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Tag: Ezidi

Rojava sotto assedio. Biji biji resistenza curda!


Carla Gagliardini, Patria Indipendente, 28 gennaio 29026

Le promesse del presidente Al-Sharaa per una Siria democratica e inclusiva sono già state smentite dai fatti: dopo alawiti, drusi e cristiani, ora a pagare sono i curdi. Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è circondata. All’offensiva militare si affianca lo scontro ideologico contro la proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente, una visione che mette al centro le donne e un modello di società ecologica, in netto contrasto con gli interessi degli apparati di potere degli Stati e dei loro leader. Intanto cresce la solidarietà internazionale. Pubblichiamo un appello‑mozione dell’Unione delle donne italiane e kurde ai Parlamenti Ue e italiano, sottoscritto anche dal Coordinamento donne ANPI e aperto alle adesioni.

Henry Kissinger diceva che “gli Stati Uniti non hanno amici
o nemici permanenti ma solo interessi permanenti”.
I curdi invece dicono che “non hanno amici se non le montagne”

In queste due citazioni si racchiude molta della verità e della realtà che osserviamo da tempo in Rojava, dove governa l’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (Daanes), in modo più marcato da quando Ahmed al-Shara, nome di battaglia al-Jolani, ha conquistato manu militari il potere in Siria nel dicembre del 2024, mettendo in fuga Bashar al-Assad. Su Ahmed al-Shara, fino a poco tempo fa, pendeva una taglia made in the Usa perché guidava l’organizzazione terroristica Hts (Hayat Tahrir al-Sham).

Oggi il nemico degli Stati Uniti è diventato un amico perché ha promesso lauti investimenti in Siria, unico linguaggio che mette d’accordo gli interessi dell’Occidente, in modo particolare quelli statunitensi, e delle petromonarchie del Golfo. In sottofondo, ma non troppo, suona il ritornello degli Accordi di Abramo che mirano a pacificare le relazioni tra Israele e i Paesi arabi. E poi c’è la necessità di infliggere una sconfitta ancora più dolente e permanente all’Iran in chiave anti-russa e soprattutto anti-cinese. Il controllo della Siria è fondamentale. Così sul suolo siriano e sulla pelle degli abitanti di quella zona si sta giocando una partita importantissima. Al-Sharaa è la nuova pedina da muovere sullo scacchiere mediorientale. C’è da pensare che lui lo sappia bene e quindi occorrerà capire quale sia la sua strategia per comprendere la traiettoria che prenderà la Siria trascinando con sé, nel bene o nel male, le sue tante realtà culturali, etniche e religiose.

Per il momento le promesse del neo-presidente Aḥmad Ḥusayn al-Shara per una Siria democratica e inclusiva sono state platealmente disattese e a farne le spese sono state la comunità alawita, quella druza e persino quella cristiana. Oggi è il turno dei curdi. E allora quel detto curdo citato, se visto unicamente volgendo lo sguardo agli Stati, intesi nella loro dimensione di apparati e non di popoli, si inserisce perfettamente nello scenario attuale perché sembra vero che i curdi abbiano come soli amici le montagne. La loro storia fatta di tradimenti, persecuzioni e genocidi subiti lo insegna. Quando poco più di dieci anni fa lo Stato Islamico, più conosciuto come Isis, rappresentava una drammatica minaccia per il mondo, il sangue dei curdi e delle curde è servito. Sono loro che sono caduti e cadute sul campo di battaglia contro un nemico che scaricava la sua ferocia su coloro che considerava infedeli. Quella ferocia ha colpito in modo particolare le donne e il popolo ezida lo sa bene con le sue donne, ragazze e bambine rapite per essere vendute come schiave.

Il 26 gennaio scorso è stato l’undicesimo anniversario della fine dell’assedio di Kobane da parte dello Stato Islamico. Sono i curdi e le curde delle Ypg e delle Ypj che hanno difeso la città con una resistenza impressionante che ha fatto il giro del mondo. Oggi Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è nuovamente circondata. Questa volta è l’esercito siriano che risponde al presidente al-Sharaa, un “ex” jihadista, a volere la sua resa. Kobane ha un valore estremamente importante per entrambe le parti. Per Damasco la sua caduta significa infliggere una sconfitta che trascende l’aspetto militare e strategico perché colpirebbe nel profondo i sentimenti e il morale dei curdi e delle curde. Per la Daanes un’altra storica vittoria sarebbe invece un’ulteriore lezione impartita al mondo sulla forza della resistenza di un popolo che, in evidente posizione di svantaggio e sostanzialmente in solitudine, lotta per la libertà. In realtà, se la Daanes dovesse cadere le curde e i curdi ci avrebbero comunque insegnato qualcosa di importante: il senso profondo della loro rivoluzione che liberandosi dalle catene del nazionalismo e del patriarcato ha disegnato una società libera e democratica.

Dal 6 gennaio l’esercito siriano ha lanciato un’offensiva in Rojava. Da quando a Damasco governa al-Sharaa è stato immediatamente chiaro che l’esperienza della Daanes fosse a rischio. Il presidente siriano infatti vuole uno Stato centrale forte e nessun riconoscimento di autonomia alle varie realtà culturali, etniche e religiose del Paese. Su questo punto è sempre stato irremovibile.

Gli accordi del marzo 2025 siglati con le Sdf (Forze Democratiche Siriane all’interno delle quali si trovano le Ypg e le Ypj) che difendono la Daanes, non sono stati implementati entro la scadenza del 31 dicembre. Questi prevedevano l’inserimento delle Sdf all’interno dell’esercito siriano. La discussione era aperta sul “come” integrarle, perché Damasco vuole l’adesione individuale dei combattenti mentre le Sdf insistono per un inserimento come corpo unico, includendo anche le donne.

La fase di stallo in cui erano precipitati gli accordi è stato il pretesto per Damasco per attaccare la Daanes e conquistare circa il 90% del territorio che prima era sotto il suo controllo. I curdi e le curde sono stati abbandonati dagli alleati statunitensi che sono rimasti a guardare e hanno saputo solo suggerire il loro suicidio, sollecitandoli a accettare le condizioni di Damasco che prevedono la fine della loro autonomia, cioè la fine di tutto ciò per cui hanno lottato e che hanno saputo costruire in oltre dieci anni di amministrazione autonoma. Le aree perse dalla Daanes sono importanti per le loro risorse ma anche per i corridoi strategici. Le Sdf denunciano la complicità della Turchia che ha interesse a smantellare la Daanes e le Sdf, considerate espressione del Pkk e quindi nemici da abbattere.Il processo di pace in corso in Turchia, proprio tra lo stato turco e il fondatore del Pkk, Abdullah Öcalan, non ha né arrestato né frenato le mire distruttive del presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, nei confronti del modello politico applicato in Rojava e teorizzato dal leader curdo, ossia il confederalismo democratico. Questo paradigma non è in linea con la struttura delle società capitaliste e dello stato-nazione, disegnando all’opposto una società basata sulle comuni rette da un’organizzazione di tipo socialista.

In Rojava, oltre a una guerra di conquista, è in atto anche uno scontro ideologico sul tipo di società da realizzare. La proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente è dirompente se si pensa al ruolo centrale della donna ma anche all’idea della società ecologica, che stride con gli appetiti degli Stati e dei loro governanti, i quali spesso hanno interessi personali che finiscono per dettare l’agenda dello Stato. Al-Sharaa in questo momento è la pedina che viene mossa dalla Turchia, che aspira a ripristinare una sorta di Impero Ottomano, e dagli Stati Uniti, che hanno un debito pubblico pericolosamente alto e una forte crisi strutturale interna su più piani, sociale, economico e finanziario, la quale richiede politiche imperialiste per l’accaparramento di ingenti risorse. Nella nuova Siria molti interessi stranieri reclamano una fetta del Paese mentre la popolazione locale, soprattutto le minoranze, viene estromessa dal progetto politico di ricostruzione della società siriana dopo lunghi anni di guerra. Non basta il riconoscimento della cittadinanza e dei diritti culturali dei curdi fatto in fretta e furia con decreto presidenziale negli ultimi giorni, tra un cessate il fuoco e l’altro, per liquidare la questione curda. La scelta di al-Sharaa sembra dettata dalla necessità di sottrarre ai curdi parte della materia del contendere e quindi svuotare la loro azione politica, legittimando così, agli occhi del mondo, la guerra scatenata contro di loro se dovessero scegliere di non piegarsi al volere di Damasco.

È difficile prevedere cosa accadrà quando il nuovo cessate il fuoco scadrà perché l’incognita di peso è rappresentata dagli Stati Uniti, i quali hanno dichiarato attraverso l’Ambasciatore in Turchia nonché inviato speciale per la Siria Tom Barrack, che le Sdf appartengono al passato e che al-Sharaa è il presente. Tuttavia non è facile credere che possano fidarsi ciecamente di colui che fino a poco più di un anno fa veniva presentato come un pericoloso terrorista e nemico di Washington. Il trasferimento nelle prigioni irachene di circa settemila jihadisti rinchiusi nelle carceri che, fino a pochi giorni fa, erano sotto il controllo delle Sdf potrebbe essere un segnale di sfiducia.

Dal canto suo Al-Sharaa indossa con disinvoltura tante maschere per ricoprire il suo passato di jihadista e il progetto che ha in mente di assimilazione delle minoranze. Ricorre a un linguaggio rassicurante, poco conta se smentito dai fatti, e questo basta per soddisfare i nuovi alleati della Siria post-Assad. Se la Daanes venisse espropriata dell’autonomia nei territori curdi che continua a controllare, come vorrebbero Erdogan e al-Sharaa, la Siria difficilmente conoscerà una stagione di pace. È facile pensare che i curdi non rinunceranno alla libertà che hanno conquistato e potranno essere di ispirazione per le altre minoranze, le quali hanno già assaggiato la violenza di questo governo e reclamano a loro volta forme di autonomia. Le donne curde saranno in prima linea perché non è pensabile per loro assistere alla cancellazione di quei diritti che hanno ottenuto combattendo tanto con le armi quanto attraverso un processo culturale e politico che ha cambiato in senso rivoluzionario il loro modo di concepirsi all’interno della società.

I curdi ci insegnano che la Resistenza è vita (Berxwedan jiyan e!), che la donna è al centro del progetto politico di una società libera, democratica e di pace (Jin jiyan azadi!) e che l’esperienza democratica del Rojava deve essere salvata. Per tutte queste ragioni la resistenza in Rojava va sostenuta. Biji biji Rojava!

Carla Gagliardini è vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

 

Appello-mozione di UDIK, Unione delle donne italiane e kurde, al Parlamento Ue e al Parlamento italiano

Salzano-Ve, 27/01/2026

Spettabili Deputati e Senatori del Parlamento Italiano

Appello/Mozione concernente la situazione nel Nord-Est della Siria e la difesa dell’Amministrazione Autonoma di Rojava

Noi, donne italiane e curde, unite da un legame di sorellanza, da una storia comune di resistenza e dalla lotta contro il fascismo, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per quanto sta accadendo nel Nord-Est della Siria.

Chiediamo al Parlamento italiano e al Parlamento europeo di intervenire con urgenza per fermare gli attacchi di annientamento contro il popolo curdo e contro il suo modello di democrazia, autogoverno e convivenza pacifica.

Sollecitiamo l’Italia e l’Unione Europea a impegnarsi attivamente nella ricerca di una soluzione politica e di pace, nel pieno rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e del principio di autodeterminazione dei popoli. Il rispetto dei diritti umani non può essere selettivo né subordinato a interessi geopolitici.

Premesso che:

– nel Nord-Est della Siria opera l’Amministrazione Autonoma di Rojava, un’esperienza politica fondata sui principi di democrazia partecipativa, autogoverno, confederalismo democratico, convivenza pacifica tra le diverse etnie e religioni e sulla piena parità di genere;
– tale modello rappresenta un esempio concreto di stabilità, inclusione sociale e rispetto dei diritti umani in un’area segnata da conflitti, autoritarismi e fondamentalismi religiosi;
– le Forze Democratiche Siriane, composte da donne e uomini, hanno svolto un ruolo decisivo nella sconfitta militare dell’organizzazione terroristica ISIS, contribuendo in modo determinante alla sicurezza regionale e internazionale, inclusa quella dell’Europa, duramente colpita da attentati terroristici negli anni passati;
– il contributo delle donne curde nella lotta contro il terrorismo e nella costruzione di un modello sociale basato sull’uguaglianza di genere è stato riconosciuto a livello internazionale come elemento centrale di tale esperienza.

A tal fine avanziamo la proposta di approvazione della seguente mozione:

Considerato che:
– l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria è attualmente oggetto di attacchi armati da parte di gruppi jihadisti legati al regime di Jolani e da milizie riconducibili ai residui dell’ISIS, con il sostegno diretto o indiretto della Turchia;
– il regime siriano non ha rispettato gli accordi sottoscritti nel mese di aprile con le Forze Democratiche Siriane, accordi che prevedevano misure volte alla de-escalation del conflitto;
– nonostante il ritiro da alcune aree da parte delle Forze Democratiche Siriane (HSD), finalizzato a evitare nuove ostilità, le milizie jihadiste hanno proseguito l’offensiva, chiedendo la deposizione delle armi e la sottomissione a un sistema politico autoritario e teocratico;
– il regime siriano si dimostra incapace di garantire una soluzione politica inclusiva e agisce sotto l’influenza di interessi geopolitici ed economici di potenze esterne.

Ritenuto che:

– la distruzione dell’Amministrazione Autonoma di Rojava rappresenterebbe un grave arretramento per la tutela dei diritti umani, per la parità di genere e per la convivenza pacifica tra i popoli della regione;
– l’abbandono di tale esperienza democratica costituirebbe un tradimento dei valori di libertà, giustizia e autodeterminazione che l’Unione Europea e la Repubblica Italiana affermano di difendere;
– il silenzio e l’inazione della comunità internazionale rischiano di favorire il ritorno del terrorismo jihadista e di compromettere ulteriormente la stabilità regionale.

Chiediamo l’impegno del Governo:

1) a condannare ufficialmente gli attacchi contro l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria e contro le Forze Democratiche Siriane;
2) a promuovere, in sede europea e internazionale, il riconoscimento politico e istituzionale dell’Amministrazione Autonoma di Rojava come interlocutore legittimo per una soluzione democratica del conflitto siriano;
3) ad attivarsi, attraverso iniziative diplomatiche urgenti, per la cessazione delle ostilità e il rispetto degli accordi precedentemente sottoscritti;
4) a sostenere la tutela dei diritti delle donne, delle minoranze etniche e religiose nel Nord Est della Siria, riconoscendo il valore del modello di autogoverno basato sull’uguaglianza di genere;
5) a vigilare affinché le politiche europee e internazionali non favoriscano, direttamente o indirettamente, forze jihadiste o regimi autoritari contrari ai principi democratici e ai diritti umani.

Firmatarie:

– UDIK Unione Donne Italiane e Kurde
– Coordinamento Nazionale Donne ANPI
– Politiche di Genere CGIL Nazionale
– UDI Unione Donne in Italia
– Casa Internazionale delle Donne
– La Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale udipalermo
– Avv. Angela Bitonti- avvocato per i diritti umani

Per aderire: udik.unionedonne@gmail.com

Dal Rojava a Shengal un unico grido: Berxwedan jiyan e! La Resistenza è vita!

cittàfutura.al.it Carla Gagliardini 23 gennaio 2026

In un distretto del governatorato del Ninive, nel nord-ovest dell’Iraq, vive il popolo degli ezidi. La loro casa è Shengal, una regione al confine con il Rojava, il Kurdistan occidentale, situato nell’attuale Siria.
Shengal, Rojava, Kurdistan e Siria: quattro geografie profondamente interconnesse, oggi più che mai.
Gli ezidi sono stati il bersaglio di un genocidio pianificato nei dettagli dallo Stato Islamico, il temuto Isis, nel 2014. Il prezzo che hanno pagato è elevatissimo. Fu il Pkk, il partito fondato da Abdullah Öcalan, ad aprire il corridoio della loro salvezza. Furono le Ypg, le unità di resistenza curde del Rojava, a non esitare e a unirsi a quella corsa contro il tempo per sottrarre a morte centinaia di migliaia di ezidi e di ezide.

Sconfitto lo Stato islamico in Iraq, gli ezidi hanno dato vita all’Amministrazione Autonoma di Shengal, affiancando la loro nascente esperienza a quella che già aveva preso vita in Rojava, nel nord-est della Siria. Entrambe sono basate sul confederalismo democratico, paradigma politico pensato da Öcalan per una società di pace e democratica, che si realizza con una democrazia radicale dal basso, con la liberazione della donna e con una società ecologica.
A Damasco, da dicembre del 2024, sulla poltrona più importante siede un signore, l’autoproclamatosi presidente Ahmed al-Sharaa, di mestiere ha fatto il jihadista e il suo nome di battaglia era al al-Jolani. Si è tagliato la barba, veste secondo i canoni dell’eleganza occidentale e va ripetendo che la Siria rispetterà tutte le minoranze, che sono numerosissime nel Paese.
Resta da capire cosa intenda lui per rispetto delle minoranze, visti i massacri di alawiti e druzi dell’ultimo anno, di cui tutti sono a conoscenza. Ma all’occidente piace perché dice quello che vuole sentirsi dire e poco importa se i fatti gli danno torto. L’immagine è salva e quindi si possono fare affari in un paese da ricostruire, ricco di risorse e in una zona geografica strategica.

Dal 6 gennaio l’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (Daanes), in Rojava, è attaccata dalle forze militari di Damasco. In questi sedici giorni di conflitto la Daanes ha perso più dei due terzi del suo territorio e sabato sera scadrà la tregua. Se la Daanes non accetterà le condizioni di Damasco, ponendo fine all’Amministrazione Autonoma, la guerra riprenderà con il solito sostegno della Turchia e il silenzio dei governi occidentali.

Cosa succederà del processo di pace in corso in Turchia è da capire ma il dubbio che al presidente turco Erdogan non interessi portarlo a buon fine è più che mai legittimo.

Il gioco delle alleanze mutevoli, che tengono in considerazione solo gli interessi degli Stati e spesso quelli personali dei loro leader, ha fatto sì che gli Stati Uniti d’America abbiano dichiarato, attraverso il loro ambasciatore in Turchia, Tom Barrack, che “oggi la situazione è radicalmente cambiata. La Siria ha ora un governo centrale riconosciuto che ha aderito alla Coalizione Globale per Sconfiggere l’Isis (divenendone il 90° membro alla fine del 2025), segnando una svolta verso ovest e una cooperazione con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo.
Questo cambia la logica del partenariato Usa-Sdf: lo scopo originario delle Sdf come principale forza anti-ISIS sul terreno è in gran parte venuto meno, poiché Damasco è ora disposta e posizionata per assumersi le responsabilità della sicurezza, incluso il controllo dei centri di detenzione e dei campi dell’Isis” (https://x.com/USAMBTurkiye/status/2013635851570336016).
Nessun brivido sembra correre lungo la schiena di Barrack nel sapere, o forse meglio nel consegnare le prigioni strabordanti di miliziani dell’Isis e il campo di al-Hol, incubatore delle nuove generazioni di jihadisti, a uno definito ex-jihadista (sulla base di cosa è considerato un ex?) e circondato da sostenitori dell’Isis.

Se a lui i brividi non vengono però non è così per qualcun’altro che ha conosciuto da vicino la violenza inaudita dello Stato Islamico. Si tratta dei curdi del Rojava e degli ezidi di Shengal. Sembra tutto pianificato per bene, basta seguire la cronologia degli eventi: a marzo dell’anno scorso viene siglato un accordo tra Damasco e le Sdf, che prevede l’integrazione di quest’ultime nell’esercito siriano centrale, ma non viene implementato entro il 31 dicembre del 2025, come stabiliva, e le accuse per il ritardo sono reciproche; ad agosto il presidente siriano dal curriculum jihadista firma l’ingresso della Siria nella Coalizione Anti-Isis; il 6 gennaio Damasco scarica tutta la colpa sulle Sdf e inizia a fare la pulizia etnica dei curdi nei due quartieri a maggioranza curda della città di Aleppo e poi prosegue la sua avanzata fino a ottenere la ritirata delle Sdf da città e luoghi strategici per porsi a difesa delle aree a prevalenza curda; il 17 gennaio al-Sharaa dichiara che con decreto viene riconocìsciuta la lingua curda, la cultura curda, la festa principale curda, ossia il Newroz, e concessa la cittadinanza ai curdi, mentre lo fa bombarda i “nuovi cittadini siriani”; il 18 gennaio viene firmato un cessate il fuoco che però non tiene.
I punti cruciali che determinano un brutale voltafaccia degli Stati Uniti verso i curdi sono l’ingresso della Siria nella Coalizione Anti-Isis, con l’evidente fine di rimpiazzare le Sdf, ossia le vere artefici sul campo della sconfitta dell’Isis nel 2019, e il riconoscimento per decreto dei diritti culturali e della cittadinanza a favore del popolo curdo siriano, senza nessuna garanzia che venga inserito nella nuova costituzione che si sta discutendo, così tentando di togliere dal tavolo una delle questioni spinose. Si tratta di manovre tattiche che hanno come obiettivo quello di ripulire il curriculum del presidente siriano e far credere al mondo che le Sdf non hanno più nulla da rivendicare e nella nuova Siria non c’è nulla da temere. Surreale!
Una manovra di propaganda degli Stati Uniti che ha come fine quello di permettere che si facciano affari in Siria, ricca di risorse prime che si trovano nei territori presi alla Daanes. Al contempo un segnale a Iran, Russia e Cina che con la nuova mappa del Medio Oriente si trovano al momento spiazzate.
Attualmente è in corso la tregua firmata il 20 gennaio e che durerà fino a sabato, ampiamente disattesa da Damasco che continua ad attaccare Kobane, città simbolo della resistenza curda. Se le Sdf non dovessero accettare il contenuto del diktat di Damasco, ossia la fine dell’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria, cosa succederà? E’ lecito pensare che la resistenza andrà avanti e i curdi ancora una volta nella loro storia si troveranno a respingere un tentativo di genocidio.

Ed è questo orrore assoluto, la volontà di sterminare un popolo in quanto tale, che ha rimesso in agitazione e allarme il popolo degli ezidi. Gli ezidi sanno che è molto probabile che dopo arrivi il loro turno. Ma perché? Perché l’Isis, sconfitto nel 2019, è più vivo che mai da quando al-Sharaa ha conquistato il paese e perché le prigioni e il campo di al-Hol sotto il controllo del governo siriano non sono ovviamente una garanzia di sicurezza.
C’è poi la Turchia dietro sia alla caduta di Assad in Siria che all’attacco alla Daanes. Erdogan vuole per l’Amministrazionje Autonoma di Shengal la stessa fine che sta cercando di infliggere all’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria.
A Baghdad da tempo arriva la pressione di Ankara in tal senso e questo potrebbe essere il momento propizio per chiudere anche quell’esperienza democratica.
Oggi a Shengal si vivono momenti di angoscia ripensando al genocidio del 2014 e all’orribile sorte a cui sono andate incontro le donne e le bambine, vendute come bottino di guerra e ridotte alla schiavitù sessuale. L’Amministrazione Autonoma monitora gli sviluppi e si prepara. Il Co-Presidente del Consiglio dell’Amministrazione Autonoma di Shengal, Xwedêda Îlyas, in un’intervista rilasciata a Anf News, ha dichiarato che; “È in corso una guerra mondiale, e va avanti dal 1990. Ognuno combatte per i propri interessi e si stanno preparando per una guerra ancora più grande. Vogliono portare a termine questa guerra in Medio Oriente, ma non rimarrà limitata solo al Medio Oriente. Stati come Europa, Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna hanno attivato la guerra in Ucraina per cacciare la Russia dal Medio Oriente e tutelare i propri interessi nella regione. Gli accordi firmati in passato, come Sykes-Picot, non sono più considerati sufficienti e ora si parla degli Accordi di Abramo. La guerra è già iniziata in Palestina, Libano, Siria, Yemen e Iran. Questo dimostra che stiamo entrando in una guerra dura e di vasta portata”. Ha poi aggiunto: “Dobbiamo prepararci a questa guerra. Non dovremmo dire: ‘Non succederà nulla’. Dobbiamo essere pronti per una situazione come l’attacco del 2014. Gli Stati non si stanno armando a tal punto senza motivo.

Chiediamo ai nostri popoli di prepararsi sotto ogni aspetto. Dobbiamo prevedere come potrebbe svilupparsi una guerra e prepararci di conseguenza, in modo che gli Stati che sognano di far rivivere il passato ottomano non possano trasformare questa situazione in un’opportunità a proprio vantaggio. Ad esempio, oggi ci sono proteste in Iran e gli Stati Uniti vogliono intervenire. Gli Stati Uniti sono entrati in una fase di perseguimento di politiche di frammentazione. I popoli non contano per gli Stati Uniti, Israele o la Francia”