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Tag: Europa

L’UE prevede colloqui con funzionari talebani a Bruxelles: AFP

Amu TV, 12 maggio 2026, di Ahmad Azizi

Secondo quanto riportato dall’agenzia APF, che cita funzionari della Commissione europea, l’Unione Europea si sta preparando a invitare funzionari talebani a Bruxelles per colloqui tecnici sul rimpatrio dei migranti afghani dall’Europa.

Secondo il rapporto, i funzionari della Commissione europea stavano lavorando a un possibile incontro di approfondimento a Bruxelles con i funzionari talebani.

Secondo fonti citate dall’AFP, una lettera ai talebani di Kabul sarebbe dovuta essere inviata “a breve” per organizzare i colloqui, che vengono coordinati con la Svezia.

Non è stata ancora annunciata alcuna data.

I colloqui in programma si svolgono in un momento in cui i governi europei stanno inasprendo sempre più le politiche migratorie ed esplorando modalità per rimpatriare in Afghanistan i richiedenti asilo respinti e i migranti con precedenti penali.

Secondo l’AFP, circa 20 Stati membri dell’Unione Europea stanno esaminando possibili meccanismi per il rimpatrio degli afghani.

In una lettera inviata all’Unione europea in ottobre, diversi Stati membri hanno esortato Bruxelles a sviluppare accordi diplomatici e pratici per agevolare i rimpatri.

La Commissione europea ha affermato che una riunione tecnica sulla questione si è già svolta a Kabul nel gennaio 2026.

Secondo fonti diplomatiche citate dall’AFP, i colloqui proposti a Bruxelles si concentrerebbero probabilmente su questioni logistiche e amministrative, tra cui la documentazione di viaggio, il rilascio dei passaporti e il coordinamento dei voli di rimpatrio.

Secondo quanto riportato dall’AFP, i funzionari europei che si erano recati in precedenza in Afghanistan hanno discusso anche di questioni operative, come la capacità di gestione dell’aeroporto di Kabul e altri dettagli tecnici legati al rimpatrio dei migranti.

I colloqui sottolineano il delicato equilibrio che i governi europei devono affrontare nel tentativo di ridurre la migrazione evitando al contempo il riconoscimento politico formale dei talebani, tornati al potere nel 2021.

L’Unione Europea non riconosce il regime talebano e molti paesi occidentali hanno mantenuto restrizioni diplomatiche a causa delle violazioni dei diritti umani commesse dai talebani, in particolare quelle nei confronti di donne e ragazze.

Tuttavia, diversi governi europei hanno gradualmente ampliato la limitata collaborazione tecnica con i talebani in materia di migrazione e sicurezza.

Secondo l’AFP, i funzionari talebani avrebbero probabilmente bisogno di permessi speciali dalle autorità belghe per recarsi a Bruxelles, poiché il Belgio ospita istituzioni dell’Unione Europea.

Il dibattito sui rimpatri degli afghani si è intensificato con l’inasprirsi dell’atteggiamento dell’opinione pubblica europea nei confronti della migrazione.

La Germania si è affermata come uno dei principali sostenitori dell’espulsione dei migranti afghani condannati per reati. Dal 2024, la Germania ha rimpatriato oltre 100 afghani tramite voli charter facilitati dal Qatar, secondo quanto riportato dall’AFP.

L’Austria ha inoltre mantenuto contatti diretti con rappresentanti talebani, ospitando una delegazione talebana a Vienna lo scorso anno.

I sostenitori delle espulsioni sostengono che i governi europei debbano far rispettare le leggi sull’immigrazione ed espellere gli individui considerati una minaccia per la sicurezza.

Tuttavia, le organizzazioni per i diritti umani e i gruppi umanitari hanno criticato aspramente questa iniziativa politica, avvertendo che l’Afghanistan rimane profondamente instabile ed economicamente devastato.

“Rimpatriare gli afghani in un Paese dove quasi metà della popolazione non ha di che sfamarsi non è una politica migratoria; è una decisione che potrebbe costare vite umane”, ha dichiarato all’AFP Lisa Owen, direttrice per l’Afghanistan dell’International Rescue Committee.

Le organizzazioni per i diritti umani hanno inoltre espresso preoccupazione per il fatto che un contatto diretto con i funzionari talebani potrebbe esporre i richiedenti asilo e i dissidenti afghani a rischi aggiuntivi.

Dal 2023, oltre cinque milioni di afghani sono rientrati dai paesi limitrofi, in particolare Pakistan e Iran, molti sotto pressione o a seguito di deportazioni forzate.

Le organizzazioni internazionali affermano che molti rimpatriati si trovano ad affrontare gravi difficoltà, tra cui disoccupazione, mancanza di una casa e accesso limitato agli aiuti.

Secondo quanto riportato, tra il 2013 e il 2024 gli afghani hanno presentato circa un milione di domande di asilo in tutta l’Unione Europea, diventando così uno dei gruppi di richiedenti asilo più numerosi in Europa.

Migranti afghani: i primi al mondo per numero di vittime

Siyar Sirat, AMU Tv, 31 marzo 2026

Almeno 1.492 cittadini afghani sono morti o risultano dispersi durante viaggi migratori in tutto il mondo nel 2025, secondo quanto dichiarato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), sottolineando i persistenti pericoli affrontati dai migranti provenienti dall’Afghanistan.

Questa cifra rende gli afghani il gruppo più numeroso tra i 2.722 migranti dell’Asia e del Pacifico morti o scomparsi lo scorso anno, secondo il progetto Missing Migrants dell’agenzia.

I risultati, basati sulla panoramica regionale annuale dell’organizzazione, collocano l’Afghanistan davanti al Myanmar, i cui cittadini rappresentano il secondo numero più alto di vittime, molte delle quali rifugiati Rohingya.

La maggior parte dei decessi che coinvolgono migranti afghani si è verificata lungo le rotte terrestri tra Afghanistan e Iran — un importante corridoio di transito per chi cerca di raggiungere la Turchia e, infine, l’Europa. Il rapporto afferma che almeno 1.323 morti afghani sono stati registrati lungo questa sola rotta.

Altre vittime sono state documentate lungo le rotte migratorie dall’Iran verso la Turchia, nonché durante i rientri da Iran e Pakistan, dove sono stati registrati almeno 102 decessi.

Il rapporto rileva che il 91% di tutte le morti di migranti dell’Asia-Pacifico è avvenuto all’interno della stessa regione, riflettendo i rischi associati alle rotte migratorie vicine piuttosto che ai viaggi a lunga distanza.

Al di fuori della regione, almeno 251 migranti provenienti da Paesi dell’Asia-Pacifico sono morti o scomparsi lungo rotte verso altre parti del mondo, per lo più durante viaggi verso o all’interno dell’Europa.

Le cause di morte

L’annegamento è stata la principale causa di morte a livello globale, con almeno 863 vittime, pari a circa un terzo del totale. Le malattie e la mancanza di accesso alle cure mediche durante il viaggio migratorio rappresentano la seconda causa principale, seguite da incidenti stradali e condizioni di trasporto pericolose.

I cittadini afghani rappresentano la maggioranza dei decessi legati a malattie e incidenti nei trasporti, con un totale combinato di oltre 900 vittime in queste categorie.

Il rapporto segnala inoltre un aumento delle morti legate a condizioni ambientali estreme, inclusa l’esposizione al freddo intenso, con almeno 117 decessi registrati nel 2025 — più del doppio rispetto all’anno precedente.

Difficile reperire i dati

I dati su età e genere restano incompleti, con circa il 40% dei casi registrati privi di tali informazioni. Le informazioni disponibili suggeriscono che la maggior parte delle vittime afghane erano uomini adulti, riflettendo modelli migratori in cui gli uomini sono più propensi a intraprendere viaggi terrestri pericolosi.

L’organizzazione avverte che il numero reale di morti è probabilmente significativamente più alto, a causa delle difficoltà nel monitorare la migrazione irregolare e nel raccogliere dati in zone di conflitto e aree remote.

Questi risultati segnano il secondo anno consecutivo in cui oltre 2.700 migranti dell’Asia-Pacifico sono morti o scomparsi a livello globale, evidenziando quelli che l’agenzia definisce “rischi persistenti” e la necessità urgente di protezioni più forti per le persone in movimento.

«Nonostante l’elevato numero di morti e scomparse registrate, i dati devono essere considerati una stima minima», afferma il rapporto, sottolineando che molti casi non vengono documentati.

L’organizzazione aggiunge che queste morti hanno avuto conseguenze profonde per le famiglie e le comunità rimaste indietro, chiedendo un miglioramento nella raccolta dei dati e la creazione di percorsi migratori più sicuri.

Ignoranza e fondamentalismo, eredità del colonialismo comune a ogni continente

شاید بارها با این سخن معروف دسموند توتو الهی‌دان افریقای جنوبی برخورده باشید: «وقتی مبلغین به افریقا آمدند، آنان کتاب مقدس را داشتند و ما زمین. گفتند: “بیایید دعا کنیم” ما چشمان‌مان را بستیم؛ وقتی چشم گشودیم، ما کتاب مقدس را داشتیم و آنان زمین را.»

Kaveh Azm, Hambastagi, 12 dicembre 2025

Potreste aver sentito molte volte questa famosa citazione del teologo sudafricano Desmond Tutu: “Quando i missionari arrivarono in Africa, loro avevano la Bibbia e noi avevamo la terra. Dissero: ‘Preghiamo’. Noi chiudemmo gli occhi; quando li riaprimmo, noi avevamo la Bibbia e loro avevano la terra”.

Questa storia risale a un’epoca in cui il colonialismo belga, promuovendo il cristianesimo e costruendo scuole religiose, gettò il popolo congolese in un vortice di superstizione, così da poter saccheggiare liberamente le risorse naturali e i beni della nazione prigioniera. Dopo che il giornalista ed esploratore anglo-americano Henry Morton

Stanley scoprì le ricchezze naturali del territorio nel XIX secolo, Leopoldo II, il più famigerato e brutale re del Belgio, mantenne il Congo sotto il suo brutale dominio per molti anni, razziando e massacrando oltre dieci milioni di neri.

“Lodare solo i nostri eroi”

Per raggiungere questo obiettivo, Belgio e Inghilterra unirono le forze e fondarono scuole e università in ogni angolo dell’Africa per educare le giovani generazioni a un forte spirito religioso e instillare in loro il disinteresse per il saccheggio della patria, il colonialismo e l’oppressione. Fu sulla base di questa politica che furono fondati il ​​College “Forah Bay” in Sierra Leone e la Scuola “Basel” in Ghana. Leopoldo non si fermò a queste misure e nel 1883 in una lettera ordinò ai missionari di organizzare l’educazione cristiana in modo che fosse in armonia con gli obiettivi politici del suo governo:

“Il vostro compito principale è facilitare il lavoro dei dirigenti e degli industriali; vale a dire, dovete interpretare la Bibbia in modo tale da tutelare al meglio i loro interessi in quelle parti del mondo. A tal fine, dovete assicurarvi che i nativi rimangano indifferenti alle loro abbondanti ricchezze sotterranee.

“Create un sistema di confessioni per addestrare delle brave spie a denunciare qualsiasi persona di colore che abbia un’opinione diversa da quella di chi prende le decisioni. Insegnate ai neri a dimenticare i loro eroi e a lodare solo i nostri eroi.”

Insiste poi affinché vengano scelte come leader locali persone analfabete e senza istruzione, perchè eseguano gli ordini senza discutere. In questa lettera, Leopoldo, con una forte enfasi sull’educazione dei bambini, scrive:

“La vostra attività dovrebbe essere rivolta principalmente ai bambini e ai giovani, perché non ascoltano quando i consigli del sacerdote sono in conflitto con gli insegnamenti delle loro famiglie. I bambini dovrebbero imparare a obbedire ai sermoni del missionario, perché egli è il padre delle loro anime. Dovreste insistere seriamente sulla loro obbedienza e sottomissione incondizionate.”

Fu sulla base di questa politica che il Belgio e gli Stati Uniti rovesciarono il governo nazionale e progressista di Patrice Lumumba, arrivando persino a sciogliere il suo corpo nell’acido, per insediare il traditore e loro burattino di fiducia, Blaise Comparay, e continuare a proteggere questa colonia.

Dal Congo al colonialismo inglese in Afghanistan

Questa dolorosa situazione è molto simile alla storia del nostro paese, l’Afghanistan. Dopo la sconfitta dell’esercito britannico nel 1919 e la dichiarazione di indipendenza da parte di re Amanullah nella terza guerra anglo-afghana, la Gran Bretagna, sconfitta, non rimase con le mani in mano e cercò vendetta. Questa potenza coloniale cercò di rovesciare il governo progressista di Amanullah con cospirazioni e complotti e di mettere al potere i suoi mercenari. A tal fine, inviò in Afghanistan numerose spie sotto le mentite spoglie di missionari religiosi, per aizzare il popolo contro re Amanullah. Mir Ghulam Mohammad Ghobar (“Afghanistan sul cammino della storia”, Volume 1, Pagina 682) scrive:

“Gli inglesi… non esitarono a usare qualsiasi mezzo per indebolire il popolo e il governo dell’Afghanistan, in modo da annientare la resistenza contro gli inglesi… Dall’India britannica inondarono l’Afghanistan di libri, di trattati e mappe superstiziose, immergendo la giovane generazione del paese in illusioni, miti, divinazione e magia…”

L’aggressione britannica continuò, impiegando mullah traditori e soldati indipendenti per alimentare il caos. Allo stesso tempo, inviarono una spia di nome Abdul Karim nelle zone di confine dell’Afghanistan per ingannare la nazione e costringerla a combattere contro il governo di Amanullah. Ghobar continua:

“Il governo britannico iniziò un intervento diretto inviando a Paktia il figlio di Amir, che assunse la guida della rivolta, facendosi chiamare Amir Abdul Karim…

Anche un altro sceicco straniero, che si proclamò sceicco Abdul Qadir Jilani, entrò in Afghanistan.”

Il re Amanullah Khan, che voleva guidare l’Afghanistan verso il progresso e la prosperità nel più breve tempo possibile, fu invece costretto a concentrare la maggior parte dei suoi sforzi nella lotta contro gli agenti stranieri e nella repressione delle ribellioni fomentate e guidate dall’Inghilterra.

Con il suo rovesciamento, una nuova era di ignoranza, violenza e barbarie prese piede in Afghanistan, le cui conseguenze persistono ancora oggi.

L’Inghilterra riuscì a instillare questa idea nelle menti di numerosi religiosi e giovani afghani, che invece di sostenere i nazionalisti progressisti, difesero i loro “eroi” e affidarono l’esistenza del paese alle potenze coloniali e sostenitrici del terrorismo, che i leader traditori e autodistruttivi superarono immediatamente sul campo.

L’America ha continuato la stessa politica

Durante la guerra contro la Russia, l’America ha continuato la stessa politica di lunga data dell’Inghilterra e ha speso milioni di dollari nella stampa e nella pubblicazione di libri jihadisti, nel tentativo di avvelenare e fare il lavaggio del cervello a bambini e adolescenti, in modo che i semi dell’ignoranza, della reazione e dell’arretratezza mettessero radici ancora più profonde nelle menti dei “costruttori del futuro”. Il quotidiano Washington Post, il 23 marzo 2003, ha scritto in un articolo intitolato “Dall’America con l’alfabeto del Jihad” :

“Durante il culmine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti spesero milioni di dollari per fornire agli studenti afghani libri di testo pieni di immagini violente e dottrina militare islamica. Questo faceva parte di un’iniziativa segreta per costruire la resistenza all’occupazione sovietica.

“Questi libri introduttivi, pieni di parole di jihad e immagini di armi, proiettili, soldati e mine, hanno costituito il programma principale del sistema educativo afghano per decenni. Persino i talebani usavano questi libri di fabbricazione americana, sebbene coprissero i volti umani per garantire che agissero secondo rigorosi principi fondamentalisti.”

شاید بارها با این سخن معروف دسموند توتو الهی‌دان افریقای جنوبی برخورده باشید: «وقتی مبلغین به افریقا آمدند، آنان کتاب مقدس را داشتند و ما زمین. گفتند: “بیایید دعا کنیم” ما چشمان‌مان را بستیم؛ وقتی چشم گشودیم، ما کتاب مقدس را داشتیم و آنان زمین را.»

In questo contesto, il sito web inglese Al Jazeera, in un’intervista alla professoressa Dana Bird, autrice del libro “Scuole per il conflitto e la pace in Afghanistan” (6 ottobre 2014), rivela questi ulteriori dettagli:

“L’USAID ha finanziato la distribuzione di materiale didattico scritto dai gruppi mujaheddin sostenuti dall’ISI e dalla CIA nei campi profughi in Pakistan”.

La professoressa Bird sostiene che la logica dell’indottrinamento della guerra come dovere religioso si basava sul presupposto “dell’importanza di partire da zero”. Sebbene il programma statunitense si sia concluso con la caduta del governo comunista in Afghanistan, i loro scritti sono diventati il ​​seme per decine di altri libri ed edizioni riviste.

La signora Bird è riuscita a trovare diverse vecchie copie di questi libri in pashtu, così come un’edizione del 2011, in un mercato di Peshawar. Afferma che i talebani raccomandano di insegnare questi libri ai bambini. La maggior parte delle 41 lezioni contenute in questi libri glorifica la violenza in nome della religione.”

Il risultato di queste politiche colonialiste è che, nell’era della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, un gruppo di mercenari ignoranti e stranieri domina il destino della nostra patria e sta distruggendo ogni segno di progresso e sviluppo. In un’epoca in cui anche le questioni più elementari richiedono istruzione e competenza, questo gruppo selvaggio ha chiuso le porte delle scuole e delle università, soprattutto alle donne, e ha riempito le prigioni di manifestanti, intellettuali e professori universitari; dopo aver torturato e maltrattato le donne arrestate, le hanno costrette a confessare affinché, dopo il loro rilascio, non invocassero mai più la libertà; un gran numero di oppositori è anche misteriosamente scomparso.

La diffusione di violenza, barbarie e idee misogine in Afghanistan è il prodotto di politiche guerrafondaie e aggressive che da decenni portano al potere, uno dopo l’altro, gruppi estremisti, mercenari e criminali. Nonostante disponga di risorse naturali per un valore di tremila miliardi di dollari, l’Afghanistan è ancora impantanato in povertà estrema e miseria, come avviene in Africa, Asia e America Latina, mentre traditori nazionali, leader jihadisti e talebani si arricchiscono e sono diventati i padroni del nostro popolo.

Solo tagliando le mani dell’imperialismo americano, britannico, pakistano, iraniano, israeliano, ecc. dal nostro destino e perseguendo i jihadisti, i talebani, l’ISIS e altri traditori, le masse povere potranno sperimentare il vero sapore della libertà, del progresso e della prosperità.

I talebani provano ad uscire dall’isolamento internazionale aiutando l’Europa a rimpatriare i migranti indesiderati

ilfattoquotidiano.itGiovanni Panzeri 7 ottobre 2025

Un ruolo lo sta giocando la Cina, che punta all’estrazione del petrolio con un accordo da 150 milioni di dollari, e il progetto della ferrovia Trans-Afgana

Da quando i talebani sono tornati al potere, dopo il ritiro delle truppe statunitensi nel 2021, l’Afghanistan è sottoposto ad uno stretto blocco diplomatico, giustificato ufficialmente dalla pesante repressione del dissenso interno e dei diritti civili, in particolare quelli delle donne, messa in atto dalla leadership integralista dopo aver preso il controllo del paese. L’imposizione del blocco, che prevede pesanti sanzioni economiche, ha reso il governo talebano un pariah a livello internazionale ma ha anche acuito la crisi umanitaria causata da decenni di guerra civile e occupazione militare. Il 2025 tuttavia si sta dimostrando un anno di svolta nei tentativi afgani di rompere l’isolamento diplomatico. Facendo leva sull’importanza delle rotte commerciali che legano l’oriente all’Europa e al continente africano e sulla volontà di deportare migliaia di migranti afgani da parte di diversi paesi europei, i talebani sono riusciti a scalfire l’isolamento internazionale allacciando numerose relazioni diplomatiche, sia di natura ufficiosa che ufficiale.

Le tensioni sui migranti aprono porte europee – I paesi europei sono apparentemente fermi nel condannare il regime talebano e la maggior parte delle ambasciate afgane in Europa rimangono fedeli al governo precedente. Tuttavia alcune nazioni europee hanno deciso di aprire relazioni bilaterali di basso livello con i talebani per permettere la deportazione di richiedenti asilo afgani dal loro territorio, anche a causa delle crescenti pressioni esercitate da emergenti partiti di estrema destra sui rispettivi governi. In particolare la Germania ha recentemente accolto due inviati talebani incaricati di seguire le procedure di deportazione, e, secondo il Washington post, ha tagliato fuori diversi diplomatici afgani fedeli al vecchio governo seguendo le indicazioni di Kabul. Anche Svizzera e Austria hanno accolto rappresentanti del governo talebano, il cui compito è di aiutare ad identificare i migranti destinati alla deportazione. “L’Austria sta collaborando con Germania, Svizzera, altri partner in Europa e nella regione (i talebani) per risolvere la questione- ha dichiarato il ministero dell’interno Austriaco al Financial Times – il nostro obiettivo è rimpatriare in particolare criminali che non hanno diritto di soggiornare in Europa”.

La situazione in Asia – La Russia è stata la prima, e per adesso l’unica, nazione a riconoscere ufficialmente la legittimità del governo talebano ma quest’ultimo ha recentemente stretto una serie di importanti accordi commerciali e di sviluppo con le potenze regionali confinanti. Tra questi il più importante è l’accordo stretto con Uzbekistan e Pakistan nel 2023 per la costruzione della ferrovia Trans-Afgana. Il progetto, prevede l’investimento di quasi 5 miliardi di dollari su 640 km di ferrovia che collegheranno la città uzbeka di Temerz al porto pakistano di Karaki, attraversando appunto il territorio controllato dai talebani. Il progetto è particolarmente caldeggiato dalla Cina, che vede il territorio afgano come un fondamentale snodo della Nuova via della Seta (Belt and Road Initiative). L’influenza di Pechino è stata anche fondamentale nel riavvicinare Afghanistan e Pakistan, che lo scorso maggio hanno deciso di scambiarsi ambasciatori, dopo un periodo di tensioni dovuto al supporto di alcune formazioni terroristiche in territorio pachistano da parte del governo afgano. La Cina inoltre sta investendo parecchio nello sfruttamento delle risorse del paese, per esempio chiudendo, sempre nel 2023, un accordo che prevede l’investimento di 150 milioni di dollari all’anno nell’estrazione di petrolio dalle regioni settentrionali del paese. Anche l’Iran ha recentemente deciso di espandere il valore degli scambi commerciali con i talebani, da 3,5 a 10 miliardi di dollari.

Non per caso Cina, Russia, Pakistan e Iran lo scorso 24 settembre hanno firmato una dichiarazione comune in sostegno dell’indipendenza afgana, rispondendo al tentativo di Trump di riaprire la base militare Usa di Bagram, dichiarando di essere pronti ad espandere la cooperazione economica e commerciale con il governo talebano. Una dimostrazione del fatto che il muro diplomatico costruito dagli Usa attorno all’Afghanistan si sta lentamente sgretolando si può dedurre anche dall’accoglienza ufficiale riservata a delegazioni di funzionari talebani da alcuni dei principali partner degli Stati Uniti nel continente asiatico, come gli Emirati Arabi e il Giappone.

L’Afghanistan è tutt’oggi un paese diplomaticamente isolato, ma le cose stanno cambiando rapidamente ed è possibile che una maggiore apertura diplomatica riesca ad indurre il governo fondamentalista a moderare alcune delle politiche interne più repressive come l’ostracizzazione sociale e lavorativa delle donne, la repressione della libertà di espressione e l’imposizione di educazione e leggi basate esclusivamente sulla sharia.