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Tag: Siria

Comunicato di Rete Jin Milano sulla situazione in Siria

MOBILITIAMOCI in sostegno alle combattenti kurde e AL POPOLO CURDO e contro ogni fondamentalismo, compreso quello economico imperiale dell’Occidente

Rete Jin Milano, 5 dicembre 2024

Ci risiamo. Il giorno dopo che Israele ha piegato gli hezbollah libanesi si riaccende la questione siriana. Ricordate? Era l’agosto del 2014 quando l’Isis aveva attaccato Shengal, muovendosi poi dentro il Rojava, cercando di distruggere e umiliare l’esperimento del Confederalismo democratico invadendo il Nord-Est della Siria e attaccando la resistenza kurda e, soprattutto, le combattenti kurde: mutilate, violentate e vendute, una volta catturate, come schiave. Il prezzo pagato fu alto ma, allora, i terroristi dell’Isis furono sconfitti e le combattenti curde acclamate dalla stampa internazionale per averci salvato dall’orrore jihadista.

Il 2 dicembre 2024 dall’enclave jihadista di Idlib sono usciti, armati sino ai denti, i tagliagola che, in questi tempi di alleanze variabili, hanno conquistato la dignità di “ribelli”, e non perché abbiamo cambiato programma ma perché adesso chi li sostiene è palesemente la Turchia, con il beneplacito di USA e Israele. Hanno attaccato la città martire di Aleppo, preso TalRifaat e Hama. Dai media arrivano notizie di rapimenti di combattenti delle YPJ (Unità di Protezione delle Donne), caricate sui camion brutalmente e portate chissà dove, colpevoli di essere soggettività oppresse che hanno osato invece autodeterminarsi con la lotta.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che non ha mai smesso di vessare la zona autonoma dei kurdi, adesso, sconfitti gli hezbollah in Libano – ormai impossibilitati a dare sostegno alla Siria – prova a liquidare i kurdi per interposta persona dando il via libera ai gruppi jihadisti. Gli obiettivi che Erdogan vorrebbe raggiungere sono ambiziosi: impadronirsi di altri pezzi della Siria del Nord; tenere, quantomeno, sotto controllo i kurdi e, perché no, liberarsi dei milioni di profughi siriani spingendoli verso le terre del Rojava.

Tutto ciò con piena soddisfazione di Benjamin Netanyahu che ha bisogno di smantellare la Siria per attaccare l’Iran, il colpo grosso da offrire in dono a Trump, una volta insediatosi come presidente, che chiuderà i suoi occhi e quelli del resto dei cosiddetti Paesi democratici sulla strage dei palestinesi.

Ci verrà detto, per addomesticare il nostro disgusto, che tutto ciò viene fatto per costruire la pace. Ma nessuna pace si costruisce sulle case distrutte, i corpi straziati e la prepotenza del più forte. Solo un progetto che prevede la costruzione di una società laica, democratica ed ugualitaria, dove cooperano tra loro etnie, confessioni, cultura e identità diverse, che rispetti la terra e che metta al centro del cambiamento la rivoluzione delle donne può portare pace in quell’area i cui confini sono stati tracciati, quasi ottant’anni fa, dall’Occidente colonialista solo per fomentare l’instabilità dell’area, sfruttarla e controllarla.

 

Diciamo BASTA MOBILITIAMOCI in sostegno alle combattenti kurde E AL POPOLO CURDO e contro ogni fondamentalismo, compreso quello economico imperiale dell’Occidente.

MOBILITIAMOCI per i territori autonomi del Nord-Est della Siria, affinchè delle valorose combattenti non debbano sacrificarsi a causa della nostra indifferenza.

Rete Jin Milano, 05 dicembre 2024

Rojava e Shengal: mobilitazione generale contro la minaccia jihadista e turca

La guerra di Israele su Gaza e poi sul Libano sembra aprire degli spazi per la resa dei conti che la Turchia aspettava da tempo contro i Curdi del Rojava, in Siria. Attraverso organizzazioni terroristiche jihadiste che Ankara ha sempre finanziato, come l’ISIS prima e adesso Hayat Tahri al-Sham (HTS), erede di Jabhat al-Nusra, e la coalizione di gruppi armati che si oppongono al presidente siriano Bashar al-Assad, denominata Syrian national army (SNA) e fedele alleata della Turchia, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan da mercoledì della settimana scorsa sta ottenendo dei risultati importanti in Siria.

L’offensiva lanciata nella provincia di Idlib da unità jihadiste legate all’HTS, che era già in parte nelle loro mani, e sulla città di Aleppo, dalla quale l’esercito siriano ha battuto in ritirata, ha messo in fuga circa 200.000 Curdi e fatto oltre settecento vittime, di cui più di cento tra i civili, risvegliando l’incubo vissuto all’epoca dell’avanzata dell’ISIS. Intorno a quella tragica esperienza si era però sviluppata una forte lotta di resistenza che aveva coinvolto in prima linea le donne curde, riunitesi in formazioni combattenti, le YPJ, al fianco degli uomini delle YPG.

Il protagonismo curdo nella zona, ispirato dalle idee del leader curdo del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), Abdullah Õcalan, ha portato all’implementazione del modello politico del confederalismo democratico, fortemente ostacolato da Ankara che ne vuole la totale eliminazione in tutti i luoghi dove si cerca di realizzarlo, ossia nelle municipalità turche amministrate da co-sindache e co-sindaci curdi, in Rojava, regione amministrata dall’Amministrazione autonoma del nord-est della Siria (DAANES), nonché nel distretto iracheno di Shengal, patria del popolo ezida, e nel campo profughi curdo di Makhmour, entrambi nel nord dell’Iraq.

Secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani, la città curda di Tal Rifaat domenica è caduta nelle mani della SNA, che ha beneficiato del supporto logistico turco per portare avanti l’operazione militare. Nel frattempo il servizio segreto turco, MIT, ha fatto sapere di aver “neutralizzato” Yasar Cekik, uno dei leader delle YPG che si trovava tra i bersagli di Ankara.

Il comando generale delle YPJ ha emesso lunedì 2 dicembre un comunicato stampa con il quale dichiara che i mercenari dell’occupazione turca commettono «pratiche barbare contro le giovani donne catturate» e che queste «sono le stesse perpetrate dall’ISIS nel 2014 contro migliaia di donne a Shengal, Mosul e Raqqa». Le combattenti delle YPJ invitano «le giovani donne di tutto il mondo a unirsi ai ranghi della resistenza nelle loro regioni e alle unità di protezione delle donne (YPJ)».

Lo scenario in Rojava si complica, come era prevedibile, a causa degli spazi che la guerra su Gaza e in Libano ha aperto in Medio Oriente e di cui Ankara vuole avvantaggiarsi. La gravità del momento ha portato le Forze di difesa siriane (SDF) a lanciare una chiamata alla mobilitazione generale e a rivolgersi ai e alle giovani della regione, siano essi Curdi, Arabi, Assiri, Armeni o Siriani affinché si uniscano a loro in difesa della terra e dell’intera regione. Nel comunicato le SDF accusano la Turchia di aver orchestrato gli attacchi per conquistare il Rojava e poi prendersi l’intera Siria.

Damasco ha dichiarato di aver riconquistato le sette città della regione di Hama, a sud di Idlib, che erano state occupate dall’HTS martedì scorso, anche se quest’ultimo smentisce la notizia mentre gli scontri proseguono. Più a sud si trova la città di Homs, considerata uno snodo geografico strategico che conduce direttamente a Damasco, probabilmente nel mirino dell’HTS che potrebbe puntare dritto sulla capitale siriana. In questo scenario, cosa sta facendo la Russia per favorire l’alleato Assad? Mosca ha bombardato postazioni militari jihadiste e le dichiarazioni di mercoledì della portavoce del Ministero degli esteri, Maria Zakharova, si scagliano contro «forze esterne» per aver supportato queste organizzazioni terroristiche.

Sembra non esserci alcun dubbio che Zakharova stesse parlando dello stato turco. Putin da tempo caldeggia un avvicinamento tra l’alleato Assad e il presidente turco Erdoğan, ma finora non sono bastate le recenti aperture di dialogo a sciogliere i nodi che continuano a rendere le relazioni tese.

Secondo quanto è trapelato sulla telefonata di martedì tra Putin e Erdoğan, il presidente russo avrebbe sollecitato con veemenza Ankara a usare la propria influenza per arrestare l’onda jihadista in Siria e consentire il ripristino dell’ordine costituzionale. Da parte sua Erdoğan avrebbe auspicato «una soluzione giusta e permanente», raggiungibile attraverso la diplomazia. I due presidenti si sarebbero infine trovati d’accordo sulla necessità di rafforzare le loro relazioni, includendo in questo processo anche l’Iran.

Ma è proprio dall’Iran che arriva il commento più duro verso l’operazione jihadista sostenuta dalla Turchia. Dopo aver fatto sapere di essere pronto a intervenire al fianco di Damasco se dovesse essere da questa richiesto, il consigliere dell’Ayatollah Alì Khamenei ha tuonato contro Ankara accusandola di essere caduta nella trappola degli Stati Uniti e di Israele.

Ma la Turchia ha sempre rimescolato le carte nella partita politica internazionale e il precario scenario mediorientale, in cui due delle potenze presenti nella regione, la Russia e l’Iran, sono impegnate direttamente o indirettamente anche su altri fronti di guerra, insieme alla vittoria elettorale negli Stati Uniti di Trump, il quale non ha verso i Curdi le simpatie, pur sempre interessate, che hanno avuto le amministrazioni Obama e poi quella Biden, consentono a Erdoğan un affondo. In fin dei conti, il presidente turco aveva avvertito il 10 novembre scorso che avrebbe lanciato un’offensiva sul nord della Siria per costruire una zona cuscinetto a difesa del confine turco, come ha già fatto in altre zone dello stesso paese e in Iraq. Il giorno seguente, come riportava la Reuters, il suo Ministro degli esteri, Hakan Fidan, si era rivolto agli Stati Uniti per ricordare loro che era venuto il momento di porre fine alla collaborazione che intrattengono «con l’organizzazione terroristica in Siria», ovviamente riferendosi alle YPG e alle YPJ, considerate parte del PKK.

Monitorando la preoccupante situazione siriana, Baghdad ha inviato migliaia di soldati nel distretto di Shengal, abitato prevalentemente dalla popolazione ezida, a difesa del confine con la Siria. Una buona notizia se si considera il reale pericolo che corre quella zona, ma contemporaneamente espone il distretto a manovre governative sul territorio ribelle.

Non bisogna infatti dimenticare che a Shengal una parte della popolazione ezida sta lavorando affinché il governo federale iracheno riconosca l’Amministrazione autonoma di Shengal, costituitasi nel 2017 come risposta al genocidio commesso dall’ISIS tre anni prima contro questo popolo, ma ancora priva di legittimazione parlamentare. L’obiettivo incontra però l’opposizione della Turchia che fa pesare su Baghdad i recenti accordi commerciali e militari, oltre alle promesse di investimenti per la realizzazione di infrastrutture in Iraq.

Osservando le evoluzioni sul campo, anche le unità di resistenza ezide di Shengal hanno identificato nello stato turco «il nemico di tutti i popoli della regione», considerandolo «particolarmente ostile verso la comunità ezida. Vuole disegnare la regione secondo i suoi propri interessi per realizzare i suoi sogni di un nuovo Impero ottomano».

La Turchia ha mobilitato le sue gangs e vuole inasprire sempre di più la guerra. Ovviamente, gli occhi dello stato turco sono anche sulla regione dove noi viviamo e sulle nostre terre». Per queste ragioni le YBS hanno chiesto ai e alle giovani di unirsi a loro e alle unità di resistenza delle donne ezide di Shengal (YJS), per evitare che il genocidio commesso dall’ISIS dieci anni fa nei loro confronti possa ripetersi. Da quella drammatica esperienza che ha visto i soldati iracheni e i peshmerga del Partito democratico del Kurdistan (KDP) ritirarsi davanti all’avanzata dell’ISIS, lasciando totalmente sprovvisti di difesa i villaggi ezidi del distretto di Shengal, è maturata la convinzione che solo le forze popolari di autodifesa possano proteggere la comunità ezida.

Lo spettro che i mercati delle schiave che l’ISIS aveva resuscitato da un passato oscuro possano ancora una volta trovare spazio in Siria e in Iraq, come le dichiarazioni degli jihadisti riportate nel comunicato delle YPJ sembrano suggerire («Vi venderemo di nuovo nei mercati»), e la paura che alle porte ci sia un altro ferman, ossia un editto che imponga lo sterminio del popolo ezida allargato a quello curdo, ha costretto le unità di resistenza del Rojava e di Shengal a chiedere la mobilitazione generale dei popoli che abitano queste zone per combattere i nemici comuni, ossia le varie organizzazioni jihadiste manovrate dalla Turchia.

Immagine di copertina: Kurdishstruggle da commons.wikimedia.org

Unitevi alla campagna per fornire aiuto concreto a chi, in queste ore, sta subendo questo ennesimo attacco contro la propria esistenza. Difendere il Rojava significa difendere i diritti umani di tuttx. Scrivi “aiuti emergenza NES” nella causale.

Nord-Est della Siria sotto attacco il futuro del Rojava è a rischio

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia, 3 dicembre 2024

Dal 26 novembre 2024 la Siria del Nord-Est è teatro di una nuova crisi umanitaria, che vede intensi scontri tra i gruppi jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e l’Esercito Nazionale Siriano (SNA), sostenuti dalla Turchia di Erdogan, e il governo di Assad. La regione, già fragile a causa della decennale guerra civile siriana, sta affrontando un’escalation che ha provocato fino a ora la morte di oltre 500 persone, di cui circa 100 civili. Migliaia di famiglie, composte da donne, bambini e anziani, sono state costrette a fuggire dalle proprie case, trovandosi senza rifugio e obbligate a fronteggiare il gelo invernale. Le conseguenze di questa offensiva sono devastanti, e colpiscono soprattutto le comunità più vulnerabili che ora vivono in uno stato di emergenza senza precedenti. Nella serata di lunedì 2 dicembre, HTS e le fazioni alleate hanno annunciato di avere preso il controllo di sette città nella regione di Hama, tra cui il villaggio di Qasr Abu Samra. Accerchiata anche la regione di Shahba, dove l’assalto delle fazioni dell’SNA sta costringendo migliaia di rifugiatx curdx e di altre etnie a esodare. Scontri infine a Deir ez-Zor, dove si teme possano risvegliarsi cellule dormienti dell’ISIS.

In questo scenario di violenza crescente, le Forze Democratiche Siriane (SDF), sotto l’amministrazione della DAANES (Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est), sono in prima linea nel tentativo di difendere le popolazioni curde nei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiye ad Aleppo, che ospitano circa 150.000 persone e si trovano attualmente sotto assedio, anche a fronte dell’impossibilità di approvvigionamento a causa del controllo delle fazioni HTS e NSA sulle zone circostanti. Queste aree, che hanno cercato di mantenere una propria autonomia dal governo di Damasco e dalle forze jihadiste, sono ora minacciate dall’avanzata dei gruppi armati e dalla crescente interferenza della Turchia. L’intervento diretto di quest’ultima, e il suo sostegno al sedicente Esercito Nazionale Siriano (SNA) e a Hayat Tahrir al-Sham, sta avendo un chiaro impatto nella destabilizzazione della regione. L’intensificazione delle operazioni militari nelle aree di Shehba e Tel Rifaat sta colpendo moltissimi rifugiati curdi, la maggior parte dei quali fu precedentemente costretta a fuggire da Afrin a seguito dell’Operazione Ramoscello d’Ulivo, avviata dalla Turchia nel 2018. Sono infatti circa 200.000 i civili che in queste ore stanno tentando di scappare dai territori sotto attacco; le SDF stanno facilitando l’evacuazione da Tel Rifaat e Shahba verso le città di Manbij, Tabqa e Raqqa, ma le operazioni di salvataggio sono complicate e pericolose, poiché le zone continuano a essere oggetto di attacchi aerei e bombardamenti da parte delle forze turche e dei gruppi alleati jihadisti, nonché scenario di arrestri arbitrari.

A tal proposito, e in occasione del decimo anniversario dalla liberazione di Kobane, è essenziale ricordare la straordinaria lotta delle popolazioni del Kurdistan contro lo Stato Islamico. Le forze curde hanno giocato un ruolo determinante nella sconfitta di ISIS, fermando l’espansione del gruppo terrorista e stabilizzando ampie aree del territorio siriano. La loro resistenza è stata un simbolo di coraggio, non solo nella difesa del proprio popolo, ma nella protezione dei valori universali di libertà, democrazia e dignità, in un contesto segnato dalla brutalità della guerra. Oltre ai curdi, anche la comunità ezida, vittima di atrocità indicibili durante il genocidio perpetrato da Daesh, ha trovato rifugio nelle zone che oggi sono sotto attacco e stanno essendo evacuate.

Negli ultimi giorni, l’assistenza sanitaria fornita dalla Mezzaluna Rossa Curda (Heyva Sor a Kurd) durante le operazioni di sfollamento forzato dai territori colpiti si è dimostrata di vitale importanza. Al valico di Abu Asi, dove migliaia di rifugiati cercano di mettersi in salvo dai bombardamenti, i medici e gli operatori umanitari sono impegnati senza sosta per distribuire farmaci e presidi medici, cercando di alleviare le gravi sofferenze di chi è costretto a fuggire da questa emergenza.  A Tabqa sono inoltre stati allestiti alloggi temporanei per gli sfollati interni.

L’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est ha lanciato un appello urgente alla comunità internazionale, chiedendo di fermare l’escalation in corso, di aprire corridoi umanitari per proteggere i civili e di salvaguardare il modello democratico costruito nel Rojava. Questo modello, che promuove la convivenza pacifica di diverse etnie e religioni ispirandosi a principi ecologisti e femministi, è un simbolo di autodeterminazione e di lotta per i diritti umani in una regione lacerata da conflitti. Tuttavia, è oggi minacciato da un’offensiva militare che non solo mette in pericolo i principi di libertà e democrazia che il popolo curdo ha costruito e difeso, ma anche la sopravvivenza stessa della sua comunità.

Ora più che mai è fondamentale intervenire per difendere le conquiste democratiche del Rojava. Il futuro della Siria, e in particolare delle sue minoranze, dipende dalla solidarietà globale e da una risposta politica e umanitaria che possa garantire la sicurezza e la dignità di tutti i popoli della regione. Vi invitiamo a sostenere questa causa e a sensibilizzare l’opinione pubblica su una situazione che sta mettendo in pericolo la vita di migliaia di persone innocenti.

Coordinate bancarie per donazioni:

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La popolazione curda rischia l’annientamento

Invasione di Tal Rifaat e attacco ai quartieri curdi di Aleppo. Un comunicato dell’Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia

UIKI, 2 dicembre 2024

Dal 26 novembre, la regione di Aleppo è al centro di un’escalation militare senza precedenti, con l’offensiva congiunta di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) e dell’Esercito Nazionale Siriano (SNA) controllato dalla Turchia, che sta mettendo a rischio la vita di migliaia di civili, in particolare quelli appartenenti alla minoranza curda. Gli attacchi hanno avuto conseguenze devastanti, con l’occupazione di Shebah e Tal Rifaat da parte delle forze del SNA e l’esodo forzato di circa 200.000 civili che vi avevano trovato rifugio dopo l’occupazione di Afrin da parte delle stesse forze nel 2018.

Nei quartieri curdi di Aleppo Seikh Maqsud e Ashrafieh, in cui hanno trovato rifugio migliaia di profughi fuggiti dall’avanzata di HTS. Le Unità di Protezione del Popolo e delle Donne (YPG/YPJ) e la popolazione civile hanno dichiarato fermamente che non abbandoneranno le loro case, continuando a resistere alle forze di HTS e SNA. La situazione è estremamente tesa, e la popolazione civile, già vulnerabile, sta affrontando un assedio e una crisi umanitaria senza precedenti.

Dietro questa offensiva, la Turchia gioca un ruolo determinante nel supporto al SNA e alla presenza di HTS nella regione. Sebbene HTS sia riconosciuta come organizzazione terroristica dalla stessa Turchia e sia composta principalmente da combattenti stranieri (foreign fighters), le sue forze continuano a operare con l’appoggio logistico, politico e militare di Ankara. La Turchia è stata riconosciuta da molti rapporti di organizzazioni indipendenti come responsabile delle violenze e le violazioni dei diritti umani perpetrate dai gruppi sotto il suo patrocinio, che includono anche combattenti jihadisti legati ad al-Qaeda e miliziani di ISIS. A questo proposito è emblematica la presenza registrata ad Aleppo di Abu Hatem Shaqra, comandante della fazione Ahrar al-Sharqiya del SNA e autore materiale dell’assassinio di Hevrin Khalef, politica curda e segretaria del Syrian Future Party uccisa insieme a due collaboratori nel 2019.

La Rivoluzione del Rojava ha rappresentato un’esperienza unica di autodeterminazione, diritti umani e resistenza contro l’oppressione. Nata nelle terre curde della Siria del Nord, la rivoluzione ha costruito un sistema che promuove la parità di genere, la democrazia diretta e la coesistenza pacifica tra le diverse etnie e religioni. In un contesto di conflitto e instabilità, il Rojava è stato un faro di speranza, mostrando al mondo che è possibile costruire una società inclusiva e giusta, anche nelle condizioni più difficili. La resistenza delle forze curde, tra cui le YPG e le YPJ, ha avuto un impatto determinante nella lotta contro il terrorismo dello Stato Islamico, contribuendo alla stabilizzazione della regione. Tuttavia, oggi, a dieci anni dalla storica resistenza di Kobane che mise fine all’espansione dell’ISIS, questo modello di società è minacciato dall’offensiva di HTS e SNA coordinata dalla Turchia, che cerca di annientare non solo il popolo curdo, ma anche i valori di libertà e democrazia che il Rojava incarna.

L’appello alla comunità internazionale è urgente: è necessario un intervento rapido e deciso per fermare le violenze ed evitare una nuova catastrofe umanitaria. Il futuro della Siria e specialmente delle minoranze che la abitano è incerto, ma la speranza risiede nella solidarietà internazionale e in una risposta politica e umanitaria concreta che possa garantire la sicurezza e la dignità di tutti i popoli della regione e che apra le porte ad una soluzione politica alla guerra civile siriana.

Ai cittadini Italiani, alle associazioni, movimenti, sindacati, partiti e organizzazioni politiche, che hanno sempre dimostrato vicinanza al popolo curdo, chiediamo in questo periodo di minacce esistenziali di stringersi intorno ai popoli del Rojava e di esprimere la forte solidarietà di cui essi hanno bisogno.

Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia

Roma, 2 Dicembre

Mettiamo fine alla nuova occupazione e al massacro dei curdi

Nuovo attacco turco alle aree curde del Nord-Est della Siria (Rojava) in collaborazione con gli jihadisti di Al-Qaeda. Traduciamo e condividiamo un comunicato del KDCK-E rispetto alla situazione attuale in Siria

Rete Jin, 2 dicembre 2024

Cinque giorni fa HTS (Hayat Tahrir al-Sham – una cellula di Al-Qaeda e ISIS) e SNA (Esercito nazionale siriano – composto da varie fazioni jihadiste), entrambi sostenuti dalla Turchia, hanno improvvisamente attaccato le forze del regime siriano e sono entrati nel paese, avanzando al suo interno.

Sorprendentemente, l’esercito siriano non ha opposto resistenza e si è ritirato.

Il terzo giorno sono entrati ad Aleppo e hanno assunto il controllo della città senza scontri, fatta eccezione per i quartieri curdi. Hanno attaccato anche altri fronti e raggiunto la città di Hama.

Oggi, fin dalle prime ore del mattino, le forze SNA appoggiate dalla Turchia stanno attaccando le aree curde e l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est (DAANES).

Attualmente i combattimenti si svolgono su tutti i fronti, con l’attacco principale alle aree curde di Shahba e Tel Rifat, dove vivono la maggior parte dei curdi che erano già stati sfollati in seguito all’occupazione turca del 2018.

L’Amministrazione Democratica Autonoma della Siria nordorientale (DAANES) è un sistema di governo democratico interno alla Siria, comprendente tutte le componenti etniche e religiose e con le donne a capo della sfera sociale.

L’SNA dipende completamente dalla Turchia e agisce secondo gli ordini e le istruzioni dello Stato turco. Gli attacchi perpetrati da queste forze sono pianificati e coordinati con piena consapevolezza da parte della Turchia. L’attacco alle aree e alle regioni curde appartenenti alla DAANES lo dimostrano chiaramente. Il presidente turco Erdogan dichiara apertamente da tempo che non permetteranno l’esistenza della DAANES e che occuperanno tutta la Siria settentrionale. E’ chiaro che lo Stato turco sta coordinando questi attacchi. Si tratta dell’evidente messa in pratica della mentalità neo-ottomana e la Turchia mira ad occupare queste aree sfruttando l’aiuto degli jihadisti. Questa non è la prima volta che la Turchia lo fa, attaccando le zone DAANES. Dall’inizio della rivoluzione siriana (2011) la Turchia è stata più volte coinvolta in piani ostili contro i curdi risiedenti in Rojava e DAANES. Dieci anni fa, nel 2014, dietro le forze dell’ISIS che attaccarono Kobane c’erano anche funzionari turchi. Questa storia si sta ripetendo oggi. Le milizie jihadiste appoggiate dalla Turchia stanno attaccando le regioni autonome curde. Il Rojava si trova ad affrontare un altro possibile massacro.

Chiediamo l’attenzione di tutte le forze internazionali su questi attacchi e desideriamo che tutti conoscano la verità e prendano posizione di conseguenza. Il successo del gruppo Al-Qaeda affiliato alla Turchia (HTS) e degli jihadisti SNA significherebbe il ritorno a una situazione simile a quella dell’era dell’ISIS. Con il loro successo, la Siria diventerebbe una base jihadista. Questa situazione deve essere prevenuta.

Chiediamo a tutte le forze interessate e alla comunità internazionale di opporsi agli attacchi dello Stato turco e delle forze jihadiste sue alleate e di non lasciare soli l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria e il Rojava.

Chiediamo inoltre a tutti i curdi e al popolo del Kurdistan di rivolgere la loro attenzione al Rojava come hanno fatto un tempo per Kobane e di difendere ovunque l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est.

Attacchi della Turchia nel nord e nell’est della Siria

Lo stato turco ha attaccato tutte le regioni della Siria settentrionale e orientale dopo l’attacco di Tal Rifaat. Almeno 7 civili sono stati uccisi.

ANF News, 24 ottobre 2024

Lo stato turco ha attaccato tutte le regioni della Siria settentrionale e orientale dopo l’attacco di Tal Rifat, che ha ucciso 4 civili. Mentre le conseguenze complete degli attacchi in molte regioni non sono chiare, è stato riferito che 3 persone sono state uccise e decine di persone sono rimaste ferite a Qamishlo.

 

CANTONE DI KOBANÊ

Lo Stato turco ha bombardato il centro della città di Kobanê con veicoli aerei senza pilota armati (SIHA) per un totale di 7 volte. Si è appreso che 3 membri delle Forze di sicurezza interna sono rimasti feriti negli attacchi.

Lo Stato turco ha preso di mira anche le strutture di servizio nella regione. Come risultato dell’attacco alla centrale elettrica di Kobanê, l’elettricità è stata tagliata in tutta la città.

Successivamente lo Stato turco bombardò i villaggi di El-Seyada, Ewn El-Dadat, El-Toxar e El-Diric a Manbij con armi pesanti e obici.

Fonti delle Forze Democratiche Siriane (SDF) hanno riferito che lo Stato turco occupante ha preso di mira la maggior parte dei villaggi situati nella campagna occidentale di Girê Spî ad Ain Issa (Gaz Elî, Bîr Kanno, Serûce, Hasadat e Naît); e che il villaggio di Ummal-Berameel_El-Muxhelat, situato a est di Ain Issa, è stato bombardato con armi pesanti.

 

CANTONE DI AFRIN E SHEHBA

Lo stato turco ha ucciso 4 persone, tra cui 1 bambino, e ne ha ferite 10 a Tal Rifaat. Allo stesso tempo, aerei da guerra e da ricognizione continuavano a volare sul Cantone di Afrin-Shahba.

L’esercito turco ha anche attaccato i villaggi di Sherawa di Birciqasê, Kilotê, Meyasê, Zirneîtî, Soxanekê, Qinêtrê, Aqîbê, Bênê; Tinib, Merenazê, Malikiyê, Elqamiyê, Şêwarqa nel distretto di Shera e i villaggi di Eyndeqnê, Miniq, Belûniyê, Şêx Îsa, Hirbil, Simuqa, Til Medîq, Til Cîcan, Nêyrebiyê, Radarê, Şealê, Xirbê nel cantone di Shehba con armi pesanti.

 

CANTONE DI QAMISHLO

D’altro canto, ha attaccato il villaggio di Mêrga Mîra a Dêrik con un SİHA. Si è appreso che la casa presa di mira dallo stato turco occupante era vuota e che non vi erano perdite se non danni materiali.

Anche i villaggi di Tepkê û Girê Wira a Dêrik figuravano tra gli obiettivi dello Stato turco.

Il villaggio di Um-Elkêf nel distretto di Til Temir è stato bombardato da obici.

Lo Stato turco ha preso di mira i centri di sicurezza nei quartieri Enteriyê e Hilko di Qamishlo e il centro sanitario Xelîc con droni. È stato riferito che 3 persone sono state uccise e molte altre sono rimaste ferite negli attacchi.

Lo Stato turco ha attaccato un magazzino di grano nel quartiere Enteriyê di Qamishlo con dei droni. Secondo le informazioni ottenute, si sono verificati danni materiali.

Lo stato turco, che prende di mira insediamenti civili e infrastrutture, ha bombardato una stazione elettrica e i suoi dintorni nella città di Amûdê. Non è stato possibile apprendere i dettagli dell’attacco.

Una delle aree di servizio prese di mira a Derik è stata la stazione di servizio Tiflê nel villaggio di Siwêdiyê nella regione di Koçerat. È stato riferito che la stazione è stata bombardata 3 volte da UAV e molti lavoratori sono rimasti feriti. Lo stato occupante l’ha poi bombardata ancora una volta. È stato riferito che le ambulanze e il pubblico non hanno potuto recarsi sul posto a causa dell’attività degli UAV.

Anche una stazione di servizio è stata bombardata a Derik. È stato riferito che la stazione di servizio nel villaggio di Banê Şikeftê in città è stata danneggiata.

Intorno alle 03:00 ora locale, il quartiere Qenatsiwês di Qamishlo è stato bombardato.
Aerei da guerra appartenenti allo stato turco occupante hanno bombardato la stazione di servizio Ûda nel villaggio di Seîde nella campagna settentrionale di Tirbespiyê nel cantone di Cizre.

Non sono ancora state ottenute informazioni in merito ai danni. La stazione in questione è stata presa di mira anche dallo stato turco occupante alla fine del 2023 e all’inizio del 2024.

(Traduzione automatica)

Nove testate internazionali accusano l’Ue di finanziare deportazioni di massa dalla Turchia verso Siria e Afghanistan

EUNEWS, 11 ottobre 2024, di Simone De La FeldL’inchiesta, coordinata dalla piattaforma investigativa Lighthouse Reports, svela l’enorme macchina con cui le autorità turche attuano vere e proprie deportazioni forzate dei profughi afghani e siriani. Bruxelles, accusata di finanziare il sistema e “chiudere un occhio”, risponde: “Turchia è partner chiave”

Bruxelles – Una nuova inchiesta giornalistica smaschera la complicità – o almeno la negligenza, se si vuole essere in buona fede – dell’Unione europea nelle sistematiche deportazioni di centinaia di migliaia di rifugiati afghani e siriani dalla Turchia verso i paesi d’origine. Nove testate internazionali, coordinate dalla piattaforma investigativa Lighthouse Reports, hanno ascoltato testimoni, raccolto prove visive e documenti in Turchia e a Bruxelles, rivelando non solo che le infrastrutture di detenzione ed espulsione sono foraggiate con denaro dell’Ue, ma che le istituzioni europee “sono consapevoli di finanziare questo sistema, ma scelgono di chiudere un occhio”.

I giornalisti di El PaísDer SpiegelPoliticoEtilaat RozSIRAJNRCLe Monde e l’italiana L’Espresso, hanno seguito l’enorme flusso di risorse – oltre 10 miliardi di euro, dal 2015 a oggi – che l’Ue ha stanziato per fare della Turchia una zona cuscinetto per impedire a milioni di rifugiati in fuga dalle persecuzioni dei talebani e dalla guerra civile in Siria di raggiungere l’Europa. E hanno scoperto 30 centri di espulsione realizzati e finanziati dall’Ue, utilizzati dalle forze di sicurezza turche per imprigionare e deportare con la forza centinaia di migliaia di persone. A supporto, l’indagine ha affiancato immagini di attrezzature finanziate dall’Ue utilizzate dalla polizia di Ankara per condurre arresti di massa nelle città turche e deportazioni in Siria. Incluso un bus con tanto di bandiera a 12 stelle stampata sulla fiancata.

Fondi utilizzati per ampliare i sistemi di rilevamento delle impronte digitali e che vengono ora utilizzati per “rintracciare e prelevare i migranti per strada”, oppure per dotare i centri di espulsione “di filo spinato e muri più alti”. Ai detenuti viene “spesso negata” l’assistenza legale, sono stipati in centri sovraffollati e con condizioni igienico sanitarie pessime. Sono sottoposti ad “abusi e persino a torture”. Secondo le testimonianze di 37 persone detenute in 22 diversi centri di espulsione finanziati dall’Ue, molti vengono costretti con la violenza a firmare documenti in cui dichiarano di voler tornare volontariamente nei Paesi da cui sono fuggiti.

L’inchiesta riporta inoltre le testimonianze di funzionari dell’Ue in Turchia e di ex personale dei centri di espulsione, supportate da rapporti e documenti ufficiali di Ankara e Bruxelles. Per 20 volte, denuncia Lighthouse Reports, le richieste alle agenzie dell’Ue di libertà di informazione per accedere ad alcuni documenti “sono state rifiutate con la motivazione che avrebbero potuto danneggiare le relazioni con la Turchia”. Dopo aver parlato con diversi diplomatici e funzionari europei sia a Bruxelles sia in Turchia, non c’è più alcun dubbio: “L’Ue è consapevole di finanziare questo sistema abusivo, e il suo stesso personale ha lanciato l’allarme al suo interno, eppure gli alti funzionari scelgono di chiudere un occhio“.

Un atteggiamento che, stando a quanto rivelato dalla stessa Lighthouse Reports la scorsa primavera, ma anche dal The Guardian e addirittura dalla Corte dei Conti europea, i vertici delle istituzioni europee stanno adottando anche nei confronti delle violazioni dei diritti umani in Tunisia e in Libia. L’accusa è inquietante: sette diplomatici europei in Turchia, che lavorano per l’Ue o per i suoi Stati membri, avrebbero dichiarato di essere a conoscenza delle deportazioni forzate di siriani e delle terribili condizioni all’interno dei centri. Mentre secondo un ex funzionario dell’Ue queste questioni sarebbero state “sistematicamente cancellate” dalle relazioni annuali dell’Ue sulla Turchia.

Da Bruxelles, un muro di gomma. Interpellata sulle denunce di Lighthouse Reports, la portavoce della Commissione europea, Ana Pisonero, ha dichiarato che “la Turchia rimane un partner chiave sulla migrazione e un Paese candidato”, e che “l’Ue riconosce gli sforzi compiuti dalla Turchia nell’accogliere 3,6 milioni di rifugiati“. La risposta è sempre la stessa, che si tratti di Turchia, Tunisia o Libia: “I finanziamenti europei forniti per i centri di espulsione e per l’assistenza al rimpatrio volontario sono nel pieno rispetto degli standard europei e internazionali”, e la responsabilità di indagare sulle accuse di violazioni ce l’hanno le autorità nazionali. “Esortiamo la Turchia a farlo”, ha aggiunto Pisonero.

[N.d.R] per ulteriori info v. anche: The EU is helping Turkey forcibly deport migrants to Syria and Afghanistan