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Tag: Tehrik-e-Taliban Pakistan

Pakistan contro Afghanistan: la crisi che ruota attorno ai Talebani pakistani

InsideOver, 22 settembre 2026, di Giorgia Di Gennaro

Nelle prime ore del 21 settembre i caccia pakistani hanno colpito il vicino Afghanistan, più precisamente nelle province orientali di Kunar e Paktika, a ridosso del confine. Entrambe le aree rappresentano da decenni una zona ad alta tensione per via…

Nelle prime ore del 21 settembre i caccia pakistani hanno colpito il vicino Afghanistan, più precisamente nelle province orientali di Kunar e Paktika, a ridosso del confine. Entrambe le aree rappresentano da decenni una zona ad alta tensione per via della prossimità con la Linea Durand, un confine artificiale demarcato dall’impero britannico nel 1893 e causa di enormi tensioni identitarie e territoriali tra i due Paesi.

I raid hanno interessato tre obiettivi, due nella provincia di Paktika, nell’area di Barmal, e uno nel distretto di Nurgal. Ma il problema nasce dalla solita e sistemica divergenza nelle dichiarazioni dei due ministeri: il Pakistan dice di aver adoperato raid di precisione per distruggere tre covi di addestramento per attentatori suicidi, causando in questo modo la morte di 28 “terroristi” e la demolizione di depositi di armi e munizioni. Dall’altro lato, però, il governo talebano annuncia la morte di 3 civili, presumibilmente appartenenti alla stessa famiglia, composta da due adulti ed una bambina. La versione talebana è stata poi confermata dalla missione delle Nazioni Unite UNAMA, che ha successivamente denunciato il bombardamento di case private in Afghanistan e ha registrato, oltre alle vittime, altri 4 feriti.

I recenti attacchi interrompono il periodo di relativa calma che ha caratterizzato i rapporti tra Islamabad e Kabul negli ultimi tre mesi, riaccendendo una tensione che, in realtà, non ha mai smesso di ripresentarsi. L’ultimo attacco delle forze pakistane risale infatti al giugno del 2026 nelle province afghane di Paktya, Paktika e Kunar, in cui erano stati confermati almeno 28 morti e 49 feriti tra i civili, secondo UNAMA.

Una frontiera contesa da quasi ottant’anni
Ma perché il Pakistan ha colpito il suo vicino? Le tensioni tra i due Paesi hanno radici che risalgono alla creazione del Pakistan nel 1947. Fin dal momento conclusivo della Partition, l’Afghanistan ha rifiutato di riconoscere il confine per varie ragioni: prima di tutto, la Linea Durand, disegnata da una forza straniera, ha provocato la divisione del gruppo etnico più numeroso della regione conosciuto con il nome ‘pashtun’, generando in questo senso forti rivendicazioni sociali e identitarie, fino alla proposta afghana di creare uno stato apposito per accogliere il gruppo etnico, il Pashtunistan.

Nel corso dei decenni, poi, le tensioni lungo la frontiera hanno alternato fasi di scontro aperto a periodi di cooperazione informale, spesso mediata dal sostegno pakistano a gruppi armati operanti in Afghanistan, prima ad alcune formazioni mujahideen impegnate contro l’occupazione sovietica e successivamente ai Talebani afghani, oltre che dalla presenza di reti educative e religiose, le madrase, che hanno contribuito alla formazione del quadro talebano.

Il nodo dei Talebani pakistani
Oggi le motivazioni dietro gli attacchi transfrontalieri hanno come oggetto, tra le altre cose, l’organizzazione armata Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), comunemente chiamata Talebani pakistani. Il TTP è un gruppo terroristico insurrezionale di matrice islamista sunnita, nato nel 2007 e successivamente conformatosi in una coalizione a ombrello di diverse formazioni militanti, che opera militarmente con l’intento di rovesciare il governo di Islamabad, come dimostrano i numerosi attacchi alle forze di sicurezza pakistane avvenute negli anni, e per questo bandita in Pakistan. Le accuse che Islamabad lancia a Kabul hanno come principale critica la presunta collaborazione dei talebani con il TTP, sebbene si tratti di due entità separate e distinte, vicine principalmente nella dimensione ideologica e storica.

L’incursione aerea del Pakistan è arrivata a seguito dell’intensificarsi degli assalti sferrati dai militanti dell’organizzazione armata contro il personale di sicurezza di Islamabad, come riporta anche la notizia dell’attentato a Kohat, durante il quale un attentatore suicida ha provocato un’esplosione tale da distruggere una moschea collocata all’interno di una struttura della polizia, dando vita ad uno scontro durato circa 20 ore e provocando oltre 20 morti. Secondo le ricostruzione successive, l’attacco è stato rivendicato dal gruppo militante islamista Shura Ittehad-ul-Mujahideen, una fazione locale collegata al TTP e guidata da Hafiz Gul Bahadur che inizialmente concentrava le sue operazioni contro le forze degli Stati Uniti e della NATO in Afghanistan. Sebbene abbiano origini e leadership diversa, i gruppi vengono percepiti come una minaccia alla sicurezza e integrità del Pakistan, e per questo vengono targettizzati da Islamabad negli attacchi oltre il confine.

Una diplomazia che non riesce a spezzare il ciclo
Le autorità civili e militari pakistane, dunque, accusano apertamente il governo afghano di concedere rifugio sicuro ai combattenti del TTP, i quali utilizzerebbero il territorio afghano come sede per rifornirsi e pianificare attacchi militari, mentre l’Afghanistan ribatte catalogando il problema come istanza interna del Pakistan e condanna la violazione della sovranità nazionale. È su questa distanza che si sono finora arenati anche i diversi tentativi diplomatici di ricomporre la crisi: le mediazioni regionali e i colloqui tra le parti non sono riusciti a produrre un’intesa capace di risolvere la questione del TTP, mentre Islamabad continua a chiedere a Kabul misure concrete e di contenimento contro i gruppi armati presenti sul territorio afghano.

Il problema, quindi, non riguarda soltanto l’ultima serie di raid, ma la possibilità di interrompere un ciclo che continua a riproporsi: agli attacchi sul territorio pakistano seguono le accuse rivolte al TTP e a Kabul, quindi le operazioni oltre-confine e le minacce di risposta afghane. Resta allora da capire quale margine possa avere ancora la diplomazia se Islamabad e Kabul non riusciranno prima a trovare un punto d’incontro proprio sulla questione che più le divide.

Fonti
https://www.aljazeera.com/news/2026/9/21/afghanistan-says-three-killed-in-pakistani-air-attacks

https://www.dw.com/en/pakistan-says-strikes-in-afghanistan-killed-28-terrorists/a-79350604

https://www.dropsitenews.com/p/peace-abroad-war-next-door-pakistani

https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/09/21/pakistan-says-28-killed-in-airstrikes-on-three-targets-in-afghanistan

https://www.reuters.com/world/asia-pacific/least-three-killed-pakistani-airstrike-afghanistan-tolo-news-reports-2026-09-21/

https://www.trtworld.com/article/9bd280ed3bae

https://unama.unmissions.org/en/node/136081

Il consiglio medico pakistano comunica ad Amu che l’ordine di espulsione riguarda tutti gli studenti afghani.

amu.tv di Shahabuddin Amiri 10 settembre 2026

Studenti pakistani hanno manifestato in segno di solidarietà con gli studenti afghani che rischiano l’espulsione dal Pakistan.

L’ente regolatore medico pakistano ha dichiarato ad Amu TV che l’ordinanza che impone agli studenti afghani di medicina e odontoiatria di lasciare le proprie università si applica a tutti gli studenti afghani, compresi quelli che studiano nell’ambito del programma di borse di studio Allama Muhammad Iqbal del Pakistan.

Il Consiglio medico e odontoiatrico del Pakistan ha dichiarato che la decisione è stata presa in conformità con le politiche del governo pakistano, in particolare con quelle del Ministero dell’Interno.

Il dipartimento di ricerca del consiglio ha dichiarato ad Amu TV che la direttiva riguarda tutti gli studenti afghani, compresi i beneficiari di borse di studio.

In base a una lettera emessa dal consiglio, sono state sospese anche le ammissioni, i trasferimenti e altre procedure accademiche per gli studenti afghani di medicina e odontoiatria. Le università hanno ricevuto istruzioni di completare le procedure amministrative per la partenza degli studenti attualmente iscritti.

La King Edward Medical University di Lahore è tra le prime istituzioni ad attuare la direttiva. L’università ha invitato 20 studenti di medicina afghani a presentarsi per completare le formalità di partenza.

Secondo quanto riportato, sette degli studenti sono all’ultimo anno di corso.

La decisione ha suscitato critiche da parte di parlamentari pakistani, figure dell’opposizione e gruppi per i diritti umani, che hanno chiesto il ritiro del provvedimento.

Allama Raja Nasir Abbas, leader dell’opposizione al Senato pakistano, ha criticato la decisione, affermando che agli studenti che pagano le tasse universitarie dovrebbe essere consentito di continuare i loro studi.

“Quest’azione dà chiaramente l’impressione di una vendetta personale”, ha affermato Abbas. “Si tratta di un danno per le generazioni future.”

Ha avvertito che la decisione potrebbe acuire l’ostilità e “seminare i semi dell’odio” tra le giovani generazioni.

Asad Qaiser, un parlamentare dell’opposizione pakistana, ha condannato il provvedimento e ha dichiarato che solleverà la questione nell’Assemblea nazionale. Ha inoltre affermato di aver impugnato la decisione presso l’Alta Corte di Peshawar.

«I politici sono forse privi di buon senso o di responsabilità morale?», ha affermato Qaiser. «Condanno fermamente questa comunicazione del consiglio medico e odontoiatrico e ne chiedo l’immediato ritiro.»

“Agli studenti che stanno già studiando dovrebbe essere data l’opportunità di completare la loro istruzione”, ha aggiunto.

La commissione per i diritti umani mette in guardia sull’impatto sulle donne.

La Commissione per i diritti umani del Pakistan ha affermato che la questione è andata oltre una semplice decisione di natura educativa ed è diventata una questione umanitaria, in particolare per le donne afghane che studiano medicina.

La commissione stima che tra le 20 e le 40 studentesse afghane potrebbero essere colpite. Le donne rimpatriate in Afghanistan si trovano ad affrontare prospettive particolarmente limitate per la prosecuzione degli studi, poiché i talebani hanno vietato a donne e ragazze l’accesso alle università e alla formazione medica.

“Alcuni studenti si sono ora rivolti alla Commissione per i diritti umani del Pakistan e, oltre a chiedere supporto legale e istituzionale, hanno richiesto un rifugio sicuro, sottolineando la gravità e l’urgenza della situazione”, ha affermato la commissione.

Secondo quanto riportato nell’articolo originale, 26 studentesse afghane della King Edward Medical University e della Fatima Jinnah Medical University di Lahore rischiano di vedersi interrompere gli studi.

In passato il Pakistan ha finanziato studenti di medicina afghani.

La direttiva giunge dopo che il Pakistan stesso ha fornito borse di studio a studenti afghani negli anni precedenti.

Secondo la Commissione per l’Istruzione Superiore del Pakistan, 3.000 borse di studio sono state assegnate a cittadini afghani nell’ambito della seconda fase del programma di borse di studio Allama Muhammad Iqbal, approvato nel 2018.

Di queste borse di studio, 500 posti erano destinati agli studi di medicina e 100 a quelli di odontoiatria.

Questa politica ha inoltre creato una evidente incertezza su quali studenti afghani saranno infine costretti a lasciare il Paese.

Sediq Shariati, capo dell’Unione degli studenti afghani in Pakistan, ha dichiarato ad Amu TV che i rappresentanti degli studenti afghani hanno incontrato un portavoce del Ministero degli Esteri pakistano e gli è stato assicurato che gli studenti in possesso di documenti e visti validi possono continuare i loro studi.

Shariati ha affermato che i funzionari del Ministero degli Esteri hanno definito “propaganda” le notizie relative all’espulsione di studenti di medicina afghani.

Il Ministero degli Esteri non ha rilasciato pubblicamente alcuna dichiarazione ufficiale a conferma di tale posizione.

 

I legami diplomatici tra India e talebani si stanno rafforzando, contro il Pakistan

Nel contesto del conflitto tra Afghanistan e Pakistan, l’attività diplomatica dell’India nei confronti dei talebani è aumentata enormemente nell’ultimo anno

Muhammad Murad, The Diplomat, 15 luglio 2026

Come dice il vecchio proverbio, il nemico del mio nemico è mio amico. Questo proverbio sembra calzare a pennello con la crescente vicinanza tra l’Afghanistan governato dai talebani e l’India, che, per ragioni strategiche, è rimasta anti-talebana durante il periodo in cui il gruppo ha governato l’Afghanistan tra il 1996 e il 2001, per poi sostenere i governi della Repubblica afghana tra il 2001 e il 2021.

Nel frattempo, il Pakistan è stato considerato il principale alleato e sostenitore dei talebani dal 1996 fino alla presa di Kabul da parte del gruppo nell’agosto 2021. Da allora, tuttavia, i rapporti tra gli ex alleati si sono deteriorati. Il problema principale è il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), che, secondo il Pakistan, utilizza il territorio afghano come rifugio sicuro da cui condurre attività terroristiche contro il Pakistan. I talebani negano questa accusa e affermano che il TTP è una questione interna al Pakistan.

Mentre Pakistan e Afghanistan si sono scontrati, soprattutto dall’ottobre 2025, l’India – acerrima rivale del Pakistan – sta intensificando le sue relazioni con l’Afghanistan governato dai talebani. Dall’inizio del 2025, la politica di Nuova Delhi nei confronti dei talebani ha subito un riallineamento strategico , per certi versi discutibile .

La svolta positiva dell’India

L’attività diplomatica dell’India nei confronti dei talebani è aumentata notevolmente nell’ultimo anno, in seguito all’intervento degli Emirati Arabi Uniti che ha facilitato l’incontro a Dubai tra il Segretario agli Affari Esteri indiano Vikram Misri e il Ministro degli Esteri talebano Amir Khan Muttaqi l’8 gennaio 2025. Tale incontro ha rappresentato un’importante pietra miliare diplomatica, segnando l’inizio di una svolta positiva nelle relazioni tra Nuova Delhi e Kabul, controllata dai talebani.

Prima dell’incontro del gennaio 2025, il sottosegretario del Ministero degli Affari Esteri indiano, JP Singh, era il più alto funzionario indiano ad aver incontrato pubblicamente funzionari talebani , avendo incontrato Muttaqi e il ministro della Difesa Mohammad Yaqoob nel novembre 2024 .

Da allora, i contatti si sono intensificati, includendo anche la diplomazia telefonica. La prima telefonata ministeriale di alto livello ha avuto luogo lo scorso anno, il 15 maggio, tra il Ministro degli Affari Esteri indiano S. Jaishankar e Muttaqi, pochi giorni dopo la guerra di quattro giorni tra India e Pakistan. Ma i contatti sono andati oltre le semplici telefonate. Negli ultimi nove mesi, quattro ministri talebani hanno visitato l’India.

Questa cronologia di relazioni crescenti tra i talebani e l’India coincide con il conflitto in corso tra Pakistan e Afghanistan.

Il crescendo dei contatti

Nell’ottobre del 2025, Muttaqi si recò in India per una visita di sei giorni. Si trattò della prima visita di un alto ministro talebano in India. Per la visita di Muttaqi a Nuova Delhi, un comitato delle Nazioni Unite revocò temporaneamente il divieto di viaggio nei suoi confronti. Dopo la sua visita, l’India consegnò l’ambasciata afghana a Nuova Delhi ai talebani e inviò un incaricato d’affari alla sua ex missione a Kabul.

Successivamente, nel gennaio del 2026, il più alto funzionario del Ministero degli Esteri talebano, Mufti Noor Ahmad Noor, arrivò a Nuova Delhi per assumere l’incarico di incaricato d’affari dell’ambasciata afghana. La mossa dell’India giunse pochi mesi dopo che il Pakistan aveva intensificato le sue relazioni diplomatiche con i talebani .

Dopo Muttaqi, il ministro dell’Industria e del Commercio talebano Noorudin Azizi, accompagnato da una delegazione commerciale, ha visitato l’India dal 19 al 25 novembre. Secondo il Ministero degli Affari Esteri indiano, durante la sua visita, Azizi ha incontrato anche Jaishankar . Le due parti hanno discusso di connettività, scambi tra persone e relazioni bilaterali. Ha inoltre avuto colloqui a livello di delegazione con il ministro indiano del Commercio e dell’Industria Piyush Goyal e con il ministro di Stato per il Commercio e l’Industria Jitin Prasada.

Oltre a discutere di accesso al mercato, sviluppo delle capacità, connettività e facilitazione degli scambi commerciali, è stata annunciata anche la riattivazione dei corridoi aerei merci sulle tratte Kabul-Amritsar e Kabul-Delhi. Questi corridoi aerei merci erano stati ufficialmente inaugurati nel 2017, ma interrotti nel 2020. Nel dicembre 2025, Nuova Delhi ha riattivato i corridoi aerei merci Kabul-Amritsar e Kabul-Delhi , ripristinando un’importante rotta commerciale tra i due Paesi. Poiché non esiste una rotta terrestre diretta per il commercio tra India e Afghanistan, e qualsiasi corridoio di questo tipo dovrebbe necessariamente passare attraverso il Pakistan, il corridoio aereo per il trasporto merci è fondamentale per gli scambi commerciali tra India e Afghanistan.

Intensificati anche i rapporti economici

Il volume degli scambi commerciali tra India e Afghanistan ha superato 1,5 miliardi di dollari durante l’ultimo anno fiscale. Tale volume potrebbe crescere ulteriormente con il crollo degli scambi commerciali tra Pakistan e Afghanistan . Nell’anno fiscale 2024-2025, il commercio bilaterale tra Pakistan e Afghanistan è cresciuto del 25%, raggiungendo quasi 2 miliardi di dollari. A causa delle continue tensioni militari, che hanno portato alla chiusura del confine, il volume è già sceso a circa 1 miliardo di dollari. In un contesto di calo degli scambi commerciali tra Pakistan e Afghanistan, l’India sembra pronta a cogliere l’opportunità per rafforzare i propri legami economici con l’Afghanistan.

Oltre ad Azizi, anche il ministro della Sanità pubblica talebano Noor Jalal Jalili ha visitato l’India tra il 16 e il 21 dicembre. Durante la sua visita, ha avuto un incontro bilaterale con il ministro indiano della Sanità e del Benessere Familiare JP Nadda. L’India ha ribadito il suo impegno nell’assistenza umanitaria e nella cooperazione in ambito sanitario, con particolare attenzione alla fornitura a lungo termine di medicinali.

La visita di Jalili è avvenuta dopo che il Mullah Abdul Ghani Baradar, vice primo ministro dei talebani per gli affari economici e capo della Commissione economica, ha annunciato il divieto totale di importazione di medicinali dal Pakistan . I prezzi dei medicinali sono aumentati vertiginosamente in Afghanistan , rendendo alcuni beni essenziali completamente introvabili nel giro di pochi mesi dall’entrata in vigore del divieto e dalla chiusura dei valichi di frontiera di Chaman e Torkham a causa del conflitto in corso. In questo contesto, l’India ha incrementato le forniture di prodotti farmaceutici e medicinali all’Afghanistan .

Il ministro talebano dell’Agricoltura, dell’Irrigazione e dell’Allevamento, Mawlawi Ataullah Omari, accompagnato da un’alta delegazione, ha visitato l’India tra il 7 e il 12 luglio, segnando la quarta visita ministeriale dall’Afghanistan all’India negli ultimi nove mesi. Questo ritmo, secondo il Ministero degli Affari Esteri indiano, “riflette il continuo slancio della collaborazione bilaterale”.

Durante la sua visita, Omari ha incontrato il Ministro indiano dell’Agricoltura e del Benessere degli Agricoltori, Shivraj Singh Chouhan, e il Ministro di Stato per gli Affari Esteri e il Tessile, Pabitra Margherita. Questi incontri si sono concentrati sull’ampliamento della cooperazione nei settori del commercio, dell’allevamento e dell’agricoltura.

Capovolgimento delle relazioni

Per decenni, il Pakistan ha mantenuto una politica di “profondità strategica” in Afghanistan, incentrata sulla creazione di un governo amico a Kabul al fine di garantire la sicurezza del suo confine occidentale. Tuttavia, dal ritorno al potere dei talebani, la politica pakistana sembra essersi rivelata controproducente, poiché il regime talebano cerca di affermare la propria indipendenza. I talebani si rifiutano di riconoscere la Linea Durand come confine internazionale permanente e respingono l’ingerenza del Pakistan negli affari afghani. In particolare, i talebani negano qualsiasi controllo sul TTP, nonostante la loro vicinanza ideologica. Il crescente coinvolgimento tra i talebani e l’India rappresenta un’ulteriore sfida per il Pakistan.

Le visite ministeriali di alto livello da parte di ministri talebani in India sottolineano chiaramente il rafforzamento dei legami bilaterali tra i due Paesi. L’evoluzione delle relazioni tra Pakistan e talebani e il conflitto in corso hanno certamente giocato un ruolo significativo in tal senso.

Oltre ad ampliare i suoi rapporti con i talebani, l’India ha fatto sentire la sua voce condannando gli attacchi del Pakistan in Afghanistan alle Nazioni Unite. Infatti, dopo i recenti attacchi pakistani contro Kunar, Paktia e Paktika, avvenuti nell’ultima settimana di giugno, l’India è stato l’unico Paese a condannarli . Sembra quindi che l’India stia sfruttando il conflitto tra Pakistan e Afghanistan per intensificare il suo impegno con i talebani. Questi ultimi, dal canto loro, stanno usando questa opportunità per rafforzare la loro presenza diplomatica e ottenere il sostegno di un Paese che si è opposto a loro per decenni.

Pakistan e talebani: la strumentalizzazione delle narrazioni sul confine


Ajmal Sohail, AMU Tv, 2 luglio 2026

I recenti attacchi aerei del Pakistan hanno causato la morte di decine di civili afghani, tra cui donne e bambini, nei villaggi lungo il confine. Islamabad sostiene che i raid fossero diretti contro i rifugi del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP). I Talebani, invece, accusano il Pakistan di aver deliberatamente colpito abitazioni civili. Questo scontro di narrazioni non riguarda semplicemente la verità, ma anche la legittimità, la percezione e la propaganda.

La versione pakistana degli eventi è costruita attraverso la lente della lotta al terrorismo. Le autorità descrivono i raid come operazioni di precisione contro santuari terroristici. Questa narrazione rassicura l’opinione pubblica interna, soprattutto dopo i devastanti attentati suicidi avvenuti a Karachi e nel Khyber Pakhtunkhwa, trasmettendo l’immagine di un esercito proattivo e impegnato nella protezione della popolazione. Sul piano internazionale, essa inserisce il Pakistan nel più ampio discorso globale sul contrasto al terrorismo, presentandolo come una vittima che agisce per legittima difesa. Dal punto di vista strategico, esercita inoltre pressione su Kabul affinché intervenga contro le basi del TTP, spostando oltre confine la responsabilità della minaccia. Attraverso il richiamo al linguaggio dell’antiterrorismo, Islamabad cerca di legittimare le proprie azioni alla luce del diritto internazionale, attenuando al contempo l’attenzione sulle vittime civili.

I Talebani rispondono a questa narrazione enfatizzando le morti tra i civili. La loro propaganda mette in risalto funerali, abitazioni distrutte e famiglie in lutto per alimentare il nazionalismo afghano. Sul piano interno, ciò consente al regime talebano di presentarsi come difensore della sovranità nazionale. Sebbene il governo talebano sia spesso accusato di mostrare scarso riguardo per la vita dei civili nelle proprie politiche, esso sfrutta politicamente le vittime civili causate dai raid pakistani per rafforzare la propria legittimità. A livello internazionale, utilizza tali perdite come strumento per attirare l’attenzione delle organizzazioni umanitarie e dell’opinione pubblica globale. Sul piano strategico, questa narrativa permette inoltre di distogliere l’attenzione dalle accuse di offrire rifugio ai combattenti del TTP, consolidando al tempo stesso il consenso nazionalista interno. Attraverso la strumentalizzazione della sofferenza dei civili, i Talebani mirano quindi a rafforzare la propria posizione politica.

Guerra di propaganda

Rapporti indipendenti, tra cui quelli della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), confermano che le vittime civili sono una realtà. Allo stesso tempo, è probabile che alcuni obiettivi militanti siano stati effettivamente colpiti. Entrambe le parti tendono tuttavia a esagerare o a selezionare i fatti in funzione dei propri obiettivi politici. È proprio in questa zona grigia che prospera la propaganda: il Pakistan insiste di stare combattendo il terrorismo, mentre i Talebani sostengono che Islamabad stia commettendo crimini di guerra. Nel mezzo rimangono i civili, principali vittime di narrazioni contrapposte.

La battaglia propagandistica tra Pakistan e Talebani non riguarda tanto chi abbia ragione, quanto chi riesca a controllare la narrazione. Il Pakistan utilizza la retorica dell’antiterrorismo per giustificare i propri attacchi, mentre i Talebani sfruttano il racconto delle vittime civili per controbilanciare la posizione di Islamabad. Entrambe le parti cercano di influenzare la percezione pubblica, ma il prezzo di questa competizione ricade sui comuni cittadini afghani. Finché non saranno applicati efficaci meccanismi di accertamento delle responsabilità, la verità continuerà a essere oggetto di contesa e la propaganda continuerà a plasmare il conflitto di confine più dei fatti sul terreno.

Tra apparato militare e leadership politica

All’ombra dell’aspro confine occidentale del Pakistan si svolge una competizione silenziosa, combattuta non soltanto con proiettili e droni, ma soprattutto attraverso le narrazioni e il potere. Dietro ogni presunto “successo nella lotta al terrorismo” si cela uno scontro più profondo tra le ambizioni strategiche dell’apparato militare e la ricerca di autonomia della leadership politica. Questo articolo va oltre le dichiarazioni ufficiali per mostrare come le operazioni nel Khyber Pakhtunkhwa, nel Belucistan e nelle province orientali dell’Afghanistan siano divenute strumenti di influenza regionale, di gestione delle guerre per procura e di teatro geopolitico.

Dagli allineamenti informali con i Talebani alla delicata diplomazia con cui Islamabad cerca di bilanciare i rapporti con l’Iran, gli Stati Uniti e gli Stati del Golfo, il calcolo strategico del Pakistan rivela una pericolosa dualità: successi tattici che nascondono vulnerabilità strategiche. In questo quadro, il terrorismo transfrontaliero, le milizie, le rivalità regionali e la competizione tra le grandi potenze convergono in un’unica equazione altamente instabile, capace di ridefinire sia la coesione interna del Pakistan sia il suo ruolo nell’assetto geopolitico della regione.

Ajmal Sohail si è laureato in studi sul terrorismo e l’estremismo presso l’Università di Leiden, nei Paesi Bassi, e l’Università del Maryland, negli Stati Uniti. Attualmente lavora come analista dell’intelligence ed esperto di antiterrorismo. È cofondatore e copresidente della Counter Narco-Terrorism Alliance Germany, dove dirige i settori dell’intelligence e dell’antiterrorismo.

Questo articolo riflette le opinioni dell’autore.

Raid del Pakistan in Afghanistan, ONU: “almeno 28 morti e 49 feriti”

La Voce di New York, 30 giugno 2026, di Giuliano Lodato

I raid sono avvenuti domenica notte nella parte orientale del paese

Il portavoce del Segretario delle Nazioni Unite Stéphane Dujarric dal palazzo di vetro dell’Onu a New York si è espresso sullo scontro armato in corso al confine tra Pakistan e Afghanistan.

Domenica notte le forze pakistane hanno effettuato raid aerei nell’Afghanistan orientale, il conflitto è iniziato alla fine di febbraio di quest’anno.

Fonti ufficiali afghane hanno riferito che i raid hanno causato 36 morti civili e 160 feriti. La missione delle Nazioni Unite in Afghanistan parla invece di almeno 28 decessi e 49 feriti.

“Il Segretario Generale è profondamente preoccupato per le ultime violenze tra i due Paesii” ha dichiarato Dujarric,” e chiede un’immediata cessazione delle ostilità e la protezione dei civili. […] Continuiamo a chiedere a tutte le parti di rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario e a sottolineare che i civili e le infrastrutture civili devono essere protetti in ogni momento.”

In una dichiarazione rilasciata questa mattina, la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan, UNAMA, ha confermato che molti civili sono rimasti uccisi o feriti nei raid aerei condotti dal Pakistan nelle province di Paktya, Paktika e Kunar; tutti questi attacchi hanno avuto luogo la scorsa notte. La Missione sta proseguendo i lavori di verifica su questi incidenti. Esprimiamo le nostre condoglianze alle famiglie delle vittime e auguriamo una pronta guarigione ai feriti”.

“I nostri colleghi delle organizzazioni umanitarie ci hanno presentato che gli ultimi attacchi avrebbero provocato anche degli sfollati, ei partner umanitari sul campo stanno valutando i bisogni e si stanno preparando a fornire assistenza di emergenza”, ha concluso Dujarric.

I bombardamenti di domenica sono avvenuti in risposta a un’offensiva subita dai paramilitari del Pakistan. Le forze armate pakistane hanno riferito che sabato un commando talebano ha innescato delle cariche esplosive per poi sparare contro una base dei Rangers a Karachi, la metropoli più popolosa del Paese; l’azione ha provocato il decesso di tre ufficiali e il trasferimento di altri quattro. L’attentato è stato poi rivendicato da un gruppo legato al Tehreek-e-Taliban Pakistan, il TTP, i Talebani pakistani.

I vertici talebani dell’Afghanistan tuttavia hanno ridimensionato il ruolo dei miliziani del TTP sulle decisioni e sulle operazioni del movimento.

La maggior parte delle vittime dall’inizio del conflitto sono afghane. Lo scorso marzo un raid pakistano ha causato 269 morti e 172 feriti, secondo i dati delle Nazioni Unite. Di contro, l’esercito afghano ha risposto principalmente con incursioni di terra mirate e con attacchi saltari a bassa intensità.

Le parti hanno avuto un primo incontro infruttuoso a Urumqi nella Cina nord-occidentale. All’inizio di questo mese circa dodici figure tra ex diplomatici e delegati vicini ai rispettivi vertici politici e militari si sono incontrati a Istanbul. L’obiettivo di questo incontro è cercare di compiere i primi passi comuni per riattivare i canali diplomatici ufficiali.

Il Pakistan ha fatto nuovi bombardamenti in Afghanistan, dopo un mese in cui si erano fermati gli attacchi

Il Post, 10 giugno 2026

Mercoledì il Pakistan ha fatto nuovi bombardamenti in tre province orientali dell’Afghanistan, per la prima volta dopo più di un mese di interruzione dei combattimenti. Come successo in altri attacchi precedenti, i due governi coinvolti hanno comunicato numeri di persone uccise molto diversi. Quello afghano dei talebani ha detto che gli attacchi hanno ucciso almeno 13 persone e ne hanno ferite 14, tutte civili. Il governo pakistano ha confermato i bombardamenti, e ha detto di aver ucciso 26 miliziani dei gruppi terroristici a cui ha attribuito vari recenti attacchi in Pakistan che avevano causato la morte di soldati e poliziotti.

 

Da febbraio ci sono nuovi combattimenti al confine tra Pakistan e Afghanistan dopo quelli del 2025. Da aprile i due paesi partecipano a colloqui diplomatici mediati dalla Cina, che finora sono stati infruttuosi. In teoria, per via dei colloqui, entrambi i paesi si erano impegnati a non intensificare gli attacchi. Erano cominciati, dopo anni di rapporti conflittuali, perché il Pakistan accusa i talebani di ospitare e sostenere il gruppo terroristico Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP). Gli attacchi armati con cui il Pakistan ha motivato i nuovi bombardamenti sono stati rivendicati dal TTP o gli sono stati attribuiti.

 

Afg-Pakistan in guerra

Enrico Campofreda dal suo Blog 18 marzo 2026

I venti di morte che squassano il vicino Medio Oriente allargano le ali e trovano imitazione più a est dell’Iran, lungo il tracciato ottocentesco ‘Durand’ che per decenni ha fatto parlare di Afg-Pakistan. Così a imitazione israelo-americana i jet pakistani vomitano bombe presso il famigerato Camp Phoenix di Kabul, dove le truppe Nato addestravano l’esercito dei governi fantoccio Kharzai e Ghani. Risultato: quattrocento morti. Né militari, né miliziani, ma tossicodipendenti in cura. Il perché dell’incursione s’articola sulla storia di due Stati relativamente giovani con un’anima comune, quella talebana. Che nel cosiddetto Pashtunistan, la terra dell’etnìa pashtun, cerca le sue radici, e se le ha ritrovate tramite l’Emirato Islamico ripristinato nel 2021 a Kabul, vede a Islamabad governi para occidentali con vocazione para militare. Strani generali quelli pakistani, votati all’Islam sin dall’epoca del golpista Zia-ul Haq che diede un impulso fondamentalista ben più serrato di quello impresso dal padre della patria Jinnah. Le stesse dinastie laiche che per decenni si sono divise il potere e i beni nazionali – i Bhutto e gli Sharif – hanno un esplicito richiamo ad Allah, tantoché l’attuale premier Shehbaz Sharif è fratello del fondatore del partito leader dell’attuale Parlamento la Lega Musulmana N. Enne da Nawaz Sharif ideatore del gruppo e uomo di spiccate simpatie wahhabite pur giocate negli agi delle monarchie del Golfo e di quella britannica. Quando in geopolitica si parla degli influssi del wahhabismo e deobandismo il rapporto stretto coi luoghi dove tali verbi del sunnismo fondamentalista circolano e lievitano, cioè moschee e madrase, è fittissimo. E il comune denominatore con scuole coraniche storiche come la Darul Uoom Haqqania, ubicata ad Akora Khattak nella provincia del Khyber Pakhtunkhawa, ne è un esempio lampante. Il corto circuito vive fra quegli ulema che lì abitano e pregano, i cittadini e i fedeli, gli attivisti e i militanti, i governatori e i governati. Cosicché da decenni il ceto politico pakistano naviga a vista, strizzando l’occhio a teorie che invocano la purezza islamica inseguita anche attraverso forme amministrative all’occidentale da cui i leader traggono prevalentemente profitti e vantaggi personali. I citati clan di Islamabad vantano appunto sequele di accuse e condanne per corruzione.

Contro quest’immagine statale si muove il prodotto estremo delle madrase, quei taliban che considerano kuffar quei politici e cercano l’Emirato, ritrovato in Afghanistan, vagheggiato nel più popoloso e complicato Pakistan. Quest’ultimo avvinghiato alle purulente attenzioni d’imperi passati, il britannico presente fino al 1947 sui territori di India e Pakistan e lo statunitense che durante e dopo la Guerra Fredda a lungo s’è servito dei governi di Rawalpindi e Islamabad da contrapporre alla “sovietica” New Dehli. Il partenariato americano, i suoi finanziamenti, le testate atomiche offerte a quelle Forze Armate hanno contribuito alla veste occidentalizzante d’un Paese orgogliosamente legato a tradizioni ed etnìe, dai numerosi punjabi, ai combattivi pashtun, agli autonomisti beluci e a gruppi minori che moltiplicati per una crescita demografica fra le più prolifiche del globo pongono il Paese ben oltre la soglia di 255 milioni di abitanti, quinta popolazione mondiale. C’è, dunque, un’apparente contraddizione fra i desiderata dell’establishment pakistano e i suoi figli degeneri, i turbanti locali (Tehreek-i Taliban e Tehreek-i Labbaik Pakistan le formazioni più organizzate e temute) che preme sui governanti per intimidirli, influenzarli più che scalzarli, volendoli orientare attraverso il ricatto di sanguinosissimi attentati verso una linea di loro piacimento che conservi, ad esempio l’autogestione delle Aree Tribali di Amministrazione Federale. E l’Afghanistan cosa c’entra? C’entra perché l’attuale direzione talebana è prossima ai gruppi tribali del Waziristan e di altre zone pashtun, dando ospitalità e protezione ai manipoli dei Tehreek che colpiscono in patria e si rifugiano oltre il confine afghano, limite senza limiti e ostacoli se non per tratti montuosi, aggirabili dai passi come il Khyber dove gente perseguitata da un cinquantennio di conflitti va e viene. Ovviamente dall’Emirato negano che tale solidarietà talebana sia in atto, però i militari di Islamabad che possono più dei politici insistono e dallo scorso ottobre colpiscono. Ora, con lo sdoganamento unilaterale dell’aggressione e del terrore, si può procedere in questo modo: uccidendo i deboli. I talebani incassano, ma meditano vendetta. Mentre India e Cina osservano e tifano, chi per una fumosa guerra, chi per una salvifica diplomazia.

 

 

 

Perché il Pakistan non può vincere questa guerra e i talebani non possono arrendersi

Zan Times, 19 marzo 2026, di Hamayon Rastgar

Questa pubblicazione è realizzata in collaborazione con Himal Southasian , una rivista regionale di politica e cultura.

Nella notte del 16 marzo, potenti esplosioni hanno scosso Kabul. Il Pakistan ha dichiarato di aver “portato a termine con successo raid aerei di precisione” contro “installazioni militari a Kabul e Nangarhar che finanziano il terrorismo del regime talebano afghano”. Attaullah Tarar, ministro pakistano dell’informazione e della radiodiffusione, ha inoltre affermato che gli attacchi hanno preso di mira infrastrutture appartenenti a “gruppi terroristici”, tra cui il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), ovvero i talebani pakistani.

Oltre confine, la situazione era ben diversa. I portavoce dei talebani hanno affermato che l’attacco ha colpito un centro di riabilitazione per tossicodipendenti; il bilancio delle vittime è ancora incerto. La Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) ha dichiarato che 143 persone sono state uccise e 119 ferite nell’attacco. Il vice portavoce dei talebani, Hamdullah Fitrat, ha affermato che il bilancio delle vittime è stato di gran lunga superiore, con circa 400 morti e 250 feriti.

Quest’ultimo attacco si aggiunge al crescente bilancio umano e umanitario di quella che il Pakistan, alla fine di febbraio, ha dichiarato essere una “guerra aperta” contro l’Afghanistan. Gli attacchi transfrontalieri hanno causato lo sfollamento di migliaia di famiglie e ucciso o ferito un numero imprecisato di civili lungo il confine condiviso tra i due Paesi. Nel frattempo, il Pakistan ha continuato la sua brutale campagna di deportazione dei rifugiati afghani, molti dei quali vivono nel Paese da decenni e non hanno quasi nulla a cui tornare in Afghanistan.

Da quando i talebani sono tornati al potere a Kabul più di quattro anni fa, gli scontri militari tra i due Paesi confinanti sono diventati una consuetudine. Il punto centrale della controversia è l’accusa del Pakistan secondo cui i talebani afghani fornirebbero rifugio ai militanti del TTP all’interno dell’Afghanistan, consentendo loro di organizzarsi in sicurezza e lanciare attacchi contro obiettivi pakistani. Il Pakistan ha assistito a un brutale aumento degli attacchi del TTP negli ultimi anni.

Durante i falliti colloqui di pace tra Pakistan e Afghanistan a Istanbul nel novembre 2025, e anche durante i precedenti cicli di negoziati, Islamabad ha continuato a chiedere ai talebani afghani di intraprendere un’azione militare contro il TTP. I talebani hanno respinto la richiesta, insistendo sul fatto che nessun militante del TTP opera dal territorio afghano. Membri della delegazione talebana hanno rivelato che il Pakistan ha anche chiesto una fatwa religiosa che dichiarasse inammissibile la guerra all’interno del Pakistan.

Sotto pressione, a dicembre i talebani hanno riunito i mullah a Kabul. I religiosi hanno emesso una fatwa che vietava agli afghani di partecipare a conflitti armati al di fuori dell’Afghanistan. Questa decisione era apparentemente volta a venire incontro alle preoccupazioni del Pakistan, ma era ben lontana dalle reali richieste di Islamabad. La sentenza si applicava solo agli afghani e non si rivolgeva direttamente ai militanti pakistani.

Con questa guerra, il Pakistan sembra credere che la sua potenza militare, di gran lunga superiore a quella dell’Afghanistan, costringerà i talebani a cedere. Ma questo calcolo ignora una realtà fondamentale: i talebani prosperano nei conflitti armati. Anziché indebolire il regime di Kabul, l’aggressione pakistana sta alimentando il sentimento nazionalista afghano e permettendo ai talebani di presentarsi come difensori della nazione, garantendo loro di fatto un livello di legittimità popolare che hanno a lungo faticato a ottenere.

I talebani sono inoltre fondamentalmente incapaci di soddisfare le richieste di Islamabad, poiché queste colpiscono il cuore stesso della loro identità. Per i talebani, agire militarmente contro il TTP significherebbe rivolgere le proprie armi contro i loro alleati ideologici e calpestare i propri principi fondamentali, in nome di uno Stato la cui costituzione considerano non islamica.

Nel 2001, all’indomani degli attentati dell’11 settembre, i talebani si rifiutarono di consegnare Osama bin Laden agli Stati Uniti o di affrontare al-Qaeda, anche a costo di perdere il loro primo emirato quando gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan. Alla luce di questa storia, è molto improbabile che i talebani cedano mai alle pressioni del Pakistan, anche se i costi sarebbero enormi. E sebbene il Pakistan possa avere la superiorità in termini di forza militare convenzionale, i talebani hanno le proprie strategie di violenza, che possono esigere un sanguinoso tributo di vite pakistane.

Fin dalla sua creazione nel 1947, il Pakistan ha avuto un rapporto con l’Afghanistan caratterizzato da disaccordi. La questione più immediata, e anche la più duratura, è stata la Linea Durand, che separa i due Paesi: i governanti afghani sostenevano che fosse stata “imposta” da una potenza coloniale e che l’Afghanistan avesse firmato l’accordo che la regolava con l’India britannica, non con il Pakistan.

Alle Nazioni Unite, il rappresentante dell’Afghanistan dichiarò che la Provincia della Frontiera Nordoccidentale, a maggioranza pashtun, situata lungo la Linea Durand, non avrebbe dovuto entrare automaticamente a far parte del Pakistan. Nel settembre del 1947, l’Afghanistan rivendicò la sovranità territoriale sulla zona votando contro l’ammissione del Pakistan all’ONU. Questa mossa diplomatica segnò l’inizio di un rapporto di ostilità che ha plasmato la storia successiva tra i due Paesi.

Per il Pakistan, il rifiuto dell’Afghanistan di riconoscere la Linea Durand rappresenta una minaccia diretta alla sua integrità territoriale. Islamabad considerava il sostegno di Kabul al nazionalismo pashtun come un’ingerenza nei suoi affari interni e temeva che l’Afghanistan, spesso alleato con l’India, stesse tentando di destabilizzare la frontiera occidentale del Pakistan.

Il Pakistan rispose con una combinazione di pressioni economiche e militari. Dal 1947 fino ai primi anni ’50, ostacolò l’accesso dell’Afghanistan al porto di Karachi, interrompendo a tratti la sua principale via commerciale con il resto del mondo. Nel giugno del 1949, aerei pakistani bombardarono il villaggio di Moghulgai, nella provincia afghana di Paktika, durante un periodo di forte tensione al confine; all’epoca, il Pakistan affermò che il bombardamento era stato accidentale. Il mese successivo, il parlamento afghano annunciò l’intenzione di annullare tutti gli accordi di confine firmati tra i governanti afghani e l’India britannica, compreso l’accordo sulla Linea Durand. Naturalmente, il Pakistan respinse la dichiarazione del parlamento afghano.

Nel corso degli anni, i governi nazionalisti afghani hanno promosso l’idea di Pashtunistan, un progetto politico che prevedeva, a seconda dei casi, uno stato pashtun indipendente, una maggiore autonomia per i pashtun in Pakistan o, nella sua forma più radicale, l’annessione delle aree pashtun e baluchi del Pakistan all’Afghanistan. Sotto Mohammad Daoud Khan, primo ministro negli anni ’50 e nei primi anni ’60, questa politica divenne centrale nella politica estera afghana, e lo fu nuovamente dopo il 1973, quando Daoud prese il potere con un colpo di stato. Kabul finanziò gli attivisti pashtun e arrivò persino a celebrare una giornata ufficiale del Pashtunistan.

Dopo l’aprile del 1978, quando il regime di Daoud fu rovesciato da un colpo di stato guidato dal Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan, il nuovo regime si mostrò altrettanto entusiasta di perseguire il diritto all’autodeterminazione per i Pashtun dall’altra parte del confine. Senza dubbio, anche l’India ha incoraggiato i successivi governi afghani nella sua disputa territoriale con il Pakistan.

Eppure il movimento pashtun non è mai diventato la minaccia esistenziale che Islamabad temeva. I nazionalisti pashtun laici in Pakistan hanno perseguito le loro rivendicazioni principalmente attraverso la politica costituzionale. Anche di fronte alla repressione e alla prigione, hanno partecipato alle elezioni ed sono entrati in parlamento anziché lanciare un’insurrezione armata. I tentativi di Kabul di trasformare il nazionalismo pashtun in una forza destabilizzante in Pakistan sono falliti.

Nel frattempo, il Pakistan sviluppò gradualmente un proprio piano strategico: indebolire i governi afghani fornendo supporto ai gruppi islamisti che si opponevano ad essi. A partire dalla metà degli anni ’70, il Pakistan iniziò ad addestrare militanti islamisti come contrappeso. Nel 1975, i servizi segreti pakistani addestrarono un piccolo gruppo di afghani che diedero inizio a una rivolta contro Daoud. La ribellione fallì, ma i suoi principali organizzatori, tra cui i guerriglieri Ahmad Shah Massoud e Gulbuddin Hekmatyar, sarebbero poi diventati figure di spicco nella guerra afghano-sovietica.

In seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, reti militanti islamiste prosperarono nelle madrase pakistane lungo il confine afghano, facilitate dai servizi segreti pakistani (ISI) e sostenute da finanziamenti americani e arabi. Il movimento talebano sarebbe poi emerso da questo terreno fertile.

Nel corso degli anni , il Pakistan ha considerato i talebani afghani come strumenti nella sua ricerca di “profondità strategica” – in sostanza, un Afghanistan sotto il suo controllo che fungesse da cuscinetto e baluardo nel conflitto del Pakistan contro l’India. Questo è stato fondamentale per il sostegno del Pakistan ai talebani durante la guerra afghano-sovietica e in seguito. Molti alti funzionari pakistani hanno festeggiato quando i talebani hanno preso il potere a Kabul per la prima volta nel 1996, e di nuovo nel 2021, quando sono tornati al potere alla fine dell’occupazione statunitense dell’Afghanistan. Ma quello che il Pakistan considerava un trionfo strategico si è rapidamente trasformato in un problema strategico: invece di obbedire ai desideri del Pakistan, i talebani si sono rifiutati di reprimere il TTP anche quando il gruppo è cresciuto in forza e ha intensificato i suoi attacchi contro il Pakistan.

Oggi, l’eredità della politica pakistana è la devastazione per l’Afghanistan, che ha trascorso decenni soffrendo a causa della guerra e di una teocrazia estremista, e un pantano strategico per il Pakistan, ben più pericoloso di quanto avesse mai immaginato. Rispetto ai precedenti regimi afghani, i talebani rappresentano una sfida fondamentalmente diversa: essi rifiutano la legittimità dello Stato pakistano e della sua costituzione, che considerano incompatibili con la propria interpretazione della legge islamica. Il TTP ha formalmente giurato fedeltà al leader supremo dei talebani, usando per lui il titolo di Amir al-Mu’minin – Comandante dei Credenti – con implicazioni di fedeltà extraterritoriale.

Questo allineamento ideologico fornisce al TTP sia le munizioni politiche che la giustificazione religiosa per una prolungata insurrezione contro il Pakistan. A differenza dei movimenti nazionalisti pashtun del passato, il TTP non si basa esclusivamente sull’identità pashtun. Il suo messaggio attrae i militanti islamisti talebanizzati in tutto il Pakistan, il che contribuisce ad ampliare la sua potenziale base di sostegno ben oltre la cintura pashtun. È significativo che il TTP abbia trovato un terreno comune con i militanti del Balochistan , dove il Pakistan è impegnato da tempo in una lotta contro un’insurrezione.

Inoltre, i talebani afghani non riconoscono la Linea Durand. In una recente intervista, il ministro della Difesa talebano, Mohammad Yaqoob Mujahid, ha dichiarato: “Il Pakistan vuole che l’ipotetica Linea Durand venga riconosciuta come confine. Si tratta di una questione storica che né l’attuale governo né i precedenti hanno risolto. Poiché questa questione rimane irrisolta, non dovrebbe diventare causa di un’escalation delle tensioni”. Sotto il governo talebano, tutti i principali media afghani si riferiscono al confine tra i due Paesi come all'”ipotetica Linea Durand”, indicando che i talebani intendono seguire la strada dei precedenti governi afghani nel rivendicare territori sotto il controllo del Pakistan.

Secondo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in Afghanistan operano attualmente più di 20 gruppi militanti islamisti, tra cui il TTP, al-Qaeda e lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan. Nel febbraio 2026, il Ministero degli Esteri russo ha dichiarato che in Afghanistan sono presenti ben 23.000 militanti islamisti, che rappresentano una seria minaccia per la sicurezza regionale. L’Afghanistan non dispone di forze convenzionali per contrastare i raid aerei e le incursioni del Pakistan, ma in compenso ha a disposizione queste risorse. Nel frattempo, la vittoria dei talebani sugli Stati Uniti e le loro forze alleate nel 2021 ha fornito ai gruppi militanti di tutta la regione una potente narrativa ideologica: la lotta armata jihadista può sconfiggere le potenze globali e instaurare uno stato islamico. Ciò ha incoraggiato i militanti islamisti all’interno dei confini del Pakistan, e la dichiarazione di guerra del Pakistan contro l’Emirato Islamico dell’Afghanistan li incoraggerà ulteriormente contro il loro nemico.

Se Islamabad continua la sua “guerra aperta”, i talebani potrebbero abbandonare ogni formalità diplomatica e sostenere apertamente il TTP, scatenando una violenza insurrezionale ancora maggiore contro il Pakistan. Nel frattempo, le attuali politiche interne del Pakistan rischiano di peggiorare ulteriormente la situazione. La campagna di deportazioni di massa di Islamabad contro i rifugiati afghani sta costringendo centinaia di migliaia di persone a tornare in un Paese che affronta una delle più grandi crisi umanitarie al mondo. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, a dicembre 2025 oltre un milione di rifugiati erano stati rimpatriati in Afghanistan dal Pakistan. Le deportazioni hanno acuito e rafforzato il sentimento anti-pakistano tra i comuni cittadini afghani, spingendone molti più vicini ai talebani.

In tutto questo, non esistono soluzioni facili per Islamabad. Per decenni, l’Afghanistan ha sofferto a causa del mostro che il Pakistan ha contribuito a creare, nella folle convinzione di poterlo controllare. Ora è il Pakistan stesso a dover affrontare questo demone.

Hamayon Rastgar è uno scrittore e ricercatore che lavora come redattore senior presso Zan Times.

Linea Durand: la frattura storica che riaccende la guerra tra Afghanistan e Pakistan

europeanaffair.it Lara Tarantino 4 marzo 2026

Le relazioni bilaterali tra Afghanistan e Pakistan hanno subito un significativo deterioramento negli ultimi mesi, determinando l’inefficacia del cessate il fuoco stipulato nell’ottobre 2025. Venerdì 27 febbraio 2026, Islamabad ha annunciato di essere entrata in una fase di “guerra aperta” contro Kabul, colpendo obiettivi militari e sedi della leadership talebana nella capitale e, per la prima volta, anche a Kandahar, città simbolo del movimento tornato al potere nel 2021. L’escalation attuale rappresenta il punto più alto di tensione tra i due Paesi dal ritorno dei talebani, tuttavia, le radici del conflitto restano profonde e strutturali: confini contestati, identità etniche divise, militanza transfrontaliera e reciproca sfiducia.

Al centro rimane la questione della Linea Durand, il confine fra i due stati di circa 2.600 chilometri tracciato in epoca coloniale britannica nel 1893 da Sir Mortimer Durand, diplomatico britannico e segretario agli Esteri dell’India britannica. La sua definizione, infatti, rispecchiava gli interessi britannici nella regione ma ignorava completamente la complessa realtà etnica e culturale del territorio, finendo per dividere artificialmente la popolazione Pashtun tra due diverse entità statali. Oggi, questo confine rappresenta l’esempio lampante di come una decisione presa a tavolino in epoca imperiale possa condizionare, a distanza di centotrent’anni, la stabilità di un’intera regione.

Un ulteriore punto sensibile riguarda il Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP). Questa è una organizzazione, ideologicamente affine ai talebani afghani, che mira a rovesciare il governo di Islamabad, intensificando gli attacchi nelle province di confine, in particolare la provincia di Khyber Pakhtunkhwa in Pakistan e Khost, Paktika e Kunar in Afghanistan. Il governo di Islamabad accusa il governo di Kabul di ospitare e supportare i miliziani del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP). Il governo di Kabul nega categoricamente tali accuse. Tuttavia, la presenza di miliziani pakistani in Afghanistan continua a rappresentare un fattore di tensione significativo, ulteriormente complicato dalle rivendicazioni separatiste dell’Esercito di Liberazione del Balochistan (BLA), un gruppo separatista etno-nazionalista operante nella regione del Balochistan. In questo contesto già esplosivo, gli scontri delle ultime ore segnano una pericolosa escalation militare. Il Pakistan non solo si è limitato a colpire presunti covi di militanti, ma ha anche utilizzato aerei da guerra per bombardare direttamente installazioni militari talebane nel territorio afghano, inclusi obiettivi a Kabul e a Kandahar, sede del leader supremo Hibatullah Akhundzada, che, secondo indiscrezioni non confermate, potrebbe essere rimasto vittima di quest’attacco. Questa mossa dimostra la volontà di Islamabad di punire direttamente l’apparato talebano, accusato di complicità con il TTP, portando il conflitto a un livello di scontro diretto tra Stati.

Nonostante le accese dichiarazioni rilasciate dal Ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, sulla piattaforma social X, in cui afferma che “la nostra pazienza ha un limite” e che “ora è guerra aperta tra noi e voi”, un conflitto su larga scala comporterebbe rischi significativi per entrambe le parti coinvolte. Per il Pakistan, destabilizzare ulteriormente l’Afghanistan significherebbe esporsi a nuove ondate di rifugiati, alla frammentazione del potere oltre confine e al rafforzamento di gruppi jihadisti difficilmente controllabili. Per i talebani, subire attacchi massicci metterebbe in discussione una delle poche leve di legittimazione interna: la promessa di sicurezza e controllo del territorio dopo anni di guerra.

Proprio per evitare che questa frattura storica si trasformi in una deflagrazione moderna, giganti come Cina e India mantengono alta la guardia per evitare un’espansione del conflitto. Tuttavia, sebbene altri attori influenti come Russia, Turchia e Qatar abbiano manifestato la disponibilità a mediare, finora ogni sforzo diplomatico ha ottenuto scarsi successi. Si teme concretamente che il conflitto possa estendersi e destabilizzare una regione più ampia rispetto all’attuale, dalle coste del Mare Arabico fino alle vette contese dell’Himalaya, unendo in un unico focolaio di crisi il Medio Oriente e l’Estremo Oriente. In un contesto di Asia meridionale già caratterizzato da una significativa instabilità, un collasso definitivo della sicurezza lungo la Linea Durand comporterebbe conseguenze di portata globale, trasformando una disputa territoriale in una crisi sistemica di rilevanza internazionale.