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Tag: Francia

KCK: Verranno svelati i retroscena delle stragi di Parigi

UIKI Onlus, 9 gennaio 2026

La KCK ha affermato in una nota che “per anni il popolo curdo ha combattuto a fianco delle forze democratiche francesi per denunciare questo massacro”, aggiungendo che verrà svelata la verità dietro le uccisioni.

“Il 9 gennaio 2013, Sara, Rojbîn e Ronahi, tre donne curde rivoluzionarie, sono state assassinate a Parigi. Nell’imminente anniversario del loro assassinio, condanniamo ancora una volta fermamente questo spregevole omicidio e ricordiamo Sara, Rojbîn e Ronahî con rispetto e gratitudine.

Allo stesso tempo, commemoriamo Evîn Goyî, Mir Perwer e Abdürrahman Kızıl, che vennero presi di mira e assassinati in modo simile a Parigi il 23 dicembre 2023.

E’ stato anche di recente l’anniversario del martirio delle nostre amiche Sêvê Demir, Pakize Nayır e Fatma Uyar, brutalmente assassinate a Silopi il 3 gennaio 2016. Commemorando questi preziosi martiri, ricordiamo con grande rispetto e gratitudine tutti i martiri che hanno dato la vita per la rivoluzione e la lotta per la democrazia. Ci inchiniamo davanti ai loro preziosi ricordi.

Il massacro di Parigi è stato pianificato e portato a termine da forze colonialiste-genocide che ostacolano la soluzione della questione curda. Già la tempistica dell’attacco rivela chiaramente questo fatto. Il fatto che un simile attacco abbia avuto luogo a Parigi, proprio all’inizio del processo di dialogo con il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan per la risoluzione della questione curda nel 2013, è stato un atto di sabotaggio.

L’assassinio della compagna Sara è anche un atto di vendetta contro la fondazione del PKK e contro il paradigma della libertà delle donne.

Il leader del popolo curdo, Abdullah Öcalan, ha definito l’assassinio della compagna Sara come il secondo massacro di Dersim (tr. Tunceli) e ha chiaramente sottolineato che l’eredità della compagna Sara continuerà a vivere nella lotta per la libertà del popolo curdo e in particolare delle donne.

Il massacro di Parigi è stato pianificato e portato a termine dagli stessi servizi segreti dello Stato. È stata l’attuazione pratica della strategia volta a soffocare ed eliminare la lotta per la libertà del popolo curdo ovunque. L’assassinio è stato compiuto anche sfruttando le relazioni e le capacità dello Stato turco in Europa.

La dichiarazione prosegue: “Considerando l’atteggiamento della Francia dopo il massacro, è chiaro che lo Stato ha chiuso un occhio su questo massacro. Il fatto che lo Stato francese non abbia rivelato che questo massacro è stato compiuto dallo Stato turco lo dimostra.

Il massacro di Parigi deve essere visto anche come un grave attacco alla lotta delle donne curde per la libertà. Le compagne Sara, Rojbîn e Ronahî sono state pioniere di spicco della lotta per la libertà delle donne. Sara, avendo svolto un ruolo pionieristico sia nella fondazione del partito che nella lotta per la libertà delle donne, è divenuta bersaglio del colonialismo genocida. È chiaro che questo attacco mirava alla realtà: la lotta per la libertà delle donne rafforza notevolmente la lotta per la libertà del popolo curdo. Per questo motivo, con lo sviluppo della lotta per la libertà delle donne, gli attacchi sono aumentati di giorno in giorno e la lotta per la libertà delle donne divenne l’obiettivo principale della guerra speciale. “Sebbene siano trascorsi 13 anni dal massacro di Parigi, lo Stato francese non ha preso alcuna iniziativa per rivelare il massacro in tutte le sue dimensioni. La Francia, che si presenta come un paese esemplare in termini di democrazia e diritto, nel massacro di Parigi ha messo da parte questi valori. L’affermazione secondo cui scoprire la verità sull’affare Dreyfus sarebbe diventata una cultura del diritto francese ha perso ogni significato nel massacro di Parigi. In breve, la Francia ha violato sia il proprio diritto sia il diritto universale, sacrificandoli ai propri interessi politici.

A causa delle sue relazioni economiche e politiche con la Turchia, la Francia non è stata in grado di affermare con chiarezza che il massacro di Parigi sia stato compiuto dallo Stato turco. Il popolo curdo nutre profonda diffidenza nei confronti della posizione francese.

Per anni, il popolo curdo ha combattuto a fianco delle forze democratiche francesi per denunciare questo massacro. Questa lotta alla fine darà i suoi frutti e la piena verità su questo massacro verrà a galla. Quest’anno, il nostro popolo e i suoi amici internazionali stanno organizzando iniziative per esprimere le loro reazioni in occasione dell’anniversario dei massacri. Invitiamo il nostro popolo e i nostri amici internazionali a partecipare con forza a queste azioni per intensificare la lotta per denunciare questi massacri.

Francia e Germania in campo, le spie europee tornano a Kabul

Giuseppe Gagliano it.insideover.com , 13 dicembre 2025

Quattro anni dopo il ritorno dei talebani al potere, Kabul non è più solo la capitale di un Emirato isolato. È tornata a essere un crocevia di spie, emissari, intermediari. Tra gli attori più attivi ci sono i servizi di informazione esteri di Francia e Germania, decisi a ricostruire, in silenzio, la loro rete di influenza dopo il disastro del ritiro occidentale del 2021. Non è un ritorno nostalgico, ma una mossa che intreccia sicurezza, equilibri regionali e interessi economici.

Il ritorno discreto di Parigi e Berlino

Dalla metà del 2024 funzionari francesi e tedeschi sono tornati a operare sul terreno, spesso dietro coperture diplomatiche o umanitarie. Il loro obiettivo principale è chiaro: penetrare i livelli più alti della gerarchia talebana, arrivare il più vicino possibile al cerchio che circonda il capo supremo, il mullah Hibatullah Akhundzada, che governa dall’ombra a Kandahar. Chi riesce a stabilire rapporti con quegli ambienti ottiene informazioni preziose su lotte interne, rapporti con gruppi armati, orientamento reale della leadership.

Francia e Germania non si muovono in ordine sparso. Le loro strutture di informazione hanno una lunga abitudine alla cooperazione, dalle operazioni congiunte di ascolto elettronico in Medio Oriente alle missioni in Sahel. A Kabul lo schema si ripete: condivisione di basi logistiche, incrocio di fonti, divisione dei compiti tra chi ha più esperienza linguistica e chi dispone di strumenti tecnici più avanzati.

Le cicatrici del 2021 e il conto aperto con Kabul

Questo ritorno avviene sullo sfondo di una ferita ancora aperta. Per oltre un decennio la Francia aveva costruito, assieme al vecchio servizio di sicurezza afghano, una struttura di cooperazione che impiegava decine di agenti locali, pagati per individuare minacce e proteggere le truppe dispiegate nelle provincie. La Germania, dal canto suo, aveva integrato i propri ufficiali di informazione nei comandi della missione atlantica, soprattutto nella zona settentrionale.

Il crollo improvviso del governo di Kabul nel 2021 travolse queste reti. Una parte degli agenti afghani fu evacuata in fretta, grazie a operazioni speciali condotte da Parigi e Berlino, ma molti altri furono lasciati indietro, costretti alla fuga verso Pakistan e Iran o nascosti in patria. Ne nacquero polemiche, inchieste giornalistiche, ricorsi giudiziari. In Germania i servizi furono accusati di aver sottovalutato la rapidità dell’offensiva talebana, in Francia di aver abbandonato collaboratori che avevano rischiato la vita per anni.

Quella sconfitta, però, ha prodotto una lezione: i servizi europei vogliono tornare a “vedere” l’Afghanistan direttamente, senza dipendere solo dalle analisi dei partner d’oltreoceano.

L’Afghanistan come nodo della sicurezza globale

Perché tanto interesse oggi per un Paese impoverito, isolato e devastato? Perché l’Afghanistan è di nuovo un nodo critico della sicurezza globale. La nuova dirigenza talebana è attraversata da divisioni: da un lato i rigoristi ossessionati dal controllo sociale, dall’altro figure più pragmatiche preoccupate per il collasso economico. A questo si aggiungono la presenza di cellule legate alla vecchia rete di Al Qaida e l’attività crescente di gruppi che si richiamano allo Stato islamico con base nella regione.

Per le capitali europee questo significa rischio di nuovi attentati, flussi di combattenti verso altre aree di crisi, pressione migratoria, instabilità ai confini di Pakistan e Asia centrale. Per questo Francia e Germania vogliono fonti interne al sistema talebano: non solo per anticipare minacce, ma anche per capire quali fazioni possono essere influenzate, contenute o isolate.

Il gioco delle potenze e la sfida a Cina e vicini

Il ritorno dei servizi francesi e tedeschi si inserisce in un confronto più ampio. La Cina ha investito in concessioni minerarie e infrastrutture, interessata alle immense risorse di rame, terre rare e altre materie prime strategiche. Il Pakistan cerca di manovrare i talebani per garantirsi profondità strategica e contenere i propri gruppi ribelli. L’India prova ad aprire canali, temendo che Kabul torni a essere retrovia di formazioni ostili al suo territorio.

In questo mosaico, Parigi e Berlino non possono permettersi di essere cieche. Le informazioni raccolte a Kabul e Kandahar servono non solo a prevenire attentati in Europa, ma anche a capire come l’intreccio tra Cina, Russia, Pakistan e India plasmerà le rotte commerciali e i flussi energetici della regione. Avere una propria capacità di lettura significa evitare di dipendere totalmente dagli alleati d’oltreoceano e difendere margini di autonomia strategica.

La dimensione geoeconomica del ritorno

L’Afghanistan, pur in rovina, occupa una posizione chiave: tra Asia centrale, subcontinente indiano e corridoi che collegano il Golfo, la Cina e la Russia. La stabilità, anche minima, del Paese influenza vie di transito per merci, progetti di oleodotti e gasdotti, linee ferroviarie pensate per aggirare strozzature marittime.

Per Francia e Germania, che restano economie esportatrici dipendenti da materie prime estere, la conoscenza dettagliata di queste dinamiche è un patrimonio strategico. Capire chi controlla i valichi, quali milizie tassano i convogli, quali accordi economici il governo talebano negozia con Pechino o Mosca significa avere anticipo sulle trasformazioni delle catene di approvvigionamento. La “guerra economica” passa ormai anche da valli e passi montani dove una colonna di camion può valere più di un reparto corazzato.

Sicurezza, diplomazia e l’ambiguità permanente

Il rientro europeo a Kabul non si limita ai servizi segreti. L’Unione ha riaperto una rappresentanza, affidando a una società privata la protezione fisica di diplomatici e funzionari. Ma al centro della scena restano gli apparati di informazione, veri architetti di un ritorno che deve essere visibile quel tanto che basta per dialogare, e invisibile quel tanto che serve per non provocare la reazione del servizio di sicurezza talebano, noto per la sua durezza.

È un gioco pericoloso: ogni reclutamento di un funzionario talebano può trasformarsi in scandalo se emerge, alimentare la propaganda antioccidentale e provocare nuove repressioni in un Paese già allo stremo. Ma, dal punto di vista di Parigi e Berlino, l’alternativa sarebbe rinunciare a qualsiasi capacità di influenza in un’area dove tutti gli altri si muovono per guadagnare terreno.

In questo senso il ritorno dei servizi francesi e tedeschi a Kabul racconta molto più dell’Afghanistan. Racconta di un’Europa che, pur esitante e divisa, ha capito di non potersi ritirare dal mondo delle guerre invisibili se vuole difendere i propri interessi, la propria sicurezza e la propria autonomia economica in un sistema internazionale sempre più duro e competitivo.