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Tag: Siria

Siria: massacro dei curdi ad Aleppo. Un appello urgente alla solidarietà

La Bottega del Barbieri, 13 gennaio 2026

Il nuovo corso siriano guidato da Ahmed Hussein al-Sharaa – già conosciuto sotto il nome di Abu Mohammad al-Jolani dai tempi in cui era comandante del Fronte Al-Nusra, legato ad Al-Qaeda – continua a impregnarsi di sangue.
Il nuovo amico dell’Occidente, ricevuto con tutti gli onori da Donald Trump e ricoperto di miliardi dall’UE, non riesce a celare la sua vera natura e il vero obiettivo del suo regime, mascherato da transizione democratica dopo elezioni farsa.
Essa emerge negli attacchi dell’esercito e nei continui massacri delle milizie jadiste (spalleggiate dal governo e dalla Turchia) contro le componenti etniche e religiose che non si piegano al verbo salafita.
Dopo gli alawiti e i drusi, ora è la volta del massacro dei curdi dei quartieri Sheikh Maqsoud e Ashrafieh di Aleppo. La situazione, precipitata in questi ultimi giorni, è estremamente grave, come descritta dagli articoli di Hawzhin Azeez. In fondo agli articoli un appello urgente alla solidarietà.

Sotto assedio ad Aleppo: la lotta curda contro una rinnovata campagna di cancellazione

di Hawzhin Azeez (*)

8 gennaio 2026.
Droni suicidi. Bombardamenti pesanti. Convogli di carri armati e veicoli militari blindati. Questo è il livello di assalto che le fazioni armate affiliate al governo di Damasco hanno avviato la sera del 6 gennaio contro i quartieri Sheikh Maqsoud e Ashrafieh di Aleppo, nel nord della Siria.
Questi quartieri ospitano ben oltre mezzo milione di residenti, tra cui più di 55.000 famiglie curde. Hanno anche assorbito migliaia di curdi sfollati dalla regione occupata di Afrin, che è stata invasa dalla Turchia e dai gruppi islamisti alleati nel 2018.
Nonostante la densità della popolazione civile, è in atto una violenta campagna di bombardamenti ad opera del ministero della Difesa siriano, che ha schierato carri armati, artiglieria pesante, lanciarazzi Grad e Katyusha, mortai e mitragliatrici pesanti DShK.
L’intenzione dietro l’attacco è inconfondibile e lascia pochi dubbi sull’obiettivo di quest’ultima offensiva.
Le persone che vivono in questi quartieri hanno già sopportato molteplici ondate di sfollamenti, esaurite da più di un decennio e mezzo di guerra civile che ha coinvolto l’Esercito Siriano Libero, gruppi jihadisti tra cui ISIS e al-Qaeda, e numerose propaggini come il Fronte al-Nusra e Hay’at Tahrir al-Sham (HTS).
Questi quartieri sono prevalentemente curdi, ma i recenti attacchi del governo alle minoranze hanno spinto molte famiglie druse e alawite a cercare rifugio a Sheikh Maqsoud. L’area è così diventata un microcosmo del mosaico di minoranza diversificato della Siria, un mosaico che sembra essere l’assillo del nuovo regime guidato da Ahmed al-Shara e delle sue ambizioni islamiste e regionali.

“Zone militari chiuse”

Il ministero della Difesa ha dichiarato i quartieri curdi “zone militari chiuse”, segnalando che non riconosce la presenza di civili, e sta effettivamente iniziando la guerra aperta.
Immagini e prove video da terra, tra cui filmati diffusi da Al Jazeera, mostrano che le forze che attaccano i quartieri indossano apertamente le insegne dell’Isis mentre si preparano ad assaltare le aree curde. Questi combattenti non indossano uniformi governative siriane né portano insegne ufficiali, anche se sono ampiamente noti per essere forze affiliate al ministero della Difesa.
Sembra che il governo siriano stia usando i militanti dell’ISIS come forza paramilitare contro i curdi. Il regime ha già usato tattiche simili, anche sulla costa siriana, dove tali fazioni hanno massacrato le comunità alawite e a Suweida, dove sono stati presi di mira i civili drusi.
Questi gruppi, tra cui la 62a brigata al-Amshat, operano anche come mercenari sostenuti dalla Turchia. I rapporti da terra indicano che ai membri della brigata è stato ordinato di rapire donne e ragazze curde e uccidere le persone che incontrano – un’eco agghiacciante degli attacchi dell’ISIS alla regione di Shengal, nel nord dell’Iraq, dove migliaia di uomini e ragazzi yazidi sono stati massacrati e migliaia di donne e ragazze sono state rapite e vendute in schiavitù in tutta la Siria, l’Iraq e il più ampio Medio Oriente.
Le fazioni che attualmente circondano i quartieri curdi di Aleppo includono la Divisione 60-80, composta da elementi della linea dura precedentemente affiliati alla Hay’at Tahrir al‑Sham (HTS) e guidati da un importante comandante HTS noto come Abu al-Manbij.
La 76a divisione, creata dalla Turchia e conosciuta come la fazione Hamzat, è guidata da Abu Bakr, un individuo attualmente sotto le sanzioni statunitensi e britanniche.
La 7a divisione è composta da combattenti provenienti da più gruppi islamici sostenuti dalla Turchia ed è comandata dall’ex leader HTS Khattan al-Albani. Tutte queste fazioni sono militarmente sperimentate, brutali e profondamente radicate nella tattica della guerra di lunga durata siriana.

Quest’ultimo attacco fa parte di una tendenza sempre più allarmante, dalla quale i curdi e altre minoranze mirate in Siria hanno messo in guardia per più di un anno.
Il nuovo governo di al-Sharaa sembra essere una copertura malcelata dell’ideologia dell’ISIS-al-Qaeda, che impiega fazioni jihadiste alleate sostenute dalla Turchia per compiere massacri incontrollati di minoranze.
I quartieri sono stati sottoposti a evacuazioni forzate, con i residenti espulsi dalle loro case in modo che cecchini, carri armati e veicoli blindati possano essere dispiegati. Tali azioni creano un’atmosfera di paura e terrore, in cui la sicurezza civile diventa aree secondarie e residenziali si trasformano in zone militarizzate.
Il regime si è ulteriormente intensificato tagliando l’elettricità ai quartieri curdi – una politica discriminatoria che mina ogni possibilità di riconciliazione o di costruzione della fiducia tra i curdi a lungo perseguitati e lo stato siriano.

Per quanto diverso possa apparire il nuovo governo di al-Shara dal regime di Assad, entrambi condividono il desiderio reciproco di indebolire e privare i curdi in tutta la Siria mentre impiegano tattiche altrettanto violente contro i civili.
Le tattiche del regime sono strettamente legate ai suoi sforzi per costringere le Forze Democratiche Siriane (SDF) sotto la sua autorità. Nel corso dell’ultimo anno si sono svolti diversi round di negoziati tra la leadership delle SDF, l’Amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale (AANES/Rojava) e il governo di al-Sharaa per quanto riguarda l’integrazione politica curda. I colloqui più recenti si sono verificati il 4 gennaio, quando il generale curdo Mazloum Abdi ha incontrato il ministro della Difesa a Damasco. Ma non è emerso alcun consenso, poiché l’ideologia del regime si scontra fondamentalmente con quella dell’AANES.
Il governo sta ora usando apertamente la pressione sui civili come leva per costringere le SDF a concedere ai suoi obiettivi politici.

Approfondire la crisi

Il presidente ad interim al-Sharaa – noto anche come Abu Mohammad al-Jolani – è l’ex leader del Fronte al-Nusra, affiliato siriano di al-Qaeda dal 2012-17. In seguito ha diretto HTS dal 2017-25, poco prima di assumere la leadership dell’opposizione che ha rovesciato il regime di Assad a dicembre. Sebbene abbia tentato di rinominarsi leader siriano nazionalista piuttosto che come una figura jihadista, molti rimangono profondamente scettici nei confronti dei suoi sforzi per prendere le distanze dal suo passato violento.
Il governo di al-Shara è dominato dalla sua cerchia ristretta, tutti provenienti dalla HTS.
Anche la nuova costituzione centralizza il potere nelle sue mani, riflettendo un’influenza politica fortemente islamista riformata come un progetto di unità nazionale.
Al contrario, i curdi del Rojava hanno costruito un sistema democratico e inclusivo che protegge le minoranze, promuove i diritti culturali e linguistici e pone le donne in prima linea, sia nell’esercito attraverso le unità di protezione delle donne che nella vita pubblica e politica.

Molto è stato scritto sulla democrazia emergente del Rojava e sulla sua rivoluzione guidata dalle donne, in particolare sulla loro coraggiosa resistenza contro l’ISIS. Queste sono le donne coraggiose che danno al mondo lo slogan “Jin, Jiyan, Azadi” (Donna, Vita, Libertà). Quando le stesse fazioni hanno attaccato le comunità druse e alawite, i curdi hanno protestato in solidarietà, inviato aiuti urgenti, hanno chiesto la fine degli attacchi e hanno aperto i loro quartieri alle famiglie sfollate.
Per ora, i curdi e le comunità alleate guardano mentre la crisi umanitaria ad Aleppo si approfondisce. Le sette strade che portano nei quartieri sono state bloccate dalle forze governative e ai civili viene impedito di andarsene a meno che non paghino somme estorsive. Le SDF continuano a chiedere un dialogo pacifico e una Siria multiculturale più inclusiva in cui tutte le minoranze sono protette, non solo quelle allineate con il regime.
Attualmente, più di 580.000 persone rimangono sotto assedio. La loro situazione è critica. La stragrande maggioranza sono civili – donne e bambini – terrorizzati da un governo che dovrebbe proteggerli. Almeno otto civili sono stati uccisi e più di 60 feriti, molti dei quali bambini.
La pace non può essere raggiunta in condizioni di guerra e di assedio. La responsabilità spetta al governo siriano di cessare le ostilità contro i curdi e tutte le altre minoranze.
I curdi hanno perso 15.000 persone nella lotta contro l’ISIS – sicuramente i loro figli meritano di più che essere massacrati e fatti a pezzi da gruppi che tentano di rilanciare l’ISIS e da altri jihadisti nella regione.

(*) Tratto da GreenLeft.

Aleppo, 9 gennaio 2026

di Hawzhin Azeez (*)

La situazione che emerge da Aleppo è catastrofica: una discesa nella ferocia talmente profonda che non riesco, in tutta coscienza, a condividere le immagini che appaiono da terra. Le persone vengono massacrate.
Esecuzioni sommarie per le strade. Ad Ashrafiya, almeno un’intera famiglia è stata giustiziata nella loro casa, dal più anziano al più giovane.
La scorsa notte, una combattente delle YPJ è stata catturata viva. E’ apparsa stordita e muta mentre gli jihadisti la gestivano con forza brutale, trascinandola per i capelli.
Da donna curda, mi sono ritrovata a pregare per la sua morte rapida, una misericordia che sono certa che coloro che la trattengono non concederanno mai.
Non si fermano all’omicidio, stanno mutilando i corpi dei morti. Prendono di mira le donne con una crudeltà singolare. Almeno una donna curda è stata giustiziata; il suo cadavere è stato profanato e trascinato per le strade, mentre gli assassini filmavano e trasmettevano le loro atrocità.
I curdi del Rojava e le Forze Democratiche Siriane (SDF) hanno agito con integrità e moralità, sostenendo lo Stato di diritto e i diritti umani internazionali nei limiti dei loro mezzi militari e sociali.
Questa mattina, ero presente ad un incontro dove il Comandante in capo delle SDF ha esortato la necessità di un cessate il fuoco e di un dialogo pacifico – chiediamo ancora pace e democrazia anche sotto assedio.
Sotto l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est (AANES), oltre 60.000 militanti dell’ISIS e le loro famiglie sono stati catturati e trattati con umanità. Abbiamo fatto ripetute, futili richieste per il rimpatrio dei combattenti stranieri nei loro paesi d’origine, eppure siamo stati ignorati.
Abbiamo permesso alle organizzazioni internazionali e all’ONU un accesso senza restrizioni per provvedere a queste famiglie. Abbiamo scelto la strada del diritto internazionale in ogni occasione, anche nel trattamento di chi ha cercato la nostra distruzione.
Abbiamo perso 15.000 dei nostri, i migliori e più giovani, nella lotta contro l’ISIS solo per essere dati in pasto ai lupi aiutati a vestirsi da agnelli – con bugie cucite con mani bagnate di sangue, mentre cercavano di convincerci a condividere una casa con loro.
Ad ogni occasione il nemico ha massacrato, ucciso e profanato il popolo curdo, le sue terre e i suoi corpi. Si beffano delle leggi della guerra e dei diritti dei vivi.
Ogni donna combattente catturata dalle loro mani è stata trovata morta e mutilata, perché le loro menti piccole credono che la profanazione sia la via per farci vergognare.
Nessuno è rimasto vivo per poter tornare a casa un giorno.
Ora è chiaro che non combattiamo più su un terreno che valorizza la giustizia o il diritto internazionale, se mai esistesse un posto del genere per i curdi e le minoranze di questa terra.
Negli ultimi due anni abbiamo assistito sugli schermi televisivi a scene di immensa brutalità che hanno travolto minoranze etniche e religiose. Ogni guerra combattuta in questo momento è diventata una guerra di eliminazione, lo sterminio totale e assoluto dei più vulnerabili. Ma abbiamo anche osservato voi “gruppi di solidarietà” e ancora una volta siamo testimoni dolorosi e amari del vostro senso selettivo della giustizia, che decide quali cause meritano attenzione e quali minoranze non meritano la stessa attenzione!
PS: Ho scelto di condividere qui un’immagine della YPJ perché sono l’unico Dio che venero.

(*) Tratto da qui.

Aleppo, 11 gennaio 2026

È un giorno molto, molto brutto per essere curda.
Non mi considero più umana. Perché con quello che hanno fatto a Sheikh Maqsoud – i massacri, l’incomprensibile perdita del generale Ziyad Halab, i fiumi di sangue che scorrevano per le strade di Sheikh Maqsoud, il lancio da un edificio di 4° piani delle nostre donne combattenti, il rastrellamento di uomini e ragazzi, filmati mentre gli jihadisti ridono come fossero al mercato del macello – io e altri 60 milioni di curdi siamo stati privati dell’ultima parvenza di umanità che ci rimaneva.
Quando l’annessione turca di Afrin ci ha uccisi non sapevo che un morto potesse essere ucciso due volte, tre volte e infinitamente. La speranza persiste nella volontà del popolo del Rojava, di Kobane, di Qamishlou e di Amude e di tutte le altre città ancora in piedi contro gli jihadisti, perché ciò che ci rimane da proteggere deve rimanere saldo, e dobbiamo onorare il sangue di ogni singola persona, per il Generale Ziyad Halab, per coloro che hanno sanguinato da soli e abbandonato il mondo ad Ashrafiya e Sheikh Maqsoud, e per coloro che ancora lottano fino all’ultimo respiro.
Quindi ora mi rivolgo a voi, aiutatemi per favore. Fate una donazione alla Heyva Sor (Mezzaluna Rossa) curda. Sono l’unica organizzazione di aiuti credibile che raccoglie donazioni per gli sfollati di Ashrafiya e Sheikh Maqsoud.
Se non potete donare fondi, condividete la donazione a più persone e su più piattaforme possibili.
Abbiamo urgentemente bisogno che tutti contattino e scrivano email ai propri parlamentari e membri del Senato, i membri del consiglio comunale, chiunque sia al governo – inondate le loro caselle di posta elettronica con richieste di agire, anche se si tratta di aiuti umanitari, ma più urgentemente la condanna del governo salafista, jihadista guidato Jolani e di suoi mercenari alleati per i massacri del popolo (scarica QUI l’appello).

 

Siria. La tragedia dei curdi siriani: identità negata tra al-Assad, ISIS e lotte interne

Notizia Geopolitiche, 11 gennaio 2026, di Shors Surme

Un rapporto del Beckham Research Center descrive la drammatica condizione dei curdi siriani, un popolo che da decenni vive una tragedia spesso ignorata. I curdi rappresentano il gruppo etnico più numeroso della Siria dopo gli arabi, sebbene il loro numero esatto resti sconosciuto: il regime di Assad, infatti, da molti anni nega la carta d’identità a una larga parte della popolazione curda, privandola del riconoscimento come cittadini siriani. Si stima che i curdi in Siria siano tra i 2 e i 2,5 milioni
Il rapporto ripercorre le sofferenze storiche subite dai curdi, individuando tre principali forme di persecuzione a partire dalla Prima guerra mondiale: la repressione operata dal regime di Assad, legata anche al presunto riavvicinamento dei curdi alla Turchia e all’Islam sunnita; le atrocità commesse dall’ISIS in aree come Kobane e Sinjar, occupate dal gruppo jihadista; le gravi violazioni attualmente perpetrate da un partito armato curdo, che impone l’arruolamento forzato dei giovani e li sottopone ad arresti, esecuzioni e sfollamenti.
Queste persecuzioni hanno causato l’esodo di circa 500mila curdi siriani verso la Turchia, 30mila nel Kurdistan iracheno e oltre 100mila in Europa
Lo studio sottolinea inoltre che la stragrande maggioranza dei curdi, sia in Kurdistan sia nelle aree a maggioranza curda, professa l’Islam sunnita e segue la giurisprudenza shafi‘ita. Tuttavia, tutti sono esposti a devastazioni culturali e religiose che mettono seriamente a rischio la loro identità e persino la loro sopravvivenza come popolo. Ma chi è responsabile di questa minaccia?
Quando i siriani si sollevarono contro il regime e anche molti curdi iniziarono a partecipare alle manifestazioni pacifiche, il Partito dell’Unione Democratica (PYD) diffuse sentimenti di ostilità tra i curdi, ricordando loro le ingiustizie subite nel corso degli anni per mano degli arabi. Questa narrazione non era del tutto infondata: il regime aveva effettivamente oppresso i curdi e fomentato divisioni tra curdi e arabi, spesso provocando scontri tra i due gruppi.
Un episodio emblematico è l’assassinio dello sceicco Mashouq al-Khaznawi da parte dell’intelligence del regime. In televisione comparve un uomo, Abdul Razzaq, originario di Deir Ezzor, che dichiarò di aver partecipato all’omicidio. Tuttavia, grazie anche all’influenza dei partiti curdi, l’opinione pubblica curda comprese che si trattava di un tentativo del regime di alimentare l’ostilità tra curdi e arabi.
Parallelamente il regime instillò negli arabi il timore dei curdi, sostenendo che questi ultimi intendessero creare uno Stato indipendente che avrebbe espropriato gli arabi delle loro terre e risorse. Il PYD fu inoltre il primo gruppo a imbracciare le armi in Siria dopo l’uccisione del giovane curdo Idris Rasho e, in seguito, impedì lo svolgimento di manifestazioni pacifiche contro il regime, giustificando la decisione con il rischio di bombardamenti sulle aree curde.
Il ricercatore Hoshang Osi ha analizzato il rapporto tra i curdi siriani e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), mostrando come i curdi siriani siano stati a lungo relegati a un ruolo marginale all’interno del movimento.
A seguito delle pressioni esercitate dai membri curdi siriani, il PKK nominò Rustam Kudi, anch’egli curdo siriano, a un incarico nelle regioni curde della Siria. Tuttavia, il regime non accettò tale nomina e Kudi fu successivamente assassinato in circostanze misteriose.
Un ex membro del PKK racconta di aver trasportato giovani volontari attraverso il fiume Tigri per raggiungere gli accampamenti del partito sulle montagne della Turchia. Durante una traversata, uno dei ragazzi, preso dal panico, si gettò fuori dalla piccola imbarcazione. Un alto ufficiale che supervisionava l’operazione lo spinse nuovamente nel fiume, dove il giovane annegò. L’episodio evidenzia il ruolo ricorrente dell’intelligence del regime nel contrabbando di combattenti verso i Paesi vicini, sia in uniforme militare sia come mujaheddin, perseguendo lo stesso obiettivo strategico.
Il regime di al-Assad è inoltre ritenuto responsabile di profondi cambiamenti culturali e sociali nelle aree curde, avendo sostenuto partiti di sinistra di ispirazione comunista e marxista. Tra questi rientrano il tentativo di convertire i curdi allo sciismo attraverso il “Movimento al-Murtada”, guidato da Jamil Assad, e lo sviluppo del PKK, anch’esso avvenuto sotto la supervisione del regime.
Il defunto mullah Mohammed Haider denunciò questa contraddizione con parole emblematiche: «Come può un governo permettere a un gruppo che afferma di voler liberare il Kurdistan di organizzare feste e reclutare giovani, mentre imprigiona me per aver insegnato la preghiera e il digiuno?». In un’occasione fu incarcerato per aver detto in curdo, durante la preghiera comunitaria: «Riorganizzate i vostri ranghi».
Alla luce di questi elementi, appare evidente che l’alleanza tra il PKK e il regime di al-Assad sia stata, e continui a essere, fondata su motivazioni settarie. Perché al-Assad, padre e figlio, non si sono mai alleati con altri partiti curdi in Iraq e in Siria, scegliendo invece il PKK? Secondo il rapporto, la risposta risiede nel fatto che molti dei fondatori del PKK sono alawiti, curdi o turchi, e condividono la medesima ideologia di sinistra.

Scontri di Aleppo ignorati dai media italiani

Davide Grasso, Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2026

Negli ultimi due giorni sono scoppiati violenti scontri nella città di Aleppo, in Siria, sostanzialmente ignorati dai media italiani. Le forze governative hanno lanciato un ultimatum e poi attaccato tre quartieri settentrionali – Şex Maxsud, Ashrafiye e Bani Zaid – che si trovano sotto il controllo delle Forze di sicurezza interne (Asaysh) e di Consigli popolari collegati all’Amministrazione democratica autonoma (Daa). Quest’ultima, collocata a est dell’Eufrate, resta dal 2012 fuori dal controllo dello stato, prima e dopo la caduta di Assad.

Il 10 marzo il comandante delle Forze siriane democratiche (Fsd) che proteggono la Daa, Mazlum Abdi, ha siglato un accordo con Ahmad Al-Shaara, presidente siriano, che prevede tra l’altro l’integrazione delle Fsd nell’esercito nazionale. Il dialogo non ha tuttavia fatto passi in avanti decisivi perché le Fsd vorrebbero essere integrate come divisioni (come garantito ad altri gruppi armati emersi dalla guerra) e mantenere una collocazione geografica analoga a quella attuale. Per il governo, in questo sostenuto dalla Turchia, dovrebbero invece sciogliersi, con i singoli effettivi ricollocati in altre divisioni e altri territori.

Un problema politico

Sullo sfondo c’è un problema politico. Da un lato tanto i curdi delle unità Ypg (o le donne delle Ypj) quanto gli arabi delle brigate Sanadid o di Shams al-Shamal, parte delle Fsd, vorrebbero mantenere una prossimità con le proprie comunità di origine per proteggerle in caso di nuove violenze. Dopo tredici anni di guerra e un anno di massacri su base confessionale perpetrati dal nuovo governo (contro gli alawiti sulla costa e i drusi a Suwayda) sono in molti in Siria a temere per la propria vita, oltre che per la libertà appena riconquistata. Vale anche per gli assiri che vivono nella Daa, di religione cristiana, che partecipano alle Fsd attraverso il Consiglio militare siriaco e le forze di polizia Sotoro.

I quartieri di Ashrafiye e Shex Maxsud, di fatto un’enclave della Daa nelle zone del governo, sono per lo più musulmani sunniti, benché nella Siria del nord sia difficile trovare una singola strada che non sia multiconfessionale. L’influenza decisiva è in quei quartieri esercitata dal Partito di unione democratica ispirato alle idee del pensatore curdo Abdullah Ôcalan. Esso propugna una repubblica democratica in grado di concepire la nazione come intersezione di varie identità nazionali.

Questo implica forme di importante decentramento istituzionale e amministrativo, pur mantenendo (e, in quest’ottica, anzi rafforzando) l’unità politica del paese. La Daa ha visto inoltre svilupparsi migliaia di comuni popolari, alcune delle quali in grado di affermare dinamiche di autogoverno parziale della vita associata, e centinaia di cooperative che cercano di organizzarsi secondo principi egualitari. Come si vede, la questione non è etnica ma politica. Il problema principale, per il governo come tale, non è la lingua parlata dagli abitanti, ma l’influenza ideologica secolare e socialista, in totale contrasto con l’impostazione del nuovo presidente. Quest’ultimo non intende mettere in discussione l’impostazione centralizzata dello stato caratteristica dell’epoca di Assad allineandola, semplicemente, con interpretazioni del credo islamico che – minoritarie pure in seno al mondo sunnita – dovrebbero essere imposte a tutti i cittadini.

Nonostante l’intesa

Per questo i quartieri nord di Aleppo sono stati attaccati diverse volte in questi mesi, sebbene le due parti abbiano firmato un’intesa il 1° aprile cui hanno fatto seguito il ritiro delle Fsd e la permanenza di una polizia autonoma (gli Asaysh appunto, che hanno resistito agli attacchi nelle scorse ore). Il governo ritiene sia ormai giunto il momento di invadere quelle aree e prenderne il controllo. Questo precedente – usare un accordo per tentare un colpo di mano – non aiuta il processo negoziale in corso. Quanto sia diffuso il terrore rispetto all’ingresso delle forze governative, del resto, è dimostrato dalle decine di migliaia di persone che sono fuggite nel corso di poche ore nella giornata di giovedì. Se per molti soldati di Damasco i drusi o gli alawiti sono miscredenti perché non aderiscono alla giusta tradizione dell’Islam, gli abitanti di Aleppo nord sono addirittura atei (sebbene questo non sia vero nella maggior parte dei casi).

Un’altra accusa strisciante alla Daa è di essere segretamente allineata con Israele, sebbene non vi sia alcuna prova di un simile rapporto. È semmai degno di nota che questa operazione su vasta scala contro i quartieri nord di Aleppo sia iniziata poche ore dopo l’accordo siglato a Parigi tra Siria e Israele per tentare una gestione congiunta dei momenti di crisi nel paese. Il cessate il fuoco raggiunto venerdì non ha impedito che sul terreno restassero 21 persone, tra cui diversi civili, e gli ospedali (uno bombardato dal governo) accogliessero centinaia di feriti.

Non è chiaro se e quando gli scontri ricominceranno, né se e quando i residenti che sono fuggiti faranno ritorno. Quel che è certo è che è necessaria non soltanto un’attenzione maggiore su quanto avviene in Siria, ma anche un nuovo modo di analizzare e verbalizzare i fatti siriani, dove gli eventi non siano ridotti a un vocabolario etnico, ma siano prese in considerazione le faglie politiche e i modelli diversi di organizzazione della società.

 

Aleppo sotto l’assedio del governo di Damasco


KNK, Uiki Onlus, 7 gennaio 2026

Nelle ultime due settimane, il governo di Damasco è tornato a ricorrere alla violenza contro gli insediamenti curdi di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah ad Aleppo. Dalla giornata di ieri, gli attacchi sono estesi anche ai quartieri di Beni Zeyd. La documentazione fornita dall’Agenzia di stampa curda ANHA riferisce che 9 persone – quasi tutte civili – hanno perso la vita, mentre almeno 46 sono rimaste ferite, tra cui molti bambini.

Sotto supervisione turca, le forze del Ministero della Difesa siriano hanno dispiegato un vasto arsenale di armi pesanti: carri armati, artiglieria pesante, lanciarazzi “Grad” e “Katyusha”, mortai e mitragliatrici pesanti DShK di vario tipo. Sono stati inoltre impiegati droni suicidi e armamenti ad alta capacità distruttiva. Gli attacchi vengono condotti principalmente da gruppi armati sostenuti dalla Turchia — tra cui Hemzat, Emşat, Sultan Murad e Nureddin Zengi.

I 500.000 curdi che vivono a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah abitano Aleppo da secoli. Le attuali politiche, motivate da intenti di pulizia etnica, rischiano di trascinare la Siria in una nuova spirale di escalation.

Da tempo sono in corso negoziati diplomatici, con mediazione internazionale, per l’integrazione democratica delle Forze Democratiche Siriane (SDF) nel Ministero della Difesa siriano. Tuttavia, ogni volta che si intravede un progresso, Stati regionali come la Turchia intervengono attivando milizie dell’orbita HTS, fedeli al governo siriano, che poi passano all’attacco contro i civili curdi. Pensare che la violenza possa strappare concessioni ai curdi è un’illusione: ricordiamo gli anni di combattimenti contro lo Stato Islamico (ISIS), che impiegò ogni forma di brutalità e tuttavia fu sconfitto grazie alla resistenza curda.

Il governo siriano dovrebbe smettere di fungere da strumento di potenze regionali come la Turchia. Nonostante le storiche opportunità offerte dal leader curdo Abdullah Öcalan dal 27 febbraio 2025, il governo turco continua a rifiutare qualsiasi percorso di soluzione della questione curda — una linea che oggi si riflette anche nella sua politica estera in Siria. Invece di seguire le direttive di Ankara, il governo di Damasco dovrebbe privilegiare il ricorso a una mediazione internazionale per costruire la pace con i curdi e riconoscere formalmente i curdi come parte costitutiva della Siria.

Il popolo siriano ha già sofferto abbastanza la guerra. I popoli della Siria — in particolare curdi, arabi, armeni e assiri nel nord-est del Paese e in Rojava — hanno pagato un prezzo altissimo per la libertà contro l’ISIS. Dopo aver conosciuto persecuzioni brutali, anche alawiti e drusi hanno bisogno di pace.

Richieste urgenti

Chiediamo alle Nazioni Unite, agli Stati Uniti, alla Lega Araba e all’Unione Europea di intervenire per fermare Paesi come la Turchia, i cui interessi di potenza stanno ostacolando il cammino verso la pace in Siria. La Siria non è parte di alcun progetto neo-ottomano. Chiediamo inoltre a tutti gli Stati che collaborano con il governo al-Sharaa sul piano diplomatico, economico o militare di abbandonare le precedenti politiche di guerra per procura. Grazie agli sforzi dei curdi, la Siria ha oggi una possibilità di democrazia — e quindi di pace.

Il modello avviato dai curdi nel nord-est della Siria rappresenta un faro di democrazia, uguaglianza e libertà: un modello di emancipazione femminile e trasformazione sociale, in cui curdi, arabi, armeni e assiri possono convivere come eguali. Chiediamo inoltre al governo turco di prendere in considerazione le proposte di pace avanzate dalla parte curda — rappresentata dal leader Abdullah Öcalan — con l’obiettivo di favorire una transizione democratica e relazioni più pacifiche tra curdi e Turchia, Siria e Iraq.

Consiglio Esecutivo del Congresso Nazionale del Kurdistan

«La Turchia cerca di far saltare l’accordo tra Damasco e Daanes»

Il manifesto, 27 dicembre 2025, di Tiziano Saccucci

Siria Parla Salih Muslim, tra le più autorevoli personalità della Siria del nord-est: «Ankara punta a fare pressione sui curdi, sulle Sdf e sull’autonomia affinché si arrendano. Ci accusano di legami con Israele che non abbiamo»

«Coloro che incitano i nostri fratelli arabi a uccidere i curdi non sono a conoscenza del fatto che in questi 14 anni il sangue dei nostri martiri arabi è diventato uno con il sangue curdo – ha dichiarato Sipan Hamo, comandante di alto rango delle Forze della Siria Democratica (Sdf), rispondendo alle voci su un’ulteriore escalation nel Nord-Est – Non puntate sulla discordia; presto ci vedrete a Damasco, insieme ai leader arabi e curdi: guideremo la Siria verso stabilità e democrazia, fianco a fianco con alawiti, sunniti, drusi, cristiani e tutte le altre componenti».

DIETRO LE PAROLE rassicuranti dei dirigenti curdi, tuttavia, si muove una partita più ampia delle semplici voci. Nelle ultime settimane, figure e media vicini al governo di transizione siriano hanno inasprito i toni contro l’Amministrazione autonoma democratica del Nord-Est (Daanes), accusata di non rispettare l’accordo del 10 marzo firmato dal comandante generale delle Sdf, Mazloum Abdi, e dal presidente ad interim Ahmed al-Shaara. Secondo Damasco, la scadenza sarebbe imminente: fine anno.

«L’ultimo degli otto articoli dice che le parti cercheranno di applicarlo entro quest’anno: ma non c’è una scadenza, può essere prorogato», spiega al manifesto Salih Muslim, dirigente del Partito dell’Unione democratica (Pyd), una delle colonne dell’Amministrazione autonoma. «Finora il governo non ha voluto portarlo a termine a causa delle pressioni della parte turca. Ankara non era al tavolo quando l’accordo è stato firmato, nessuno l’ha consultata. Per questo cerca di bloccarlo in ogni modo».

La Turchia lega l’intesa (che prevede l’integrazione delle Sdf nell’apparato militare statale) allo scioglimento dell’intera struttura amministrativa nata dalla rivoluzione del Rojava. Ipotesi che l’Autonomia respinge. Pochi giorni fa è avvenuta l’ennesima visita a Damasco del ministro degli esteri turco Hakan Fidan. Poche ore dopo i quartieri curdi di Aleppo sono tornati teatro di scontri tra milizie controllate da Ankara, ora integrate nell’esercito siriano, forze governative e unità di sicurezza interna della Daanes. Proseguiti a intermittenza fino a sabato.

«IL TEMPISMO di quanto è accaduto a Sheikh Maqsoud e della visita di Hakan Fidan, insieme al ministro della difesa e al capo dell’intelligence, non è casuale – continua Muslim – Sono venuti per discutere l’attuazione dell’accordo del 10 marzo: esistevano proposte delle Sdf e una risposta del governo. Ora vogliono cambiarla». Secondo il dirigente del Pyd, Ankara punta a «fare pressione sui curdi, sulle Sdf e sull’amministrazione affinché si arrendano», a prescindere dalle intenzioni di Damasco.

Aleppo, del resto, è stata fin dall’inizio un banco di prova per l’integrazione. Ad aprile i primi accordi tra i rappresentanti dei quartieri autogestiti e il governo di transizione avevano portato al ritiro delle Sdf e alla creazione di checkpoint congiunti fra le forze di sicurezza di Damasco e quelle della Daanes: il bersaglio ideale, dunque, per chi punta a far deragliare il dialogo.

Nella conferenza stampa finale, Fidan è arrivato ad accusare le Sdf di bloccare l’intesa con l’appoggio di Israele. Un’accusa respinta: «Lo abbiamo già detto molte volte: non abbiamo rapporti con gli israeliani. Stanno solo cercando di collegarci a Israele per colpirci davanti ai musulmani, in Turchia e altrove. Lo fanno per i loro problemi interni».

IN QUESTO QUADRO, la strategia dell’Amministrazione autonoma guarda a un consenso più largo, oltre le linee etniche e confessionali. «Attraverso il Consiglio democratico siriano abbiamo relazioni con altre comunità. Siamo presenti nelle aree alawite e druse, persino nella diaspora europea», spiega Muslim. Il riferimento è al lavoro di rete, agli aiuti umanitari inviati verso la costa, a Suwayda e perfino a Idlib: «Nonostante la presenza di gruppi jihadisti, abbiamo alcuni contatti molto buoni con la popolazione».

Anche il fronte curdo, dopo anni di divisioni, appare meno frammentato: «Tutti i curdi, personalità, partiti e istituzioni, si sono riuniti il 26 aprile e hanno concordato una quindicina di punti per risolvere la questione curda in Siria. Il fronte è pronto». La chiave rimane il radicamento sociale dell’esperienza di autogoverno: «Le persone nelle nostre zone cercano di migliorare la propria vita. Vogliono una Siria democratica perché si considerano parte di questo Paese. Ed è giusto così. È ciò che stiamo tentando di costruire».

«Nonostante pressioni, guerra e attacchi, la nostra regione è tra le più sicure della Siria – conclude Salih Muslim – Naturalmente, tutti vogliono che la situazione migliori ancora e lottano insieme affinché accada. A Sheikh Maqsoud, durante i bombardamenti, la gente è scesa in strada a ballare. Nessuno è fuggito. Le persone restano legate alla terra e difendono gli spazi di democrazia che hanno creato. Questo è ciò che vediamo».

Per la nuova Siria le donne sono una minaccia

ilmanifesto.it Lorenzo Trombetta 27 ottobre 2025

Per ogni regime fondamentalista il nemico principale sono le donne.

Senza democrazia. Escluse dai processi di transizione, marginalizzate e intimidite alle elezioni. L’«inclusione» è un termine buono solo per i donatori stranieri

DAMASCO
Le donne sono state mandate a casa presto. Solo gli uomini sono rimasti fino a tarda notte a contare le schede della sezione elettorale di Aleppo in occasione delle elezioni legislative siriane, le prime dal cambio di potere avvenuto dieci mesi fa. Nel nuovo parlamento per ora figurano solo sei donne.
Non si è trattato di elezioni dirette, bensì di una selezione di deputati, avvenuta a più fasi e cominciata questa estate, gestita in toto dai nuovi signori di Damasco. Dei 210 deputati totali, 121 sono stati scelti in base a un meccanismo articolato in commissioni centrali e locali fortemente controllate dalla presidenza. Dovevano essere 140 (i due terzi) ma all’appello mancano i 21 deputati assegnati per le regioni del nord-est (Hasake e Qamishlo) e del sud-ovest (Sweida) escluse dal processo elettorale. La presidenza si è riservata il diritto di nominare direttamente i restanti 70 deputati, il cosiddetto terzo di garanzia, che permette al raìs Ahmad Sharaa di controllare formalmente l’organo legislativo. C’è da rivoluzionare la Siria. A cominciare dalle sue leggi. Senza che la thawra – la rivoluzione – sia ostacolata da inutili impacci. Come le donne.

TRA I CIRCA 1.500 candidati solo il 14% erano donne. Le uniche sei deputate rappresentano poco meno del 5% dei 121 onorevoli, scelti da un manipolo di seimila delegati elettorali (rispetto a 18 milioni di aventi diritto al voto). Lontani dal 30% di «quota rosa» chiesto a gran voce dalle varie piattaforme della società civile siriana negli incontri di luglio con la Suprema commissione elettorale.
Ma non è solo una questione di numeri. Il vizio di questo processo pseudo-elettorale risiede nel fatto che non è stato affatto inclusivo e partecipativo. Così come non sono state inclusive e partecipative le altre due principali iniziative intraprese dal governo dall’inizio dell’anno fino a oggi: il «dialogo nazionale» e la sua conferenza-photo opportunity di febbraio; l’annuncio a marzo della nuova costituzione.
«INCLUSIVO» e «partecipativo» sono due aggettivi che possono risultare vuoti e buoni solo agli slogan dei donatori stranieri. In realtà qui risiede il cuore del problema: l’elaborazione della nuova legge elettorale per il parlamento richiedeva un lavoro paziente e collettivo, non dettato dalla fretta predatoria di metter le mani su una istituzione formalmente democratica ma da usare in un’ottica autoritaria.
Questo processo avrebbe dovuto coinvolgere nelle varie località quei gruppi della società civile che da anni lavorano per una pace sostenibile e non violenta, basata sulla condivisione trasparente della gestione delle risorse e della distribuzione dei servizi e sulla ricomposizione delle fratture causate dalla dittatura e la guerra. In ogni cittadina e villaggio siriano ci sono donne, ben conosciute a chi lavora sul terreno e che da tempo sono impegnate in questi ambiti civili di riconciliazione e rinascita.
QUANDO ALCUNE di queste attiviste hanno provato a proporsi come candidate in almeno tre località sono state, con pressioni più o meno esplicite, invitate a farsi da parte. Ed è un fatto che il processo di scrittura della legge elettorale per il rinnovo del parlamento ha seguito un canovaccio solipsistico, totalmente pilotato dalla nuova classe al potere.
DOPO ESSERE stata nominata dal presidente, la Suprema commissione elettorale, formata da otto uomini e due donne, ha cominciato i suoi lavori a fine giugno, avviando una sequenza di scelta dei membri delle commissioni locali e quindi dei delegati chiamati a eleggere i 140 deputati. In questo processo la commissione ha coinvolto quasi esclusivamente ambienti maschili.
Come hanno raccontato gli stessi membri della Commissione, sono state ascoltate due categorie di cittadini: le autorità locali, dai governatori ai direttori provinciali dei ministeri; i notabili locali, dai leader religiosi e civili agli imprenditori e ai faccendieri. Trovare una donna è stato davvero difficile. Foto e filmati di queste riunioni raccontano di uno schiacciante dominio maschile.
LA STESSA COMMISSIONE non ha mai fatto riferimento a incontri con esponenti di organizzazioni nazionali e locali della società civile, note per aver elaborato proposte e progetti per promuovere pari opportunità e diritti di genere. Questi gruppi non sono mai stati ben visti dal potere centrale. E non lo sono certo oggi. Nel 2022, più di due anni prima della caduta del regime degli Assad, diverse associazioni femministe erano state prese di mira da una campagna mediatica alimentata da gruppi religiosi, espressione di poteri maschilisti e patriarcali, che accusavano le organizzazioni femministe di «adescare le nostre ragazze con iniziative accattivanti ma piene di veleno in nome di quella che chiamano liberazione della donna… una minaccia più pericolosa di una battaglia armata».
La campagna di tre anni fa è stata solo la punta dell’iceberg di una quotidianità fatta di naturali e sistematiche esclusioni. Nonostante ciò, prima e durante la guerra, le siriane hanno ampiamente tentato di partecipare alla vita pubblica, in presenza e in assenza degli uomini: non solo per reclamare la liberazione di mariti e figli nelle carceri di Asad o in quelle delle milizie oggi al potere; e non solo per tenere in piedi un’intera famiglia dentro la disperazione di un campo profughi senza il capofamiglia scomparso in guerra o affogato nel Mediterraneo. Ma anche per rivendicare, giorno dopo giorno, con un’azione spesso non intercettata dai grandi media, il rispetto dei diritti civili e politici di tutte le siriane e i siriani.
Le comunità druse nel sud-ovest e le curde nel nord-est – le regioni escluse dalle «elezioni» del 5 ottobre – sono state quelle che hanno mostrato un attivismo femminile più marcato rispetto ad altre regioni siriane. Sebbene la loro esclusione dal processo elettorale non appaia legata direttamente alla questione femminile, i calcoli politico-militari di Damasco per non coinvolgere i drusi e i curdi hanno a che fare, in fin dei conti, anche con l’atteggiamento più pugnace e meno restio a subire l’autorità maschile e patriarcale da parte di numerose attiviste di queste due comunità.
A CHI AFFERMA che bisogna dare tempo ai nuovi governanti siriani, c’è chi risponde: «per incoraggiarti a comprare un vestito stretto il negoziante ti dice che l’abito col tempo si allarga». Nel caso della partecipazione femminile, l’impressione è che col tempo lo spazio di libertà si restringerà ancora di più.

Lorenzo Trombetta
Per 25 anni corrispondente ANSA e LiMes per il Medio Oriente da Beirut, autore di monografie sulla Siria contemporanea. Arabista, con un dottorato alla Sorbona in Studi Islamici, insegna Storia del Mondo Islamico all’università

Il nuovo accordo tra Ankara e Damasco contro i curdi: armi in cambio della possibilità di colpire l’Ypg in territorio siriano

L’Espresso, 21 ottobre 2025

La Turchia potrà attaccare l’ala siriana del Pkk a una profondità di 30 chilometri all’interno del territorio siriano

I media turchi riportano di una nuova intesa fra Turchia e Siria che permetterà al governo di Damasco di dotare il proprio esercito di armi turche e al governo di Ankara di colpire obiettivi curdi a una profondità di 30 chilometri all’interno del territorio siriano. L’intesa è stata raggiunta nell’incontro della scorsa settima tra i ministri degli Esteri dei due Paesi e mancherebbe ora solo la firma ufficiale. La prima fornitura di droni, radar, blindati e razzi sarebbe già arrivata in Siria.

L’intesa raggiunta tra i due Paesi va a ridisegnare i rapporti di confine, teoricamente fermi al protocollo di Adana del 1998 e poi saltati a causa della guerra civile scoppiata in Siria nel 2011. In base al protocollo di Adana, la Turchia aveva diritto a lanciare operazioni contro le milizie separatiste curde del Pkk a una profondità di 5 chilometri all’interno del territorio siriano. A distanza di 27 anni, lo Ypg, l’ala siriana del Pkk, detiene il controllo del Nord-Est della Siria, il Rojava. L’accordo permetterebbe ad Ankara una maggior libertà d’azione nella difesa del proprio confine e a Damasco di consolidare il controllo del territorio siriano dopo la caduta, avvenuta a dicembre 2024, del regime di Bashar al Assad.

I turchi considerano lo Ypg un’organizzazione terroristica. Il nuovo governo di Damasco guidato da Ahmed al Sharaa punta all’integrità del Paese e non parrebbe disposto a concedere autonomia allo Ypg. Anche per il presidente turco Recep Tayyip Erdogan l’integrità della Siria risulta fondamentale, deciso a favorire il rientro in patria dei tanti profughi siriani scappati dalla guerra civile.

In base a quanto reso noto dai media turchi, Ankara avrebbe già inviato droni, blindati, razzi a media gittata e pezzi di artiglieria da usare in un confronto con lo Ypg, nel caso questi ultimi dovessero continuare a rifiutare l’integrazione nell’esercito siriano. La tensione, dunque, è alta e scontri tra le milizie curde e l’esercito di Damasco hanno avuto luogo appena due settimane fa nei pressi di Aleppo. Lo Ypg potrebbe anche finire direttamente nel mirino di operazioni turche nel caso di interventi compiuti a una profondità di 30 km dal confine.

L’intesa con la Turchia sarebbe volta anche ad accelerare il processo di ricostruzione dell’esercito siriano, aumentandone la capacità di prevenire ed evitare i raid israeliani e permettendo di proteggere una sovranità spesso in bilico negli ultimi mesi, in modo particolare nella regione meridionale del paese levantino, già parzialmente occupata dallo Stato ebraico per quanto riguarda le alture del Golan.

Processo di pace a rischio, la Turchia ora chiede lo scioglimento delle Sdf

Il manifesto, 13 settembre 2025, di Tiziano Saccucci

Il governo turco ha annunciato lunedì una riunione di gabinetto convocata da Recep Tayyip Erdogan. Sul tavolo il futuro delle Forze democratiche siriane (Sdf), l’alleanza curdo-araba che ha guidato la resistenza contro l’Isis. Ankara continua a considerare le Sdf un’emanazione del Pkk, definito «organizzazione terroristica». Giovedì il portavoce del ministero della difesa turco, Zeki Aktürk, ha ribadito che il mancato disarmo delle Sdf «mina l’integrità siriana e la nostra sicurezza nazionale».

AL CENTRO dell’irritazione turca c’è l’accordo firmato a marzo tra Mazloum Abdi, comandante delle Sdf, e il presidente ad interim siriano Ahmed al-Sharaa: un primo passo verso l’integrazione delle istituzioni della Siria del nord-est nel nuovo assetto post-Assad. L’intesa è rimasta però lettera morta, bloccata dall’intransigenza di Damasco e le ingerenze di Ankara, che considera lo scioglimento delle forze curde come l’unico esito accettabile.

Il leader nazionalista Devlet Bahçeli, alleato imprescindibile di Erdogan, ha invocato un’azione militare diretta contro le Sdf se non accetteranno lo scioglimento. Un déjà vu: dal 2016 la Turchia ha condotto tre operazioni militari nel nord della Siria, costringendo centinaia di migliaia di civili curdi alla fuga. Intervistato su Hürriyet, Bahçeli ha chiesto esplicitamente ad Abdullah Öcalan di «fare un nuovo appello» che includa anche le forze curde in Siria e le associazioni curde in Europa: «In quanto fondatore del Pkk e unico promotore del suo scioglimento, sarebbe opportuno che Öcalan ricordasse che l’appello del 27 febbraio riguarda anche la branca siriana e quella europea».

Dietro l’appello di Bahçeli si intravede la consueta ossessione securitaria: liquidare l’esperienza dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord-est come minaccia esistenziale per la Turchia. «Non possiamo permettere che restino un problema di sicurezza» ha scandito, rimettendo il destino della regione «alla decisione del nostro presidente Erdogan».

LA REPLICA CURDA è arrivata con un’intervista a JinTV di Pervin Buldan, deputata del partito Dem, che negli ultimi mesi ha incontrato più volte Öcalan: «Un’operazione turca o la cancellazione delle conquiste dei curdi in Siria provocherebbe devastazione anche tra i curdi in Turchia. Nessuno lo accetterebbe, soprattutto Öcalan». Buldan ha rivelato che il leader curdo ha più volte definito la Siria del nord-est e il Rojava come una «linea rossa». «Con noi – ha spiegato Buldan – Öcalan ha parlato soprattutto di politica turca, ma con la delegazione statale ha discusso apertamente della Siria».

La strategia del governo ad interim di al-Shaara per uscire dal pantano sembra configurarsi ancora una volta come un tentativo di divisione del fronte curdo. L’Enks, coalizione vicina al Partito democratico del Kurdistan della famiglia Barzani, secondo diverse fonti avrebbe ricevuto un nuovo invito a Damasco: un tentativo di indicare nell’Enks l’interlocutore curdo privilegiato del governo. Il portavoce dell’Enks, Faysal Yusuf, pur senza confermare l’invito ha affermato che ogni loro azione sarà in linea con il principio di unità del fronte curdo.

Lo stesso Masoud Barzani, storico leader del Kdp, secondo un report di Rudaw avrebbe inviato un messaggio a diverse tribù siriane: in caso di aggressione al Rojava, «l’intera forza peshmerga del Kurdistan verrà a Qamishlo, e io stesso sarò tra loro». Resta difficile credere che, in caso di intervento turco, le Sdf possano contare sul sostegno della famiglia Barzani, legata a doppio filo, politicamente ed economicamente, ad Ankara.

«NON VOGLIAMO la divisione della Siria, ma una pace giusta», ha detto Salih Muslim, figura di spicco del Rojava, a margine di una conferenza con organizzazioni progressiste del mondo arabo, organizzata dall’Unione Patriottica del Kurdistan (Puk) a Sulaymaniyya. «Non accetteremo mai un ritorno a un sistema completamente centralizzato in Siria, né alle condizioni esistenti prima del 2011 – ha affermato Muslim – Se il nuovo governo siriano si rifiuta di riconoscere il decentramento, saremo costretti a chiedere l’indipendenza».

I curdi nel caos mediorientale

La situazione attuale, le questioni aperte e perché la proposta di un confederalismo democratico, il nuovo paradigma pensato da Abdullah Ocalan, manda in fibrillazione ognuno dei Paesi dove la presenza curda, pur minoritaria, è importante

Carla Gagliardini, Patria Indipendente, 26 giugno 2025

I curdi vivono prevalentemente sul territorio di quattro Stati (Turchia, Siria, Iraq e Iran) e sono rappresentati da una galassia di sigle di partito e organizzazioni che risultano per molti un rompicapo. Oggi di curdi si parla troppo poco nel dibattito politico nostrano eppure stanno accadendo delle cose in Medio Oriente dove il loro posizionamento politico, in ciascuno degli Stati dove abitano, ha un peso che non si può trascurare.


In Iraq il partito di maggioranza curdo, il KDP, che guida il governo della Regione autonoma del Kurdistan iracheno sogna ancora l’indipendenza ma ha dovuto per il momento accantonarla dopo aver indetto e vinto il referendum nel 2017, però represso con la forza militare dal governo centrale iracheno, con il benestare di Turchia, Iran e Stati Uniti. I rapporti tra Erbil e Baghdad sono tesi per il ritardo cronico dei pagamenti da parte della capitale irachena ai dipendenti pubblici del Kurdistan iracheno ma ancor più per la questione dei territori contesi, ossia quelle regioni e distretti del Paese che ciascuno rivendica per sé e che sono strategicamente molto rilevanti. Il KDP mira a dare alla Regione del Kurdistan iracheno un’autonomia economica che però Baghdad ostacola per tramortire il disegno indipendentista.

Più a ovest, sotto l’autorità del governo centrale iracheno, si trovano poi i curdi del campo profughi di Makhmur che con i curdi del KDP non vanno proprio d’accordo. Si tratta di famiglie curde che hanno lasciato la Turchia negli anni Novanta del secolo scorso a seguito della distruzione dei loro villaggi da parte di Ankara. Fuggiti dalla repressione, Saddam Hussein aveva assegnato loro un fazzoletto di terra dove rifugiarsi a Makhmur. Il campo viene ciclicamente messo sotto assedio dalle forze militari irachene e dal 2019 subisce un embargo da parte del governo del Kurdistan iracheno. Perché? Per aver dichiarato il proprio diritto all’autodeterminazione e aver realizzato il nuovo paradigma politico pensato da Abdullah Ocalan, fondatore del PKK, ossia il confederalismo democratico, che non piace né a Baghdad né a Erbil.

Il confederalismo democratico

Il confederalismo democratico prevede la fine degli Stati-Nazione attraverso un processo democratico che deve saper trascinare il consenso dal basso, supportato da un lavoro politico e culturale fortemente organizzato. Ocalan è dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso che ha abbandonato l’idea di costruire uno Stato curdo indipendente perché sostiene che gli Stati-Nazione portano al nazionalismo e il nazionalismo produce conflitti armati. La sua analisi si concentra sul Medio Oriente e propone un sistema democratico su base confederale dove l’autodeterminazione dei popoli si coniuga con una democrazia radicale secondo il modello bottom-up (1), con la demolizione del sistema patriarcale e con il sostegno a una società ecologica. Tale modello manda in fibrillazione tutti e quattro gli Stati dove la presenza curda è importante, nonostante rappresenti sempre una minoranza, perché questi governi sono energicamente nazionalisti, assai poco rispettosi delle minoranze, soprattutto se rivendicano diritti, e i poteri sono fortemente centralizzati.

In Turchia i curdi sono stati lungamente perseguitati e prova ne sono le prigioni del Paese che parlano di migliaia di loro gettati in una cella per essersi espressi contro il sistema politico repressivo di Ankara. Ocalan lo scorso ottobre ha accolto l’appello lanciato dal leader del partito islamista estremista e alleato di Erdogan, Devlet Bacheli, ad aprire un nuovo processo di pace. Attualmente però questo si trova in una fase di stallo perché a fronte della decisione assunta dal PKK con il suo ultimo congresso, tenutosi il mese scorso, favorevole al dissolvimento dell’organizzazione qualora siano avviati i percorsi di democratizzazione internamente alla Turchia, dal governo turco non si è ancora visto o sentito nulla che vada in quella direzione e la repressione verso i dissidenti politici si è fatta più aspra, con la rimozione anche di molti dei sindaci curdi eletti durante le scorse elezioni amministrative e sostituiti con commissari nominati dal governo.

Nel frattempo la Siria ha avuto il suo scossone con la caduta di Bashar al-Assad e la presa del potere da parte del leader della formazione jihadista Ahmad al-Shara, sostenuto da Ankara, il quale ha dichiarato immediatamente che la Siria sarà uno Stato centralizzato e nessuna forma di autonomia amministrativa sarà concessa. Ovviamente al-Shara quando esprimeva la linea politica della Siria che ha in mente guardava dritto negli occhi i curdi dell’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria, la DAANES, che dal gennaio del 2014 si governano, insieme agli altri popoli del Rojava, nel rispetto del contratto sociale che hanno siglato e che è l’espressione concreta del confederalismo democratico.

Delle negoziazioni tra al-Shara e Abdì, comandante delle SDF, le Forze di difesa siriane che difendono il territorio del Rojava e la DAANES, ci sono state ma il primo con azioni politiche successive ha parzialmente disatteso gli impegni assunti, impedendo il riassorbimento delle tensioni in corso. Poiché al-Shara è un alleato di Erdogan e il presidente turco vuole la fine della DAANES, che tiene sotto pressione anche attraverso le milizie proxy del SNA, per i curdi del Rojava la situazione è molto critica, in considerazione anche del fatto che l’alleato statunitense non è mai stato così inaffidabile come da quando Trump è ritornato alla Casa Bianca.

Le proteste per l’uccisione di Mahsa Amini, giovane curda iraniana, rea di non aver indossato il velo nel modo prescritto dalla legge islamica
E poi ci sono i curdi dell’Iran, anche loro oppressi da un regime che nel settembre del 2022 ha ucciso una giovane curda iraniana, Mahsa Amini, per non aver indossato il velo nel modo prescritto dalla legge islamica. La morte di Mahsa ha scatenato la rivolta di tante giovani e tanti giovani che hanno coniato lo slogan “Jin Jiyan Azadi”, ossia “Donna Vita Libertà”, con il quale gridano la loro rabbia ma esprimono anche la loro resistenza contro un regime che soffoca le libertà e che se la prende in modo più violento con le donne e le minoranze.


Netanyahu è sotto processo della Corte penale internazionale dell’Aja che ha giurisdizione sui 125 Paesi che hanno aderito allo Statuto di Roma. Non lo hanno ratificato Russia, Stati Uniti e Israele.
Sentire Benjamin Netanyahu pronunciare “Jin Jiyan Azadi” rivolgendosi al popolo iraniano per incitarlo a sollevarsi contro il regime degli Ayatollah e così fare un favore a Israele, speranzoso in un cambio di regime nel Paese, è stato un insulto alla battaglia coraggiosa che uomini e donne stanno facendo per conquistare la democrazia. Netanyahu, colui che verrà ricordato dalla storia per le migliaia di donne (e bambini, ma anche uomini) morte a Gaza, trasformata da lui e dal suo governo in un inferno, che ha fatto trascinare Israele davanti alla Corte penale internazionale dal Sud Africa con l’accusa di crimine di genocidio e che è destinatario di un mandato di arresto internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità forse ha pensato che bastasse ripetere come un pappagallo “Jin Jiyan Azadi” per ottenere la simpatia del popolo iraniano, il quale aveva già iniziato a morire sotto le sue bombe.

PJAK e KJAR

Il PJAK, il Partito della Vita Libera del Kurdistan, a seguito dell’aggressione di Israele all’Iran ha rilasciato un comunicato stampa il 14 giugno scorso con il quale lucidamente afferma che “questa è una guerra di potere e di interessi in conflitto, non una guerra di liberazione dei popoli e delle nazioni” e aggiunge che “l’alto numero di vittime civili, soprattutto donne e bambini, in Iran e Israele durante questi attacchi evidenzia una triste realtà: per gli Stati le vite delle persone non contano”. Il comunicato prosegue lanciando un appello all’unità e alla collaborazione democratica “tra chi crede nella libertà, le forze democratiche, i combattenti nazionali, le donne e i movimenti identitari” perché “il popolo iraniano non dovrebbe essere costretto a scegliere tra la guerra e un regime dittatoriale”. Il PJAK considera “un dovere storico la cooperazione tra i partiti curdi e la transizione dal governo partitico all’autogoverno popolare in Kurdistan” e invita “tutte le forze, i partiti e le organizzazioni della società civile, con le donne iraniane in prima linea, ad avviare una nuova fase della rivoluzione ‘Jin Jiyan Azadi’”. Gli fa eco la dichiarazione del 18 giugno del KJAR, la Società delle donne libere del Kurdistan dell’Est, che dopo aver espresso con chiarezza “che questa guerra non è una guerra di liberazione della società e tantomeno delle donne” sottolinea come i movimenti delle donne lavorino per liberare la società in tutti i suoi segmenti e che “per raggiungere questi obiettivi è necessario abbandonare centralismo, dogmi religiosi, patriarcato e nazionalismo”.


I curdi in Iran temono che questa guerra scatenata da Israele porterà a una maggiore repressione da parte di Teheran nei confronti degli oppositori e delle minoranze e si stanno organizzando per resistere all’ondata di violenza che si aspettano. Temono che dopo l’Iraq, la Libia e la Siria, con gli interventi occidentali che hanno prodotto conflitti permanenti, adesso sia venuto il momento dell’Iran. Il modello che offrono per venire fuori dal caos mediorientale è ancora una volta il confederalismo democratico, il quale permetterebbe di costruire e mantenere la pace attraverso il principio della solidarietà tra i popoli e consentirebbe di sciogliere le contraddizioni create ad arte dagli Stati facendo leva sulla religione e sulle provenienze etniche per mantenere il dominio sui popoli.

Carla Gagliardini, vicepresidente Anpi provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

NOTE

(1) Si tratta di un modello che attribuisce lo spazio politico-decisionale alle periferie, organizzate su base cittadina e, nelle città più grandi, sulle assemblee di quartiere.

Per la libertà di Ocalan e per una soluzione politica in Kurdistan

Renato Franzitta, Pressenza Italia, 29 aprile 2025

L’appello del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan del 27 febbraio per “la pace e una società democratica” rappresenta il nono tentativo di cessate il fuoco unilaterale da parte curda, in questo modo il PKK ha dato un ulteriore tangibile segno dell’impegno da parte curda per la pace e la democrazia.

Già nel 2015 la trattativa per la pace sembrava fosse arrivata ad un punto significativo e che la liberazione di Öcalan potesse essere imminente. Ciò che accadde dopo le elezioni del giugno 2015, quando il partito HDP ottenne 13,12% e conquistò 80 seggi al Parlamento di Ankara, è sotto gli occhi di tutti: una violenta e sanguinosa ondata bellica scatenata dal regime di Erdogan contro le popolazioni curde in Turchia, Siria e Iraq del nord.

La feroce campagna turca

Interi villaggi distrutti, quartieri storici delle città curde rasi al suolo, migliaia di arresti fra curdi sospettati di essere membri del PKK e fra i militanti del partito HDP, fra cui il segretario nazionale Demirtas, centinaia di morti.

L’offensiva turca contro il movimento democratico curdo fu estesa oltre i confini della Turchia, con una feroce campagna che ha investito il Rojava rivoluzionario, iniziata con l’attacco ad Afrin e a tutta la Siria del Nord e dell’Est. Le formazioni jihadiste eterodirette da Ankara operarono una crudele pulizia etnica nei territori occidentali del Rojava espellendone le popolazioni stanziali.

Sebbene i colloqui con il regime di Ankara continuino, la condizione minima per la deposizione delle armi da parte delle milizie popolari curde ha come presupposto irrinunciabile la possibilità di indire il Congresso straordinario del PKK con la presenza fisica del suo leader storico Abdullah Öcalan e la liberazione di tutti i detenuti politici, compreso il leader dell’HDP Selahattin Demirtaş.

Attualmente non si registra una reale risposta del governo turco all’appello di Öcalan e al cessate il fuoco unilaterale del PKK. Di contro assistiamo alla deriva autoritaria del governo turco che si evidenzia con un’ondata di arresti di sindaci, giornalisti, avvocati e attivisti per la pace in tutta la Turchia.

L’arresto il 19 marzo 2025 del sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu – volto di spicco del Partito Popolare Repubblicano e candidato in pectore del CHP alle elezioni presidenziali turche del 2028 dopo la vittoria alle primarie del partito kemalista – con l’accusa di corruzione, estorsione, riciclaggio di denaro, turbativa d’asta e collaborazione con il PKK, ha reso ancora più evidente la svolta sicuritaria del governo di Ankara. Questo sviluppo alimenta una profonda sfiducia nei confronti delle dichiarazioni politiche che parlano dell’inizio di un periodo di pace.

Inoltre, l’esercito turco continua ad attaccare le posizioni delle forze guerrigliere del PKK, e sono riemerse accuse sull’uso di armi chimiche.

Mentre il PKK propone il cessate il fuoco su tutti i fronti, il governo di Erdogan, dopo la dissoluzione del regime siriano degli Assad, spinge le milizie jihadiste del cosiddetto Esercito Nazionale Siriano (SNA) contro i territori controllati dall’Autorità Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES).

L’SNA, foraggiato e diretto dalla Turchia, partendo dal distretto di Idlib, distretto da anni nelle mani dei jihadisti, già dal dicembre scorso ha intrapreso un massiccio attacco contro i territori autonomi della Siria del Nord e dell’Est spingendosi dal Nord Ovest siriano fino alle sponde dell’Eufrate.

Pieno appoggio alle milizie popolari

Le Forze Democratiche Siriane (SDF), guidate dalle Unità di Protezione Popolare (YPG), hanno fermato lungo le sponde dell’Eufrate l’offensiva delle SNA, diretta alla conquista di Kobane, città simbolo della resistenza ai tagliagole jihadisti dell’ISIS.

Per difendere le conquiste rivoluzionarie del Confederalismo Democratico la popolazione della Siria del Nord e dell’Est si è sollevata dando pieno appoggio alle milizie popolari rivoluzionarie. A difendere la diga di Teshrin sono giunte migliaia di persone, famiglie intere che hanno offerto i propri corpi per respingere l’orda reazionaria del SNA. Tantissimi i morti sotto i bombardamenti, ma l’avanzata delle milizie jihadiste filoturche è stata fermata. La diga di Teshrin sull’Eufrate è divenuta il nuovo simbolo della resistenza in Rojava.

L’alleanza fra le varie componenti della società siriana (curdi, arabi, armeni, assiri, turkmeni e circassi, sunniti, sciiti, alawiti, cristiani, drusi, ezidi e altri siriani) realizzata in Siria del Nord e dell’Est si sta consolidando. L’iniziale simpatia di alcuni combattenti arabi delle SDF a Raqqa e a Deir ez-Zor (località a maggioranza araba) verso l’attuale governo a guida HTS si è presto esaurita dopo le dichiarazioni jihadiste di Ahmed al-Sharah in vista della riscrittura della carta costituzionale e dopo i massacri contro le popolazioni alawite nella Siria dell’ovest.

Poco dopo aver rovesciato il regime di Assad, il governo apertamente sunnita di al-Sharaa aveva pubblicamente garantito la libertà di culto alle minoranze religiose del Paese, ma nonostante questa dichiarazione dagli apparenti contorni pacifisti, gli scontri tra le forze di sicurezza di Damasco e gli alawiti (di osservanza sciita) hanno portato a massacri indiscriminati anche di civili. Più di 1.400 i civili sono stati uccisi, inclusi centinaia di giustiziati dalle forze di sicurezza siriane concentrate soprattutto nelle provincie di Latakia e Tartus, nell’ovest della Siria.

Sfruttando le debolezze del l’attuale regime di Damasco il DAANES ha stretto contatti con la comunità drusa, con la comunità alawita e con varie comunità arabe in tutta la Siria.

In questo quadro è stato deciso di istituire accademie al di fuori della Siria del nord e dell’Est per diffondere i principi del Confederalismo Democratico e per costruire una nuova Siria democratica, confederale e rispettosa di tutte le etnie presenti. Su richiesta delle donne delle varie zone del Paese si stanno costruendo corpi delle YPJ (Unità di Protezione delle Donne) per l’autodifesa, specialmente dopo l’impostazione islamista e autoritaria della nuova Siria a guida HTS.

Mentre si accoglie in modo positivo l’appello di Öcalan del 27 febbraio per la pace, si sottolinea che fino a quando non ci saranno garanzie valide per il rispetto delle conquiste del Confederalismo Democratico, per il rispetto delle minoranze religiose ed etniche, per il rispetto delle donne in Siria le milizie popolari SDF e YPG non deporranno le armi e che le YPJ non disarmeranno in nessun caso, essendo essenziali per la difesa delle donne.