La settimana delle donne all’ONU: divisioni, allarmi e agghiaccianti testimonianze

Stefano Vaccara, VNY, 9 marzo 2026
Al Palazzo di Vetro, la settimana più importante dell’anno per i diritti delle donne, lunedì si è aperta in un clima che riflette perfettamente il momento storico: grandi parole, grandi allarmi, ma anche profonde spaccature politiche e morali.
Da una parte, nell’aula dell’Assemblea Generale, la 70ª sessione della Commissione sullo Status delle Donne ha rilanciato il tema dell’accesso alla giustizia per donne e ragazze in tutto il mondo. Dall’altra, nelle sale laterali e al Consiglio di Sicurezza, sono esplose con forza le crisi che oggi rendono quel diritto sempre più fragile: l’Afghanistan dei talebani, l’Iran in guerra, il Medio Oriente in fiamme, la regressione globale dei diritti femminili.
In sala, ad affiancare leader politici e funzionarie ONU, c’era Anne Hathaway, goodwill ambassador di UN Women, con un intervento che ha dato un tono più emotivo ma non meno politico alla giornata. “È difficile sopportare la consapevolezza che la distanza tra la promessa dell’uguaglianza e l’esperienza concreta di essa sia ancora così grande per così tante persone”, ha detto l’attrice americana dal podio verde dell’Assemblea Generale. Hathaway ha reso omaggio “al coraggio e alla forza delle donne che non hanno accettato di vedersi negare giustizia, perché hanno scelto di agire in un mondo che si aspetta il silenzio”, chiudendo con una frase che è sembrata parlare anche alla tensione dell’intera settimana: “La nostra celebrazione oggi afferma la nostra determinazione a resistere più a lungo dell’ingiustizia”.
In Afghanistan c’è l’apartheid di genere
Un intervento particolarmente forte è arrivato dalla premio Nobel per la pace Malala Yousafzai, che ha denunciato con durezza la situazione delle donne e delle ragazze in Afghanistan sotto il regime talebano. “Oggi sono qui con il cuore spezzato”, ha detto, ricordando anche la sofferenza delle famiglie colpite dalla violenza in diverse parti del mondo, tra cui Iran e Gaza. Malala ha definito il sistema imposto dai talebani una vera e propria “gender apartheid”, sottolineando che alle ragazze è vietato frequentare la scuola secondaria e l’università e alle donne è impedito lavorare e partecipare alla vita pubblica. “Questo non è cultura. Non è religione. È un sistema di segregazione e dominio”, ha dichiarato, invitando la comunità internazionale a riconoscere formalmente questa realtà nel diritto internazionale. Nel finale del suo intervento ha lanciato un appello diretto ai governi affinché passino dalle parole ai fatti: “I discorsi non proteggono le ragazze. Ma le leggi, la responsabilità e il coraggio politico sì”.
Il segretario generale António Guterres, nel suo intervento di apertura, ha scelto parole nette: “Viviamo in un mondo e in una cultura dominati dagli uomini. L’uguaglianza di genere è, ed è sempre stata, una questione di potere”. E ancora: “Neanche un passo avanti nei diritti delle donne è mai stato regalato. È stato conquistato”. Per Guterres, il tema scelto quest’anno, l’accesso alla giustizia, “va al cuore stesso della lotta per l’uguaglianza”, in un mondo in cui le donne godono in media solo del 64 per cento dei diritti legali degli uomini. Il capo dell’ONU ha insistito sul fatto che la reazione contro i diritti femminili non è casuale ma strutturale: “Il backlash è ciò che il potere consolidato fa quando sente allentarsi la propria presa”. Ha parlato di protezioni legali erose, di difensore dei diritti delle donne sotto attacco, di diritti sessuali e riproduttivi indeboliti. E ha indicato nell’Afghanistan il caso più estremo: “Le donne vengono sistematicamente cancellate dalla vita pubblica – e ora persino impedite di entrare nei compound dell’ONU. Questa è ingiustizia nella pratica”.
Su questo punto è tornata con forza anche Annalena Baerbock, presidente dell’Assemblea Generale, che ha parlato senza giri di parole di “gender apartheid” in Afghanistan. “Qualsiasi normalizzazione di questo regime sarebbe una scelta attiva di tollerare la più grave violazione dei diritti delle donne”, ha detto. Baerbock ha poi allargato il discorso al sistema ONU stesso, ricordando che in 80 anni non c’è mai stata una donna segretario generale: “La domanda non è perché una donna dovrebbe diventare segretario generale. La domanda è: perché no?”
La disuguaglianza aggravata dalla guerra
Sulla stessa linea la direttrice esecutiva di UN Women, Sima Bahous, che ha ricordato come “in quasi il 70 per cento dei Paesi esaminati le donne affrontano maggiori ostacoli alla giustizia rispetto agli uomini”, mentre nel 54 per cento degli Stati lo stupro non è ancora definito sulla base del consenso. “L’uguaglianza di genere oggi è aggravata dai mali della guerra e del conflitto, dall’Afghanistan a Haiti, dall’Iran al Myanmar, dalla Palestina al Sudan, dalla Siria all’Ucraina”, ha detto, strappando applausi quando ha aggiunto che UN Women sarebbe “orgogliosa di servire una futura Madame Secretary-General”.
Eppure, proprio mentre nell’aula si parlava di giustizia, la politica internazionale ha mostrato tutta la sua frattura. Le Agreed Conclusions, il documento finale della Commissione, sono state adottate non per consenso ma con voto formale: 37 favorevoli, 1 contrario, gli Stati Uniti, e 6 astensioni. È un fatto raro e politicamente pesante. Washington ha rifiutato il testo denunciando il riferimento a quella che definisce “gender ideology”, il linguaggio sulla salute sessuale e riproduttiva, e qualsiasi apertura a una regolazione dell’intelligenza artificiale in chiave di diritti. Il rappresentante americano ha attaccato anche UN Women, accusandola di promuovere aborto e ideologia di genere.
Il risultato è che la più importante piattaforma globale sui diritti delle donne si apre quest’anno non nel segno dell’unità, ma della frattura.
Nel frattempo, poche ore dopo, il Consiglio di Sicurezza ha affrontato il dossier Afghanistan, con un tono durissimo verso i talebani. Gli Stati Uniti hanno denunciato quelle che l’ambasciatore Mike Waltz, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, ha definito restrizioni “inaccettabili e francamente disgustose” contro i diritti delle donne. Ma a fotografare meglio la crisi è stata Georgette Gagnon, numero uno ad interim della missione ONU in Afghanistan, che ha parlato di una crisi umanitaria in peggioramento, di economia fragile, di ritorni forzati dai Paesi vicini, e del fatto che l’esclusione delle donne dal lavoro e dalla vita pubblica sta prosciugando il capitale umano del Paese. Il tutto mentre la guerra in Medio Oriente rende incerta anche la rotta commerciale via Iran e la frontiera con il Pakistan resta instabile.
Testimonianze dall’Iran
Se l’Afghanistan è diventato all’ONU il simbolo più esplicito della segregazione di genere, l’Iran è entrato nella settimana delle donne attraverso due porte diverse e complementari: da un lato nei discorsi ufficiali, dall’altro nelle testimonianze dirette.
La relatrice speciale Reem Alsalem ha denunciato “livelli nauseanti di impunità” parlando anche del caso Epstein, ma ha collegato il discorso alla violenza sulle donne nei conflitti, citando l’Iran e il Libano come esempi recenti di come l’impunità e la guerra colpiscano prima di tutto donne e ragazze.
E poi c’è stato un momento politicamente potentissimo: il side event organizzato dalla missione israeliana all’ONU, guidata dall’ambasciatore Danny Danon, con donne iraniane chiamate a denunciare le violenze e la repressione del regime. Il fatto che l’evento si sia tenuto proprio nel giorno inaugurale della conferenza sullo stato delle donne ha dato alla scena un significato particolare: la battaglia per i diritti femminili si intreccia ormai apertamente con la guerra, con la propaganda e con la diplomazia.
Tra le testimonianze, quella della calciatrice iraniana Shiva Amini è stata una delle più forti. “Sono qui per testimoniare contro questo regime di assassini”, ha detto. Ha raccontato arresti, minacce di stupro, frustate, carcere, la proibizione di giocare senza hijab, il divieto di competere contro atleti israeliani, e una vita sportiva ridotta a strumento di propaganda politica. “Nel mio Paese i campioni nazionali vengono premiati con i proiettili, non con le medaglie”, ha detto, rivolgendosi poi direttamente in italiano al presidente della FIFA Gianni Infantino per chiedere l’esclusione dell’Iran dalle competizioni internazionali.
Così, in un giorno, l’ONU ha offerto un’immagine brutale del presente: nella grande sala dell’Assemblea si approvano documenti sul diritto alla giustizia; nel Consiglio di Sicurezza si denuncia un sistema, quello talebano, che cancella le donne dalla società; nelle sale laterali, donne iraniane raccontano come uno Stato possa perseguitare perfino chi gioca a calcio. L’impressione è che questa CSW70 abbia messo a nudo ancora una volta che la questione dei diritti delle donne non è più un capitolo separato dell’agenda internazionale. È ormai il punto in cui si incontrano – e si scontrano – potere, guerra, ideologia, religione, democrazia e autoritarismo. E forse è proprio per questo che oggi divide così tanto.









