OSSERVATORIO AFGHANISTAN

Dalla parte di chi non ha voce



Selay Ghaffar, denuncia e resistenza alla Casa delle Donne a Milano.

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Posted on | December 4, 2017

3 dicembre 2017, di Eleonora De Pascalis

In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne 2017, martedì 28 novembre, alla Casa delle Donne a Milano, in collaborazione con il CISDA, è stato presentato “EXIT from violence. You are not alone”, un vademecum illustrato per riconoscere e denunciare la violenza quotidiana in Afghanistan, sostenuto da COSPE onlus e CAMST, azienda di ristorazione italiana. Una guida, frutto del lavoro durato tre anni con i centri di accoglienza legali e le case rifugio a Kabul ed Herat, per riconoscere la violenza fisica, psicologica, istituzionale.

Imperdibile è stata la presenza di Selay Ghaffar, attivista politica e portavoce di Hambastagi, il Partito della Solidarietà afghano. La sua importantissima presenza ha dato voce alla drammatica realtà delle donne in Afghanistan.

In particolare venerdì 24 novembre a Kabul centinaia di donne, sostenute dal Partito della Solidarietà afghano, hanno sfilato per dimostrare la loro presenza e commemorare, in vista del 25 novembre, le proprie vittime di violenza. Selay tiene a sottolineare come questa giornata sia “Fondamentale per denunciare le innumerevoli donne uccise, schiavizzate, torturate, nel clima di impunità in cui i criminali e gli aguzzini non sono perseguiti legalmente. Come gli assassini di Farkhunda, picchiata a morte e poi bruciata con l’accusa di aver dato fuoco a una copia del Corano, o quello di Tabason, una bambina di sette anni e la sua famiglia sgozzati dai talebani, o di Roshan, lapidata perché scappata da un matrimonio combinato con il ragazzo che amava. Sono soltanto alcuni dei casi che hanno occupato le testate dei giornali internazionali.

Le molte organizzazioni per la società civile non sono rappresentative dei bisogni della popolazione, spesso sono corrotte, si dichiarano democratiche ma non sostengono in alcun modo i diritti delle donne, e fingono impegno contro la violenza solo per beneficiare dei fondi internazionali. In questa importantissima giornata internazionale, non a caso, non usano mai parole come ‘oppressione’ e ‘resistenza’, consapevoli che altrimenti non accederebbero più ai fondi.

Riteniamo che sia nostro dovere ricordare i nomi delle nostre eroine afghane come Meena Keshwar Kamal, fondatrice di RAWA, perché queste celebrazioni e commemorazioni rafforzino la nostra lotta. Le donne coraggiose alle quali ci ispiriamo hanno capito e dimostrato che l’oppressione misogina ha molte facce. Sappiamo di dover riaffermare ogni anno il posto in prima linea che abbiamo conquistato con sacrifico, accanto agli uomini, contro la violenza sulle donne, il fondamentalismo, il radicalismo religioso e il patriarcato.”.

Per Selay è stato importante riportare i dati allarmanti delle ultime ricerche internazionali sulle dimensioni delle violenze contro le donne e dell’analfabetismo nel suo paese.

“La violenza contro le donne ha dimensioni globali: un terzo delle donne del mondo subisce violenza, ma in Afghanistan ha un’estensione maggiore. Global Human Rights ha rilevato che, nel 2016, l’87,2% delle donne afghane, più di 8 su 10, ha subito violenza domestica e sessuale. Il livello di analfabetismo, secondo una ricerca nazionale nel 2017, fra le donne è dell’87%, mentre nel 2002 era inferiore. Secondo Human Right Watch i due terzi delle ragazze non sono mai andate a scuola. SIGAR (Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction) ha dimostrato come la grande maggioranza dei fondi destinati all’educazione delle bambine non sia mai stato investito per la costruzione di scuole e la retribuzione degli insegnanti, ma per finanziare i signori della guerra; i rendiconti testimoniano scuole fantasma e docenti inesistenti. Questi dati smentiscono l’impegno decantato dal governo americano, e anche da quello italiano, ad essere d’aiuto alla popolazione afghana.”.

Per Selay Ghaffar, che per molti anni è stata direttrice di una ONG, Hawca, diventare portavoce di Hambastagi, un partito politico, è significativo di un percorso di riflessione profondo sui problemi che affliggono il paese e soprattutto sulle necessarie modalità d’intervento. “Come direttrice di Hawca pensavo di  poter incidere nell’ambito umanitario, ma ho capito che i problemi del mio paese sono prima di tutto di natura politica. Se vogliamo combattere l’attuale sistema corrotto, in cui i signori della guerra sono al potere, si deve investire nella politica pulita e che si spende per il popolo. Il lavoro umanitario allevia le pene delle donne per un breve periodo, ma non risolve il problema alla radice. Se non si interviene per un miglioramento della condizione politica gli effetti del lavoro umanitario perdono risonanza.”.

Come Selay Ghaffar, molte donne impegnate per un processo di giustizia e di ripresa economica, sociale, culturale dell’Afghanistan, subiscono ritorsioni e minacce. Lei stessa le racconta e le ricorda come esempi di speranza e di forza a tutti i movimenti di resistenza contro le oppressioni: “Come le avvocatesse, che mettono a rischio la propria vita per salvare e difendere quella delle molte donne e dei loro figli vittime di violenza domestica. In questo clima di oppressione le donne trovano la strada per la liberazione. Sono state e sono ancora un esempio di forza e di sostegno al mio impegno ad andare avanti ogni giorno, come lo sono le donne che hanno fatto la resistenza a Kobane contro Daesh. Sono esempi di grande speranza. In questo momento lo Stato afghano è in mano ai signori della guerra, sostenuti dalla NATO e dagli Stati Uniti. L’Afghanistan è il luogo da cui passano i combattenti di tutte le guerre dei paesi del Medio Oriente, dove si sperimentano tutte le possibili armi e le migliori tecniche di combattimento. Siamo un territorio di addestramento e di sperimentazione per armi nucleari e chimiche. Gli eserciti stranieri sono complici di quella che oggi è la base dell’economia afghana: la produzione di oppio ed eroina.”.

Selay Ghaffar non spende più tempo in appelli ai governi internazionali, al contrario preferisce rivolgersi alla popolazione, che con il diritto di voto è artefice inconsapevole delle scelte del proprio governo riguardanti guerre e interventi internazionali. “Ai cittadini e alle compagne italiane chiedo di sostenere il movimento progressista, la resistenza che lotta per una vera giustizia in Afghanistan. Vigilate affinché il vostro governo, che vi rappresenta, non sia complice dei teatrini che vedono le donne, affiliate a partiti fondamentalisti, in parlamento e alla leadership del paese, perché sono burattini, strumenti dei signori della guerra, per dimostrare all’opinione pubblica internazionale quanto l’Afghanistan, con la loro presenza, stia progredendo.

Chiedo al popolo italiano di alzare la voce per la pace in Afghanistan, affinché il vostro governo non sostenga più questi criminali e chieda il ritiro delle truppe. Solamente così si contribuisce alla democratizzazione dell’Afghanistan.”.

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