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Tag: Guerra

136.000 persone per settimane senza cibo nel Nuristan

Siyar Sirat, AMU Tv, 22 aprile 2026

Secondo il Comitato Internazionale della Croce Rossa, circa 136.000 persone nella provincia di Nuristan, nell’Afghanistan orientale, hanno sofferto di gravi carenze di cibo, assistenza sanitaria e beni di prima necessità dopo settimane di isolamento causato dal conflitto in corso.

Per oltre sei settimane, l’insicurezza e il blocco delle vie di accesso hanno isolato circa 17.000 famiglie nei distretti di Kamdesh e Barg-e-Matal, lasciando le comunità senza un accesso affidabile ai servizi essenziali, ha dichiarato l’organizzazione martedì.

A seguito di prolungati negoziati con le parti in conflitto, le agenzie umanitarie hanno finalmente iniziato a consegnare gli aiuti urgentemente necessari nella regione, segnando un raro ripristino dell’accesso a una delle aree più remote e colpite dell’Afghanistan.

L’operazione, guidata dal Comitato Internazionale della Croce Rossa in coordinamento con la Mezzaluna Rossa afghana e il Programma Alimentare Mondiale, è incentrata sulla distribuzione di cibo, forniture mediche e altri beni di prima necessità, ha dichiarato l’agenzia.

I funzionari delle organizzazioni umanitarie hanno affermato che la svolta è arrivata dopo settimane di dialogo volto a garantire il passaggio sicuro e senza ostacoli agli operatori umanitari neutrali. L’accordo ha permesso ai convogli di iniziare a raggiungere comunità che erano in gran parte inaccessibili.

La riapertura delle strade di accesso al Nuristan ha inoltre permesso ai mercati di ricominciare a rifornirsi e ha consentito la ripresa delle evacuazioni mediche, ha affermato il CICR.

Aiuti indispensabili

Nonostante l’arrivo degli aiuti, i bisogni umanitari rimangono urgenti. Le prime valutazioni indicano persistenti lacune in materia di sicurezza alimentare, assistenza sanitaria e servizi essenziali, soprattutto dopo un periodo di interruzione prolungato.

Le agenzie umanitarie affermano di collaborare con i rappresentanti delle comunità per allineare gli aiuti ai bisogni più urgenti, avvertendo al contempo che un accesso continuativo sarà fondamentale per prevenire un ulteriore peggioramento della situazione.

Le organizzazioni coinvolte hanno sottolineato che il loro lavoro è guidato dai principi di neutralità, indipendenza e imparzialità, e hanno invitato tutte le parti a garantire un accesso continuo e senza ostacoli alle comunità vulnerabili.

Secondo gli analisti, la situazione evidenzia la fragilità dell’accesso umanitario nelle regioni colpite da conflitti, dove il mutare delle condizioni di sicurezza può isolare rapidamente intere popolazioni.

Secondo un’agenzia delle Nazioni Unite, donne e ragazze sono le più colpite dagli scontri tra talebani e Pakistan.

Amu tv, 10 aprile 2026, di Habib Mohammadi

Secondo un nuovo rapporto di UN Women, le donne e le ragazze nell’Afghanistan orientale stanno subendo danni sproporzionati a causa dell’escalation delle ostilità tra le forze talebane e il Pakistan.

Il rapporto, noto come “Allerta di genere” e redatto dal Gruppo operativo di coordinamento di genere dell’Afghanistan, afferma che oltre la metà delle circa 90.000 persone colpite dalle recenti violenze transfrontaliere sono donne e ragazze. Quasi una famiglia colpita su dieci è guidata da una donna.

L’analisi si concentra sull’impatto degli scontri intensificatisi a partire da febbraio, tra cui attacchi aerei, bombardamenti di artiglieria, attacchi di droni e combattimenti terrestri che hanno interessato almeno 10 province lungo il confine tra Afghanistan e Pakistan.

I risultati evidenziano come la violenza stia aggravando le già gravi restrizioni imposte alle donne. Sotto il regime talebano, le donne subiscono ampie limitazioni alla libertà di movimento, all’occupazione e alla partecipazione alla vita pubblica, condizioni che ora stanno peggiorando l’impatto umanitario del conflitto, ha affermato UN Women.

Secondo il rapporto, le donne stanno affrontando molteplici difficoltà, tra cui lo sfollamento, i danni alle abitazioni e la perdita dei mezzi di sussistenza. Queste sfide sono ulteriormente aggravate da ostacoli come le restrizioni alla libertà di movimento, che limitano la loro capacità di cercare lavoro, accedere agli aiuti o trasferirsi in zone più sicure.

“Ulteriori ostacoli, tra cui le restrizioni alla libertà di movimento delle donne, stanno aggravando ulteriormente le pressioni economiche e sociali”, afferma il rapporto.

Le organizzazioni umanitarie avvertono che la crisi si sta sviluppando in un contesto già fragile, dove l’accesso delle donne ai servizi di base e alle opportunità economiche è gravemente limitato. Di conseguenza, anche uno spostamento temporaneo o la perdita di reddito possono avere conseguenze di lunga durata.

Il rapporto chiede un’assistenza mirata che tenga conto delle esigenze specifiche di donne e ragazze, includendo sia un sostegno umanitario immediato sia misure a lungo termine per affrontare la vulnerabilità economica e i rischi per la loro protezione.

Questi risultati giungono in un momento in cui le tensioni transfrontaliere tra talebani e Pakistan si sono intensificate negli ultimi mesi, sollevando preoccupazioni più ampie sulla stabilità regionale e sul crescente tributo umanitario del conflitto.

[Trad. automatica]

Afghanistan–Pakistan, la guerra si combatte anche con i meme

Soumya Awasthi, ORF, 8 marzo 2026

Le reti online afghane stanno utilizzando meme, hashtag e messaggistica decentralizzata per superare la comunicazione istituzionale del Pakistan nella lotta per il predominio narrativo

Le continue tensioni tra il governo talebano afghano e il Pakistan, iniziate lo scorso anno, dimostrano come la lotta per la diffusione di narrazioni online possa avere conseguenze tanto rilevanti quanto gli sviluppi sul campo di battaglia. Dall’Operazione Khyber Storm all’Operazione Ghazab Lil Haq , l’esercito pakistano ha costantemente preso di mira i talebani afghani attraverso la guerra cinetica e cognitiva. In questo contesto, meme, satira e umorismo virale sono diventati strumenti di influenza inaspettati, plasmando la percezione pubblica e mettendo in discussione le tradizionali strategie di comunicazione statale.

Mentre il Pakistan si è tradizionalmente affidato a strutture di comunicazione istituzionali per plasmare le narrazioni, il panorama informativo afghano si è evoluto in un sistema molto più distribuito. I messaggi emergono ora simultaneamente da molteplici attori: portavoce ufficiali dei talebani, giornalisti afghani, reti di attivisti, pagine di meme e comunità della diaspora. Insieme, questi elementi hanno costruito un ecosistema informativo decentralizzato in grado di contrastare l’apparato di comunicazione ufficiale del Pakistan, in particolare l’Inter-Services Public Relations (ISPR).

Il fattore cruciale in questa competizione narrativa è la tempistica. I resoconti afghani hanno iniziato a diffondere narrazioni quasi immediatamente dopo l’inizio dei raid aerei nel febbraio 2026. Quando sono state rilasciate le dichiarazioni ufficiali attraverso i canali ISPR, la narrazione afghana aveva già guadagnato terreno online. Questo schema riflette una più ampia asimmetria strutturale tra le reti digitali decentralizzate e i sistemi di comunicazione statali centralizzati. In molti casi, queste narrazioni umoristiche si sono dimostrate sorprendentemente efficaci nel contestare i messaggi ufficiali, soprattutto quando i tentativi di umorismo sponsorizzati dallo Stato non riescono a trovare risonanza presso il pubblico online.

Tre dimensioni della campagna di informazione afghana

L’ ecosistema informativo afghano opera principalmente attraverso tre forme interconnesse di comunicazione digitale: i) dichiarazioni ufficiali e messaggi politici, ii) meme e campagne con hashtag e iii) reti di messaggistica sincronizzata.

Insieme, formano un’operazione di informazione stratificata, capace di plasmare la percezione degli eventi sia a livello regionale che internazionale.

Meme e hashtag come armi narrative

Un’altra caratteristica distintiva della moderna guerra dell’informazione è la trasformazione del conflitto in contenuti digitali condivisibili. Quando le notizie di scontri militari iniziano a circolare online, le piattaforme dei social media si saturano rapidamente di meme, battute e commenti. Sebbene tali contenuti possano apparire banali, svolgono una funzione importante all’interno dell’ecosistema dell’informazione digitale. I meme condensano argomentazioni politiche complesse in formati visivamente accattivanti che si diffondono rapidamente sulle piattaforme dei social media. Poiché si basano sull’umorismo e sul simbolismo, sono particolarmente efficaci nel catturare l’attenzione e plasmare la percezione pubblica. Di fatto, i meme trasformano il conflitto geopolitico in una rappresentazione teatrale e strumentalizzano la componente emotiva.

Le campagne con hashtag sono tra gli strumenti più visibili della mobilitazione digitale afghana. Nei momenti di tensione con il Pakistan, attivisti e commentatori promuovono spesso hashtag coordinati, pensati per inquadrare la narrazione in termini di sovranità afghana e aggressione pakistana. Alcuni esempi includono: #SanctionPakistan , #FreeAfghanistanFromPakistan , #PakistaniAggression , #AfghanSovereignty , #HandsoffAfghanistan , #PakistanProxyWar .

Questi hashtag svolgono diverse funzioni strategiche. In primo luogo, forniscono un quadro unificante che consente a migliaia di account di coordinare i propri messaggi. In secondo luogo, aumentano la visibilità algoritmica, permettendo alle narrazioni di diventare virali sulle piattaforme dei social media. In terzo luogo, internazionalizzano la controversia attirando l’attenzione di giornalisti, politici e comunità della diaspora.

Insieme agli hashtag, i meme sono diventati una forma particolarmente potente di propaganda digitale. La loro efficacia risiede nella combinazione di umorismo, simbolismo e risonanza emotiva. Di seguito un esempio di narrazione tramite meme che ritrae il Pakistan come un paese sotto pressione da più fronti.

Queste immagini riflettono una narrazione più ampia che circola online, secondo cui il Pakistan si trova ad affrontare una moltitudine di sfide, provenienti dall’India, dai talebani afghani, dai separatisti del Balochistan e dall’instabilità interna.

Narrazioni visive e delegittimazione del Pakistan

Un’altra categoria di meme ritrae il Pakistan come militarmente vulnerabile e strategicamente isolato. Questi meme spesso presentano la politica regionale del Pakistan, in particolare la sua storica ricerca di una ” profondità strategica ” in Afghanistan, come un fallimento.

Il messaggio ricorrente in queste narrazioni visive è che il precedente sostegno del Pakistan alle reti militanti durante il conflitto afghano ha creato conseguenze di sicurezza a lungo termine. Queste narrazioni trovano forte risonanza nel discorso nazionalista afghano, dove il ricordo del coinvolgimento pakistano durante l’intervento guidato dagli Stati Uniti in Afghanistan (2001-2021) rimane profondamente radicato. Un altro esempio illustra come voci e disinformazione circolino durante le crisi, comprese le affermazioni su abbattimenti di aerei o vittorie sul campo di battaglia.

 

Anche quando etichettate come “affermazioni non verificate”, tali narrazioni possono comunque influenzare la percezione pubblica creando incertezza e amplificando il sentimento anti-Pakistan. I meme, inoltre, raffigurano spesso umiliazioni sul campo di battaglia, prendendo di mira le forze pakistane.

Queste immagini hanno uno scopo simbolico: tentano di minare la credibilità militare del Pakistan e di ritrarre i combattenti talebani come vittoriosi negli scontri transfrontalieri.

Reti di messaggistica sincronizzata

Una caratteristica notevole delle operazioni di informazione afghane è la sincronizzazione tra diverse categorie di attori. Sebbene vi siano prove limitate di un coordinamento centralizzato, l’ecosistema della messaggistica segue spesso uno schema riconoscibile.

Innanzitutto, i portavoce ufficiali dei talebani rilasciano dichiarazioni sugli sviluppi militari o politici. Queste dichiarazioni definiscono la cornice narrativa iniziale, in genere enfatizzando la sovranità afghana e condannando l’aggressione esterna. In secondo luogo, giornalisti e commentatori dei media amplificano la narrazione , fornendo analisi contestuali e diffondendo citazioni di funzionari talebani. In terzo luogo, le reti di attivisti promuovono hashtag coordinati , che contribuiscono a generare visibilità algoritmica su piattaforme come X. In quarto luogo, le pagine di meme e gli account di propaganda visiva traducono la narrazione in immagini facilmente condivisibili, consentendo al messaggio di raggiungere un pubblico più ampio. Infine, le reti della diaspora diffondono la narrazione a livello internazionale, spesso rivolgendosi al pubblico occidentale e alle organizzazioni per i diritti umani.

Questa struttura comunicativa stratificata crea un potente circolo virtuoso. Ogni attore rafforza la stessa narrazione da un’angolazione diversa – politica, giornalistica, attivista o umoristica – facendo apparire la campagna nel suo complesso organica pur mantenendo la coerenza del messaggio.

Quando l’umorismo ufficiale non fa ridere

I tentativi di personaggi vicini allo Stato di replicare il successo virale dell’umorismo su internet non sempre hanno esito positivo. Un esempio ampiamente diffuso riguarda un post sui social media del commentatore politico pakistano ed ex consigliere Barrister Shahzad Warraich, che sfidava i cittadini afghani con l’espressione ” Acha Jee”, nel tentativo di inquadrare il conflitto con un messaggio umoristico a sostegno dell’esercito pakistano.

 

Come ricostruire la narrativa del potere

Khaled Mohammadi, Etilaat Roz, 28 marzo 2026

I talebani, oltre a disporre di attentatori suicidi umani, hanno ora acquisito anche droni suicidi; uno strumento che non ha solo una dimensione militare, ma è diventato anche un importante mezzo di propaganda e guerra psicologica. Questo gruppo ha rivelato per la prima volta questa capacità durante le recenti tensioni con il Pakistan, utilizzandola sul campo: una dimostrazione che rappresenta non solo un’azione operativa, ma anche l’ingresso dei talebani nel mondo della guerra moderna.

In condizioni in cui il governo talebano non possiede una forza aerea classica né caccia avanzati, i droni suicidi rappresentano un’alternativa economica ma efficace per colmare questo vuoto. Dopo gli attacchi aerei del Pakistan contro l’Afghanistan, inclusi Kabul e Kandahar, i talebani hanno utilizzato questi droni per colpire parti del territorio pakistano, tra cui Islamabad. Il fatto che questi droni siano riusciti a oltrepassare i sistemi di difesa e radar pakistani, anche senza colpire con successo, ha trasmesso un messaggio importante: la vulnerabilità dello spazio aereo pakistano.

Sebbene il Pakistan affermi di aver intercettato e abbattuto questi droni, il loro ingresso nello spazio aereo protetto del paese rappresenta comunque una sfida significativa per l’apparato militare pakistano, evidenziando soprattutto le difficoltà nel contrastare guerre asimmetriche.

Questo sviluppo riflette una realtà più ampia: la superiorità del Pakistan nella guerra convenzionale non implica necessariamente superiorità nella guerra asimmetrica. Il paese dispone di una delle forze aeree più potenti della regione e lo ha dimostrato anche nel conflitto con l’India, ma queste capacità sono progettate per minacce tradizionali. Al contrario, droni piccoli, economici e diffusi — soprattutto in forma suicida — creano sfide diverse, difficili da gestire con sistemi difensivi convenzionali. La situazione è ulteriormente complicata dal fatto che anche gruppi interni al Pakistan, come il Tehrik-e-Taliban Pakistan, utilizzano droni commerciali per attaccare obiettivi militari. In questo modo, il drone diventa una “tecnologia ribelle” accessibile anche ad attori non statali.

I droni nei cieli del Pakistan

Circa 10 giorni fa, il sito “Al-Mersad”, affiliato all’intelligence talebana, ha dichiarato che, in risposta agli attacchi aerei pakistani, “droni martiri” hanno colpito obiettivi sensibili nel paese. L’uso del termine “martire” rappresenta un tentativo di collegare la tradizione degli attentati suicidi con la nuova tecnologia dei droni.

Secondo il rapporto, si tratta della prima volta che i talebani utilizzano droni suicidi contro basi pakistane. Il ministero della Difesa talebano ha confermato alcuni attacchi, ma senza usare questa terminologia ideologica.

Dal canto suo, l’esercito pakistano ha dichiarato di aver intercettato e abbattuto i droni a Islamabad, Quetta e Kohat. Tuttavia, il fatto che siano arrivati fino alla capitale suggerisce comunque una certa capacità di penetrazione. Anche i talebani sostengono di aver abbattuto droni pakistani, in una guerra di narrazioni tra le due parti.

Catena di approvvigionamento: ambiguità e competizione regionale

A livello regionale, l’origine di questi droni resta incerta. I talebani hanno recuperato resti di droni statunitensi, NATO e iraniani e potrebbero averli copiati, ma non è chiaro quanto abbiano sviluppato una produzione autonoma o ricevuto supporto esterno. I rapporti con Russia, Cina e Iran alimentano speculazioni, ma senza prove definitive.

Dal punto di vista tecnico, i talebani usano due tipi di droni: quadricotteri e droni ad ala fissa. Questi ultimi, più adatti a lunghe distanze, funzionano come piccoli aerei e possono restare in volo più a lungo. Sebbene molti componenti siano disponibili sul mercato civile, il loro uso militare richiede competenze avanzate.

I primi segnali dell’uso di droni risalgono all’anno scorso, ma ora fanno parte della strategia ufficiale. Mullah Abdul Ghani Baradar aveva dichiarato che gli attacchi suicidi tradizionali non sono più efficaci e che bisogna puntare su tecnologie come droni e missili.

Avvertimento di Mullah Yaqoob

Dopo i bombardamenti pakistani su Kabul, circa 20 giorni fa il ministro della Difesa talebano ha avvertito che, se Kabul diventa insicura, anche Islamabad subirà lo stesso destino. Dopo questo avvertimento, i talebani hanno pubblicato video dei loro droni e rivendicato attacchi contro il Pakistan.

In risposta, jet pakistani hanno colpito obiettivi a Kandahar, inclusi siti legati alla sicurezza del leader talebano Hibatullah Akhundzada, e anche una struttura a Kabul.

Una “insicurezza su commissione”

Durante il precedente governo afghano, l’uso dei droni era limitato e sotto supervisione degli Stati Uniti. Dopo il ritiro americano nell’agosto 2021 e la caduta di Kabul, molte attrezzature militari sono state disattivate, spingendo i talebani verso soluzioni più economiche come i droni.

Paesi come Iran e Russia hanno sviluppato capacità avanzate in questo campo, mentre la Cina sembra meno coinvolta. La Russia, che ha riconosciuto il governo talebano, teme l’instabilità in Asia centrale.

L’ex capo dell’intelligence afghana Rahmatullah Nabil ha ipotizzato che i talebani possano essere stati equipaggiati con droni non identificati e ha parlato di strategie regionali basate sull’uso di gruppi armati come strumenti di pressione geopolitica.

Il Nuovo Grande gioco afghano

L’articolo avanza una interessante ipotesi sulla strategia della Cina nei confronti di Afghanistan e Pakistan, che risolverebbe la guerra ed emarginerebbe l’India

Manoj Gupta, CNN-News18, 1 aprile 2026

In un importante cambio diplomatico che potrebbe ridefinire gli equilibri geopolitici dell’Asia meridionale, Pechino ha avviato un’iniziativa ad alto rischio per mediare una tregua permanente tra i Talebani afghani e Islamabad. Secondo informazioni esclusive condivise con CNN-News18 da un alto diplomatico cinese, la Cina sta facendo forti pressioni sulla leadership di Kabul affinché dia priorità alla relazione con il Pakistan rispetto ai suoi storici legami con l’India. Il messaggio da Pechino è netto: “Non c’è bisogno di andare a Nuova Delhi”.

La proposta cinese mira a offrire ai Talebani afghani un’alternativa economica concreta agli investimenti indiani. Al centro di questa strategia c’è l’offerta di una quota garantita per Kabul nel porto di Gwadar, uno dei progetti simbolo del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC). Offrendo all’Afghanistan un accesso diretto al Mar Arabico attraverso il territorio pakistano, Pechino intende rendere l’economia senza sbocco sul mare del Paese dipendente dall’asse Pechino-Islamabad. In cambio, la Cina avrebbe offerto di assumersi “tutte le garanzie” per la stabilità dell’Afghanistan da parte del Pakistan, posizionandosi di fatto come arbitro finale della sicurezza nella regione.

I rapporti tra Afghanistan e Pakistan sono tesi dall’ottobre 2025

I colloqui di secondo livello tra Kabul e Islamabad, precedentemente bloccati a causa di scontri lungo il confine e tensioni legate al terrorismo, stanno riprendendo esclusivamente sotto la forte pressione cinese. La strategia di Pechino è duplice: garantire il progresso economico dell’Afghanistan e allo stesso tempo affrontare le gravi preoccupazioni di sicurezza del Pakistan riguardo alla militanza transfrontaliera. La Cina sta sfruttando la sua enorme potenza finanziaria per convincere entrambe le parti che la loro sopravvivenza reciproca dipende da un quadro integrato di sicurezza ed economia. Secondo quanto riferito, il Pakistan ha già accettato la proposta, vedendola come un modo per neutralizzare l’influenza indiana sul suo confine occidentale.

Secondo le fonti, l’obiettivo principale di Pechino è l’accerchiamento strategico totale degli interessi indiani nella regione. Dicendo ai Talebani che non hanno alcun bisogno funzionale dell’assistenza di Nuova Delhi, la Cina mira a smantellare il “soft power” e il capitale di fiducia costruito dall’India in Afghanistan in due decenni. Il diplomatico cinese ha indicato che Pechino è fiduciosa di poter raggiungere presto un accordo definitivo. Si prevede che i Talebani afghani rispondano alla proposta a breve, dopo consultazioni ad alto livello tra la leadership attualmente presente tra Kandahar e Kabul.

Se avrà successo, questo accordo rappresenterebbe un significativo passo indietro per gli obiettivi indiani di connettività regionale, incluso il potenziale del porto di Chabahar in Iran come porta d’accesso all’Asia centrale. Legando il destino economico dell’Afghanistan a Gwadar, la Cina si assicura che qualsiasi progresso regionale passi attraverso la propria visione strategica. Inoltre, le “garanzie” offerte dalla Cina implicano un coordinamento molto più profondo a livello militare e di intelligence tra i tre Paesi, creando potenzialmente un blocco formalizzato che escluderebbe l’India dal futuro della ricostruzione afghana.

Perché la Cina si sta impegnando a risolvere il grave conflitto tra Pakistan e Afghanistan (e l’Occidente no)

ilfattoquotidiano.it  Riccardo Capanna 26marzo 2026

Mentre la Cina traccia la sua influenza nell’area, Stati Uniti ed Europa con i governanti talebani non dialogano nemmeno

Mentre l’Occidente guarda fuori dalla porta, tra Afghanistan e Pakistan si consuma la più grave crisi dal ritorno al potere dei talebani, il 15 agosto 2021. Secondo stime accreditate, nelle prime tre settimane di scontri più di mille persone sono morte e 100mila sfollate; le autorità afghane hanno denunciato 400 vittime solo a Kabul nell’ultima settimana. Un’apparente crisi di confine vecchia di due secoli può, in realtà, ridisegnare il panorama geopolitico dell’Asia centrale.

Tra le diplomazie internazionali, la Cina si è dimostrata quella più impegnata nella risoluzione del conflitto a causa dei molteplici interessi che ha nella regione. Il Pakistan è da sempre uno “Stato cliente” di Pechino, come definito dal Financial Times il 23 marzo: per il Paese, infatti, passa una tratta importante della Nuova Via della Seta; in cambio, la tecnologia con cui Islamabad ha sviluppato il nucleare negli anni Novanta era di origine cinese.

D’altro canto, anche l’Afghanistan è in una posizione strategica — incastonato tra il nord e il sud, l’est e l’ovest del continente asiatico — per lo sviluppo via terra della Belt and Road Initiative, perciò Xi Jinping, pacatamente ma pragmaticamente, si sta muovendo affinché le nuove tratte commerciali possano passare per Kabul. Inoltre, il governo centrale e centralista di Pechino teme che i talebani possano chiudere più di un occhio su eventuali basi di gruppi militanti uiguri nel territorio afghano. Lo stesso Pakistan ha usato come pretesto per attaccare il Paese la copertura che darebbe a reti terroristiche come i “talebani pakistani” del Ttp (Tehrik-i-Taliban Pakistan; i talebani afghani negano contatti e sostegno al gruppo).

Il maggiore interesse della Cina in Afghanistan, però, è l’enorme quantità di risorse. Se in passato l’antica regione del Khorasan era conosciuta perlopiù per i lapislazzuli, oggi le potenze sono interessate al litio e alle terre rare. Un rapporto congiunto Onu-Ue del 2013 stima in mille miliardi di dollari il potenziale sotterraneo di quelle terre. In particolare, il Paese “è seduto su un’enorme riserva di litio, finora non sfruttata”, come scritto dal giornalista Guillaume Pitron, autore de La guerra dei metalli rari. Il lato oscuro della transizione energetica e digitale (2018, trad. it. Luiss 2023). Già nel 2010 il Pentagono definiva l’Afghanistan “l’Arabia Saudita del litio” e ora alcune società cinesi cercano di allungare le mani sulla risorsa, fondamentale per le batterie e la transizione energetiche. Altre aziende, tra cui la Xinjiang Central Asia Petroleum and Gas Company, vanno invece alla ricerca di petrolio nel bacino del fiume Amu Darya.

Il boccone più amaro della crisi afghano-pakistana è il totale disinteresse occidentale. Mentre la Cina traccia la sua influenza nell’area, Stati Uniti ed Europa, dopo aver speso tra i 2 e gli 8 mila miliardi di dollari per una guerra immotivata e fallimentare, con i governanti talebani non dialogano nemmeno. I leader europei parlano di “indipendenza dalla Cina”, ma con il loro silenzio lasciano che questa conquisti risorse e territori con armi assai più potenti delle bombe e degli aerei Nato: affari, accordi, diplomazia. Anziché la “tomba”, ormai, l’Afghanistan è diventato la “vetrina degli imperi”.

 

 

Afghanistan, il racconto di Alberto Cairo: un Paese che rischia di essere dimenticato

vaticannews.va  Igor Traboni – Città del Vaticano 21 marzo 2026

Il fisioterapista, oggi presidente di Nove Caring Humans, da circa 40 anni a Kabul, parla del conflitto in atto con il Pakistan e della drammatica situazione in cui vive il popolo, stremato dalla povertà e dall’integralismo dei talebani. “Molti pensano che ormai sia una causa persa, che se la siano cercata gli afgani”

“Se mentre parliamo sente delle esplosioni, non si preoccupi: stanno solo sparando dei petardi per una festa”: dalla sua casa di Kabul, trasmette un po’ di tranquillità Alberto Cairo, dal 1990 in Afghanistan, ex Direttore del Programma Ortopedico per persone con disabilità del Comitato Internazionale di Croce Rossa, grazie al suo lavoro, oltre 240mila mutilati hanno potuto avere protesi di braccia e gambe. Oggi è presidente di Nove Caring Humans, organizzazione non profit che nel Paese asiatico sta portando avanti vari progetti. Lo scorso 17 marzo, invece, le esplosioni hanno avuto tutto un altro tenore, con i bombardamenti su una struttura medica di riabilitazione per tossicodipendenti, che ha causato oltre 400 morti e 250 feriti. Ennesimo atto della guerra in corso tra Afghanistan e Pakistan, un conflitto di cui però non parla nessuno, o quasi. Nello scacchiere delle 32 guerre attive e delle 22 aree di crisi in tutto il mondo, infatti, quello che sta accadendo tra queste due nazioni belligeranti viene definito “un conflitto a intensità ridotta”. Ma in realtà la popolazione afgana sta soffrendo ogni giorno questa situazione.

Il peso dell’isolamento internazionale
“C’è una situazione difficile, cupa direi – racconta Cairo, descrivendo il dramma quotidiano degli afgani – a pesare è innanzitutto l’isolamento internazionale a tutti gli effetti: l’Afghanistan ha contatti commerciali soprattutto con la Cina e con i Paesi confinanti, ma ora la frontiera con il Pakistan ha un blocco totale. È rimasta aperta la frontiera con l’Iran, ma sappiamo bene cosa sta accadendo anche in quel Paese. Tutto questo ha fatto salire moltissimo i prezzi, soprattutto dei beni alimentari, e la gente si arrangia come può. Anche la situazione interna è difficile: il regime talebano non è così monolitico come vogliono far credere, ci sono tensioni interne tra i due gruppi principali. L’integralismo è tale in tutti i sensi, con divieti continui: questo non si può fare, quest’altro neppure”.

La condizione delle donne
Convivere con la paura non è affatto facile, non solo nella capitale. “La guerra – riprende il direttore di Nove – si sente soprattutto al confine con il Pakistan, con continue incursioni da una parte e dall’altra. Nelle città un po’ meno, ma nessuno può dire di essere tranquillo. Certo, non è paragonabile a quello che succede in Ucraina o a Gaza, ma è pur sempre una guerra”. Nell’Afghanistan di oggi, poi, i problemi si accavallano. Cairo, che oramai conosce benissimo il Paese, ne prospetta altri due, ad iniziare dalla condizione femminile: “Se fino a quale tempo fa c’era almeno una speranza, ad esempio, di far ricominciare le scuole, adesso tutti hanno capito che non se ne parla. E le donne restano cancellate anche dal lavoro, dalla vita sociale”. E poi c’è il dramma dei profughi che stanno rientrando: “Nell’ultimo anno sono tornati 5 milioni di rifugiati dall’Iran e dal Pakistan, con un impatto notevole su una popolazione totale di 40 milioni di persone. Anche perché non tornano persone che hanno denaro o portano investimenti, ma povera gente in totale indigenza”.

I progetti di Nove
Una piccola interruzione nella chiacchierata su Whatsapp arriva, per dar modo a Cairo di metter su l’acqua per un piatto di pasta. Una incombenza che lo porta a descrivere anche come vivono gli afgani: “Le persone si arrangiano, cosa possono fare altrimenti? Non possono stare a casa, anche perché il 50% lavora ogni giorno per poter almeno mangiare quel giorno stesso. Se oggi non si lavora, oggi non si mangia. Noi comunque non abbiamo problemi, se non fare attenzione quando bombardano: Nove continua a portare avanti i suoi progetti di sviluppo, sia per le donne che per i disabili nel campo sportivo, e di inserimento sociale. Oltre ai progetti legati all’emergenza: qui ci sono folle di donne capofamiglia che non hanno assistenza e che noi aiutiamo prima di tutto a sopravvivere, e poi insegnando loro un mestiere, anche se si tratta di piccoli lavori».

Il drammatico calo di interesse
In conclusione, Cairo racconta un episodio di pochi giorni addietro: «Ho sentito dire che ‘quella tra Afghanistan e Pakistan è una guerra tra ladri di polli’. Mi è sembrato un insulto. Ma forse è anche lo specchio del fatto che oramai se ne parla poco. Lo vedo anche quando torno in Italia e parlo con la gente, prima chiedevano tante cose, adesso solo: com’è la situazione, sempre la stessa? E il discorso finisce lì. C’è un calo di interesse, oltre che nelle donazioni, altro fatto molto grave. Molti pensano che quella dell’Afghanistan oramai sia una causa persa, che se la siano cercata loro”.

Kalkan (Pkk) contrario al conflitto in corso tra Iran, Usa e Israele: “I curdi non saranno soldati di nessuno”

Il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2026, di Roberta Zunini

La figura di spicco del Partito dei Lavoratori del Kurdistan esclude che le milizie possano schierarsi contro i Pasdaran: “Si tratta di una guerra di egemonia allo scopo di ottenere maggiori profitti e maggiore influenza. Noi ci opponiamo come popolo”.

Duran Kalkan, figura di spicco del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK, fondato da Abdullah Ocalan) che ha dichiarato il proprio scioglimento lo scorso anno nel contesto del processo definito dalle autorità turche “Turchia senza terrore” – dunque non processo di pace come è stato definito in modo superficiale – in corso in Turchia, si è dichiarato contrario al conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran. Kalkan sostiene che questa contesa sia in atto da decenni senza apportare alcun beneficio ai popoli del Medio Oriente.

In un’intervista andata in onda su Medya Haber TV, Kalkan ha affermato che il conflitto in corso dovrebbe essere considerato parte di una lotta più ampia e prolungata che risale alla Guerra del Golfo. “Questa guerra non è iniziata dieci o undici giorni fa. Va avanti da 36 anni – ha dichiarato Kalkan – siamo realistici. Sappiamo bene dove e quando è iniziata. Gli Stati Uniti conducono attacchi in Medio Oriente non certo da adesso. Nell’autunno del 1990, hanno schierato 150.000 soldati nella regione in un solo mese, dall’Arabia Saudita al Kuwait. Hanno impiegato tutti i loro aerei e navi”. “Le forze che conducono questa guerra sono ciò che chiamiamo il sistema della modernità capitalista globale”, ha aggiunto. “Questa è la guerra di coloro che vogliono cambiare lo statalismo, su cui si basano molte delle nazioni contemporanee, per ottenere maggiori profitti dal capitale e annichilire coloro che difendono quello statalismo. Si tratta di una guerra di egemonia allo scopo di ottenere maggiori profitti e maggiore influenza. Noi siamo contro, come movimento, come popolo e, pertanto, ci opponiamo”.

Affrontando i possibili esiti del confronto, Kalkan si è chiesto se un’eventuale vittoria degli Stati Uniti, di Israele o dell’Iran porterebbe a una maggiore democrazia o libertà. “Supponiamo che le forze attaccanti, Stati Uniti e Israele, vincano. Cosa cambierà?” ha sottolineato. “L’egemonia israeliana e l’influenza statunitense sostituiranno la sovranità iraniana. Si avrà uno stato più democratico, più pacifico, più liberale? No. Lo stesso presidente degli Stati Uniti ha detto che la democrazia non significa nulla. Il loro inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha affermato che la democrazia non si addice ai popoli mediorientali, che le monarchie sono migliori. Per questo motivo stanno preparando un nuovo Scià”.

Se invece il regime iraniano sopravviverà, secondo Kalkan, “si tornerà al passato, e noi sappiamo qual è quel passato. Alcuni si chiedono da che parte stiamo noi curdi del PKK e i nostri partiti affiliati in Siria e Iran. Schierarsi in questa guerra è molto problematico. Le parti non sono poi così diverse. Si scontrano mentalità simili”. Ha inoltre spiegato che il PKK si rifiuta di schierarsi sia con i “sistemi capitalistici globali” sia con i “difensori del nazionalismo dello Stato-nazione”.

“I curdi si conoscono. Provengono dalle profondità della storia. Hanno lottato per la libertà per un secolo”, ha affermato. “Non sono nella posizione di essere soldati di nessuno o strumenti degli interessi di nessuno. Non siamo dalla parte dell’aggressione del capitale globale transnazionale, né dalla parte dello statalismo dello Stato-nazione. Sosteniamo la repubblica democratica. Siamo a favore della risoluzione dei problemi attraverso il consenso democratico. Sosteniamo il percorso di integrazione democratica. Il nostro popolo nel Rojhilat (il nome in curdo del Kurdistan iraniano, dove il PKK ha un partito gemello, il PJAK) è un popolo che sta portando avanti da decenni una forma di resistenza, di consapevolezza, di patriottismo. Di fronte a possibili attacchi, dovrebbe organizzarsi, proteggersi e sviluppare una posizione difensiva. Ma non dovrebbe concentrarsi solo sul Rojhilat. Dovrebbe vedere la libertà dei curdi del Rojhilat come parte della democratizzazione dell’Iran. Dovrebbe costruire amicizie e alleanze per democratizzare l’Iran”.

Azeri (della omonima regione iraniana) e curdi convivono da secoli, ad esempio. I curdi hanno legami ancora più stretti con il popolo persiano. “Il vero pericolo è il nazionalismo dello Stato-nazione e lo sciovinismo razzista, che mettono questi popoli gli uni contro gli altri. I curdi devono tenersi alla larga da tutto ciò”. A detta di Kalkan, il conflitto dimostra l’importanza del processo di eradicazione della guerra a bassa intensità in corso per decenni in Turchia tra PKK e Ankara.

«La gente dice: “Abbiamo la NATO, i suoi missili ci proteggeranno”. Ma alcuni, che cercano di comprendere la verità più chiaramente, indicano una realtà più complessa. Dicono ancora: “La pace e il processo di costruzione di una società democratica garantiscono la sicurezza della Turchia. Il nostro leader Apo ( soprannome di Ocalan, all’ergastolo da 25 anni) la garantisce”.

Il membro dei direttivo del PKK spiega ancora: “Tutti in Turchia riconoscono la portata e l’urgenza delle minacce, ma rispetto al resto della regione vive in uno stato di relativa calma e fiducia”. Protetta dalla NATO e dal suo ruolo di mediatrice nella fitna (spaccatura) secolare tra musulmani sciiti e sunniti, l’autocrate Recep Tayyip Erdogan ha inviato il suo fedele ministro degli Esteri, Akan Fidan, nei paesi del Golfo. Durante una conferenza stampa in Qatar, Fidan ha accusato Israele di aver innescato e intensificato il conflitto, esortando al contempo gli altri attori alla moderazione e mettendo in guardia contro una sua più ampia estensione regionale. “Ankara ha comunque trasmesso messaggi all’Iran affinché eviti di estendere la guerra oltre il suo ambito attuale, sottolineando che un’ulteriore escalation metterebbe in pericolo l’intera regione”.

All’inizio di questa settimana, Fidan ha dichiarato che la Turchia avrebbe avviato una serie di consultazioni con gli attori regionali, volte a porre fine alle ostilità in corso. I funzionari turchi hanno posto sempre maggiore enfasi sul dialogo e sul coordinamento multilaterale, mentre le tensioni continuano ad aumentare. Nell’ambito della sua iniziativa diplomatica, Fidan oggi si è recato negli Emirati Arabi Uniti per colloqui incentrati sia sulle relazioni bilaterali che sugli sviluppi regionali.

La tappa negli Emirati Arabi Uniti si inserisce in un più ampio tour del massimo diplomatico turco, volto a esplorare le opzioni per fermare la guerra e prevenire un’ulteriore destabilizzazione in Medio Oriente. Prima della sua visita in Qatar, Fidan ha avuto colloqui con omologhi di diversi paesi a Riyadh per discutere dell’intensificarsi del conflitto e delle possibili risposte coordinate.

 

Perché il Pakistan non può vincere questa guerra e i talebani non possono arrendersi

Zan Times, 19 marzo 2026, di Hamayon Rastgar

Questa pubblicazione è realizzata in collaborazione con Himal Southasian , una rivista regionale di politica e cultura.

Nella notte del 16 marzo, potenti esplosioni hanno scosso Kabul. Il Pakistan ha dichiarato di aver “portato a termine con successo raid aerei di precisione” contro “installazioni militari a Kabul e Nangarhar che finanziano il terrorismo del regime talebano afghano”. Attaullah Tarar, ministro pakistano dell’informazione e della radiodiffusione, ha inoltre affermato che gli attacchi hanno preso di mira infrastrutture appartenenti a “gruppi terroristici”, tra cui il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), ovvero i talebani pakistani.

Oltre confine, la situazione era ben diversa. I portavoce dei talebani hanno affermato che l’attacco ha colpito un centro di riabilitazione per tossicodipendenti; il bilancio delle vittime è ancora incerto. La Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) ha dichiarato che 143 persone sono state uccise e 119 ferite nell’attacco. Il vice portavoce dei talebani, Hamdullah Fitrat, ha affermato che il bilancio delle vittime è stato di gran lunga superiore, con circa 400 morti e 250 feriti.

Quest’ultimo attacco si aggiunge al crescente bilancio umano e umanitario di quella che il Pakistan, alla fine di febbraio, ha dichiarato essere una “guerra aperta” contro l’Afghanistan. Gli attacchi transfrontalieri hanno causato lo sfollamento di migliaia di famiglie e ucciso o ferito un numero imprecisato di civili lungo il confine condiviso tra i due Paesi. Nel frattempo, il Pakistan ha continuato la sua brutale campagna di deportazione dei rifugiati afghani, molti dei quali vivono nel Paese da decenni e non hanno quasi nulla a cui tornare in Afghanistan.

Da quando i talebani sono tornati al potere a Kabul più di quattro anni fa, gli scontri militari tra i due Paesi confinanti sono diventati una consuetudine. Il punto centrale della controversia è l’accusa del Pakistan secondo cui i talebani afghani fornirebbero rifugio ai militanti del TTP all’interno dell’Afghanistan, consentendo loro di organizzarsi in sicurezza e lanciare attacchi contro obiettivi pakistani. Il Pakistan ha assistito a un brutale aumento degli attacchi del TTP negli ultimi anni.

Durante i falliti colloqui di pace tra Pakistan e Afghanistan a Istanbul nel novembre 2025, e anche durante i precedenti cicli di negoziati, Islamabad ha continuato a chiedere ai talebani afghani di intraprendere un’azione militare contro il TTP. I talebani hanno respinto la richiesta, insistendo sul fatto che nessun militante del TTP opera dal territorio afghano. Membri della delegazione talebana hanno rivelato che il Pakistan ha anche chiesto una fatwa religiosa che dichiarasse inammissibile la guerra all’interno del Pakistan.

Sotto pressione, a dicembre i talebani hanno riunito i mullah a Kabul. I religiosi hanno emesso una fatwa che vietava agli afghani di partecipare a conflitti armati al di fuori dell’Afghanistan. Questa decisione era apparentemente volta a venire incontro alle preoccupazioni del Pakistan, ma era ben lontana dalle reali richieste di Islamabad. La sentenza si applicava solo agli afghani e non si rivolgeva direttamente ai militanti pakistani.

Con questa guerra, il Pakistan sembra credere che la sua potenza militare, di gran lunga superiore a quella dell’Afghanistan, costringerà i talebani a cedere. Ma questo calcolo ignora una realtà fondamentale: i talebani prosperano nei conflitti armati. Anziché indebolire il regime di Kabul, l’aggressione pakistana sta alimentando il sentimento nazionalista afghano e permettendo ai talebani di presentarsi come difensori della nazione, garantendo loro di fatto un livello di legittimità popolare che hanno a lungo faticato a ottenere.

I talebani sono inoltre fondamentalmente incapaci di soddisfare le richieste di Islamabad, poiché queste colpiscono il cuore stesso della loro identità. Per i talebani, agire militarmente contro il TTP significherebbe rivolgere le proprie armi contro i loro alleati ideologici e calpestare i propri principi fondamentali, in nome di uno Stato la cui costituzione considerano non islamica.

Nel 2001, all’indomani degli attentati dell’11 settembre, i talebani si rifiutarono di consegnare Osama bin Laden agli Stati Uniti o di affrontare al-Qaeda, anche a costo di perdere il loro primo emirato quando gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan. Alla luce di questa storia, è molto improbabile che i talebani cedano mai alle pressioni del Pakistan, anche se i costi sarebbero enormi. E sebbene il Pakistan possa avere la superiorità in termini di forza militare convenzionale, i talebani hanno le proprie strategie di violenza, che possono esigere un sanguinoso tributo di vite pakistane.

Fin dalla sua creazione nel 1947, il Pakistan ha avuto un rapporto con l’Afghanistan caratterizzato da disaccordi. La questione più immediata, e anche la più duratura, è stata la Linea Durand, che separa i due Paesi: i governanti afghani sostenevano che fosse stata “imposta” da una potenza coloniale e che l’Afghanistan avesse firmato l’accordo che la regolava con l’India britannica, non con il Pakistan.

Alle Nazioni Unite, il rappresentante dell’Afghanistan dichiarò che la Provincia della Frontiera Nordoccidentale, a maggioranza pashtun, situata lungo la Linea Durand, non avrebbe dovuto entrare automaticamente a far parte del Pakistan. Nel settembre del 1947, l’Afghanistan rivendicò la sovranità territoriale sulla zona votando contro l’ammissione del Pakistan all’ONU. Questa mossa diplomatica segnò l’inizio di un rapporto di ostilità che ha plasmato la storia successiva tra i due Paesi.

Per il Pakistan, il rifiuto dell’Afghanistan di riconoscere la Linea Durand rappresenta una minaccia diretta alla sua integrità territoriale. Islamabad considerava il sostegno di Kabul al nazionalismo pashtun come un’ingerenza nei suoi affari interni e temeva che l’Afghanistan, spesso alleato con l’India, stesse tentando di destabilizzare la frontiera occidentale del Pakistan.

Il Pakistan rispose con una combinazione di pressioni economiche e militari. Dal 1947 fino ai primi anni ’50, ostacolò l’accesso dell’Afghanistan al porto di Karachi, interrompendo a tratti la sua principale via commerciale con il resto del mondo. Nel giugno del 1949, aerei pakistani bombardarono il villaggio di Moghulgai, nella provincia afghana di Paktika, durante un periodo di forte tensione al confine; all’epoca, il Pakistan affermò che il bombardamento era stato accidentale. Il mese successivo, il parlamento afghano annunciò l’intenzione di annullare tutti gli accordi di confine firmati tra i governanti afghani e l’India britannica, compreso l’accordo sulla Linea Durand. Naturalmente, il Pakistan respinse la dichiarazione del parlamento afghano.

Nel corso degli anni, i governi nazionalisti afghani hanno promosso l’idea di Pashtunistan, un progetto politico che prevedeva, a seconda dei casi, uno stato pashtun indipendente, una maggiore autonomia per i pashtun in Pakistan o, nella sua forma più radicale, l’annessione delle aree pashtun e baluchi del Pakistan all’Afghanistan. Sotto Mohammad Daoud Khan, primo ministro negli anni ’50 e nei primi anni ’60, questa politica divenne centrale nella politica estera afghana, e lo fu nuovamente dopo il 1973, quando Daoud prese il potere con un colpo di stato. Kabul finanziò gli attivisti pashtun e arrivò persino a celebrare una giornata ufficiale del Pashtunistan.

Dopo l’aprile del 1978, quando il regime di Daoud fu rovesciato da un colpo di stato guidato dal Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan, il nuovo regime si mostrò altrettanto entusiasta di perseguire il diritto all’autodeterminazione per i Pashtun dall’altra parte del confine. Senza dubbio, anche l’India ha incoraggiato i successivi governi afghani nella sua disputa territoriale con il Pakistan.

Eppure il movimento pashtun non è mai diventato la minaccia esistenziale che Islamabad temeva. I nazionalisti pashtun laici in Pakistan hanno perseguito le loro rivendicazioni principalmente attraverso la politica costituzionale. Anche di fronte alla repressione e alla prigione, hanno partecipato alle elezioni ed sono entrati in parlamento anziché lanciare un’insurrezione armata. I tentativi di Kabul di trasformare il nazionalismo pashtun in una forza destabilizzante in Pakistan sono falliti.

Nel frattempo, il Pakistan sviluppò gradualmente un proprio piano strategico: indebolire i governi afghani fornendo supporto ai gruppi islamisti che si opponevano ad essi. A partire dalla metà degli anni ’70, il Pakistan iniziò ad addestrare militanti islamisti come contrappeso. Nel 1975, i servizi segreti pakistani addestrarono un piccolo gruppo di afghani che diedero inizio a una rivolta contro Daoud. La ribellione fallì, ma i suoi principali organizzatori, tra cui i guerriglieri Ahmad Shah Massoud e Gulbuddin Hekmatyar, sarebbero poi diventati figure di spicco nella guerra afghano-sovietica.

In seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, reti militanti islamiste prosperarono nelle madrase pakistane lungo il confine afghano, facilitate dai servizi segreti pakistani (ISI) e sostenute da finanziamenti americani e arabi. Il movimento talebano sarebbe poi emerso da questo terreno fertile.

Nel corso degli anni , il Pakistan ha considerato i talebani afghani come strumenti nella sua ricerca di “profondità strategica” – in sostanza, un Afghanistan sotto il suo controllo che fungesse da cuscinetto e baluardo nel conflitto del Pakistan contro l’India. Questo è stato fondamentale per il sostegno del Pakistan ai talebani durante la guerra afghano-sovietica e in seguito. Molti alti funzionari pakistani hanno festeggiato quando i talebani hanno preso il potere a Kabul per la prima volta nel 1996, e di nuovo nel 2021, quando sono tornati al potere alla fine dell’occupazione statunitense dell’Afghanistan. Ma quello che il Pakistan considerava un trionfo strategico si è rapidamente trasformato in un problema strategico: invece di obbedire ai desideri del Pakistan, i talebani si sono rifiutati di reprimere il TTP anche quando il gruppo è cresciuto in forza e ha intensificato i suoi attacchi contro il Pakistan.

Oggi, l’eredità della politica pakistana è la devastazione per l’Afghanistan, che ha trascorso decenni soffrendo a causa della guerra e di una teocrazia estremista, e un pantano strategico per il Pakistan, ben più pericoloso di quanto avesse mai immaginato. Rispetto ai precedenti regimi afghani, i talebani rappresentano una sfida fondamentalmente diversa: essi rifiutano la legittimità dello Stato pakistano e della sua costituzione, che considerano incompatibili con la propria interpretazione della legge islamica. Il TTP ha formalmente giurato fedeltà al leader supremo dei talebani, usando per lui il titolo di Amir al-Mu’minin – Comandante dei Credenti – con implicazioni di fedeltà extraterritoriale.

Questo allineamento ideologico fornisce al TTP sia le munizioni politiche che la giustificazione religiosa per una prolungata insurrezione contro il Pakistan. A differenza dei movimenti nazionalisti pashtun del passato, il TTP non si basa esclusivamente sull’identità pashtun. Il suo messaggio attrae i militanti islamisti talebanizzati in tutto il Pakistan, il che contribuisce ad ampliare la sua potenziale base di sostegno ben oltre la cintura pashtun. È significativo che il TTP abbia trovato un terreno comune con i militanti del Balochistan , dove il Pakistan è impegnato da tempo in una lotta contro un’insurrezione.

Inoltre, i talebani afghani non riconoscono la Linea Durand. In una recente intervista, il ministro della Difesa talebano, Mohammad Yaqoob Mujahid, ha dichiarato: “Il Pakistan vuole che l’ipotetica Linea Durand venga riconosciuta come confine. Si tratta di una questione storica che né l’attuale governo né i precedenti hanno risolto. Poiché questa questione rimane irrisolta, non dovrebbe diventare causa di un’escalation delle tensioni”. Sotto il governo talebano, tutti i principali media afghani si riferiscono al confine tra i due Paesi come all'”ipotetica Linea Durand”, indicando che i talebani intendono seguire la strada dei precedenti governi afghani nel rivendicare territori sotto il controllo del Pakistan.

Secondo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in Afghanistan operano attualmente più di 20 gruppi militanti islamisti, tra cui il TTP, al-Qaeda e lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan. Nel febbraio 2026, il Ministero degli Esteri russo ha dichiarato che in Afghanistan sono presenti ben 23.000 militanti islamisti, che rappresentano una seria minaccia per la sicurezza regionale. L’Afghanistan non dispone di forze convenzionali per contrastare i raid aerei e le incursioni del Pakistan, ma in compenso ha a disposizione queste risorse. Nel frattempo, la vittoria dei talebani sugli Stati Uniti e le loro forze alleate nel 2021 ha fornito ai gruppi militanti di tutta la regione una potente narrativa ideologica: la lotta armata jihadista può sconfiggere le potenze globali e instaurare uno stato islamico. Ciò ha incoraggiato i militanti islamisti all’interno dei confini del Pakistan, e la dichiarazione di guerra del Pakistan contro l’Emirato Islamico dell’Afghanistan li incoraggerà ulteriormente contro il loro nemico.

Se Islamabad continua la sua “guerra aperta”, i talebani potrebbero abbandonare ogni formalità diplomatica e sostenere apertamente il TTP, scatenando una violenza insurrezionale ancora maggiore contro il Pakistan. Nel frattempo, le attuali politiche interne del Pakistan rischiano di peggiorare ulteriormente la situazione. La campagna di deportazioni di massa di Islamabad contro i rifugiati afghani sta costringendo centinaia di migliaia di persone a tornare in un Paese che affronta una delle più grandi crisi umanitarie al mondo. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, a dicembre 2025 oltre un milione di rifugiati erano stati rimpatriati in Afghanistan dal Pakistan. Le deportazioni hanno acuito e rafforzato il sentimento anti-pakistano tra i comuni cittadini afghani, spingendone molti più vicini ai talebani.

In tutto questo, non esistono soluzioni facili per Islamabad. Per decenni, l’Afghanistan ha sofferto a causa del mostro che il Pakistan ha contribuito a creare, nella folle convinzione di poterlo controllare. Ora è il Pakistan stesso a dover affrontare questo demone.

Hamayon Rastgar è uno scrittore e ricercatore che lavora come redattore senior presso Zan Times.

IRAN – Rapporto Hengaw sul Kurdistan durante la guerra

Nessuno tocchi Caino, 18 marzo 2026

Spazi civili in Kurdistan militarizzati a fronte dell’escalation delle misure di sicurezza
Secondo i rapporti sul campo raccolti dall’Organizzazione Hengaw per i diritti umani, a fronte dell’escalation delle tensioni militari nella regione, la Repubblica Islamica dell’Iran ha attuato una politica di utilizzo di spazi civili per scopi militari in diverse città del Kurdistan, tra cui Sardasht, Paveh, Ravansar, Kermanshah, Mahabad, Saqqez, Marivan e Baneh.
Queste misure non solo hanno sconvolto la vita quotidiana dei residenti, ma hanno anche esposto i civili a un rischio grave e diretto, rendendoli di fatto bersagli umani in caso di potenziali attacchi aerei.

Spazi pubblici ed educativi trasformati in basi militari
Le forze del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) sono state ampiamente dispiegate, insieme a pesanti mezzi militari, in località civili.
Centri educativi:
Hengaw ha appreso, attraverso interviste con i residenti, che numerose scuole e università a Saqqez, Sardasht, Sanandaj, Paveh, Ravansar, Kermanshah, Mahabad e nei villaggi circostanti sono state occupate e utilizzate dalle forze militari. Ciò sta avvenendo nonostante il fatto che, dallo scoppio della guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti, le istituzioni scolastiche in tutto il Paese siano state chiuse.
Strutture religiose e sportive:
Testimoni oculari riferiscono che le moschee in villaggi quali Boyuran-e Sofla (Sardasht), Gugjeh (Marivan) e nelle zone rurali di Paveh, così come le strutture sportive — tra cui la Jalili Khosroshahi Hall a Mahabad e la Hijab Sports Hall a Saqqez — sono state trasformate in basi per centinaia di forze armate e in depositi per armamenti pesanti e semipesanti.

Implicazioni giuridiche ai sensi del diritto internazionale
Ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, la distinzione tra obiettivi militari e beni civili è un principio fondamentale del diritto internazionale umanitario. Lo schieramento di forze militari all’interno di aree residenziali e civili, così come l’obbligo imposto ai residenti di evacuare le abitazioni vicine, può costituire una grave violazione, poiché mette deliberatamente a rischio la vita dei civili in caso di potenziali attacchi.

Resistenza civile e minacce alle frontiere
Nonostante il clima di paura prevalente, Hengaw ha ricevuto segnalazioni di resistenza civile collettiva contro la militarizzazione degli spazi pubblici. I residenti del villaggio di Gugjeh a Marivan, ad esempio, hanno costretto le forze armate a ritirarsi dalle moschee e dalle scuole locali. Resistenze simili sono state segnalate a Marivan e Saqqez, in particolare in risposta all’uso di impianti sportivi per scopi militari.
Precedenti rapporti di Hengaw hanno inoltre documentato che alle forze armate iraniane è stato ordinato di aprire il fuoco diretto sui civili che si spostano nelle zone di confine, rappresentando una grave minaccia per migliaia di residenti.
Nei giorni scorsi, Farzin Sasani è rimasto gravemente ferito dopo essere stato colpito dalle forze governative nei pressi del confine di Marivan.
Inoltre, Arman Khaleghpanah, un uomo curdo di Saqqez, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco nei pressi di Baneh mentre era alla guida del proprio veicolo.
Inoltre, le comunità tribali nomadi nelle zone di confine, tra cui Qasr-e Shirin, Khosravi, Naft Shahr e Sumar, sono state costrette ad abbandonare i propri luoghi di residenza a seguito di ultimatum e pressioni da parte delle forze militari. Hengaw aveva precedentemente riferito che tali evacuazioni erano state effettuate per facilitare lo schieramento delle unità corazzate e di artiglieria del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC).
Le misure in corso in tutto il Kurdistan — tra cui la militarizzazione di moschee e scuole, l’istituzione di numerosi posti di blocco e le minacce di ricorso alla forza letale nelle zone di confine — indicano una violazione sistematica dei diritti umani fondamentali.

(Fonte: Hengaw)