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Tag: Germania

La Germania respinge il candidato scelto dai talebani per l’ambasciata afghana a Berlino.

amu.tv Milad Sayarv 25 marzo 2026

Il Ministero degli Esteri tedesco ha dichiarato di non riconoscere il diplomatico nominato dai talebani a capo della missione diplomatica afghana a Berlino, in seguito alle notizie secondo cui i talebani avrebbero sostituito l’attuale inviato senza informare le autorità tedesche.

La scorsa settimana i media tedeschi hanno riportato che i talebani avevano rimosso Abdulbaqi Popal, incaricato d’affari presso l’ambasciata afghana a Berlino, e nominato al suo posto un loro diplomatico. Secondo le fonti, la decisione sarebbe stata presa senza informare il governo tedesco.

Il cambiamento segnalato fa seguito a precedenti modifiche nella rappresentanza diplomatica dell’Afghanistan in Germania. Alla fine del 2024, Yama Yari, ambasciatore del precedente governo, si è dimesso dal suo incarico a Berlino. Fonti informate hanno riferito ad Amu TV che le sue dimissioni sono avvenute sotto pressione delle autorità tedesche, un’affermazione che il governo tedesco ha negato all’epoca.

Dopo la partenza di Yari, Popal, anch’egli affiliato al precedente governo, fu nominato capo missione ad interim. I media tedeschi hanno riferito che fu rimosso da tale incarico dai talebani e riassegnato ad altro ruolo.

Popal, nato a Kandahar, ha lavorato in precedenza presso la Direzione indipendente per il governo locale dell’Afghanistan e successivamente come diplomatico presso l’ambasciata a Berlino, prima di assumerne la guida.

Una persona a conoscenza dei fatti ha riferito ad Amu TV che i talebani hanno preso la decisione senza informare Berlino. Secondo questa fonte, i talebani starebbero cercando di mantenere un doppio sistema: presentare Popal come capo missione ad interim nei rapporti con il governo tedesco, mentre internamente attribuiscono l’autorità a un diplomatico allineato ai talebani. La stessa fonte ha affermato che Popal è stato di fatto riassegnato come membro del personale locale all’interno dell’ambasciata.

In risposta, un portavoce del Ministero degli Esteri tedesco ha dichiarato a Deutsche Welle che Berlino non era stata informata di alcun cambio di personale presso la missione afghana. Il portavoce ha aggiunto che la Germania non accetta un rappresentante dei talebani come capo ad interim dell’ambasciata.

Oltre all’ambasciata a Berlino, l’Afghanistan mantiene consolati a Bonn e Monaco. Secondo le informazioni disponibili, i talebani avrebbero anche insediato diversi diplomatici nel consolato di Bonn.

Questi sviluppi si verificano mentre i difensori dei diritti umani, i movimenti di protesta femminili e alcuni cittadini afghani continuano a sollecitare i governi stranieri a dare priorità ai diritti umani e agli interessi del popolo afghano in qualsiasi rapporto con i talebani.

 

I terroristi talebani ora hanno un’ambasciata in Germania.

La Lettre d’Afghanistan, 21 marzo 2026

I talebani ora controllano un’ambasciata dell’Emirato islamico dell’Afghanistan nel cuore di Berlino, in un’Europa che si dichiara ostile al loro regime. Non sono menzionati nei cartelli ufficiali, né sono riconosciuti dal governo tedesco, eppure vi tengono riunione, prendono decisioni, firmano documenti e intrattengono rapporti con le autorità locali. Ciononostante, Berlino continua a ripetere, con cautela, di non riconoscere il regime talebano, come se questa sola affermazione fosse sufficiente a cancellare la realtà che si cela dietro le mura dell’ex “ambasciata afghana”.

A Berlino, un diplomatico di nome Abdul Baqi Popal, fino a poco tempo fa, incarnava ancora la rappresentanza dell’ex Repubblica Islamica. Numerosi giornali descrivevano questo capo missione come un simbolo di continuità con uno stato afghano democraticamente eletto, un tramite per la diplomazia in esilio. Ma i documenti ottenuti da Afghanistan International raccontano una storia diversa: al palazzo presidenziale di Kabul, il “Primo Ministro” Mullah Hasan Akhund ha retrocesso Popal, fissando la fine della sua missione al 31 dicembre 2025 e ordinandogli di tornare nella capitale afghana.

In cambio, Popal ha negoziato lo status di semplice impiegato locale, rimanendo al suo posto con uno stipendio mensile di 2.500 euro, secondo gli stessi documenti. Per Berlino, continua a essere un interlocutore pratico; per Kabul, ora è semplicemente un tecnico, un tramite per un nuovo emissario talebano, Nibras-ul-Haq Aziz, che ha assunto la missione senza mai essere annunciato ufficialmente alle autorità tedesche. Si tratta di una vera e propria “ambasciata fantasma”: un regime non riconosciuto impone discretamente un proprio uomo, mantenendo l’illusione della continuità amministrativa.

Questa manovra rivela fino a che punto la diplomazia europea sia intrappolata nelle proprie contraddizioni. Da un lato, la Germania si rifiuta solennemente di riconoscere lo Stato Islamico, come del resto la maggior parte degli Stati occidentali. Dall’altro, permette a questo stesso regime di prendere il controllo di un edificio pubblico, di utilizzare i canali consolari e di gestire pratiche relative a visti e documenti d’identità. Fonti diplomatiche a Berlino ammettono persino che il Ministero degli Affari Esteri non è stato ufficialmente informato della nomina di Nibras-ul-Haq Aziz: si tratta quindi di un’ambasciata che opera in una “zona grigia”, tra legalità tecnica e illegalità politica.

Perché Berlino si comporta in questo modo? La risposta risiede nella logica implicita delle deportazioni e dei controlli migratori. Per rimandare gli afghani a Kabul, per “normalizzare” i rimpatri, lo Stato tedesco ha bisogno di documenti convalidati da un’autorità che di fatto controlla il territorio afghano. Tale autorità, oggi, è l’Emirato islamico. Accettando di trattare con i suoi rappresentanti, Berlino instaura di fatto un rapporto senza doverlo formalizzare legalmente.

Il prezzo di questo calcolo è immediatamente politico e simbolico. Ogni documento firmato da un diplomatico talebano a Berlino rafforza l’immagine di un regime che si presenta come un governo legittimo, capace di mantenere una presenza diplomatica nel cuore dell’Europa. I talebani, che chiudono le scuole femminili, perseguitano i giornalisti e reprimono le minoranze, possono ora esibire una sede ufficiale a Berlino come trofeo di legittimazione internazionale, anche se la parola “riconoscimento” rimane proibita nei comunicati di Berlino.

Per gli ex diplomatici afghani e i rappresentanti dell’ex repubblica, questa situazione rappresenta un lento tradimento, somministrato a piccole dosi. Hanno visto la loro ambasciata, il loro consolato, la loro bandiera, i loro servizi legali, i loro documenti riservati, gradualmente trasferiti nelle mani di un regime che li ha estromessi dal potere con la forza. Sanno che i dati custoditi in questi luoghi – liste, contatti, fascicoli su difensori dei diritti umani, donne in politica e giornalisti in esilio – potrebbero essere utilizzati prima o poi per colpire i loro compagni rimasti in Afghanistan.

La Germania, dal canto suo, si nasconde dietro la sua formula magica: il “non riconoscimento ufficiale”. Ma questa formula non basta a cancellare la realtà. I ​​talebani ora hanno un’ambasciata in Germania, riconosciuta o meno. Ricevono visitatori, intrattengono corrispondenza con loro, controllano le identità amministrative di decine di migliaia di afghani e piantano la loro bandiera nel cuore dell’Europa. Finché Berlino continuerà a trattare con loro senza mai chiarire completamente la natura di questa presenza, l’Emirato islamico potrà continuare a presentarsi come uno Stato a tutti gli effetti, e non più come una rete di “terroristi” la cui esistenza viene negata.

I talebani sono riusciti dove molti pensavano che l’ostracismo occidentale avrebbe impedito loro di radicarsi: hanno un’ambasciata in Germania. Il resto è solo questione di discrezione diplomatica.

[Trad. automatica]

I rimpatri forzati nell’Afghanistan dei talebani devono cessare immediatamente!

Amnesty International, 19 dicembre 2025

Tutti i rimpatri forzati di rifugiati e richiedenti asilo in Afghanistan devono cessare immediatamente, ha affermato Amnesty International, poiché gli ultimi dati delle Nazioni Unite hanno rivelato che Iran e Pakistan, da soli, hanno espulso illegalmente oltre 2,6 milioni di persone nel Paese quest’anno. Circa il 60% di coloro che sono stati rimpatriati sono donne e bambini. Migliaia di altri sono stati espulsi dalla Turchia e dal Tagikistan.

Queste cifre emergono mentre i talebani intensificano i loro attacchi ai diritti umani, con effetti devastanti soprattutto su donne e ragazze, e il paese rimane in preda a una crisi umanitaria, ulteriormente aggravata dalla recente serie di disastri naturali.

L’aggravarsi della crisi umanitaria in Afghanistan aumenta il rischio reale di gravi danni per i rimpatriati e sottolinea gli obblighi vincolanti di non respingimento degli Stati ai sensi del diritto internazionale consuetudinario, che proibisce il rimpatrio forzato di chiunque in un luogo in cui corre un rischio reale di gravi violazioni dei diritti umani.

Quest’anno, anche gli stati europei hanno intensificato gli sforzi per rimpatriare forzatamente gli afghani; i media riportano che Germania , Austria e Unione Europea stanno negoziando con le autorità de facto talebane per facilitare i rimpatri forzati.

“Nonostante la ben documentata repressione dei diritti umani da parte dei talebani, molti stati, tra cui Iran, Pakistan, Turchia, Tagikistan, Germania e Austria chiedono a gran voce di deportare gli afghani in un paese in cui le violazioni, in particolare contro donne, ragazze e voci di dissenso, sono diffuse e sistematiche. Questo senza nemmeno menzionare la terribile e profonda crisi umanitaria, con oltre 22 milioni di persone – quasi metà della popolazione del paese – bisognose di assistenza”, ha dichiarato Smriti Singh, direttrice regionale di Amnesty International per l’Asia meridionale.

“Questa corsa al rimpatrio forzato in Afghanistan ignora le ragioni per cui sono fuggiti e i gravi pericoli che corrono se vengono rimpatriati. Dimostra un chiaro disprezzo per gli obblighi internazionali degli Stati e viola il principio vincolante di non respingimento”.

Sotto il regime talebano, donne e ragazze vengono sistematicamente eliminate dalla vita pubblica. È loro vietato l’accesso all’istruzione oltre i 12 anni, viene negata loro la libertà di movimento e di espressione e non è consentito loro di lavorare con le Nazioni Unite, le ONG o negli affari di Stato, salvo casi eccezionali come la sicurezza aeroportuale, l’istruzione primaria e l’assistenza sanitaria. Anche coloro che lavoravano per il precedente governo – in particolare i membri delle Forze di Difesa e Sicurezza Nazionale afghane (ANDSF) – o coloro che criticano le politiche draconiane dei talebani, inclusi difensori dei diritti umani e giornalisti, subiscono continue e severe rappresaglie.

Amnesty International ha condotto 11 interviste a distanza: sette con persone costrette a tornare in Afghanistan dall’Iran e dal Pakistan e quattro con rifugiati e richiedenti asilo afghani a rischio di espulsione immediata dall’Iran e dal Pakistan, tra luglio e novembre 2025. Una delle quattro intervistate, temendo l’arresto da parte dei talebani, è riuscita a tornare nel Paese da cui era stata espulsa.

Attacchi contro ex dipendenti pubblici

A seguito dei recenti scontri transfrontalieri con i talebani, il Pakistan ha intensificato gli sforzi per espellere i rifugiati afghani. Nel frattempo, in Iran, almeno 2,6 milioni di afghani sono stati registrati nel 2022 per la protezione temporanea e l’accesso ai servizi di base, tra cui istruzione pubblica, permesso di lavoro e assistenza sanitaria statale, tramite un documento di “conta”.

Tuttavia, il 12 marzo 2025 il Centro iraniano per gli affari dei cittadini stranieri e dell’immigrazione, che dipende dal Ministero degli Interni, ha annunciato che i documenti di “conta” per gli afghani sarebbero scaduti automaticamente dall’inizio dell’anno 1404 del calendario iraniano (corrispondente al 21 marzo 2025) e che l’accesso ai servizi socioeconomici sarebbe stato interrotto.

Le espulsioni di massa da parte delle autorità iraniane sono aumentate in seguito all’escalation delle ostilità tra Israele e Iran nel giugno 2025 e, tra luglio e ottobre 2025, oltre 900.000 afghani sono stati espulsi illegalmente dall’Iran, su 1,6 milioni tra gennaio e ottobre 2025.

Shukufa* ha lavorato con l’ex governo afghano e presso un’organizzazione internazionale prima della presa del potere da parte dei talebani nell’agosto 2021. È fuggita in Iran all’inizio del 2022, ma è stata rimpatriata forzatamente pochi mesi dopo, alla scadenza del suo visto. Subito dopo il ritorno, è fuggita in Pakistan, dove è riuscita a registrarsi per l’asilo presso l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Ma nel giugno 2025, la polizia ha fatto irruzione nella sua casa ed è stata deportata in Afghanistan insieme ai suoi familiari.

Ha descritto la situazione sotto i talebani: “Non possiamo uscire liberamente di casa… non ci sono opportunità di lavoro. Le scuole femminili sono chiuse. Non ci sono opportunità di lavoro. Noi [come ex funzionari governativi e attiviste] non possiamo andare direttamente negli uffici gestiti dai talebani per paura di essere riconosciute”.

Diversi ex funzionari governativi, membri delle ex forze di sicurezza e attivisti che hanno parlato con Amnesty International hanno dichiarato di vivere nella paura e di non poter tornare nelle loro province o nelle loro precedenti residenze a causa del loro passato lavoro e attivismo. Nonostante l’annuncio di un’amnistia generale per coloro che hanno lavorato sotto il precedente governo, i talebani hanno costantemente preso di mira ex funzionari governativi e membri delle forze di sicurezza e di difesa con arresti arbitrari, torture, detenzioni illegali ed esecuzioni extragiudiziali.

Questi abusi sono continuati, anche nei confronti di individui rimpatriati forzatamente. La Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) ha documentato 21 casi di arresti arbitrari, torture e maltrattamenti, insieme all’uccisione di 14 ex membri del personale di sicurezza e difesa solo tra luglio e settembre 2025. Il 21 novembre, un organo di stampa afghano operante dall’estero ha riferito che i talebani avevano arrestato cinque ex membri del personale di sicurezza che erano stati deportati dall’Iran e si stavano dirigendo verso la loro provincia d’origine, il Panjshir.

Shukufa*, che ha lavorato con il precedente governo, ha dichiarato: “Non posso tornare nel posto in cui vivevo prima. C’è qualcun altro che vive nella stessa casa. Abbiamo affittato una casa in un’altra zona… Mio marito lavorava nelle agenzie di sicurezza. Anche lui teme per la sua sicurezza”.

Gull Agha*, che lavorava nelle agenzie di sicurezza e difesa prima dell’agosto 2021, è stato costretto a tornare dall’Iran nell’aprile 2025 dopo che il suo documento di “conta dei dipendenti” è stato dichiarato scaduto. Ha affermato che i funzionari iraniani avevano affermato che lui e altri cittadini afghani avrebbero potuto rientrare in Iran richiedendo visti di lavoro presso il consolato e l’ambasciata iraniani in Afghanistan, senza riconoscere i gravi rischi che Gull Agha e altri come lui avrebbero affrontato se fossero tornati in Afghanistan.

Ha affermato: “Sebbene ci abbiano detto che (in Afghanistan) possiamo rivolgerci al consolato iraniano per un visto di lavoro, poiché sono un ex agente di sicurezza, non posso andare a richiedere un passaporto [afghano] all’ufficio passaporti. Contiene tutti i miei dati biometrici”.

Ha anche affermato che a coloro che si erano rivolti al consolato iraniano era stato detto che non esisteva alcun programma di “visto di lavoro”.

Nell’agosto 2025, un’indagine dell’UNHCR ha rilevato che l’82% dei rimpatriati era indebitato a causa dello sfollamento, della mancanza di lavoro e dei prestiti contratti per soddisfare i bisogni primari al momento dell’arrivo in Afghanistan.

Persecuzione di donne e ragazze

Nonostante siano vittime di alcune delle peggiori discriminazioni di genere al mondo – che equivalgono al crimine contro l’umanità della persecuzione di genere – donne e ragazze vengono deportate in massa in Afghanistan. Secondo le stime delle Nazioni Unite, fino a giugno 2025, metà delle persone deportate dal Pakistan e il 30% delle persone deportate dall’Iran  erano donne e ragazze.

L’attivista per i diritti delle donne Sakina* è fuggita in Pakistan dopo la presa del potere da parte dei talebani nel 2021, ma è stata rimpatriata con la forza nel settembre 2025, nonostante fosse registrata presso l’UNHCR e inserita in un programma di reinsediamento umanitario degli Stati Uniti.

I talebani arrestarono e picchiarono due volte i membri della famiglia di Sakina per rivelare dove si trovasse. Al suo ritorno in Afghanistan, si trasferì in un’altra provincia prima di fuggire nuovamente dal Paese.

“Non sono uscita di casa durante il mio soggiorno in Afghanistan. Le donne hanno paura dei talebani. Ho sentito che [la speranza] era morta nelle persone a causa della paura dei talebani.”

Tutti gli Stati devono immediatamente porre fine ai rimpatri forzati e rispettare i propri obblighi di non respingimento previsti dal diritto internazionale. Non farlo significa ignorare i gravi pericoli che gli afghani affrontano e ignorare le proprie responsabilità legali e morali. Gli Stati devono inoltre ampliare e accelerare le rotte di reinsediamento e riconoscere i difensori dei diritti umani afghani, le donne e le ragazze, gli ex funzionari, i giornalisti e altre persone a rischio maggiore, come rifugiati prima facie”, ha affermato Smriti Singh.

* I nomi sono stati cambiati per proteggere l’identità

 

Francia e Germania in campo, le spie europee tornano a Kabul

Giuseppe Gagliano it.insideover.com , 13 dicembre 2025

Quattro anni dopo il ritorno dei talebani al potere, Kabul non è più solo la capitale di un Emirato isolato. È tornata a essere un crocevia di spie, emissari, intermediari. Tra gli attori più attivi ci sono i servizi di informazione esteri di Francia e Germania, decisi a ricostruire, in silenzio, la loro rete di influenza dopo il disastro del ritiro occidentale del 2021. Non è un ritorno nostalgico, ma una mossa che intreccia sicurezza, equilibri regionali e interessi economici.

Il ritorno discreto di Parigi e Berlino

Dalla metà del 2024 funzionari francesi e tedeschi sono tornati a operare sul terreno, spesso dietro coperture diplomatiche o umanitarie. Il loro obiettivo principale è chiaro: penetrare i livelli più alti della gerarchia talebana, arrivare il più vicino possibile al cerchio che circonda il capo supremo, il mullah Hibatullah Akhundzada, che governa dall’ombra a Kandahar. Chi riesce a stabilire rapporti con quegli ambienti ottiene informazioni preziose su lotte interne, rapporti con gruppi armati, orientamento reale della leadership.

Francia e Germania non si muovono in ordine sparso. Le loro strutture di informazione hanno una lunga abitudine alla cooperazione, dalle operazioni congiunte di ascolto elettronico in Medio Oriente alle missioni in Sahel. A Kabul lo schema si ripete: condivisione di basi logistiche, incrocio di fonti, divisione dei compiti tra chi ha più esperienza linguistica e chi dispone di strumenti tecnici più avanzati.

Le cicatrici del 2021 e il conto aperto con Kabul

Questo ritorno avviene sullo sfondo di una ferita ancora aperta. Per oltre un decennio la Francia aveva costruito, assieme al vecchio servizio di sicurezza afghano, una struttura di cooperazione che impiegava decine di agenti locali, pagati per individuare minacce e proteggere le truppe dispiegate nelle provincie. La Germania, dal canto suo, aveva integrato i propri ufficiali di informazione nei comandi della missione atlantica, soprattutto nella zona settentrionale.

Il crollo improvviso del governo di Kabul nel 2021 travolse queste reti. Una parte degli agenti afghani fu evacuata in fretta, grazie a operazioni speciali condotte da Parigi e Berlino, ma molti altri furono lasciati indietro, costretti alla fuga verso Pakistan e Iran o nascosti in patria. Ne nacquero polemiche, inchieste giornalistiche, ricorsi giudiziari. In Germania i servizi furono accusati di aver sottovalutato la rapidità dell’offensiva talebana, in Francia di aver abbandonato collaboratori che avevano rischiato la vita per anni.

Quella sconfitta, però, ha prodotto una lezione: i servizi europei vogliono tornare a “vedere” l’Afghanistan direttamente, senza dipendere solo dalle analisi dei partner d’oltreoceano.

L’Afghanistan come nodo della sicurezza globale

Perché tanto interesse oggi per un Paese impoverito, isolato e devastato? Perché l’Afghanistan è di nuovo un nodo critico della sicurezza globale. La nuova dirigenza talebana è attraversata da divisioni: da un lato i rigoristi ossessionati dal controllo sociale, dall’altro figure più pragmatiche preoccupate per il collasso economico. A questo si aggiungono la presenza di cellule legate alla vecchia rete di Al Qaida e l’attività crescente di gruppi che si richiamano allo Stato islamico con base nella regione.

Per le capitali europee questo significa rischio di nuovi attentati, flussi di combattenti verso altre aree di crisi, pressione migratoria, instabilità ai confini di Pakistan e Asia centrale. Per questo Francia e Germania vogliono fonti interne al sistema talebano: non solo per anticipare minacce, ma anche per capire quali fazioni possono essere influenzate, contenute o isolate.

Il gioco delle potenze e la sfida a Cina e vicini

Il ritorno dei servizi francesi e tedeschi si inserisce in un confronto più ampio. La Cina ha investito in concessioni minerarie e infrastrutture, interessata alle immense risorse di rame, terre rare e altre materie prime strategiche. Il Pakistan cerca di manovrare i talebani per garantirsi profondità strategica e contenere i propri gruppi ribelli. L’India prova ad aprire canali, temendo che Kabul torni a essere retrovia di formazioni ostili al suo territorio.

In questo mosaico, Parigi e Berlino non possono permettersi di essere cieche. Le informazioni raccolte a Kabul e Kandahar servono non solo a prevenire attentati in Europa, ma anche a capire come l’intreccio tra Cina, Russia, Pakistan e India plasmerà le rotte commerciali e i flussi energetici della regione. Avere una propria capacità di lettura significa evitare di dipendere totalmente dagli alleati d’oltreoceano e difendere margini di autonomia strategica.

La dimensione geoeconomica del ritorno

L’Afghanistan, pur in rovina, occupa una posizione chiave: tra Asia centrale, subcontinente indiano e corridoi che collegano il Golfo, la Cina e la Russia. La stabilità, anche minima, del Paese influenza vie di transito per merci, progetti di oleodotti e gasdotti, linee ferroviarie pensate per aggirare strozzature marittime.

Per Francia e Germania, che restano economie esportatrici dipendenti da materie prime estere, la conoscenza dettagliata di queste dinamiche è un patrimonio strategico. Capire chi controlla i valichi, quali milizie tassano i convogli, quali accordi economici il governo talebano negozia con Pechino o Mosca significa avere anticipo sulle trasformazioni delle catene di approvvigionamento. La “guerra economica” passa ormai anche da valli e passi montani dove una colonna di camion può valere più di un reparto corazzato.

Sicurezza, diplomazia e l’ambiguità permanente

Il rientro europeo a Kabul non si limita ai servizi segreti. L’Unione ha riaperto una rappresentanza, affidando a una società privata la protezione fisica di diplomatici e funzionari. Ma al centro della scena restano gli apparati di informazione, veri architetti di un ritorno che deve essere visibile quel tanto che basta per dialogare, e invisibile quel tanto che serve per non provocare la reazione del servizio di sicurezza talebano, noto per la sua durezza.

È un gioco pericoloso: ogni reclutamento di un funzionario talebano può trasformarsi in scandalo se emerge, alimentare la propaganda antioccidentale e provocare nuove repressioni in un Paese già allo stremo. Ma, dal punto di vista di Parigi e Berlino, l’alternativa sarebbe rinunciare a qualsiasi capacità di influenza in un’area dove tutti gli altri si muovono per guadagnare terreno.

In questo senso il ritorno dei servizi francesi e tedeschi a Kabul racconta molto più dell’Afghanistan. Racconta di un’Europa che, pur esitante e divisa, ha capito di non potersi ritirare dal mondo delle guerre invisibili se vuole difendere i propri interessi, la propria sicurezza e la propria autonomia economica in un sistema internazionale sempre più duro e competitivo.

 

 

 

Trattare con i Talebani per “contrastare” i flussi migratori. Il vero volto della solidarietà europea

A fine ottobre la Commissione europea ha scritto ai 27 Stati membri per esortarli ad accelerare i rimpatri e implementare gli accordi bilaterali con Paesi extra-Ue, anche con quelli che non rispettano il diritto umanitario, come l’Afghanistan. Una strategia brutale che getta una luce inquietante sugli aiuti umanitari che Bruxelles sta garantendo a Kabul

Beatrice Biliato, Altreconomia, 18 novembre 2025

L’Unione europea sta rispondendo con prontezza alle richieste delle Nazioni Unite e delle agenzie umanitarie di inviare aiuti all’Afghanistan alle prese con il freddo che avanza, catastrofi naturali, crisi economica e sospensione dei finanziamenti statunitensi.

Ma è autentica solidarietà, generosa e disinteressata, o piuttosto un calcolato avvicinamento al governo talebano per convincerlo a riprendersi i “suoi” immigrati in Europa, in risposta alla sempre maggiore pressione delle forze di destra perché si liberino di questo “fardello”? Per provare a rispondere è utile fare un passo indietro e osservare come si sono mossi alcuni Stati europei in questi ultimi mesi.

L’isolamento in cui il governo di fatto dell’Afghanistan è stato confinato con le sanzioni comminate nei confronti dei ministri talebani, che impediscono loro di viaggiare, dovrebbe rendergli impossibile incontrare funzionari di Paesi dell’Unione, tanto più in Europa.

Invece la Germania già il 21 luglio non solo ha deportato a Kabul 81 migranti con il coordinamento dell’amministrazione talebana e l’aiuto del Qatar, ha persino invitato due rappresentanti diplomatici del governo talebano in Europa perché seguissero le pratiche dei respingimenti in futuro.

E questi personaggi non sono stati trattati da funzionari con mansioni “tecniche”: sono stati riconosciuti come nuovi portavoce facenti funzioni consolari, dopo che i precedenti della vecchia Repubblica hanno dato le dimissioni proprio per protesta contro l’invito ai “nuovi” delegati. Si è così scavalcato di fatto ogni impegno al non riconoscimento del governo talebano che gli Stati europei e la stessa Germania continuano a ribadire come loro vincolo imperativo, prefigurando un cambio della politica europea nei confronti del governo de facto.

La pensano così anche i Talebani, che infatti si sono affrettati a mettere in risalto il loro nuovo ruolo e a occupare tutti gli spazi resi disponibili in questo nuovo contesto, con grande rischio per gli emigrati e per le loro famiglie perché ora tutta la documentazione relativa ai profughi che vivono in Germania e alle loro famiglie rimaste in Afghanistan sono stati ceduti nelle loro mani.

Questa decisione di Berlino ha creato un gravissimo precedente, che altri Stati europei si sono affrettati a seguire. Infatti già il 29 luglio funzionari svizzeri hanno chiesto al loro governo un dialogo diretto con i funzionari dell’Emirato islamico dell’Afghanistan per facilitare il processo di rimpatrio forzato dei richiedenti asilo afghani.

Il 30 luglio anche la Svezia ha tentato di ricorrere alla burocrazia per rendere la vita difficile agli immigrati afghani e prepararne l’espulsione, dichiarando nulli i documenti di viaggio non regolari, unici documenti di cui sono in possesso i fuggitivi dall’Afghanistan.

Intanto i Talebani hanno alzato il tiro: hanno informato la Svizzera che non avrebbero più accettato i rimpatri che non fossero stati firmati da esponenti del proprio governo, imponendo così di fatto i loro funzionari, tanto che il 23 agosto si sono recati a Ginevra per aiutare a identificare chi dovesse essere deportato in Afghanistan.

Anche Vienna si è fatta avanti. A metà settembre una delegazione di cinque membri del ministero degli Esteri talebano si è recata nella capitale austriaca per discutere le missioni diplomatiche e i servizi consolari ai cittadini afghani che vivono in Austria e in altri Paesi europei.

Ma la tappa decisiva è stata l’istanza dei 19 Paesi europei che hanno sottoscritto il 19 ottobre di quest’anno una richiesta al Commissario europeo per gli Affari interni e le migrazioni affinché venga facilitato il rimpatrio, volontario o forzato, dei cittadini extra-europei senza permesso di soggiorno o asilo, chiedendo quindi che le deportazioni siano trattate come una “responsabilità condivisa a livello dell’Ue”.

A sottoscrivere il documento sono stati i governi di Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Austria, Polonia, Slovacchia, Svezia, Repubblica Ceca e Paesi Bassi. Si è poi aggiunta la Norvegia la quale, pur non essendo membro dell’Ue, è un Paese Schengen.

Questa stretta migratoria, se è molto grave perché rischia di ripercuotersi pesantemente su tutti i profughi rifugiatisi in Europa, ha una ricaduta ancora più inquietante quando i migranti presi di mira sono cittadini afghani, costretti a tornare a vivere sotto un regime dittatoriale e repressivo dal quale erano fuggiti spesso per salvare la pelle. Ma è ancor più grave per il risvolto internazionale che prefigura, perché si ripercuote sulle relazioni tra Europa e Afghanistan, facendo diventare il governo afghano protagonista di una trattativa che lo riconosce di fatto se non di diritto, secondo una scelta che sembra essere sempre più considerata necessaria anche ai Paesi occidentali in quanto giustificata da esigenze pragmatiche.

Infatti il respingimento degli afghani nel Paese di origine necessita dell’accordo con il governo dei Talebani, fondamentalista e gravemente persecutorio nei confronti delle donne, che nessuno al mondo tranne la Russia ha voluto finora riconoscere. Ma questo governo è disponibile a dare il suo consenso al rientro dei suoi concittadini solo in cambio di un avanzamento del suo posizionamento nel mondo verso il riconoscimento legale. Posizione che rimane sottotraccia nella richiesta di deportazione avanzata degli Stati europei.

A estendere la nuova “linea politica” ci ha pensato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, inviando il 22 ottobre una lettera a tutti i 27 Stati dell’Unione per esortarli ad accelerare i rimpatri e implementare gli accordi bilaterali con i Paesi extra-Ue, anche con quelli che non rispettano il diritto umanitario, tipo l’Afghanistan.

Quindi trattare con il governo talebano, aprendo al dialogo e ai suoi ambasciatori, riconoscendogli di fatto un ruolo ufficiale sebbene ciò contraddica le dichiarazioni che la stessa Ue continua a proclamare, è la nuova strategia europea per “ridurre” l’immigrazione. La politica di dialogo dell’Ue con il governo talebano è stata del resto ribadita anche dal nuovo rappresentante Ue per l’Afghanistan, Gilles Bertrand, che appena eletto si è recato a Kabul per confermare direttamente ai Talebani l’intenzione dell’Ue a portare avanti il processo di dialogo stabilito nell’ambito degli accordi di Doha 3 – quelli cioè che escludono qualsiasi trattativa sui diritti delle donne per far piacere ai Talebani- offrendo e chiedendo collaborazione a vari livelli.

È quanto del resto ha ribadito il Parlamento europeo nel suo ultimo comunicato in cui, mentre prende una decisa posizione contro l’apartheid di genere e denuncia le responsabilità dei Talebani, anziché proporre provvedimenti per isolarli stringe i legami attraverso viaggi in Afghanistan e contatti segreti tra diplomatici, giustamente denunciati da alcune deputate europee.

In questa ottica, assume una luce più inquietante e interessata l’erogazione di aiuti umanitari che Bruxelles sta garantendo a Kabul sotto varie forme: non appare come un libero impegno dei Paesi europei democratici, solidali nei confronti del popolo afghano affamato, ma invece come un sostegno al governo talebano per avere in cambio la deportazione dei migranti afghani e agevolare il consenso dell’opinione pubblica europea sempre più xenofoba.

Afghanistan: storie di donne tra terremoti, propaganda e deportazioni

Mariam, attivista di Rawa, continua a raccontarci il suo Paese e le sfide e i problemi di ogni giorno…

Silvia Cegalin, La redazione, 18 settembre 2025

È il 1° Settembre, da pochi giorni è uscito il mio articolo in cui Mariam, un’attivista di Rawa, ha raccontato della condizione delle bambine in Afghanistan e dei problemi legati ai matrimoni precoci.
Ed è proprio in quella giornata che giungono immagini di devastazione dall’Afghanistan causate da un violento terremoto verificatosi tra il 31 Agosto e il 1° Settembre con epicentro di magnitudo 6.0 h localizzato a circa 30 km da Jalalabad. A subire i danni maggiori sono state le province di Kunar, Nangarhar, Badakhshan e Nuristan. Zone dell’Afghanistan orientale che per la loro conformazione montuosa sono impervie e molto difficili da raggiungere e ciò rende complicati i soccorsi e la distribuzione degli aiuti, anche a causa delle frane che nel frattempo si sono verificate.

Le immagini video sono poche ma rendono perfettamente l’idea della gravità dell’accaduto. Penso alla popolazione, ma soprattutto a quelle donne e bambine che ho raccontato nei miei articoli e, naturalmente, alle attiviste di Rawa. A Mariam, a Shakiba (attivista che ho avuto la fortuna di conoscere di persona) e a tutte le altre che da anni, in condizioni territoriali e sociali critiche, perseverano con coraggio nel progetto di Meena. Per ragioni di sicurezza non si possono ricevere notizie troppo dettagliate sulla loro condizione, e questo in un certo senso provoca tristezza, rendendo ancora più percepibile quanto siano rischiose le loro attività e per questo necessitino di rimanere clandestine.

L’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, ha informato che al 5 Settembre si contano 2.205 vittime e oltre 3.640 feriti, ma il bilancio è in continuo aggiornamento. «Interi villaggi sono stati distrutti e almeno 6.700 case sono crollate. Gli ospedali sono stati gravemente danneggiati, e le strade principali sono ancora bloccate dalle macerie, rendendo difficili le operazioni di soccorso».

CISDA – coordinamento italiano sostegno donne afghane, in un suo recente comunicato, riferisce: «La grave carenza di medici donne rappresenta una sfida importante, poiché i Talebani non permettono ai medici uomini di curare le donne. Queste restrizioni hanno peggiorato ulteriormente la situazione, rendendo le condizioni di sopravvivenza a Kunar davvero orribili e inimmaginabili.

Uno dei nostri medici ha raccontato di come, una volta arrivati nella zona, abbiano incontrato una donna che aveva visto morire i suoi quattro figli. Era in uno stato di shock così profondo da aver perso la ragione. L’assenza di personale medico femminile e le restrizioni imposte dai Talebani, che impedivano ai medici uomini di assisterla, hanno peggiorato ulteriormente la situazione. Fortunatamente, appena raggiunta la zona, la nostra equipe è riuscita a somministrarle un sedativo per calmarla e alleviare la sua sofferenza.

Un altro caso riguarda una donna semisepolta sotto le macerie. I Talebani insistevano sul fatto che “toccare una donna non-mahram è peccato” e che, nonostante avesse entrambe le gambe rotte doveva uscire da sola, ma il nostro team è riuscito a salvarla e a trasferirla in ospedale».

Questo ovviamente succedeva dopo l’incontro video organizzato in Agosto da CISDA con Mariam che dopo aver denunciato il problema delle spose bambine, ha continuato a illuminarci sulla condizione del suo Paese.

Bombe e propaganda: come gli Usa hanno usato la questione femminile per promuovere la guerra

«La situazione attuale in Afghanistan non è quella che viene raccontata di solito dai media occidentali. Quando si cercano notizie sull’Afghanistan in internet raramente si trovano resoconti e notizie che mostrano la situazione reale del popolo afghano. A volte si legge che la vita è tornata alla normalità e che è in qualche modo migliorata. Ma ciò non è assolutamente vero. Questo può essere dovuto al fatto che la popolazione è quasi costretta ad un silenzio forzato e se parla ha timore di ritorsioni, di conseguenza può sembrare che tutto sembri tranquillo, ma così non è» afferma Mariam.

In effetti va detto che dell’Afghanistan nei media se ne parla soprattutto quando si verificano fatti gravi o in vicinanza della ricorrenza del 15 Agosto (giorno della fuga degli americani da Kabul), come se al di fuori delle “tragedie” l’Afghanistan non meritasse attenzione e ci fosse poco da scrivere, oppure, come precisa Mariam, «quando bisogna promuovere una determinata propaganda».

«L’obiettivo degli Stati Uniti e degli stati Europei è stato sempre quello di usare la promozione dei diritti delle donne in Afghanistan come strumento di propaganda per poter proseguire le proprie azioni belliche nel territorio. A tal proposito è sufficiente ricordare i file scoperti e pubblicati da Wikileaks nel 2010, i cosiddetti Afghan War Logs. Uno di questi documenti sosteneva che più donne e più figure femminili sarebbero dovute essere promosse pubblicamente e presentate alla società per far vedere che la guerra stava avendo dei risultati positivi. Quindi i media mondiali e l’intera comunità internazionale hanno accettato e giustificato la guerra americana in Afghanistan credendo, o volendo credere, che si stava svolgendo “per il bene delle donne”, ma in pratica abbiamo visto che era tutto falso. Da diversi anni Rawa sostiene che i diritti delle donne sono sempre stati abusati dai governi occidentali e dai fondamentalisti, ovviamente, in modi diversi».

In un file classificato dalla CIA, ad esempio, si consigliava di delineare possibili strategie di pubbliche relazioni per rafforzare il sostegno alla guerra in Afghanistan dell’opinione pubblica in Francia e in Germania. In Francia la propaganda doveva fare leva sulla preoccupazione che con i Talebani venissero meno “i progressi raggiunti nell’istruzione delle ragazze”, così da “dare agli elettori una ragione per sostenere, nonostante le vittime, una causa buona e necessaria”. In Germania invece il gioco di persuasione puntava sulla narrazione della paura; in pratica questa guerra andava sostenuta per evitare il ritorno al terrorismo, scongiurare l’aumento del traffico di droga e l’arrivo dei rifugiati.

Su questa questione le attiviste di Rawa non hanno mai smesso di scrivere, e dal 2010, cioè da quando sono trapelati i file di Wikileaks, hanno denunciato quasi settimanalmente la macchina di manipolazione mediatica e propagandistica messa in moto dagli Stati Uniti con la complicità dei governi Europei.

Deportazione di afghani, con la Germania che consente l’ingresso nel Paese a due inviati del regime talebano

Ci hanno gettati via come spazzatura”. Questo è il titolo di un articolo pubblicato il 16 Luglio nel sito di Rawa, articolo che denuncia la deportazione di milioni di afghani. «Da Shiraz a Zahedan, vicino al confine afghano, ci hanno portato via tutto. Sulla mia carta di credito c’erano 15 milioni di toman (110 sterline). Una bottiglia d’acqua costava 50.000 toman, un panino freddo 100.000. E se non ce l’avevi, tuo figlio rischiava di morire» racconta Sahar. «Sahar racconta che le sue opportunità in Afghanistan sono poche. Ha una madre anziana a Baghlan, ma non ha una casa, un lavoro e un marito, il che significa che, secondo le leggi dei Talebani, non può viaggiare da sola o lavorare legalmente. “Ho chiesto della terra ai Talebani e qualsiasi aiuto per ricominciare. Mi hanno risposto: “Sei una donna, non hai mahram. Non hai i requisiti”. Molte finiscono per affidarsi alla famiglia allargata o a reti informali. Una donna, tornata di recente con un neonato, racconta che le sono stati negati cibo e alloggio. “Mi hanno detto: ‘Non hai i requisiti. Non hai un uomo con te’. Ma il mio bambino ha solo quattro giorni. Dove dovrei andare?”».

A metà Luglio gli esperti delle Nazioni Unite hanno comunicato che oltre 1,9 milione di afgani sono tornati o sono stati costretti a tornare in Afghanistan dall’Iran e dal Pakistan nel 2025. Più di 300.000 afghani sono rientrati dal Pakistan e oltre 1,5 milioni dall’Iran; 410.000 invece sono gli espulsi dall’Iran dal 24 Giugno a seguito del conflitto tra Iran e Israele. Migliaia di rimpatriati, informa sempre l’ONU, sono minori non accompagnati e in molti casi per farli rientrare si è usata la scusante della “sicurezza nazionale”.

Non solo Iran e Pakistan. Il 18 Luglio la Germania ha rimpatriato 81 cittadini afghani. Il ministro degli Interni tedesco, Alexander Dobrindt, politico dell’Unione Cristiano Sociale (CSU), ha definito questa deportazione come parte di un piano di rimpatrio collettivo, precisando che si tratterebbe di uomini afghani aventi precedenti penali, riporta il giornale tedesco Deutsche Welle. A tal proposito, in concomitanza con questo rimpatrio, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk, riferendosi anche alle deportazioni effettuate dall’Iran e dal Pakistan, ha chiesto l’immediata cessazione del rimpatrio forzato di tutti i rifugiati e richiedenti asilo afghani, in particolare di quelli a rischio di persecuzione, detenzione arbitraria o tortura al loro ritorno. Questa non è comunque la prima deportazione effettuata dalla Germania: il 30 Agosto 2024 un gruppo di 28 cittadini afghani è stato espulso dalla Germania e rimpatriato in Afghanistan.
Per gestire le deportazioni il governo tedesco come intermediario si è affidato al Qatar in modo da facilitare i “contatti tecnici” con i Talebani. Ma già a inizio Luglio, in un’intervista rilasciata su Focus, Dobrindt aveva annunciato l’intenzione di stringere accordi direttamente con l’Afghanistan per consentire i rimpatri evitando così terze parti, come appunto il Qatar.

Il governo tedesco, come il resto della comunità internazionale, ad eccezione della Russia, non riconosce formalmente il governo talebano, nonostante questo a metà Luglio il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha aperto una porta consentendo l’ingresso nel Paese a due inviati del regime talebano al potere in Afghanistan. Merz ha precisato che al personale consolare sarà consentito entrare e lavorare nel Paese, ma ciò non significherà alcun riconoscimento diplomatico dei talebani islamisti.

È di un’altra idea Mariam che in questi rapporti individua l’ennesimo atteggiamento ipocrita degli Stati occidentali. «Noi di Rawa abbiamo sempre ripetuto che i cosiddetti colloqui di pace del 2020 stipulati a Doha tra gli Stati Uniti e i Talebani hanno portato il ritorno del regime. Il trattato infatti prevedeva di mettere fine al conflitto armato con il ritiro delle forze armate statunitensi dal Pese e il conseguente rilascio di 5.000 terroristi talebani nel 2020 dalle prigioni afghane, oltre che molti altri accordi. Nonostante, quindi, gli Stati Uniti e la maggior parte dei governi europei ufficialmente non riconoscano i Talebani, ufficiosamente questi non sono mai apparsi troppo isolati, anche se sulla carta è il governo russo il solo che ha riconosciuto questo regime. Cedere, ad esempio, le ambasciate alle autorità talebane (come hanno fatto Iran e Pakistan ad esempio) può essere considerato come il primo passo per accettare ufficialmente un governo».

Questo ovviamente vale anche per le recenti decisioni prese dalla Germania: un ulteriore schiaffo ai diritti umani e a ciò che fino a ieri si è professato, erigendosi a paladini dei diritti e delle libertà: valori, oggi – come ieri, calpestati.

Immagine di copertina gentilmente concessa da Cisda

Deportati in Afghanistan: la Germania rimanda a Kabul espulsi e condannati

Il manifesto, 19 luglio 2025, di Giuliano Battiston

Espulsioni Onu: si rischia di violare il principio di non respingimento

Un volo della Qatar Airways è partito ieri dall’aeroporto di Lipsia alle 8.35, destinazione Kabul. A bordo 81 cittadini afghani, rimpatriati nell’Afghanistan governato dai Talebani anche grazie alla mediazione del Qatar. L’operazione è stata confermata dal ministro degli Interni tedesco, Alexander Dobrindt: «La Germania deporta 81 cittadini nel loro Paese d’origine come parte di un piano di rimpatrio collettivo. Si tratta di uomini afghani che sono tenuti legalmente ad abbandonare il Paese e che hanno precedenti penali. Tutte le loro richieste di asilo sono state legalmente respinte senza ulteriori ricorsi». Per il governo tedesco, entrato in carica lo scorso maggio, il trasferimento è un modo per dare seguito alle promesse elettorali rispetto a una pratica che deve diventare europea ed è del tutto legale: i deportati avevano un ordine di espulsione ed erano stati già condannati dalla giustizia penale, assicurano a Berlino. Proprio ieri, riferendosi in particolare alle deportazioni di massa dall’Iran e dal Pakistan, l’Alto Commissario delle Nazioni unite per i Diritti umani, Volker Türk, ha chiesto però di fermare immediatamente il rimpatrio forzato di tutti i rifugiati afghani e richiedenti asilo.

L’Onu ha inoltre ricordato che «rimandare le persone in un Paese in cui rischiano di subire persecuzioni, torture, trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti o altri danni irreparabili, viola il principio fondamentale del diritto internazionale di non respingimento» qualunque sia lo status dei rimpatriati. Amnesty International, criticando le deportazioni, ha ricordato che la situazione in Afghanistan è «catastrofica» e che «esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate e torture sono all’ordine del giorno». Da Kabul, i Talebani fanno sapere che, dopo aver esaminato i casi, tratteranno i rimpatriati secondo la sharia. In quanto alla reale pericolosità dei degli afghani deportati (in tasca mille euro ciascuno donati dal governo tedesco per evitare di violare una norma che impedisce di trasferire chi è a rischio di immediata indigenza) nessuna informazione supplementare.

Come già accaduto in passato. Quello di ieri è il primo volo di questo tipo voluto dal governo del cancelliere Friedrich Merz, ma non in assoluto: 28 cittadini afghani sono stati rimpatriati già lo scorso agosto, anche in quel caso accusati di crimini, senza che il governo dell’allora cancelliere Olaf Scholz fornisse prove documentali. Scholz, in quell’occasione, aveva annunciato altri trasferimenti. Un’eredità raccolta da Merz, che intende dettare la linea anche in Europa: «Le deportazioni in Afghanistan devono continuare in modo sicuro anche in futuro. Non esiste un diritto di residenza per i criminali nel nostro Paese». In base a quale accordo, e in cambio di quali vantaggi per l’Emirato, siano avvenuti questi due trasferimenti non è dato sapere. Berlino non riconosce l’Emirato islamico, il governo dei Talebani è riconosciuto soltanto da Mosca. Merz ha fatto sapere che l’espulsione è stata preceduta da settimane di negoziati, che i colloqui con i Talebani ci sono ma solo di natura tecnica, funzionali ai rimpatri.

Ma in un’intervista alla rivista tedesca Focus ha spiegato che la sua idea è «stringere accordi direttamente con l’Afghanistan per consentire i rimpatri» evitando terze parti, come il Qatar. E non è sfuggita agli osservatori più attenti che il governo tedesco potrebbe consentire l’arrivo di funzionari dell’Emirato al consolato di Berlino per facilitare le cose.

Un modo per riprendere a pieno regime quelle deportazioni che sono state una costante nel rapporto tra molti Paesi europei e l’Afghanistan, al tempo del precedente regime, la Repubblica islamica. Ieri, al termine di un incontro nel sud della Germania con i suoi omologhi da Francia, Polonia, Austria, Danimarca e Repubblica ceca, il ministro degli interni tedesco Dobrindt ha annunciato un accordo per inasprire le politiche migratorie e consentire i rimpatri. Anche in Afghanistan e Siria.