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Tag: Shengal

Dal Rojava a Shengal a Makhmur: un domino pericoloso

Città futura, 25 febbraio 2026, di Carla Gagliardini

I fatti che hanno sconvolto il Rojava (Kurdistan occidentale situato nel nord-est della Siria) dal 6 gennaio scorso, iniziano a far sentire i loro effetti su Shengal, la patria degli ezidi, situata nel nord-ovest dell’Iraq.
A Shengal e in Rojava hanno preso vita le idee di Abdullah Öcalan attraverso il processo di realizzazione del confederalismo democratico, un nuovo paradigma politico che si propone di mettere ordine al “caos”, così definito dal leader curdo, che regna in Medio Oriente. Öcalan ne parla da tempo, almeno dagli anni novanta del secolo scorso. Oggi il Medio Oriente è indiscutibilmente nel caos, generato da un nuovo ordine mondiale che sta cercando di prendere vita, con alleanze e rapporti di forza che cambiano.

Shengal è un puntino sulla cartina geografica del Medio Oriente che ha fatto parlare di sé nel 2014, quando lo Stato islamico, più noto come Isis, ha preso di mira il popolo ezida pronunciando nei suoi confronti un ferman, ossia un editto che proclamava il suo sterminio.

Gli ezidi hanno sofferto molto ma hanno saputo organizzarsi per riprendersi le loro terre, con l’aiuto della Coalizione internazionale anti-Isis, e per dare vita a una forma di autogoverno che prevede anche l’autodifesa, perché l’Isis era penetrato a Shengal grazie al tradimento di chi doveva proteggerli.

L’offensiva di gennaio in Rojava contro l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria (Daanes) da parte del Presidente siriano al-Sharaa, che vanta un curriculum da jihadista, ha avuto successo e oggi della Daanes rimane poco. Il progetto politico del confederalismo democratico non è sepolto ma ovviamente le nuove condizioni richiedono un’analisi approfondita per comprendere come continuare a farlo camminare.

Questo scenario, cambiato in poche settimane, mette in crisi anche l’Amministrazione Autonoma di Shengal, che confina con il Rojava. Il drastico ridimensionamento della Daanes in termini territoriali, di risorse e di autonomia indebolisce il fianco di Shengal e riduce il supporto che riceveva nel rispetto dei principi del confederalismo democratico.

Dietro l’attacco alla Daanes c’è la Turchia che ha sempre considerato il Rojava la terra degli affiliati al Pkk e così pensa anche dell’Amministrazione Autonoma di Shengal.

Era pertanto prevedibile che Ankara non si sarebbe fermata al Rojava ma avrebbe proseguito mirando anche a Shengal.

L’11 febbraio Öncü Keçeli, portavoce del Ministro degli affari esteri turco Hakan Fidan, è intervenuto per fare chiarezza su quanto detto da quest’ultimo in occasione di una sua intervista televisiva del 9 febbraio. Keçeli respinge le accuse di alcuni organi di stampa iracheni che avrebbero letto nelle parole del Ministro la volontà di interferire nelle politiche interne irachene. Ha così spiegato il senso del discorso di Fidan dicendo che “enfatizziamo in ogni occasione che per il futuro miriamo ad avanzare ulteriormente sul piano della collaborazione istituzionale, costruttiva e produttiva che abbiamo stabilito con l’Iraq in quasi tutti i campi, inclusi la sicurezza e l’antiterrorismo”. Ha poi aggiunto una frase che aiuta a chiarire la posizione della Turchia rispetto a Shengal: “Le dichiarazioni rilasciate dal Ministro Fidan nella suddetta intervista, basate su questa intesa di cooperazione, mirano a richiamare l’attenzione sulla minaccia posta all’integrità territoriale e alla sicurezza dell’Iraq dall’organizzazione terroristica PKK, che si è insediata in alcune parti del territorio iracheno, in particolare a Shengal, Makhmur e Qandil”.

La Turchia non nasconde la sua volontà di sbarazzarsi dell’esperienza dell’Amministrazione Autonoma di Shengal e anche del campo profughi di Makhmur, dove si trovano circa 14.000 rifugiati curdi e curde scappati dalla Turchia negli anni novanta del secolo scorso quando i loro villaggi furono rasi al suolo.

Nel distretto di Shengal si vedono già i primi segnali della pressione che arriva da Ankara attraverso la costruzione di nuovi checkpoints da parte dell’esercito iracheno, come quello a Sinune, importante cittadina del distretto.

Desta però maggiore inquietudine tra gli ezidi e le ezide la campagna di requisizioni delle armi che li colpisce, ordinata da Baghdad. E’ sempre vivo in questo popolo il ricordo del genocidio del 2014, preceduto proprio dall’ordine ai civili ezidi di consegnare le armi in loro possesso. A chi disobbediva venivano sequestrate. Dopo aver sottratto loro le armi, i peshmerga (soldati curdi del Kurdistan iracheno) e l’esercito del governo federale, che dovevano difendere Shengal, abbandonarono gli ezidi lasciandoli soli e senza protezione davanti all’Isis che avanzava. Oggi questo popolo è organizzato e ha le sue unità di autodifesa (YbŞ e YjŞ), ma anche i civili vogliono poter partecipare alla lotta di resistenza se ancora una volta venisse sferrato un attacco nei loro confronti. Lo spettro del genocidio convive con gli ezidi e le ezide e lo scenario attuale lo fa percepire come sempre più imminente.

Secondo Rojnews, a seguito delle dichiarazioni di Fidan, alcuni vertici militari iracheni sono stati sostituiti e si è rafforzata la difesa del confine con la Siria. Successivamente si è tenuta una riunione ai massimi livelli militari per discutere la delicata situazione delle frontiere e l’accento è stato posto sul pericolo che corre Shengal, corridoio strategico su cui in molti puntano gli occhi. Poco dopo il Ministro degli esteri iracheno è volato a Ankara dove si è incontrato con il Presidente Erdogan e il Ministro Fidan. Sempre Rojnews riporta che le sue fonti abbiano dichiarato che sul tavolo della discussione fossero presenti la questione di Shengal e la volontà della Turchia di rafforzare con Baghdad la collaborazione sulla sicurezza.

Nel frattempo la Turchia continua a costruire checkpoints e infrastrutture militari nel governatorato di Duhok, non distante da Shengal. In una località ad alcune centinaia di chilometri da Shengal sono in corso i lavori per la realizzazione di una strada ad uso militare dove potranno passare anche mezzi pesanti.

A rendere il quadro ancora più delicato è il trasferimento dei soldati statunitensi che hanno lasciato sia la Siria che l’Iraq federale, riposizionandosi in Giordania e nel Kurdistan iracheno. Questi cambiamenti sono stati accompagnati dallo spostamento di circa settemila miliziani dell’Isis dalle prigioni siriane a quelle irachene, mentre altri sono riusciti a scappare nei giorni del conflitto armato tra Damasco e le Sdf, unità di resistenza della Daanes.

Alla luce di quanto sta avvenendo in Medio Oriente e intorno a loro, gli ezidi hanno fondate ragioni per essere preoccupati, avendo anche constatato la facilità con la quale l’Occidente scarica gli alleati, come ha fatto con le Sdf. La Turchia e l’Isis rappresentano il pericolo più grande contro il quale devono difendersi, dell’Occidente non si possono fidare e allora non resta che insistere con Baghdad perché il canale del dialogo resti aperto. Impossibile è però ottenere il riconoscimento all’autonomia amministrativa che l’Amministrazione Autonoma di Shengal chiede da anni perché Baghdad non può concederla, se vuole evitare di entrare in collisione con la Turchia. Fino ad ora è stata tollerata ma la situazione si fa ogni giorno più difficile.