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Tag: Tehrik-e-Taliban Pakistan

Afg-Pakistan in guerra

Enrico Campofreda dal suo Blog 18 marzo 2026

I venti di morte che squassano il vicino Medio Oriente allargano le ali e trovano imitazione più a est dell’Iran, lungo il tracciato ottocentesco ‘Durand’ che per decenni ha fatto parlare di Afg-Pakistan. Così a imitazione israelo-americana i jet pakistani vomitano bombe presso il famigerato Camp Phoenix di Kabul, dove le truppe Nato addestravano l’esercito dei governi fantoccio Kharzai e Ghani. Risultato: quattrocento morti. Né militari, né miliziani, ma tossicodipendenti in cura. Il perché dell’incursione s’articola sulla storia di due Stati relativamente giovani con un’anima comune, quella talebana. Che nel cosiddetto Pashtunistan, la terra dell’etnìa pashtun, cerca le sue radici, e se le ha ritrovate tramite l’Emirato Islamico ripristinato nel 2021 a Kabul, vede a Islamabad governi para occidentali con vocazione para militare. Strani generali quelli pakistani, votati all’Islam sin dall’epoca del golpista Zia-ul Haq che diede un impulso fondamentalista ben più serrato di quello impresso dal padre della patria Jinnah. Le stesse dinastie laiche che per decenni si sono divise il potere e i beni nazionali – i Bhutto e gli Sharif – hanno un esplicito richiamo ad Allah, tantoché l’attuale premier Shehbaz Sharif è fratello del fondatore del partito leader dell’attuale Parlamento la Lega Musulmana N. Enne da Nawaz Sharif ideatore del gruppo e uomo di spiccate simpatie wahhabite pur giocate negli agi delle monarchie del Golfo e di quella britannica. Quando in geopolitica si parla degli influssi del wahhabismo e deobandismo il rapporto stretto coi luoghi dove tali verbi del sunnismo fondamentalista circolano e lievitano, cioè moschee e madrase, è fittissimo. E il comune denominatore con scuole coraniche storiche come la Darul Uoom Haqqania, ubicata ad Akora Khattak nella provincia del Khyber Pakhtunkhawa, ne è un esempio lampante. Il corto circuito vive fra quegli ulema che lì abitano e pregano, i cittadini e i fedeli, gli attivisti e i militanti, i governatori e i governati. Cosicché da decenni il ceto politico pakistano naviga a vista, strizzando l’occhio a teorie che invocano la purezza islamica inseguita anche attraverso forme amministrative all’occidentale da cui i leader traggono prevalentemente profitti e vantaggi personali. I citati clan di Islamabad vantano appunto sequele di accuse e condanne per corruzione.

Contro quest’immagine statale si muove il prodotto estremo delle madrase, quei taliban che considerano kuffar quei politici e cercano l’Emirato, ritrovato in Afghanistan, vagheggiato nel più popoloso e complicato Pakistan. Quest’ultimo avvinghiato alle purulente attenzioni d’imperi passati, il britannico presente fino al 1947 sui territori di India e Pakistan e lo statunitense che durante e dopo la Guerra Fredda a lungo s’è servito dei governi di Rawalpindi e Islamabad da contrapporre alla “sovietica” New Dehli. Il partenariato americano, i suoi finanziamenti, le testate atomiche offerte a quelle Forze Armate hanno contribuito alla veste occidentalizzante d’un Paese orgogliosamente legato a tradizioni ed etnìe, dai numerosi punjabi, ai combattivi pashtun, agli autonomisti beluci e a gruppi minori che moltiplicati per una crescita demografica fra le più prolifiche del globo pongono il Paese ben oltre la soglia di 255 milioni di abitanti, quinta popolazione mondiale. C’è, dunque, un’apparente contraddizione fra i desiderata dell’establishment pakistano e i suoi figli degeneri, i turbanti locali (Tehreek-i Taliban e Tehreek-i Labbaik Pakistan le formazioni più organizzate e temute) che preme sui governanti per intimidirli, influenzarli più che scalzarli, volendoli orientare attraverso il ricatto di sanguinosissimi attentati verso una linea di loro piacimento che conservi, ad esempio l’autogestione delle Aree Tribali di Amministrazione Federale. E l’Afghanistan cosa c’entra? C’entra perché l’attuale direzione talebana è prossima ai gruppi tribali del Waziristan e di altre zone pashtun, dando ospitalità e protezione ai manipoli dei Tehreek che colpiscono in patria e si rifugiano oltre il confine afghano, limite senza limiti e ostacoli se non per tratti montuosi, aggirabili dai passi come il Khyber dove gente perseguitata da un cinquantennio di conflitti va e viene. Ovviamente dall’Emirato negano che tale solidarietà talebana sia in atto, però i militari di Islamabad che possono più dei politici insistono e dallo scorso ottobre colpiscono. Ora, con lo sdoganamento unilaterale dell’aggressione e del terrore, si può procedere in questo modo: uccidendo i deboli. I talebani incassano, ma meditano vendetta. Mentre India e Cina osservano e tifano, chi per una fumosa guerra, chi per una salvifica diplomazia.

 

 

 

Perché il Pakistan non può vincere questa guerra e i talebani non possono arrendersi

Zan Times, 19 marzo 2026, di Hamayon Rastgar

Questa pubblicazione è realizzata in collaborazione con Himal Southasian , una rivista regionale di politica e cultura.

Nella notte del 16 marzo, potenti esplosioni hanno scosso Kabul. Il Pakistan ha dichiarato di aver “portato a termine con successo raid aerei di precisione” contro “installazioni militari a Kabul e Nangarhar che finanziano il terrorismo del regime talebano afghano”. Attaullah Tarar, ministro pakistano dell’informazione e della radiodiffusione, ha inoltre affermato che gli attacchi hanno preso di mira infrastrutture appartenenti a “gruppi terroristici”, tra cui il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), ovvero i talebani pakistani.

Oltre confine, la situazione era ben diversa. I portavoce dei talebani hanno affermato che l’attacco ha colpito un centro di riabilitazione per tossicodipendenti; il bilancio delle vittime è ancora incerto. La Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) ha dichiarato che 143 persone sono state uccise e 119 ferite nell’attacco. Il vice portavoce dei talebani, Hamdullah Fitrat, ha affermato che il bilancio delle vittime è stato di gran lunga superiore, con circa 400 morti e 250 feriti.

Quest’ultimo attacco si aggiunge al crescente bilancio umano e umanitario di quella che il Pakistan, alla fine di febbraio, ha dichiarato essere una “guerra aperta” contro l’Afghanistan. Gli attacchi transfrontalieri hanno causato lo sfollamento di migliaia di famiglie e ucciso o ferito un numero imprecisato di civili lungo il confine condiviso tra i due Paesi. Nel frattempo, il Pakistan ha continuato la sua brutale campagna di deportazione dei rifugiati afghani, molti dei quali vivono nel Paese da decenni e non hanno quasi nulla a cui tornare in Afghanistan.

Da quando i talebani sono tornati al potere a Kabul più di quattro anni fa, gli scontri militari tra i due Paesi confinanti sono diventati una consuetudine. Il punto centrale della controversia è l’accusa del Pakistan secondo cui i talebani afghani fornirebbero rifugio ai militanti del TTP all’interno dell’Afghanistan, consentendo loro di organizzarsi in sicurezza e lanciare attacchi contro obiettivi pakistani. Il Pakistan ha assistito a un brutale aumento degli attacchi del TTP negli ultimi anni.

Durante i falliti colloqui di pace tra Pakistan e Afghanistan a Istanbul nel novembre 2025, e anche durante i precedenti cicli di negoziati, Islamabad ha continuato a chiedere ai talebani afghani di intraprendere un’azione militare contro il TTP. I talebani hanno respinto la richiesta, insistendo sul fatto che nessun militante del TTP opera dal territorio afghano. Membri della delegazione talebana hanno rivelato che il Pakistan ha anche chiesto una fatwa religiosa che dichiarasse inammissibile la guerra all’interno del Pakistan.

Sotto pressione, a dicembre i talebani hanno riunito i mullah a Kabul. I religiosi hanno emesso una fatwa che vietava agli afghani di partecipare a conflitti armati al di fuori dell’Afghanistan. Questa decisione era apparentemente volta a venire incontro alle preoccupazioni del Pakistan, ma era ben lontana dalle reali richieste di Islamabad. La sentenza si applicava solo agli afghani e non si rivolgeva direttamente ai militanti pakistani.

Con questa guerra, il Pakistan sembra credere che la sua potenza militare, di gran lunga superiore a quella dell’Afghanistan, costringerà i talebani a cedere. Ma questo calcolo ignora una realtà fondamentale: i talebani prosperano nei conflitti armati. Anziché indebolire il regime di Kabul, l’aggressione pakistana sta alimentando il sentimento nazionalista afghano e permettendo ai talebani di presentarsi come difensori della nazione, garantendo loro di fatto un livello di legittimità popolare che hanno a lungo faticato a ottenere.

I talebani sono inoltre fondamentalmente incapaci di soddisfare le richieste di Islamabad, poiché queste colpiscono il cuore stesso della loro identità. Per i talebani, agire militarmente contro il TTP significherebbe rivolgere le proprie armi contro i loro alleati ideologici e calpestare i propri principi fondamentali, in nome di uno Stato la cui costituzione considerano non islamica.

Nel 2001, all’indomani degli attentati dell’11 settembre, i talebani si rifiutarono di consegnare Osama bin Laden agli Stati Uniti o di affrontare al-Qaeda, anche a costo di perdere il loro primo emirato quando gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan. Alla luce di questa storia, è molto improbabile che i talebani cedano mai alle pressioni del Pakistan, anche se i costi sarebbero enormi. E sebbene il Pakistan possa avere la superiorità in termini di forza militare convenzionale, i talebani hanno le proprie strategie di violenza, che possono esigere un sanguinoso tributo di vite pakistane.

Fin dalla sua creazione nel 1947, il Pakistan ha avuto un rapporto con l’Afghanistan caratterizzato da disaccordi. La questione più immediata, e anche la più duratura, è stata la Linea Durand, che separa i due Paesi: i governanti afghani sostenevano che fosse stata “imposta” da una potenza coloniale e che l’Afghanistan avesse firmato l’accordo che la regolava con l’India britannica, non con il Pakistan.

Alle Nazioni Unite, il rappresentante dell’Afghanistan dichiarò che la Provincia della Frontiera Nordoccidentale, a maggioranza pashtun, situata lungo la Linea Durand, non avrebbe dovuto entrare automaticamente a far parte del Pakistan. Nel settembre del 1947, l’Afghanistan rivendicò la sovranità territoriale sulla zona votando contro l’ammissione del Pakistan all’ONU. Questa mossa diplomatica segnò l’inizio di un rapporto di ostilità che ha plasmato la storia successiva tra i due Paesi.

Per il Pakistan, il rifiuto dell’Afghanistan di riconoscere la Linea Durand rappresenta una minaccia diretta alla sua integrità territoriale. Islamabad considerava il sostegno di Kabul al nazionalismo pashtun come un’ingerenza nei suoi affari interni e temeva che l’Afghanistan, spesso alleato con l’India, stesse tentando di destabilizzare la frontiera occidentale del Pakistan.

Il Pakistan rispose con una combinazione di pressioni economiche e militari. Dal 1947 fino ai primi anni ’50, ostacolò l’accesso dell’Afghanistan al porto di Karachi, interrompendo a tratti la sua principale via commerciale con il resto del mondo. Nel giugno del 1949, aerei pakistani bombardarono il villaggio di Moghulgai, nella provincia afghana di Paktika, durante un periodo di forte tensione al confine; all’epoca, il Pakistan affermò che il bombardamento era stato accidentale. Il mese successivo, il parlamento afghano annunciò l’intenzione di annullare tutti gli accordi di confine firmati tra i governanti afghani e l’India britannica, compreso l’accordo sulla Linea Durand. Naturalmente, il Pakistan respinse la dichiarazione del parlamento afghano.

Nel corso degli anni, i governi nazionalisti afghani hanno promosso l’idea di Pashtunistan, un progetto politico che prevedeva, a seconda dei casi, uno stato pashtun indipendente, una maggiore autonomia per i pashtun in Pakistan o, nella sua forma più radicale, l’annessione delle aree pashtun e baluchi del Pakistan all’Afghanistan. Sotto Mohammad Daoud Khan, primo ministro negli anni ’50 e nei primi anni ’60, questa politica divenne centrale nella politica estera afghana, e lo fu nuovamente dopo il 1973, quando Daoud prese il potere con un colpo di stato. Kabul finanziò gli attivisti pashtun e arrivò persino a celebrare una giornata ufficiale del Pashtunistan.

Dopo l’aprile del 1978, quando il regime di Daoud fu rovesciato da un colpo di stato guidato dal Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan, il nuovo regime si mostrò altrettanto entusiasta di perseguire il diritto all’autodeterminazione per i Pashtun dall’altra parte del confine. Senza dubbio, anche l’India ha incoraggiato i successivi governi afghani nella sua disputa territoriale con il Pakistan.

Eppure il movimento pashtun non è mai diventato la minaccia esistenziale che Islamabad temeva. I nazionalisti pashtun laici in Pakistan hanno perseguito le loro rivendicazioni principalmente attraverso la politica costituzionale. Anche di fronte alla repressione e alla prigione, hanno partecipato alle elezioni ed sono entrati in parlamento anziché lanciare un’insurrezione armata. I tentativi di Kabul di trasformare il nazionalismo pashtun in una forza destabilizzante in Pakistan sono falliti.

Nel frattempo, il Pakistan sviluppò gradualmente un proprio piano strategico: indebolire i governi afghani fornendo supporto ai gruppi islamisti che si opponevano ad essi. A partire dalla metà degli anni ’70, il Pakistan iniziò ad addestrare militanti islamisti come contrappeso. Nel 1975, i servizi segreti pakistani addestrarono un piccolo gruppo di afghani che diedero inizio a una rivolta contro Daoud. La ribellione fallì, ma i suoi principali organizzatori, tra cui i guerriglieri Ahmad Shah Massoud e Gulbuddin Hekmatyar, sarebbero poi diventati figure di spicco nella guerra afghano-sovietica.

In seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, reti militanti islamiste prosperarono nelle madrase pakistane lungo il confine afghano, facilitate dai servizi segreti pakistani (ISI) e sostenute da finanziamenti americani e arabi. Il movimento talebano sarebbe poi emerso da questo terreno fertile.

Nel corso degli anni , il Pakistan ha considerato i talebani afghani come strumenti nella sua ricerca di “profondità strategica” – in sostanza, un Afghanistan sotto il suo controllo che fungesse da cuscinetto e baluardo nel conflitto del Pakistan contro l’India. Questo è stato fondamentale per il sostegno del Pakistan ai talebani durante la guerra afghano-sovietica e in seguito. Molti alti funzionari pakistani hanno festeggiato quando i talebani hanno preso il potere a Kabul per la prima volta nel 1996, e di nuovo nel 2021, quando sono tornati al potere alla fine dell’occupazione statunitense dell’Afghanistan. Ma quello che il Pakistan considerava un trionfo strategico si è rapidamente trasformato in un problema strategico: invece di obbedire ai desideri del Pakistan, i talebani si sono rifiutati di reprimere il TTP anche quando il gruppo è cresciuto in forza e ha intensificato i suoi attacchi contro il Pakistan.

Oggi, l’eredità della politica pakistana è la devastazione per l’Afghanistan, che ha trascorso decenni soffrendo a causa della guerra e di una teocrazia estremista, e un pantano strategico per il Pakistan, ben più pericoloso di quanto avesse mai immaginato. Rispetto ai precedenti regimi afghani, i talebani rappresentano una sfida fondamentalmente diversa: essi rifiutano la legittimità dello Stato pakistano e della sua costituzione, che considerano incompatibili con la propria interpretazione della legge islamica. Il TTP ha formalmente giurato fedeltà al leader supremo dei talebani, usando per lui il titolo di Amir al-Mu’minin – Comandante dei Credenti – con implicazioni di fedeltà extraterritoriale.

Questo allineamento ideologico fornisce al TTP sia le munizioni politiche che la giustificazione religiosa per una prolungata insurrezione contro il Pakistan. A differenza dei movimenti nazionalisti pashtun del passato, il TTP non si basa esclusivamente sull’identità pashtun. Il suo messaggio attrae i militanti islamisti talebanizzati in tutto il Pakistan, il che contribuisce ad ampliare la sua potenziale base di sostegno ben oltre la cintura pashtun. È significativo che il TTP abbia trovato un terreno comune con i militanti del Balochistan , dove il Pakistan è impegnato da tempo in una lotta contro un’insurrezione.

Inoltre, i talebani afghani non riconoscono la Linea Durand. In una recente intervista, il ministro della Difesa talebano, Mohammad Yaqoob Mujahid, ha dichiarato: “Il Pakistan vuole che l’ipotetica Linea Durand venga riconosciuta come confine. Si tratta di una questione storica che né l’attuale governo né i precedenti hanno risolto. Poiché questa questione rimane irrisolta, non dovrebbe diventare causa di un’escalation delle tensioni”. Sotto il governo talebano, tutti i principali media afghani si riferiscono al confine tra i due Paesi come all'”ipotetica Linea Durand”, indicando che i talebani intendono seguire la strada dei precedenti governi afghani nel rivendicare territori sotto il controllo del Pakistan.

Secondo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in Afghanistan operano attualmente più di 20 gruppi militanti islamisti, tra cui il TTP, al-Qaeda e lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan. Nel febbraio 2026, il Ministero degli Esteri russo ha dichiarato che in Afghanistan sono presenti ben 23.000 militanti islamisti, che rappresentano una seria minaccia per la sicurezza regionale. L’Afghanistan non dispone di forze convenzionali per contrastare i raid aerei e le incursioni del Pakistan, ma in compenso ha a disposizione queste risorse. Nel frattempo, la vittoria dei talebani sugli Stati Uniti e le loro forze alleate nel 2021 ha fornito ai gruppi militanti di tutta la regione una potente narrativa ideologica: la lotta armata jihadista può sconfiggere le potenze globali e instaurare uno stato islamico. Ciò ha incoraggiato i militanti islamisti all’interno dei confini del Pakistan, e la dichiarazione di guerra del Pakistan contro l’Emirato Islamico dell’Afghanistan li incoraggerà ulteriormente contro il loro nemico.

Se Islamabad continua la sua “guerra aperta”, i talebani potrebbero abbandonare ogni formalità diplomatica e sostenere apertamente il TTP, scatenando una violenza insurrezionale ancora maggiore contro il Pakistan. Nel frattempo, le attuali politiche interne del Pakistan rischiano di peggiorare ulteriormente la situazione. La campagna di deportazioni di massa di Islamabad contro i rifugiati afghani sta costringendo centinaia di migliaia di persone a tornare in un Paese che affronta una delle più grandi crisi umanitarie al mondo. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, a dicembre 2025 oltre un milione di rifugiati erano stati rimpatriati in Afghanistan dal Pakistan. Le deportazioni hanno acuito e rafforzato il sentimento anti-pakistano tra i comuni cittadini afghani, spingendone molti più vicini ai talebani.

In tutto questo, non esistono soluzioni facili per Islamabad. Per decenni, l’Afghanistan ha sofferto a causa del mostro che il Pakistan ha contribuito a creare, nella folle convinzione di poterlo controllare. Ora è il Pakistan stesso a dover affrontare questo demone.

Hamayon Rastgar è uno scrittore e ricercatore che lavora come redattore senior presso Zan Times.

Linea Durand: la frattura storica che riaccende la guerra tra Afghanistan e Pakistan

europeanaffair.it Lara Tarantino 4 marzo 2026

Le relazioni bilaterali tra Afghanistan e Pakistan hanno subito un significativo deterioramento negli ultimi mesi, determinando l’inefficacia del cessate il fuoco stipulato nell’ottobre 2025. Venerdì 27 febbraio 2026, Islamabad ha annunciato di essere entrata in una fase di “guerra aperta” contro Kabul, colpendo obiettivi militari e sedi della leadership talebana nella capitale e, per la prima volta, anche a Kandahar, città simbolo del movimento tornato al potere nel 2021. L’escalation attuale rappresenta il punto più alto di tensione tra i due Paesi dal ritorno dei talebani, tuttavia, le radici del conflitto restano profonde e strutturali: confini contestati, identità etniche divise, militanza transfrontaliera e reciproca sfiducia.

Al centro rimane la questione della Linea Durand, il confine fra i due stati di circa 2.600 chilometri tracciato in epoca coloniale britannica nel 1893 da Sir Mortimer Durand, diplomatico britannico e segretario agli Esteri dell’India britannica. La sua definizione, infatti, rispecchiava gli interessi britannici nella regione ma ignorava completamente la complessa realtà etnica e culturale del territorio, finendo per dividere artificialmente la popolazione Pashtun tra due diverse entità statali. Oggi, questo confine rappresenta l’esempio lampante di come una decisione presa a tavolino in epoca imperiale possa condizionare, a distanza di centotrent’anni, la stabilità di un’intera regione.

Un ulteriore punto sensibile riguarda il Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP). Questa è una organizzazione, ideologicamente affine ai talebani afghani, che mira a rovesciare il governo di Islamabad, intensificando gli attacchi nelle province di confine, in particolare la provincia di Khyber Pakhtunkhwa in Pakistan e Khost, Paktika e Kunar in Afghanistan. Il governo di Islamabad accusa il governo di Kabul di ospitare e supportare i miliziani del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP). Il governo di Kabul nega categoricamente tali accuse. Tuttavia, la presenza di miliziani pakistani in Afghanistan continua a rappresentare un fattore di tensione significativo, ulteriormente complicato dalle rivendicazioni separatiste dell’Esercito di Liberazione del Balochistan (BLA), un gruppo separatista etno-nazionalista operante nella regione del Balochistan. In questo contesto già esplosivo, gli scontri delle ultime ore segnano una pericolosa escalation militare. Il Pakistan non solo si è limitato a colpire presunti covi di militanti, ma ha anche utilizzato aerei da guerra per bombardare direttamente installazioni militari talebane nel territorio afghano, inclusi obiettivi a Kabul e a Kandahar, sede del leader supremo Hibatullah Akhundzada, che, secondo indiscrezioni non confermate, potrebbe essere rimasto vittima di quest’attacco. Questa mossa dimostra la volontà di Islamabad di punire direttamente l’apparato talebano, accusato di complicità con il TTP, portando il conflitto a un livello di scontro diretto tra Stati.

Nonostante le accese dichiarazioni rilasciate dal Ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, sulla piattaforma social X, in cui afferma che “la nostra pazienza ha un limite” e che “ora è guerra aperta tra noi e voi”, un conflitto su larga scala comporterebbe rischi significativi per entrambe le parti coinvolte. Per il Pakistan, destabilizzare ulteriormente l’Afghanistan significherebbe esporsi a nuove ondate di rifugiati, alla frammentazione del potere oltre confine e al rafforzamento di gruppi jihadisti difficilmente controllabili. Per i talebani, subire attacchi massicci metterebbe in discussione una delle poche leve di legittimazione interna: la promessa di sicurezza e controllo del territorio dopo anni di guerra.

Proprio per evitare che questa frattura storica si trasformi in una deflagrazione moderna, giganti come Cina e India mantengono alta la guardia per evitare un’espansione del conflitto. Tuttavia, sebbene altri attori influenti come Russia, Turchia e Qatar abbiano manifestato la disponibilità a mediare, finora ogni sforzo diplomatico ha ottenuto scarsi successi. Si teme concretamente che il conflitto possa estendersi e destabilizzare una regione più ampia rispetto all’attuale, dalle coste del Mare Arabico fino alle vette contese dell’Himalaya, unendo in un unico focolaio di crisi il Medio Oriente e l’Estremo Oriente. In un contesto di Asia meridionale già caratterizzato da una significativa instabilità, un collasso definitivo della sicurezza lungo la Linea Durand comporterebbe conseguenze di portata globale, trasformando una disputa territoriale in una crisi sistemica di rilevanza internazionale.