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Tag: violenza sulle donne

Io, psicologa a Kabul

Antonella Mariani, Avvenire, 17 febbraio 2026

Quando esce di casa per incontrare le sue pazienti, deve essere sempre accompagnata da un mahram: un uomo di famiglia che segua i suoi passi, un tutore che garantisca per lei, che badi a non farla parlare con estranei di sesso maschile.

L’Afghanistan è una prigione a cielo aperto per le donne. E la mente può essere una prigione ancora più dolorosa di quella imposta dai talebani. Maryam Majidi ha 25 anni e nel Paese che teorizza e applica l’apartheid di genere e che ha un tasso di disoccupazione del 40 per cento è una eccezione. Anzi, doppia eccezione: perché lavora pur essendo donna e perché è tra le pochissime ad avere accesso alla mente di decine di donne traumatizzate dalla violenza, dalla sottomissione, dalla mancanza di futuro.

Volto dai lineamenti perfetti, carnagione chiara, occhi appannati da una profonda e invincibile tristezza, Maryam, classe 2000, è una giovane psicologa che ha avuto la ventura di aver completato gli studi prima del 15 agosto 2021, prima cioè che i fanatici integralisti islamici instaurassero l’Emirato nel Paese e proibissero alle ragazze gli studi superiori e universitari. Da due anni lavora per un ente del terzo settore (Ets) italiano, Nove Caring Humans, supportando le decine di donne traumatizzate, soprattutto vedove, che ricevono aiuti nell’ambito del progetto Healing Circle e i 35 bambine tra i 6 e i 14 anni ospitate nell’orfanotrofio Future Hope, nella capitale Kabul, l’unico femminile del Paese.

Nessuno che ascolti il dolore delle donne

Ma cosa vuol dire essere una psicologa oggi in Afghanistan, un Paese in cui il disagio mentale, soprattutto femminile, cresce di pari passo con i divieti e le costrizioni?

La prima osservazione è che lei non potrebbe mai avere pazienti uomini, non è consentito: la confidenzialità “mista”, anche se professionale, non è contemplata in Afghanistan. “Nel mio Paese non c’è nessuno che ascolti il dolore delle donne. Io lo faccio e per me non è solo un lavoro ma una missione. Le donne con le quali lavoro sono per la maggior parte capofamiglia”, risponde in un inglese perfetto, con un video collegamento su WhatsApp precario a causa della intermittenza nell’erogazione di elettricità che da giorni impedisce di ricaricare completamente il cellulare. “Portano sulle spalle violenze gravi, stress prolungati, ansia, depressione, mancanza di risorse economiche e di cure adeguate. Queste donne hanno bisogno di sentirsi comprese, accolte e ascoltate con empatia e senza giudizio. Ascolto ragazze fuori dalla scuola, e giovani con disabilità: è difficile per tute, per loro ancora di più. Il percorso di sostegno che intraprendo, sia individuale sia di gruppo, attraverso laboratori, workshop e meditazione, offre loro strumenti per contenere l’ansia e la depressione e gestire meglio i bisogni quotidiani e il lavoro di cura verso i figli”.

Maryam Majidi vive a Kabul con i genitori e tre fratelli. Lei, al momento, non pensa a una famiglia sua, perché madre e padre sono senza lavoro e il suo stipendio serve per offrire loro una vita dignitosa e per consentire al fratello più piccolo di continuare a studiare. Lui è anche il suo maharam, l’accompagnatore necessario a una donna per uscire di casa, e talvolta deve saltare le lezioni per consentire a lei di lavorare.

In un Paese in cui il 60 per cento delle famiglie affronta difficoltà nell’approvvigionamento di bene essenziali e il 73% della popolazione non gode di cure mediche adeguate, l’assistenza psicologica può sembrare un lusso. Ma non è così: il dolore non può rimanere sempre senza voce. “Cerco di parlare loro di speranza, spiego come possono contenere la rabbia e la mia responsabilità più grande è di fare quello che posso per convincerle a non arrendersi. Alle giovani estromesse dall’istruzione dico che non è importante non andare a scuola, ma continuare a imparare, a formarsi. Alcune di loro riescono a seguire corsi online, a lavorare in casa. Non è facile. Tra le donne che Nove Caring Humans aiuta con il suo progetto di sostegno, ho seguito una giovane donna che veniva regolarmente picchiata dal marito tossicomane. Rimasta vedova, ha iniziato a replicare comportamenti violenti nei confronti delle tre figlie. Era sempre triste, aveva gli incubi. Dopo diversi incontri, le ho fatto capire che non era l’unica ad affrontare una situazione simile, che la violenza subìta apparteneva al passato e ora doveva concentrarsi sul presente e sul futuro perché la sua famiglia aveva bisogno di lei e viceversa. Parlando con me si è sentita capita, ed è stato sufficiente”.

All’orfanotrofio femminile di Kabul, dove si svolge l’altra metà del suo impegno, il lavoro con le bambine e le ragazze è altrettanto duro. Di solito hanno tutte un familiare rimasto in contatto, una madre o una sorella o un fratello che non può prendersi direttamente cura di loro.

“Un caso che mi ha profondamente colpita è quello di una giovane cresciuta in circostanze molto difficili. La sua famiglia viveva in una stanza piccola e affollata, e anche soddisfare bisogni primari come il cibo era una lotta quotidiana. Suo padre soffriva di dipendenza, il che causava instabilità finanziaria e portava a violenze fisiche ed emotive nei confronti della madre, rendendo l’ambiente familiare insicuro e pieno di paura. Ha vissuto in una situazione di costante incertezza; dopo anni di difficoltà, sua madre ha dovuto prendere la difficile decisione di mandare lei e la sorella minore in un orfanotrofio, dove almeno i loro bisogni primari e l’istruzione potevano essere soddisfatti. Nonostante tutte queste difficoltà, questa ragazza sogna ancora un futuro migliore e spera un giorno di poter condividere la sua storia di speranza e resilienza con altri bambini”.

“Eccezionale normalità”

Anche per Maryam non è facile. Tante volte è stata vicina al burn out, all’esaurimento. Ascoltare quotidianamente storie di disperazione e di isolamento non è facile da sopportare, soprattutto quando si è ancora così giovani. «Molte volte ho pensato di smettere. Quando ascolto le sofferenze delle donne, penso che la vita sia molto ingiusta con loro. Allora prendo del tempo per me, mi dedico agli amici o alla mia famiglia, cammino. E poi ricomincio a prendermi cura degli altri».

Maryam per questa sua dedizione ha ottenuto dal blog del Sole 24 ore Alley Oop una menzione speciale nella lista delle donne di “eccezionale normalità” del 2025.

“Lavorare è una questione molto complessa e pesante per me. Da un lato, sono felice di poter essere utile e fare la differenza per tante donne e bambine, ma dall’altro lato, la situazione in Afghanistan e ciò che vedo ogni giorno mi rendono molto stanca e triste. A volte questa responsabilità mi sembra significativa e incoraggiante, ma altre volte portare il dolore di così tante donne afghane è molto pesante. Sapere che la situazione potrebbe cambiare o addirittura peggiorare in qualsiasi momento mi fa apprezzare ancora di più ogni momento che ho a disposizione per lavorare e aiutare”.

Cosa spera per le donne afghane? “Spero che un giorno ogni donna abbia il diritto di imparare, di studiare, di essere indipendente. Abbiamo conosciuto molti tempi difficili, in questo Paese, ma quello che sta accadendo ora è troppo crudele. Davvero troppo”.

 

Ulteriore stretta per le donne afghane: vietato vendere i loro prodotti alle fiere

Amin Kawa, 8AM Media, 16 febbraio 2026

Le donne afghane sono state escluse dalla quinta edizione della fiera “Costruzione e Ricostruzione” presso l’Afghanistan International Exhibition Center, segnando un’ulteriore stretta sulle loro libertà economiche e sociali. Donne che avevano programmato di esporre i propri prodotti artigianali sono state respinte all’ingresso e obbligate a inviare le merci tramite parenti maschi. Nessuna di loro ha potuto vendere o mostrare direttamente le proprie creazioni, lasciando molti prodotti invenduti.

“Durante i cinque giorni della fiera non ci è stato permesso né partecipare né visitare l’evento”, ha raccontato una giovane artista. “La gestione ha chiarito che le donne non hanno alcun diritto qui”. Forozan (pseudonimo), un’altra imprenditrice, ha confermato: “Ci hanno detto di inviare i nostri prodotti tramite parenti maschi, ma comunque nessuna donna poteva entrare. Questa è la nostra unica possibilità di lavoro, la situazione è allarmante”.

Minacce e molestie da parte dei talebani

Alcune partecipanti hanno anche denunciato molestie da parte dei talebani. In passato, durante le fiere, membri del regime avevano avanzato proposte di matrimonio e minacciato le donne, insistendo per ottenere i loro contatti personali tramite WhatsApp. Samira (pseudonimo), che aveva partecipato alla quarta edizione, ha raccontato: “Alcuni funzionari talebani sono venuti a casa nostra per fare proposte. Quando ho rifiutato, hanno continuato a contattarmi. Non è più una proposta, è pressione. Siamo costrette a tacere per paura delle conseguenze sulle nostre famiglie”.

Un video diffuso sui social mostra decine di donne in piedi davanti ai cancelli della fiera, sorvegliate da combattenti talebani e dalla polizia morale, con il volto coperto. Il messaggio è chiaro: le donne sono sistematicamente escluse dalla vita pubblica e dagli spazi economici.

In passato, il regime aveva promosso la partecipazione femminile alle fiere sui media e sui social network, probabilmente per motivi di immagine. Ora, invece, vieta completamente l’accesso, limitando le possibilità di lavoro delle donne agli unici mercati femminili, anch’essi rigidamente controllati.

Le restrizioni colpiscono anche le giornaliste. Alcune reporter hanno raccontato al quotidiano Hasht-e Sobh di essere state contattate da funzionari talebani per proposte di matrimonio, costringendole a evitare la copertura di notizie legate al Ministero della Difesa per proteggersi dalle molestie.

Una strategia più ampia di controllo

Secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite, basato sull’Afghanistan Gender Index 2024, otto donne su dieci non hanno accesso a istruzione e lavoro. L’Afghanistan detiene il secondo più ampio divario di genere al mondo, e le politiche del regime verso le donne costano al Paese oltre un miliardo di dollari l’anno in perdite economiche.

L’esclusione dalle fiere riflette una strategia più ampia dei talebani: controllare la presenza femminile nello spazio pubblico, marginalizzare economicamente le donne e limitare ogni possibilità di autonomia, con gravi conseguenze per l’intera società afghana.

 

Scuole talebane: formare una generazione estremista e cancellare l’identità di un popolo

Adela Ayub Hakimi, Shafaqna Afghanistan (شفقنا افغانستان), 9 febbraio 2026

Nel XXI secolo, mentre le società globali avanzano lungo il cammino del progresso fondato su ragione, conoscenza e dignità umana, i cittadini dell’Afghanistan assistono a un ritorno inquietante alle forme più oscure di dominio e violenza organizzata. Il regime talebano, nel silenzio pesante e preoccupante della comunità internazionale, sta portando avanti con rapidità calcolata un progetto pericoloso: l’ingegnerizzazione ideologica di un’intera generazione attraverso una vasta rete di scuole religiose estremiste.

Queste istituzioni, apparentemente centri educativi, sono in realtà strumenti di controllo mentale, repressione identitaria e riproduzione della violenza. L’obiettivo non è l’istruzione, ma il lavaggio del cervello dei bambini, il taglio dei legami con cultura, scienza e pensiero critico, e la formazione di una generazione obbediente, aggressiva e incapace di interrogarsi. Ciò che avviene in queste scuole non è soltanto una crisi educativa: è un crimine sistematico contro i diritti umani, le cui conseguenze minacciano non solo l’Afghanistan, ma anche la sicurezza regionale e globale.

Abusi sistematici sui minori

I talebani hanno trasformato l’educazione in uno strumento di consolidamento del proprio potere esclusivo. Mentre milioni di afghani lottano contro povertà, fame e collasso economico, ingenti risorse vengono investite nell’espansione delle scuole religiose. In questi centri, al posto di scienze, competenze di vita e educazione civica, bambini e adolescenti vengono nutriti con ideologia estremista, sacralizzazione della violenza e obbedienza cieca. Concetti come jihad radicale, odio verso “l’altro” e negazione della dignità umana vengono inculcati sistematicamente.

Le ragazze, fin dall’inizio, ricevono il messaggio dell’esclusione, del silenzio e dell’obbedienza assoluta; i ragazzi crescono con insegnamenti che presentano la donna come inferiore, pericolosa o oggetto di possesso. Questo sistema educativo riproduce e radica un apartheid di genere a un livello più profondo e duraturo.

Accanto a questa tragedia, uno degli aspetti più oscuri e meno documentati riguarda le aggressioni sessuali e gli abusi sistematici sui minori — un crimine che colpisce sia ragazze che ragazzi, in particolare i più piccoli. Rapporti provenienti dall’interno dell’Afghanistan indicano molteplici casi di violenza sessuale in ambienti scolastici religiosi, dove non esistono meccanismi indipendenti di supervisione, né canali sicuri di denuncia, né percorsi di giustizia. I bambini, soprattutto le bambine, sono lasciati completamente indifesi in una struttura chiusa, armata e ideologizzata.

Si tratta di una violazione evidente della Convenzione sui diritti dell’infanzia, della Convenzione contro la tortura e dei principi fondamentali dei diritti umani.

Una rete organizzata di violenza sessuale

Ancora più allarmanti sono le segnalazioni documentate sulla distribuzione di sostanze stupefacenti e di pillole note come “K” tra alcune studentesse, utilizzate per stordirle, renderle dipendenti e facilitare abusi sessuali. Questo rappresenta un grave campanello d’allarme per la comunità internazionale. Drogare le ragazze non solo distrugge la loro salute fisica e mentale, ma le trasforma in vittime silenziose di una rete organizzata di violenza sessuale. Ignorare tali rapporti equivale a chiudere gli occhi su una delle forme più atroci di sfruttamento sessuale minorile nel mondo contemporaneo.

La violenza sessuale non si limita alle scuole. Rapporti credibili denunciano stupri, torture e abusi sessuali contro donne detenute nelle carceri talebane. Donne arrestate per attività civiche, proteste o accuse infondate subiscono umiliazioni, minacce e violenze sistematiche durante la detenzione. Questi atti costituiscono un chiaro crimine contro l’umanità e comportano responsabilità giuridiche e morali dirette non solo per i responsabili, ma anche per le istituzioni internazionali che restano in silenzio.

Il progetto talebano non è soltanto religioso; ha una natura profondamente ostile alla cultura e centrata su un’etnia dominante. L’eliminazione della lingua e della letteratura persiana dal sistema educativo, la distorsione della storia, l’indebolimento dell’identità culturale delle etnie non pashtun e la pressione sistematica sulle minoranze etniche e religiose fanno parte di una pianificata operazione di cancellazione identitaria. Scienze, arti, filosofia, pensiero critico ed educazione civica vengono rimossi per costruire una società silenziosa, sradicata e obbediente. Il risultato è una generazione priva delle competenze necessarie nel mondo contemporaneo, ma vulnerabile all’estremismo, alla violenza e all’instabilità.

Di fronte a questa catastrofe, la risposta della comunità internazionale si è limitata in gran parte a dichiarazioni inefficaci e generiche espressioni di “preoccupazione”. Questo silenzio e questa inattività non sono semplice indifferenza; rappresentano una forma di complicità indiretta con crimini commessi contro donne, bambini e il futuro di un’intera nazione.

Perché non vengono esercitate pressioni reali e mirate? Perché gli architetti di questo sistema educativo e repressivo non vengono perseguiti a livello internazionale per crimini organizzati contro i diritti umani?

Come donna e difensora dei diritti umani in Afghanistan, considero questo silenzio un tradimento evidente dei valori universali di giustizia, dignità umana e diritti fondamentali.

E’ necessario un intervento urgante

Avverto che le conseguenze di questa irresponsabilità non resteranno confinate entro i confini afghani. L’estremismo coltivato oggi nelle scuole e nelle carceri diventerà domani una minaccia transnazionale per la regione e per il mondo. Se la comunità internazionale non si opporrà ora alle violazioni sistematiche dei diritti di donne e bambini in Afghanistan, domani pagherà un prezzo molto più alto.

Il tempo delle dichiarazioni è finito. È necessario un intervento urgente, deciso e coordinato: indagini internazionali indipendenti sulle violenze sessuali in scuole e carceri; responsabilità penale per i responsabili; sanzioni complete contro le strutture coinvolte; sostegno concreto a un’istruzione sicura e indipendente; e percorsi immediati di protezione e salvezza per donne e bambini a rischio.

Il popolo afghano, in particolare le donne, è in prima linea nella difesa dell’umanità. Restare in silenzio davanti alla loro sofferenza è una scelta consapevole — una scelta che influenzerà anche il futuro del mondo.

20 Dalwa 1404 — Hasht-e Sobh

Il divieto di controllo delle nascite ha effetti devastanti per le donne afghane

Sana Atef, Mahtab Safi, Mahsa Elham, Zan Times, 29 gennaio 2026

Parwana* non riconosce più i suoi figli. Un tempo nota nel suo villaggio di Kandahar per la sua bellezza, la trentaseienne ora siede sul pavimento della casa della madre, dondolandosi silenziosamente. Dopo nove gravidanze e sei aborti spontanei, molti dei quali causati dalle pressioni del marito e dei suoceri, Parwana è caduta in uno stato di confusione permanente.

“È persa”, dice sua madre Sharifa. “L’hanno distrutta con la paura, con le gravidanze, con la violenza”.

In Afghanistan oggi, la sua storia non è un’anomalia. In tutto il paese, le donne parlano della stessa storia: gravidanze che non possono prevenire, aborti spontanei che non possono curare e violenze a cui non possono sfuggire. Da quando il divieto informale dei talebani sul controllo delle nascite ha iniziato a diffondersi silenziosamente nelle cliniche all’inizio del 2023, i contraccettivi sono scomparsi, le cliniche hanno chiuso e la fame è aumentata. Interviste da sette province rivelano un sistema di salute riproduttiva in caduta libera, dove gravidanze forzate, complicazioni non trattate e povertà implacabile ora definiscono la vita quotidiana. La storia di Parwana è solo un aspetto di una crisi nazionale.

Quando Shakiba*, 42 anni, crolla accanto al fuoco del tandoor mentre cuoce il pane, il suo bambino inizia a piangere. La madre di dodici figli di Kandahar non riesce ad alzarsi senza sentirsi mancare. I capelli le cadono a ciocche. Le ossa le fanno costantemente male. È di nuovo incinta.

La clinica locale non offre più contraccettivi. Suo marito le proibisce di cercarli altrove.


È una delle tante donne colpite dalla silenziosa repressione della pianificazione familiare da parte dei talebani. Il divieto non è mai stato annunciato formalmente, ma è stato riportato dai media nel febbraio 2023. Lentamente e provincia per provincia, i talebani stanno attuando questa politica. All’inizio del 2023, medici e ostetriche di diverse province hanno segnalato lo stesso schema: le forniture arrivavano in ritardo, poi in quantità minori, poi per niente. Tuttavia, questo non è il caso in tutte le province. A Balkh e Takhar, in alcuni distretti, il controllo delle nascite è ancora disponibile.

Nella zona rurale di Jawzjan, un medico che gestisce una clinica da tre decenni afferma che la scomparsa è stata rapida.

Contraccettivi vietati e spariti

“Dopo l’arrivo dei talebani, i contraccettivi hanno iniziato a ridursi. Nel giro di pochi mesi, erano spariti”, racconta. “Prima, almeno 30 donne su 70 che si rivolgevano alla clinica avevano bisogno di contraccettivi. Ora diciamo loro: non abbiamo più niente”.

A Badghis, i combattenti talebani sono arrivati ​​in una clinica privata e hanno ordinato al personale di distruggere tutti i contraccettivi. “Se vediamo che date di nuovo questo alle donne, chiuderemo la clinica”, hanno detto”, ricorda il medico. “Abbiamo smesso immediatamente”.

Due anni fa, dopo che un terremoto ha costretto Zarghona*, 29 anni, a vivere con la sua famiglia in una tenda, è rimasta per tre giorni senza accesso a un bagno e ha sviluppato un blocco intestinale potenzialmente letale. I chirurghi l’hanno operata e hanno avvertito chiaramente il marito: un’altra gravidanza avrebbe potuto ucciderla.

Un anno dopo l’intervento, senza contraccettivi disponibili e con un marito che insisteva di aver bisogno di “una figlia femmina”, Zarghona rimase di nuovo incinta. Trascorse nove mesi nella paura, cercò di interrompere la gravidanza con erbe e zafferano e riuscì a fare solo una visita prenatale. Quando iniziò il travaglio, i medici di Herat le dissero che sia il parto cesareo che quello naturale comportavano un’alta probabilità di morte. Sopravvisse, ma settimane dopo sanguina ancora, non riesce a dormire e vive con dolori costanti.

I medici dicono che non dovrà mai più rimanere incinta. Eppure non ci sono iniezioni, né contraccettivi nella sua zona. “Ho raggiunto la morte e sono tornata in vita”, dice. “Ma sono ancora terrorizzata. Non ho modo di proteggermi”.

Il divieto di contraccettivi si sta diffondendo in un sistema sanitario già sull’orlo del collasso. Secondo le Nazioni Unite e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre 440 ospedali e cliniche hanno chiuso o ridotto i servizi dopo i tagli ai finanziamenti internazionali del 2025.

Per le donne delle province rurali, questo significa dover camminare per ore o partorire in casa, spesso da sole.

A Ghor, dove i villaggi sono isolati dalle montagne e dalle strade fangose, le ostetriche raccontano che le donne sanguinano per giorni prima di raggiungere una clinica. Alcune muoiono durante il tragitto.

La crisi riproduttiva è diventata inseparabile dal collasso economico. La malnutrizione ormai caratterizza ogni gravidanza. Un medico di Jawzjan stima che l’80% delle donne incinte e in allattamento che visita siano malnutrite.

“Soffrono di anemia, carenze vitaminiche, pressione bassa. I loro corpi sono troppo deboli per portare avanti una gravidanza in sicurezza.”

La violenza domestica emerge ripetutamente nelle testimonianze delle donne sia come causa di aborto spontaneo sia come metodo di controllo nelle famiglie in cui le donne non possono scappare, non possono cercare riparo e non possono accedere alla contraccezione.

A Kandahar, Reyhana* racconta di come sua sorella Sakina*, una giovane vedova, sia stata costretta dai suoceri a sposare il cognato. Quando si è opposta, l’hanno picchiata ripetutamente. “Ogni volta che la picchiavano, sanguinava”, racconta Reyhana. “Ha perso il suo bambino”.


L’ostetrica Hamida*, che lavora in un affollato reparto maternità di Kandahar, afferma che la violenza è una delle principali cause di aborto spontaneo che vede.

“Ogni 24 ore assistiamo a oltre 100 parti: fisiologici, prematuri, cesarei e aborti spontanei”, racconta. “Circa sei aborti spontanei si verificano ogni giorno. Molti sono dovuti a percosse. Molti sono causati da donne che trasportano carichi pesanti”.

A Herat, una donna racconta di aver avuto un aborto spontaneo dopo essere stata picchiata durante una lite familiare. In Badakhshan, Humaira*, 38 anni, ha preso la pillola abortiva quando ha scoperto di essere incinta di una bambina. “Mio marito voleva un figlio maschio”, racconta. “Se avessi dato alla luce un’altra figlia femmina, mi avrebbe picchiata o avrebbe divorziato. Così ho comprato le medicine di nascosto”.

Le pillole funzionavano, ma la lasciavano sterile, con sanguinamenti cronici e terrorizzata.

Aborti spontanei e violenza

La sua storia è condivisa dalle donne di Kandahar e Jawzjan che hanno descritto aborti spontanei forzati, autoindotti o dovuti ad abusi, dopo che le ecografie avevano mostrato che il feto era femmina.

A Ghor, una ragazza di 15 anni ha avuto un aborto spontaneo dopo aver trasportato due taniche piene su per una ripida collina.

“Mi vergognavo di dirlo a qualcuno”, racconta. “Quando mia madre mi ha vista, era troppo tardi.”

Nella remota Herat, Shamsia*, 38 anni, racconta di aver lavorato nell’edilizia e nella produzione di mattoni durante le sue gravidanze. “Mia suocera mi ha costretta ad allattare anche il suo bambino”, racconta. “Diventavo ogni giorno più debole”. Quando il medico le disse che aveva bisogno di una trasfusione di sangue, la sua famiglia si rifiutò, definendola “haram”.

Prima del divieto, le cliniche rurali tenevano regolarmente sessioni sulla distanziazione delle nascite. Ora quei programmi sono scomparsi.

“Non ha senso sensibilizzare l’opinione pubblica quando non ci sono medicine”, afferma un medico di Jawzjan. “I talebani non hanno dato ordini scritti, ma la paura è reale. Se parliamo apertamente, potrebbero bloccarci”.

Nelle famiglie già segnate da povertà e violenza, la perdita della contraccezione ha chiuso ogni via d’uscita per le donne. Non possono scegliere quando avere figli. Non possono riposare dopo il parto. Non possono sfuggire agli abusi. Non possono garantire la sicurezza delle loro figlie. E con la chiusura delle cliniche, non possono nemmeno chiedere aiuto.

*I nomi sono stati cambiati per motivi di sicurezza.

*Sana Atef, Mahsa Elham e Mahtab Safi sono pseudonimi di giornaliste afghane.

Freshta Ghani ha contribuito a questo rapporto.

Questo rapporto è stato pubblicato in collaborazione con il Guardian.

Allenatrice di taekwondo di Herat arrestata dai talebani in mezzo alle crescenti repressioni contro le donne

RAWA News, 18 gennaio 2026

La detenzione ha scatenato le proteste delle attiviste per i diritti delle donne afghane e di personaggi dello sport, che denunciano gli arresti come un affronto alle libertà fondamentali e ne chiedono l’immediato rilascio.

Herat, Afghanistan — Khadija Ahmadzada, atleta afghana di 22 anni e allenatrice di taekwondo femminile, è stata arrestata dalle forze “morali” dei talebani il 10 gennaio 2026 mentre allenava delle studentesse in un club sportivo nascosto nel distretto di Jebrail a Herat, secondo fonti locali.

Ahmadzada, che ha praticato il taekwondo sia come atleta che come allenatore e che si dice abbia fatto parte della squadra nazionale di taekwondo dell’Afghanistan, si è impegnato per creare opportunità per ragazze e giovani donne di allenarsi in questo sport, nonostante le severe restrizioni imposte alle attività pubbliche delle donne sotto il regime talebano.

Anche suo padre e il proprietario della struttura sono stati arrestati contemporaneamente e tutti e tre sono ancora detenuti nel carcere centrale di Herat. Gli sforzi della famiglia per promuovere lo sport femminile hanno suscitato preoccupazione tra i difensori dei diritti umani dopo l’arresto.

La detenzione ha scatenato le proteste delle attiviste per i diritti delle donne afghane e di personaggi dello sport, che denunciano gli arresti come un affronto alle libertà fondamentali e ne chiedono l’immediato rilascio.

Richard Bennett, relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Afghanistan, ha esortato i talebani a garantire la sicurezza di Ahmadzada e a rilasciarla, sottolineando che la detenzione rientra in un più ampio schema di intimidazione contro le professioniste in tutto il Paese.

[Trad. automatica]

 

Giovane donna uccisa dall’ex marito a Kabul

RAWA News, 15 gennaio 2026

Nonostante l’ambiente altamente sicuro e la vicinanza alle principali istituzioni governative, l’aggressore sarebbe fuggito dalla scena.

Il 5 gennaio 2026, una giovane donna di nome Mehr Sana è stata uccisa a colpi di arma da fuoco dal suo ex marito di fronte al Ministero delle Finanze afghano a Kabul.

Il ministero si trova nei pressi del Palazzo presidenziale, in una delle zone più trafficate della città, con un intenso traffico giornaliero di pedoni e veicoli.

Nonostante la vicinanza della zona ad importanti edifici governativi e l’elevata visibilità, l’aggressore è riuscito a fuggire dopo la sparatoria.

L’omicidio sottolinea i pericoli persistenti a cui sono esposte le donne anche dopo la separazione o il divorzio. La violenza da parte degli ex coniugi rimane una seria minaccia, mentre i meccanismi di protezione per le donne che affrontano tali rischi sono limitati.

L’incidente riflette il più ampio modello di violenza contro le donne in Afghanistan, dove gli abusi domestici e gli omicidi mirati continuano a verificarsi in un contesto di scarsa responsabilità e di interventi tempestivi inadeguati.

[Trad. automatica]

Afghanistan: il Paese peggiore dove nascere donna

OPAWC Shelter for women, Kabul, Afghanistan

ANPI Nicola Grosa Il Blog, 24 novembre 2025 di Anna Santarello 

La “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” abbiamo pensato di dedicarla alle donne afghane. Lo abbiamo fatto chiedendo ad Anna Santarello, nostra iscritta e attivista del CISDA che ringraziamo di inviarci un articolo che descrivi la situazione odierna.

Essere donna in Afghanistan significa vivere ogni giorno in uno dei contesti più ostili del mondo. Dopo il ritorno al potere dei Talebani nell’agosto 2021 — o, meglio, dopo la vergognosa fuga degli Stati Uniti e dei loro alleati — le libertà femminili, già fragili negli anni precedenti, sono state travolte da un’ondata di politiche che hanno annullato diritti fondamentali e relegato metà della popolazione all’invisibilità forzata. In un Paese in cui circa 23 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria, donne e bambini sono i più esposti. Alle difficoltà di sopravvivenza si aggiunge la necessità di sottostare alle regole imposte dal regime, che entrano nella quotidianità condizionando ogni gesto e trasformando la paura in una presenza costante.

Il divieto di istruzione

Tra le restrizioni più dolorose c’è il divieto per le ragazze di frequentare la scuola media, superiore e l’università. In Afghanistan una bambina può studiare solo fino ai 10-11 anni: dopo di allora, il futuro si chiude davanti ai suoi occhi. Non si tratta solo dell’impossibilità di ottenere un titolo di studio: significa condannare
intere generazioni alla dipendenza economica, alla vulnerabilità e all’impossibilità di costruire una vita autonoma.

La cancellazione dalla vita pubblica

Le donne non possono lavorare nella maggior parte dei settori, né accedere a parchi, palestre e luoghi culturali. Non possono viaggiare da sole senza un mahram, un accompagnatore maschio della famiglia.
Sono state escluse anche dalle ONG locali e internazionali, privando il paese di insegnanti, infermiere, assistenti sociali e professioniste che per anni hanno sostenuto i servizi di base.

L’imposizione del velo e il controllo dei corpi

L’abbigliamento femminile è rigidamente regolato: burqa o hijab integrale sono obbligatori e la loro mancata osservanza può portare a punizioni, arresti o violenze. Il corpo delle donne diventa così terreno di controllo ideologico: nascosto, sorvegliato, disciplinato.

Matrimoni forzati e violenza domestica

Con il collasso del sistema giudiziario e il ritorno a forme di giustizia tradizionale, le donne non hanno più alcuna tutela contro matrimoni precoci, matrimoni forzati o violenza domestica. Le possibilità di chiedere aiuto o denunciare abusi sono praticamente nulle.

Una crisi umanitaria che colpisce soprattutto le donne

Nel mezzo della peggior crisi economica e alimentare degli ultimi decenni, le donne — soprattutto vedove e capifamiglia — sono le prime a soffrire la mancanza di cibo, cure mediche e mezzi di sostentamento. In molte famiglie, essere nate donne significa essere
le ultime a mangiare, le ultime a ricevere cure, le prime a morire.

Il blackout di Internet: l’ombra sull’ultimo spazio di libertà

A metà settembre 2025 il regime talebano ha iniziato a sospendere l’accesso alla fibra ottica in diverse province — tra cui Balkh, Baghlan, Kunduz, Badakhshan, Takhar — sostenendo la necessità di “prevenire l’immoralità”. Il 29 settembre, secondo Human Rights Watch, è iniziata una interruzione più ampia che ha coinvolto anche le reti mobili, portando la connettività sotto l’1%. Per moltissime donne, Internet non è solo una finestra sul mondo, ma un’ancora di
salvezza: uno spazio per studiare, lavorare, creare reti di solidarietà. Con il blackout, anche quest’ultima possibilità sta crollando.
Le autorità talebane parlano di tutela dei “valori morali”, ma molti osservatori internazionali leggono questa decisione come un ulteriore passo verso il totale controllo politico e sociale.
Dopo il 2021, l’accesso delle ragazze all’istruzione superiore è stato praticamente annullato. Di fronte ai divieti, migliaia di donne avevano trovato nell’online un’alternativa.
Con lo shutdown, però, anche le classi virtuali — per molte l’unica fonte di speranza — sono scomparse. Le comunità di sostegno, i gruppi di denuncia degli abusi, gli spazi sicuri di condivisione si stanno dissolvendo, lasciando un profondo senso di isolamento e
disperazione. Il blackout non è un incidente tecnico: è una nuova arma repressiva che colpisce con particolare durezza le donne, spegnendo l’ultimo spazio di autonomia, studio e voce.

Resistenza e speranza

Nonostante tutto, molte donne afghane continuano a protestare, a insegnare in scuole clandestine, a mantenere vivo un filo di resistenza. Le loro manifestazioni — spesso represse con violenza — sono atti di coraggio straordinario, testimonianze di una determinazione che nessun divieto riesce a spegnere.
Definire l’Afghanistan “il Paese peggiore dove nascere donna” non è
un’esagerazione retorica: è la fotografia di un presente durissimo, in cui nascere femmina significa essere private sin dall’infanzia della possibilità di costruire il proprio destino.

Ed è anche un appello alla responsabilità internazionale: perché finché una donna non sarà libera in Afghanistan, nessuna conquista potrà dirsi davvero completa.

Da insegnante a venditrice ambulante

Come le politiche dei talebani hanno stravolto la vita di una donna afghana
Ziba Balkhi, Ruhkshana Media, 16 dicembre 2025

Abeda ha lavorato come insegnante nella provincia afghana di Balkh per oltre un decennio prima che i talebani tornassero al potere nel 2021. Vedova e madre single, perdere il lavoro è stato un trauma. Negli ultimi sei mesi, ha venduto abiti di seconda mano ai bordi della strada per cercare di guadagnare un po’ di soldi per sfamare la sua famiglia. Questa è la sua storia, raccontata con le sue parole:

Posso dire con certezza che dopo l’ascesa al potere dei talebani, la mia vita è diventata buia e desolata. Mi hanno portato via la pace e tutti i miei progetti per il futuro.

Prima del cambio di regime, lavoravo come insegnante in una scuola secondaria femminile. Conducevo una vita tranquilla e modesta. Il mio stipendio non era molto alto, ma almeno i miei figli andavano a letto con la pancia piena.

Quando i talebani hanno chiuso le scuole femminili, sono stata costretta a rimanere a casa. Mio marito è morto e la responsabilità di provvedere ai miei figli ricade interamente su di me. Ho sopportato molte difficoltà fino ad ora, ma sono arrivata al punto in cui la vita è diventata insopportabile.

Mai avrei mai immaginato di fare un lavoro del genere

Per pagare l’affitto, le bollette della luce e coprire le spese di cibo e vestiti per i miei figli, ho svolto diversi lavori. All’inizio, facevo parte di un gruppo di donne impiegate dal comune che spazzavano le strade, raccoglievano i rifiuti e pulivano i bordi delle strade. Non avrei mai immaginato di fare un lavoro del genere, ma niente nella vita è più importante per me del benessere dei miei figli.

Anche questo lavoro non durò a lungo. Ancora una volta, mi ritrovai senza lavoro e confinato in casa. Sono rimasta senza lavoro per molto tempo. A volte, la vista dei piatti vuoti dei miei figli mi tormentava. Ecco perché dico che la situazione che ci è capitata è peggiore di qualsiasi altra forma di violenza.

Non mi è rimasta altra scelta che raccogliere vestiti di seconda mano e venderli per strada. Ne ricevo alcuni gratuitamente da parenti e amici e li vendo a un prezzo modico. A volte compro vestiti a poco prezzo e li rivendo a un prezzo leggermente più alto, così da guadagnare un po’ di soldi per i miei figli.

Ogni mattina, prima dell’alba, mi sveglio preoccupata se riuscirò a guadagnare qualcosa quel giorno. Mi chiedo cosa mi succederà oggi. Ogni volta che vedo talebani armati per strada, mi tremano mani e piedi, perché mi chiedo quale scusa useranno per rendere il mio lavoro ancora più difficile.

Lavorare sul ciglio della strada non è facile. A volte mi nascondo sotto un chadari (burqa), così nessuno può riconoscermi. Questo mi salva dalla vergogna che provo quando vedo ex colleghi o persino ex studenti. Ma cosa posso fare contro le violente molestie dei talebani?

Il più delle volte, sono oggetto di molestie, umiliazioni e insulti da parte dei talebani. I loro agenti in strada trovano ogni giorno nuove scuse per umiliare noi donne che lavoriamo ai bordi della strada. A volte dicono: “Non sederti qui”, altre volte, criticano il mio hijab. Alcuni talebani inventano scuse per estorcermi denaro: se guadagno 250 afghani (2,84 sterline) al giorno, potrei essere costretta a dargliene da 50 a 100 solo per potermi sedere ai bordi della strada e vendere i miei vestiti.

A letto senza un solo pezzo di pane

Ci sono giorni in cui torno a casa a mani vuote, ci sono stati giorni in cui i miei figli sono andati a letto senza un solo pezzo di pane. L’inverno si avvicina e le mie preoccupazioni aumentano ancora di più. Mi chiedo costantemente come proteggerò i miei figli dal freddo.

Quale violenza è più grande del privarci del lavoro, dell’istruzione, della libertà e del sostentamento dei nostri figli? I talebani affermano di aver portato sicurezza, ma che valore ha la sicurezza quando è accompagnata da paura, umiliazione, insulti e fame? Quando ci manca la sicurezza emotiva o psicologica, che significato ha la sicurezza fisica?

Da quando ho perso il mio lavoro di insegnante, la mia vita è cambiata drasticamente e sono sottoposta a un’enorme pressione psicologica, sono diventata molto depressa e non riesco a dormire senza sedativi e farmaci. Da più di quattro anni, i talebani ci hanno privato del sonno sereno. Noi donne viviamo sotto una brutale oppressione e in questi quattro anni e mezzo sono invecchiata di più di 20 anni.

La mia vita sotto il regime dei talebani è diventata solo una lotta per il pane e per la sopravvivenza dei miei figli. Ho perso il lavoro, la libertà e il senso di sicurezza, e la vita che avevo prima dei talebani è diventata solo un sogno, uno che sono certo non rivedrò mai più.

I talebani chiudono con la forza il rifugio di Mehbooba Siraj

afintl.com 10 dicembre 2025

I talebani hanno chiuso con la forza la casa rifugio della nota attivista per i diritti delle donne Mahbubeh Siraj a Kabul. Il rifugio ospitava donne e bambini vittime di violenza.
Mahbubeh Siraj è una delle poche attiviste che ha sostenuto il dialogo con i talebani.
Si è recata regolarmente in Afghanistan dopo il ritorno al potere dei talebani ed è stata accusata da molte donne e difensori dei diritti umani di “insabbiare” i talebani.
Fonti affermano che la signora Siraj ha interagito e collaborato con i talebani per mantenere in funzione la sua casa rifugio.
Afghanistan International ha ricevuto un messaggio dalla signora Siraj in cui esprime con forza rabbia e delusione per l’azione dei talebani.
In questo messaggio indirizzato alle attiviste, ha affermato che i talebani hanno chiuso con la forza la sua casa sicura, dove vivevano 33 donne e bambini.
“Ero affranta e ho perso la mia battaglia”, ha scritto disperata.
La signora Siraj ha sottolineato che mantenere una casa sicura “non è stata solo la mia lotta, ma la lotta di molte donne afghane. Sono devastata”.
Negli ultimi due decenni, decine di case rifugio sono state operative a Kabul e in diverse province. Donne non accompagnate, vittime di violenza domestica e senzatetto vivevano in queste case con i loro figli. Dopo l’ascesa al potere dei talebani, anche alcune attiviste e attivisti per i diritti umani si sono rifugiati in queste case. Alcune organizzazioni internazionali hanno sostenuto le case rifugio a Kabul e nelle province.
Mahbooba Siraj è stata una delle poche attiviste vicine ai talebani. Ha incontrato e parlato a stretto contatto con i funzionari talebani. Ha sostenuto l’interazione e la cooperazione con i talebani in occasione di incontri internazionali. Ha ripetutamente difeso la sicurezza e il governo dei talebani in Afghanistan in interviste con i media internazionali. Queste posizioni sono state ampiamente criticate dalle attiviste per i diritti delle donne.

Il fallimento morale del mondo nel prevenire la violenza contro le donne afghane

Zan Times, 3 dicembre 2025 di Omid Sharafat

Mentre il mondo celebra il 25 novembre come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, le donne afghane subiscono le peggiori forme di violenza sotto il regime talebano da oltre quattro anni. Sembra che i governi e le istituzioni che affermano di difendere i diritti umani, insieme ai difensori dei diritti delle donne, abbiano subito un profondo fallimento morale di fronte a ciò che sta accadendo alle donne in Afghanistan.

Sebbene la comunità internazionale – ad eccezione della Russia – non abbia formalmente riconosciuto il governo dei Talebani, nella pratica continua a interagire con il gruppo in qualità di autorità de facto. La continua interazione politica e diplomatica tra le potenze regionali e globali e i Talebani, l’espansione del controllo talebano sulle missioni estere dell’Afghanistan e il crescente numero di visite ufficiali e incontri con rappresentanti talebani hanno incoraggiato il gruppo a commettere diffuse violazioni dei diritti umani, in particolare atti di violenza contro le donne.

Negli ultimi quattro anni, i Talebani hanno emanato centinaia di decreti restrittivi contro donne e ragazze, vietando loro l’istruzione, il lavoro, lo sport, i viaggi e persino la libera circolazione fuori casa, di fatto escludendole da ogni sfera della vita pubblica. Inoltre, numerosi rapporti hanno documentato matrimoni forzati, aggressioni sessuali, torture e omicidi perpetrati da combattenti e funzionari talebani.

Tuttavia, la comunità internazionale non ha adottato alcuna misura significativa ed efficace per porre fine a questi abusi.

Perché il 25 novembre è stato scelto come giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Dal 1980, le attiviste per i diritti delle donne hanno celebrato il 25 novembre come giornata di resistenza contro la violenza di genere. La commemorazione è incentrata sulla memoria delle tre sorelle Mirabal, brutalmente assassinate nel 1960 dal dittatore della Repubblica Dominicana. Il loro assassinio è diventato il fondamento simbolico di questa campagna globale.

Il 20 dicembre 1993, con la Risoluzione 48/104, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, creando un quadro internazionale per sradicare la violenza contro le donne in tutto il mondo. In un passo complementare, il 7 febbraio 2000, l’Assemblea Generale designò ufficialmente il 25 novembre come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, adottando la Risoluzione 54/134.

Con questa designazione, le Nazioni Unite hanno invitato i governi, gli organismi internazionali e le organizzazioni della società civile a unire gli sforzi ogni anno in questa giornata, coordinando le attività volte a sensibilizzare e a promuovere la lotta per porre fine alla violenza contro le donne.

Il divario tra retorica e realtà

La comunità internazionale, compresi i paesi della regione, sembra intrappolata in una contraddizione tra ciò che proclama e ciò che effettivamente fa nel suo impegno con i Talebani. Nelle dichiarazioni pubbliche, i governi subordinano costantemente il riconoscimento dei Talebani e un impegno più approfondito alla formazione di un governo inclusivo e al rispetto dei diritti delle donne e delle minoranze. Ma nella pratica, i diritti delle donne sono diventati una questione marginale, quasi simbolica.

I governi, guidati da politiche realistiche, danno priorità ai propri interessi nazionali quando trattano con i Talebani. Pur comprendendo questa realtà, i Talebani non hanno mostrato alcuna volontà di rispettare i diritti delle donne, né vi è alcun segno che intendano farlo in futuro.

Questo divario crescente tra posizioni dichiarate e politiche effettive comporta conseguenze sia per gli Stati che per la comunità internazionale:

Le conseguenze delle posizioni dichiarate dalla comunità internazionale

Le posizioni retoriche e pubbliche della comunità internazionale hanno quantomeno generato simpatia e solidarietà a livello globale nei confronti delle donne afghane. In questo contesto, sono emerse, e continuano a emergere, diverse iniziative significative a sostegno dei diritti delle donne afghane. Questi sforzi possono essere riassunti in diversi ambiti chiave:

  1. Sostenere l’istruzione online e ampliare le opportunità di borse di studio per le donne e le ragazze afghane.
  2. Fornire piattaforme in cui attivisti e sopravvissuti alla violenza dei talebani possano parlare in forum e istituzioni internazionali.
  3. Sostenere l’organizzazione di tribunali popolari che cerchino di accertare le responsabilità degli abusi dei talebani.
  4. Sostenere conferenze, raduni e proteste organizzate dalle donne afghane.
  5. Imposizione di sanzioni ed emissione di mandati di arresto nei confronti di alcuni leader talebani.

Le conseguenze delle politiche effettive della comunità internazionale

Il comportamento pratico e l’impegno concreto della comunità internazionale nei confronti dei Talebani trasmettono un messaggio molto diverso, che suggerisce che i diritti umani e i diritti delle donne siano in gran parte preoccupazioni simboliche, mentre gli interessi nazionali in materia di sicurezza, economia e politica hanno la precedenza. Sulla base di questa realtà, si possono identificare le seguenti conseguenze chiave dell’attuale approccio del mondo nei confronti dei Talebani:

  1. Mancata priorità ai diritti delle donne nei negoziati con i talebani.
  2. Nessuna sospensione di aiuti, accordi o cooperazione è condizionata al rispetto dei diritti delle donne.
  3. Ridurre il sostegno alle donne afghane a gesti civici simbolici, privi di applicazione o di un seguito significativo.
  4. Continuazione, approfondimento ed espansione delle violazioni dei diritti delle donne, insieme all’aumento della violenza di genere contro le donne afghane da parte dei talebani.
  5. Rendendo le celebrazioni globali, come la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, in gran parte simboliche e inefficaci

Pertanto, è chiaro che qualsiasi cambiamento nel trattamento delle donne da parte dei Talebani dipende dalle politiche concrete della comunità internazionale nei confronti del gruppo, non dalle sue posizioni dichiarate o retoriche. La conseguenza logica di questo divario tra parole e azioni è duplice: da un lato, le donne afghane rimangono indifese di fronte alla crescente violenza dei Talebani; dall’altro, gli slogan umanitari e per i diritti umani diventano vuoti e privi di significato.

In definitiva, il fallimento morale della comunità internazionale nei confronti delle donne afghane è inequivocabile, e il danno reputazionale per i governi e le istituzioni che affermano di difendere i diritti umani e i diritti delle donne è tanto profondo quanto vergognoso.

Omid Sharafat è lo pseudonimo di un ex professore universitario di Kabul e ricercatore di relazioni internazionali.

[Trad. automatica]