OSSERVATORIO AFGHANISTAN

Dalla parte di chi non ha voce



UNA DONNA AVVOCATO A KABUL

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Posted on | January 4, 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Elisa Latella, Conquiste del lavoro, 16 Dicembre 2017

Un avvocato sa che ogni fascicolo che contiene gli atti di una causa, in apparenza anonimo, racconta spesso una vita intera. Un avvocato che esercita la professione a Kabul sa che per far valere il diritto, in una società in cui la prepotenza maschile non ha confini, è una dura sfida.
E se è una donna, che fa l’avvocato a Kabul, a difendere un’altra donna che è stata picchiata, violentata, bruciata? “Sotto una cielo di stoffa Avvocate a Kabul” di Cristiana Cella, edito nel 2017 a Reggio Calabria dalla Città del sole edizioni racconta proprio questa storia.
Shirin è una giovane professionista, Soraya è appena una tirocinante : lavorano per Hawca, una ong afghana che tutela le donne, anche ospitandole in una casa segreta. In tribunale devono le loro assistite, ma anche se stesse: Perchè i mariti che picchiano le mogli possono mandare tranquillamente scagnozzi in tribunale per far uccidere quelle donne che si azzardano a difenderle. Tuttavia la storia di Shirin e Soraya è solo la cornice del libro: le storie sono quelle che saltano fuori dai loro fascicoli e da timidi atti di denuncia, e che diventano persone.
Roshan è una giovanissima vittima di abusi da parte del marito, del suocero, del cognato. Vive ne terrore: “Tra poco arriva. Lui, Kabir, si ferma sulla porta, il nulla negli occhi. Le sue mani, per ogni errore, il riso troppo cotto, la carne troppo salata. Le sue mani che puniscono, che segnano la sua delusione, dopo la nascita delle bambine, femmine, sue figlie, nipoti o sorelle, nessuno può dirlo. Ma sono mie, soltanto mie…..”
Habeba si dà fuoco per la disperazione, Maleya morirà per le percosse subite all’interno delle mura domestiche, Karima è il volto del coraggio nascosto dietro le spoglie di una poverissima lavandaia, che ha il coraggio di testimoniare in tribunale. Ma non è una storia declinata solo al femminile, questa, e non tutti gli uomini a Kabul sono mostri: c’è Razi, un poliziotto che invece di farsi i fatti suoi tiene d’occhio le case dove sono segregate le vittime, per aiutarle a scappare; c’è Faramaz, autista e guardia del corpo di Shirin e Soraya, c’è Samir, anziano padre di Roshan che ha avuto uno scatto di orgoglio, di rabbia verso quel mondo e verso se stesso e trova il coraggio di sfidare una città per difendere sua figlia insieme al figlio Mirwais (emblematica la frase “il coraggio non invecchia”).
Sullo sfondo un Afghanistan che dal 1980 ad oggi e tornato indietro nel tempo oltre il più buio dei medioevi: due generazioni ormai le cui donne non hanno conosciuto la libertà, che ascoltano incredule i racconti di chi dice che prima a Kabul le donne guidavano, andavano all’Università, esercitavano la professione di medico o avvocato senza rischi. Perchè il Sessantotto c’era stato anche qui, non solo a Parigi. E questo è un’altro passaggio chiave del libro: se questa rivoluzione è stata possibile qui, c’è il rischio reale e concreto che sia pericolosamente possibile anche altrove.
Le notizie sulla situazione in Afghanistan ormai “non fanno notizia”: si è diffusa un’abitudine pericolosa alle tragedie altrui. Le persone che subiscono queste violenze non hanno mai un volto, non hanno mai identità. In questo libro hanno un nome, è raccontata la loro quotidianità, sia nei momenti più tragici, sia nei momenti di rinascita. Quella afghana è una cultura antica e fiera, che si ritrova nella forza delle sue persone.
A completare l’opera scatti fotografici che vanno dal 1980 ad oggi, che danno un volto a quella parte di questo paese troppo spesso nascosta dai burka. In queste foto i burka ci sono ma ci sono anche i volti scoperti, di giovani donne, bellissime e forti. Perchè una donna che ha addosso vestiti poveri, ha poco da mangiare, ha un passato pesante ed un futuro incerto ed ha uno sguardo coraggioso e fiero, ha una bellezza indefinibile. Forse, una bellezza afghana. Si legge nel testo: “Fotografare, a Kabul, è un’attività rischiosa”. Le immagini delle città sono “rubate” di nascosto, dall’interno della macchina sulla quale viaggiamo, approfittando delle soste, nei frequenti ingorghi del traffico, o scattate dalle terrazze delle case amiche.”
Nel Global Terrorism Index l’Afghanistan è secondo solo all’Iraq per attività terroristiche all’interno del paese. Il tasso di mortalità infantile sotto i cinque anni è uno dei più alti al mondo, come quello di mortalità materna. L’acqua potabile è solo per il 48% degli afghani. Per un bambino non è facile sopravvivere in Afghanistan. Se a nascere è una bambina è possibile che la madre sia punita perchè è femmina. A none, dieci anni, potrà però essere utile alla sua famiglia, che la venderà in matrimonio a qualcuno anche trent’anni più grande. Che sia un pazzo, un tossicodipendente, un violento, non importa a nessuno. Il 95% delle donne oggi in carcere in questo paese scontano pene per “delitti mortali”. L’accusa di adulterio, che prevede una pena dai cinque ai quindici anni, viene usata per condannare la fuga dal tetto coniugale o dalla famiglia paterna per evitare un matrimonio forzato. La fuga richiede un coraggio immane, per il suicidio con il fuoco spesso basta la disperazione. Di quella da queste parti ce n’è sempre in abbondanza. Soprattutto tra le mura di casa.

Sotto un cielo di stoffa Avvocate a Kabul di Cristiana Cella, Città del sole edizioni, Reggio Calabria, 2017, 2096 pp.

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