenere in piedi un’intera famiglia dentro la disperazione di un campo profughi senza il capofamiglia scomparso in guerra o affogato nel Mediterraneo. Ma anche per rivendicare, giorno dopo giorno, con un’azione spesso non intercettata dai grandi media, il rispetto dei diritti civili e politici di tutte le siriane e i siriani.
Le comunità druse nel sud-ovest e le curde nel nord-est – le regioni escluse dalle «elezioni» del 5 ottobre – sono state quelle che hanno mostrato un attivismo femminile più marcato rispetto ad altre regioni siriane. Sebbene la loro esclusione dal processo elettorale non appaia legata direttamente alla questione femminile, i calcoli politico-militari di Damasco per non coinvolgere i drusi e i curdi hanno a che fare, in fin dei conti, anche con l’atteggiamento più pugnace e meno restio a subire l’autorità maschile e patriarcale da parte di numerose attiviste di queste due comunità.
A CHI AFFERMA che bisogna dare tempo ai nuovi governanti siriani, c’è chi risponde: «per incoraggiarti a comprare un vestito stretto il negoziante ti dice che l’abito col tempo si allarga». Nel caso della partecipazione femminile, l’impressione è che col tempo lo spazio di libertà si restringerà ancora di più.

Lorenzo Trombetta
Per 25 anni corrispondente ANSA e LiMes per il Medio Oriente da Beirut, autore di monografie sulla Siria contemporanea. Arabista, con un dottorato alla Sorbona in Studi Islamici, insegna Storia del Mondo Islamico all’università