Passa al contenuto principale

Tag: Turchia

IRAQ. L’ambiguità turca e la questione del PKK nel Kurdistan iracheno

AGC News, 10 ottobre 2026, di Leonardo Fabrizio

Non c’è più spazio per forze straniere in Iraq. Dopo il completo ritiro delle truppe statunitensi anche quelle turche si apprestano a lasciare il Kurdistan iracheno seppure con qualche ambiguità e con la questione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) mai del tutto risolta. Ömer Çelik, portavoce del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), principale partito della Turchia, guidato dall’attuale Presidente Recep Tayyip Erdoğan, ha dichiarato che in seguito al consolidamento del controllo del governo federale iracheno su Sinjar, che la Turchia si appresta a trasferire gradualmente la base di Bashiqa-Zelkan alle forze irachene entro la fine dell’anno.

Il disimpegno dal Paese si inquadra nel contesto dello scontro tra il governo federale e le milizie armate. I gruppi irregolari rifiutano di deporre le armi fino a quando rimarranno attive le basi militari straniere, considerate un pretesto sufficiente a legittimare il proprio arsenale. La questione però non si limita ai soli eserciti ufficiali, pesa anche la presenza di gruppi armati stranieri, a partire dal PKK, che di fatto giustifica il continuo intervento militare turco. Il Ministero della Difesa turco ha annunciato, infatti, l’avvio del trasferimento all’esercito iracheno delle basi dell’esercito turco situate nel governatorato di Niniveh, mantenendo al contempo le proprie forze nelle basi dei governatorati di Erbil e Duhok. Dal canto loro il PKK ha annunciato l’evacuazione di quattro tunnel militari nella catena montuosa di Metina, nel governatorato di Duhok, confermando il completo ritiro dei propri combattenti. In un comunicato ufficiale il PKK ha annunciato il ritiro di tutte le sue forze armate dai confini turchi e dalle aree limitrofe, confermando di aver soddisfatto tutti i requisiti necessari per porre fine alla lotta armata. In questo contesto la leadership del movimento ha sottolineato che lo Stato turco “non può più, in alcun modo, parlare di una minaccia armata” proveniente da parte loro, affermando che il movimento ha intrapreso passi senza precedenti a livello globale per risolvere tali questioni. La dichiarazione ha avvertito che il mancato riconoscimento dell’importanza di questi passi, in particolare per quanto riguarda la libertà del leader del partito imprigionato, Abdullah Öcalan, significherebbe che lo Stato turco sta persistendo in una politica di negazione e cancellazione che dura da un secolo.

È necessario ricordare, a questo punto, che nell’ambito di un processo di pace avviato con Ankara, il PKK ha annunciato il proprio scioglimento nel maggio 2025, per poi tenere una cerimonia di disarmo dal forte valore simbolico nel luglio 2025 nel nord dell’Iraq dove secondo le autorità turche è rimasta solo una parte dei combattenti.

Dall’analisi della social sfera filo-curda emergono, tuttavia, segnalazioni di movimenti sospetti nel governatorato di Duhok di quelle che vengono definite “forze turche”. Secondo la narrazione presente in diversi canali, queste cosiddette “forze turche” stanno procedendo a operazioni di disboscamento sulle montagne della Regione del Kurdistan e, con il pretesto di combattere il PKK, starebbero stabilendo basi militari nell’area. Tali basi sono accompagnate da interventi di disboscamento volti a facilitare la costruzione e a garantire la sicurezza delle basi stesse. Attualmente, secondo la narrazione filo-curda, la Turchia sta effettuando operazioni di disboscamento sulle montagne del villaggio di Kesta, nella regione di Barwari Bala (provincia di Duhok). Sia Kurdistan 24 che il Governatore di Duhok hanno sostenuto che le forze turche non stanno abbattendo alberi nel Kurdistan, bensì li stanno importando dalla Turchia anche se diverse immagini satellitari, rimbalzate sui social, mostrano un significativo livello di deforestazione nell’area. La popolazione locale ha respinto le dichiarazioni del Governatore di Duhok, Ali Tatar, definendole un tentativo di insabbiamento volto a contenere l’indignazione pubblica. Gli abitanti dei villaggi nella parte settentrionale del governatorato riferiscono di aver assistito personalmente all’abbattimento di alberi nei loro villaggi da parte di appaltatori turchi.

Se le notizie dei canali curdi venissero confermate la presenza turca nell’area potrebbe portare ad alcuni significativi risvolti. Innanzitutto, minerebbe gli sforzi del governo nella gestione del disarmo delle milizie che continuerebbero a giustificare la loro scelta di mantenere il possesso dei loro armamenti. in secondo luogo la crisi interna dell’Iraq, causata dalla persistente presenza delle truppe turche, inasprirebbe i rapporti tra Baghdad e Ankara in un momento di apparente distensione segnata dagli sforzi dei due Paesi in termini di cooperazione energetica e petrolifera, con l’intenzione dichiarata di voler trovare rotte alternative ad Hormuz per l’esportazione di petrolio e di proseguire con gli investimenti del progetto “Strada di Sviluppo” che renderebbe l’asse turco-iracheno un hub strategico fondamentale per il prossimo futuro

Processo di pace in Turchia: non sarà una passeggiata

Patria Indipendente, 21 settembre 2026, di Carla Gagliardini

Nell’ottobre del 2024 Devlet Bahçeli, numero uno del partito Mhp e alleato del presidente Erdogan, aveva dichiarato che era venuto il tempo di permettere a Abdullah Öcalan di parlare davanti alla Grande Assemblea Nazionale, il parlamento turco, aprendo la strada a un confronto che portasse alla pacificazione. Ma le criticità sono ancora molte e sarà complicato superarle. La Turchia conosce bene la capacità del leader del movimento curdo di guidare il suo popolo e per questo preferisce tenerlo rinchiuso in prigione. Insomma vara una legge che forse libererà molti detenuti politici, tranne chi l’ha resa possibile. Ecco a che punto siamo e quali sono i principali nodi da sciogliere.

Il pluridecennale conflitto armato tra Turchia e Pkk vive una fase di sospensione da oltre un anno grazie al processo di pace in corso. Nell’ottobre del 2024 Devlet Bahçeli, leader del partito Mhp, alleato del presidente Erdogan, ha dichiarato che era venuto il tempo di permettere a Abdullah Öcalan di parlare davanti alla Grande Assemblea Nazionale, il parlamento turco, aprendo la strada a un confronto che portasse alla pace.

Quel messaggio è stato significativo perché Öcalan si trova da oltre ventisette anni rinchiuso nella prigione di massima sicurezza sull’isola di Imrali scontando, per un lungo periodo in totale isolamento, la pena dell’ergastolo aggravato. Il leader curdo che parla nella Grande Assemblea Nazionale ha fatto pensare a un uomo finalmente libero.

L’edificio sorge su una piccola isola della Turchia nel sud del Mar di Marmara
L’invito di Bahçeli è stato raccolto da Öcalan che ha compiuto passi significativi per dare credibilità all’impegno suo personale e del suo popolo nella risoluzione del conflitto. Con l’appello “Per la pace e una società democratica”, del febbraio 2025, ha invitato il Pkk a sciogliersi e a deporre le armi per passare dal piano della lotta armata a quello della lotta prettamente politica, ritenendo che ormai il popolo curdo fosse riuscito ad ottenere sia il riconoscimento come popolo, sempre negato dalla Turchia con le sue politiche di assimilazione, condotte anche attraverso una feroce repressione, sia come attore politico.

Il primo importante risultato di questo processo di pace è stata la rottura dell’isolamento di Öcalan che dal dicembre del 2024 riceve con frequenza la delegazione del Dem, il partito a cui il leader curdo si appoggia per la negoziazione, ma ha anche potuto riabbracciare la sua famiglia a ottobre scorso. Tuttavia della sua liberazione ancora non si parla, nonostante lo stesso Bahçeli ripeta che debba essergli riconosciuto il diritto alla speranza, principio stabilito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Ma la Legge quadro, frutto delle negoziazioni, approvata dal Parlamento il 10 agosto ed entrata in vigore il 18 agosto, esclude per lui questa possibilità. Tuttavia si continua a dargli un ruolo di rilievo, con la sua inclusione in alcuni organismi costituiti per dare gambe al processo di pace. Provando a leggere insieme i tanti elementi sul tavolo, però, la prudenza sugli esiti finali del processo di pace è d’ obbligo.

Ma andiamo con ordine. La Legge quadro ha due obiettivi. Il primo è di stabilire le modalità di accertamento dello scioglimento del Pkk, del Kck, ossia l’ Unione delle Comunità del Kurdistan, che promuove il paradigma politico del confederalismo democratico ideato da Öcalan, e delle formazioni a loro collegate, nonché di consegna delle armi in loro possesso. Appartengono al Kck lo stesso Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan, attivo in Turchia), il Pyd (Partito dell’ Unione Democratica, presente nel Rojava, Siria), il Pjak (Partito per la Vita Libera in Kurdistan, presente in Iran) e il Pçdk (Partito per la Soluzione Democratica del Kurdistan, attivo in Iraq). Quindi gli effetti della legge quadro, con lo scioglimento del Kck, sono destinati ad avere ricadute oltre i confini turchi, coinvolgendo tutto il movimento di liberazione curdo.

Gli accertamenti sull’effettiva dissoluzione di queste organizzazioni sono condotti dal National Security Council che deve pubblicare in Gazzetta Ufficiale la sua decisione in merito. Solo raggiunto il primo obiettivo si può procedere con il secondo, rappresentato dalla cancellazione in forma individuale, quindi caso per caso, delle indagini, dei processi in corso e delle pene inflitte ai condannati e alle condannate per i reati inseriti in questa legge, purché siano membri delle organizzazioni citate oppure siano persone che consapevolmente le hanno supportate. La cancellazione è però soggetta a un periodo di sospensione delle indagini, dei processi e delle pene di cinque o dieci anni a seconda del reato contestato. Tuttavia la legge esclude coloro che abbiano commesso prima del 1° giugno 2005, omicidi intenzionali in adesione alle attività dell’organizzazione oppure un reato punibile con l’ergastolo o con l’ergastolo aggravato. Questo è il caso di Öcalan.

Già dai primi articoli della legge emergono delle criticità. La prima è che tali organizzazioni sono dichiarate esplicitamente terroristiche consegnando alla storia questa definizione che rimarrà appiccicata, macchiando in qualche modo il movimento di liberazione curdo. Nei libri di storia e di diritto, ma anche nel confronto politico salterà sempre fuori questo aggettivo collegato a tali organizzazioni con il rischio reale di inciderlo nella memoria collettiva, associando così al terrorismo la lotta per la liberazione e l’emancipazione che il popolo curdo ha portato avanti contro i governi oppressori di Turchia, Siria, Iran e, fino all’istituzione della Regione del Kurdistan iracheno, Iraq. Sono prevedibili le strumentalizzazioni da parte del governo turco che potrà usare questa definizione stabilita per legge per la propria propaganda.

La seconda criticità è l’esclusione di Öcalan dai benefici della legge. È persino paradossale poiché si tratta dell’uomo grazie al quale il processo di pace ha potuto prendere forma ed è la guida indiscussa, da quasi cinquant’anni, del movimento di liberazione curdo. La sua mancata liberazione potrebbe, nei fatti, non dare pieno riconoscimento al suo popolo e lasciare, come si diceva, quell’etichetta di terroristi cucita addosso ai curdi, con possibili strascichi nella politica e nelle relazioni con i turchi.

La terza criticità risiede invece nell’aver concepito un’architettura non pienamente democratica per l’implementazione delle procedure che dovranno portare ai risultati che la legge si prefigge. Infatti, gli organismi coinvolti nella sua realizzazione sono sostanzialmente di natura governativa, a partire dal Consiglio Nazionale di Sicurezza che deve verificare l’effettivo scioglimento delle organizzazioni e la consegna da parte loro delle armi. Compete anche al Consiglio concedere il permesso sulle indagini aperte dopo la data di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della sua decisione sullo scioglimento delle organizzazioni e sulla consegna delle armi.

La legge ha poi previsto la costituzione di un organismo, già istituito, il Consiglio di monitoraggio e valutazione, che vigila l’intera attuazione della legge. La composizione di tale organismo è tutta governativa, ma si è aperto uno spiraglio per includervi anche Abdullah Öcalan, che sarebbe però l’unica voce non governativa. È da notare che nessuna donna fa parte di questo organismo, aspetto di non poco conto che si infrange con i principi democratici dell’uguaglianza non solo formale ma anche sostanziale tra i sessi. Al Consiglio spetta, tra le altre cose, presentare alle autorità giudiziarie competenti la cancellazione delle misure e delle pene inflitte alle persone che ne facciano richiesta. Un enorme potere che non è almeno controbilanciato da uno più democratico che sia rappresentativo della Grande Assemblea Nazionale, la quale viene solo aggiornata dal Consiglio e, attraverso una Commissione di monitoraggio, può unicamente verificare l’operato di questo e presentare delle raccomandazioni.

Il Consiglio ha deliberato, il 26 agosto, la costituzione di quattro commissioni e Öcalan farebbe parte di quella per il disarmo e il coordinamento strategico. Secondo quanto si sa fino ad ora, i membri delle commissioni saranno funzionari governativi, burocrati e esperti nelle aree oggetto di ciascuna commissione. La legge affida al Ministero degli interni il compito di stabilire le procedure e i principi per la consegna e registrazione delle armi. Ancora una volta tutto è nelle mani del governo che, per sua natura, rappresenta una sola parte del ventaglio politico parlamentare. Procedure decisionali ed esecutive più democratiche avrebbero il vantaggio di garantire maggiore trasparenza, fondamentale in un percorso così delicato.

L’ultima criticità è la scelta di non procedere con l’amnistia, la quale avrebbe cancellato oltre alle pene anche i reati. Si è preferito l’indulto per chi è stato già condannato, che elimina solo la pena e lo fa al termine del periodo di sospensione della stessa, sempre che nel frattempo non si siano compiuti altri reati previsti nella medesima legge. Analoga procedura vale per chi è sotto indagine o processo. La permanenza del reato quali implicazioni avrà nella vita delle persone che hanno beneficiato della legge? Saranno, ad esempio, interdette dai pubblici uffici? Toccherà ai provvedimenti successivi dare le risposte.

Gli aspetti positivi della legge sono sicuramente aver aperto alla possibilità per alcune persone di intravedere la luce in fondo al tunnel delle galere turche e aver dato una spinta, istituzionalizzandolo, al processo di pace che procedeva molto lentamente a causa delle forze di governo. Nei quasi due anni trascorsi dalle parole di Bahçeli, mentre il Pkk su impulso di Öcalan ha fatto grandi concessioni, il governo invece ha dato ben poco in cambio. Oggi la procedura sembra aver preso un po’ di slancio. La testata giornalistica ANHA ha scritto che potrebbe nascere una commissione guidata da Öcalan formata da un gruppo che dovrà lavorare attivamente in tutte le parti del Kurdistan e in Europa, dove c’è una grande diaspora di curdi e curde. Si fa leva sul rapporto profondo che unisce il leader curdo al suo popolo, il quale ha fiducia in lui e lo segue. Questo legame non deve finire nelle grinfie di Erdogan per non cadere nella trappola della strumentalizzazione.

La Turchia conosce bene la capacità di Öcalan di guidare il suo popolo e per questo lo tiene rinchiuso in prigione. Sa quale effetto straordinario avrebbe la sua liberazione su milioni di curdi e curde, ma anche su centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo che lottano per l’autodeterminazione dei popoli e riconoscono in Öcalan un leader politico moderno. Per il governo turco è probabilmente preferibile tenerlo in carcere per evitare che possa sfuggirgli di mano il controllo saldo che, per il momento, esercita sul processo di pace.

Erdogan vuole riportare la Turchia alle glorie dell’Impero ottomano e si gioca la partita sia sul piano interno, dove i problemi economici mordono la società e il conflitto con il Pkk ha sempre rappresentato una minaccia alla sua visione di Stato, sia su quello internazionale, dove si contende aree di influenza, non solo regionali, con l’Iran, l’Arabia Saudita e Israele. Il processo di pace per il presidente turco deve portare stabilità interna e sicurezza, quest’ultima anche sui confini. Per cui la recente notizia dell’avvenuta integrazione militare in Siria, dopo lo scioglimento delle Sdf (Forze Democratiche Siriane), deve averlo reso di buon umore.

Ma per le curde e i curdi il processo di pace deve portare alla democrazia reale e non solo formale. Nonostante l’avanzare del processo di pace, oggi con azioni concrete, non è il tempo per i curdi di abbassare la guardia perché la strada è piena di insidie. Sebbene il governo turco abbia bisogno di neutralizzare il conflitto interno, è difficile pensare che sia disponibile a grandi slanci verso la democratizzazione dello Stato, obiettivo nemmeno sfiorato dalla legge quadro. I curdi e le curde hanno un compito davvero difficile da svolgere perché non sarà semplice conquistare quella democrazia per la quale hanno accettato l’invito di Bahçeli al dialogo. Devono avere contemporaneamente visione, capacità e creatività politica. Il popolo curdo è pieno di risorse e adesso deve usarle tutte e gli altri popoli devono stare al suo fianco e sostenerlo.

Il precario scenario mediorientale e il mutamento degli equilibri internazionali hanno chiarito la fragile condizione dei popoli che lottano per la loro autodeterminazione, stretti tra il continuo disintegrarsi del diritto internazionale, i rapporti di forza, la prepotenza criminale dei potenti, le alleanze tattiche che cambiano rapidamente e lo sdoganamento del genocidio che, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, non rappresenta più un tabù.

Carla Gagliardini, vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

Dal PKK a Öcalan, la scommessa della pace in Kurdistan

osservatoriorepressione.info 19 agosto 2026

Lo scioglimento del PKK e l’appello di Abdullah Öcalan hanno reso possibile una svolta impensabile dopo quarant’anni di conflitto. La nuova legge turca apre la strada al disarmo, ma la pace dipenderà dal riconoscimento della questione curda, dalla democratizzazione della Turchia e dalla libertà dello stesso Öcalan.

Dopo oltre un anno di negoziati, incontri e attese, la Turchia ha finalmente una legge quadro per accompagnare il processo aperto dalla decisione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan di deporre le armi e sciogliersi. Il 10 agosto il parlamento di Ankara ha approvato la “Legge sul rafforzamento della solidarietà nazionale e dell’integrazione sociale”, il primo vero dispositivo legislativo costruito intorno alla prospettiva di chiudere oltre quarant’anni di conflitto armato tra lo Stato turco e il PKK. Il testo stabilisce le condizioni giuridiche attraverso cui, dopo la verifica dell’effettiva cessazione dell’organizzazione e della consegna delle armi, potranno essere sospesi procedimenti e pene e successivamente archiviati alcuni casi. Il 18 agosto il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha firmato la legge, pubblicata nella Gazzetta ufficiale.

Sul voto finale circolano dati leggermente differenti: fonti parlamentari e media turchi riportano 467 voti favorevoli, 87 contrari e sette astensioni, mentre Reuters e Anadolu indicano rispettivamente 468 favorevoli su 600 deputati e 468 sì, 88 no e sei astensioni. Al di là della discrepanza, il dato politico non cambia: una maggioranza molto ampia del parlamento ha accettato un passaggio che soltanto poco più di un anno fa sarebbe apparso difficilmente immaginabile.

Dietro quella maggioranza, però, convivono progetti politici molto diversi. L’AKP di Erdoğan e il nazionalista MHP di Devlet Bahçeli hanno sostenuto la legge insieme al DEM Parti, espressione della sinistra curda, mentre anche altre formazioni di opposizione e della sinistra hanno contribuito all’approvazione. Sul fronte contrario si collocano soprattutto settori del nazionalismo turco che continuano a considerare sbagliata qualsiasi soluzione che non passi attraverso la sconfitta militare definitiva del PKK. Ma le critiche non arrivano soltanto da destra. Una parte delle opposizioni e della sinistra contesta infatti il carattere troppo ristretto della legge: la fine della guerra, sostengono, non può significare semplicemente risolvere la posizione giudiziaria di chi è direttamente legato al PKK lasciando intatto l’apparato repressivo che negli anni ha colpito politici, amministratori locali, giornalisti, avvocati, attivisti e militanti.

È questa la contraddizione che attraversa l’intero provvedimento. La legge può rappresentare uno strumento per chiudere materialmente il conflitto armato, ma non contiene ancora quella trasformazione democratica capace di affrontarne le cause politiche. La questione curda quasi scompare dietro il linguaggio della “solidarietà nazionale” e della “integrazione sociale”, mentre il governo continua a definire ufficialmente il percorso come costruzione di una “Turchia senza terrorismo”. Non è una differenza puramente lessicale. Se quarant’anni di guerra vengono raccontati esclusivamente come un problema di terrorismo e disarmo, il rischio è che la pace venga ridotta alla cessazione dell’insurrezione, senza mettere in discussione le condizioni politiche, culturali e istituzionali che hanno alimentato quel conflitto.

La legge stabilisce infatti che le nuove misure diventeranno operative soltanto quando gli apparati di sicurezza avranno accertato la fine dell’esistenza effettiva del PKK/KCK e delle strutture ad esso collegate e la consegna delle armi e delle munizioni sotto il loro controllo. Tale accertamento dovrà poi essere confermato dal Consiglio di sicurezza nazionale e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Solo allora potrà scattare il meccanismo previsto per sospendere indagini, processi e l’esecuzione di determinate condanne.

Non si tratta quindi di un’amnistia generale e immediata. Per alcuni reati sono previsti periodi di sospensione di cinque o dieci anni e, se nel frattempo non vengono commessi nuovi reati, i procedimenti potranno essere definitivamente archiviati. Restano inoltre esclusi alcuni responsabili di omicidio e condannati all’ergastolo e, soprattutto, Abdullah Öcalan.

Proprio qui emerge uno dei paradossi più evidenti dell’intero processo. La svolta che ha reso possibile questa legge nasce infatti da Öcalan, detenuto dal 1999 nell’isola-prigione di Imralı. Nel febbraio 2025 il fondatore del PKK aveva rivolto all’organizzazione l’appello a deporre le armi e sciogliersi. Il PKK aveva successivamente accettato quella prospettiva, arrivando nel maggio 2025 alla decisione di porre fine alla propria lotta armata. Eppure l’uomo che ha reso possibile il passaggio resta escluso dai benefici della legge e non gli viene riconosciuto un ruolo formalizzato nella gestione politica del processo.

L’Hareket Yönetimi, la struttura nata dopo la decisione di scioglimento del PKK, ha riconosciuto il valore del passaggio parlamentare definendolo un inizio, ma ha contemporaneamente denunciato quelle che considera “gravi insufficienze”. Il problema principale è esattamente questo: il testo affronta il disarmo, ma non la questione curda nella sua dimensione politica. Non recepisce le richieste di democratizzazione, non interviene sui diritti collettivi e non costruisce ancora le condizioni affinché Öcalan possa partecipare direttamente al processo. Se il leader curdo deve essere uno degli interlocutori fondamentali della transizione dalla guerra alla politica, mantenerlo nelle condizioni di detenzione che ne limitano la libertà di comunicazione significa introdurre una contraddizione nel cuore stesso del percorso di pace.

La questione non riguarda soltanto Öcalan. Tocca l’intera architettura repressiva costruita negli anni in Turchia. La legislazione antiterrorismo ha consentito di trasformare categorie estremamente elastiche come “appartenenza” o “propaganda terroristica” in strumenti utilizzabili contro forme di attività politica, giornalistica e sociale. Per questo il problema non è necessariamente che la nuova legge sia stata costruita intorno a una specifica organizzazione che ha scelto di sciogliersi. Il problema nasce se la soluzione della posizione giudiziaria dei militanti del PKK non viene accompagnata da garanzie generali sulle libertà politiche e sui diritti fondamentali.

In un ordinamento in cui un articolo, un discorso, una manifestazione o un’attività associativa possono ancora essere interpretati attraverso le maglie larghe della legislazione antiterrorismo, la pace rischia altrimenti di convivere con la repressione. E il meccanismo dei cinque o dieci anni di sospensione può trasformarsi esso stesso in uno strumento di condizionamento: uscire dal conflitto armato senza poter esercitare pienamente l’attività politica significa sostituire alla minaccia delle armi quella permanente del procedimento giudiziario. La pace, invece, dovrebbe significare precisamente la possibilità di trasferire il conflitto dalla dimensione militare a quella politica.

È in questo senso che il passaggio del 10 agosto assume una portata che va oltre la sorte del PKK. Per la prima volta da decenni il centro del confronto può spostarsi dalle montagne, dalle operazioni militari e dalle carceri alle istituzioni, ai comuni, alla rappresentanza politica e, soprattutto, alla definizione stessa di cittadinanza. Il PKK ha accettato di rinunciare allo strumento che per quarant’anni ha costituito il principale elemento del proprio potere negoziale: le armi. Ora è lo Stato turco a dover dimostrare che la contropartita non consiste semplicemente nella scomparsa dell’organizzazione.

C’è poi una dimensione regionale che rende impossibile leggere ciò che sta accadendo come una vicenda esclusivamente turca. Il processo riguarda inevitabilmente anche il Rojava e l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est. L’esperienza politica sviluppata in quei territori è profondamente influenzata dalle elaborazioni di Öcalan: comuni, consigli territoriali, copresidenze paritarie tra uomini e donne, organizzazioni autonome femminili, economia cooperativa e un’idea di autonomia democratica che non assume come proprio obiettivo la costruzione di un nuovo Stato-nazione curdo.

Per Ankara, però, le YPG e le YPJ e le principali strutture militari curde siriane appartengono allo stesso universo politico del PKK. Le Forze Democratiche Siriane hanno sempre respinto l’equazione e già nel febbraio 2025 il loro comandante Mazloum Abdi aveva precisato che l’appello di Öcalan al disarmo riguardava il PKK e non le SDF. Gli sviluppi del 2026 hanno tuttavia cambiato profondamente i rapporti di forza. L’avanzata delle forze della nuova Damasco nel Nord-Est e gli accordi raggiunti con le SDF hanno aperto un percorso di progressiva integrazione di strutture militari e amministrative nell’apparato statale siriano. Erdoğan stesso ha riconosciuto che gli sviluppi tra Damasco e le SDF hanno ridotto la pressione sul processo interno turco.

Si intravede così il possibile disegno di un nuovo equilibrio regionale: il PKK cessa di esistere come organizzazione armata autonoma, le strutture militari curde della Siria vengono progressivamente integrate nello Stato siriano e il movimento curdo in Turchia trasferisce definitivamente il proprio conflitto sul terreno politico e istituzionale. Ma tra questa ipotesi e la sua realizzazione esiste una distanza enorme. Gli avvenimenti di Serêkaniyê lo dimostrano. Il 10 agosto, proprio mentre il parlamento turco approvava la legge quadro, il primo convoglio di oltre quattrocento famiglie sfollate che tentavano di rientrare nella città è stato oggetto di aggressioni e intimidazioni. Il ritorno organizzato è stato successivamente sospeso in attesa di maggiori garanzie di sicurezza.

È questa sovrapposizione tra processo turco e trasformazione siriana a rendere il momento tanto importante quanto pericoloso. Per Ankara la legge può rappresentare la conclusione di un’insurrezione attraverso il disarmo e il reinserimento di migliaia di persone. Per Öcalan e una parte consistente del movimento curdo può diventare invece l’inizio di una trasformazione della lotta armata in lotta politica, portando le idee del confederalismo democratico dentro le istituzioni, le municipalità e le forme di autogoverno. Per le destre nazionaliste turche rappresenta una concessione intollerabile. Per i critici di Erdoğan può essere anche un’operazione attraverso cui il presidente cerca di neutralizzare un conflitto interno e contemporaneamente rafforzare il ruolo regionale della Turchia.

Nessuna di queste interpretazioni, presa isolatamente, basta però a spiegare ciò che sta accadendo. La questione decisiva sarà capire se Ankara considera la pace come la fine del PKK oppure come l’inizio della democratizzazione della Turchia. Sono due prospettive profondamente differenti. Nella prima, basta consegnare le armi, reintegrare una parte dei militanti e chiudere amministrativamente quarant’anni di guerra. Nella seconda occorre affrontare ciò che resta quando le armi tacciono: libertà politica, diritti linguistici e culturali, autonomia delle amministrazioni locali, riforma della legislazione antiterrorismo, liberazione dei prigionieri politici e riconoscimento della questione curda come questione politica.

La legge del 10 agosto è dunque importante proprio perché non basta. Può essere il primo passo di un processo storico oppure il dispositivo attraverso cui amministrare giuridicamente la resa delle armi senza modificare le strutture che hanno prodotto il conflitto. Öcalan, il 2 agosto, ha ricordato che “un viaggio di mille chilometri comincia con un passo”. Quel passo è stato compiuto. Ma la misura della pace non sarà il numero dei fucili consegnati. Sarà lo spazio di libertà che si aprirà dopo.

 

Il parlamentare filocurdo Öztürk: «La legge sul negoziato di pace con il Pkk è solo l’inizio»

Avvenire, 12 agosto 2026, di Luca Foschi

Il deputato: «Non siamo contenti di alcuni articoli, adesso da affrontare la questione della lingua, dell’autonomia e dell’amministrazione locale»

«È stato un momento storico per la Turchia. La maggior parte dei partiti politici ha approvato una legge che dà avvio al superamento di problemi che sembravano irrisolvibili. Non siamo contenti di alcuni articoli, ma è solo l’inizio, in futuro affronteremo la questione della lingua, dell’autonomia, delle amministrazioni locali». Prudenza ed entusiasmo confliggono nella voce di Berdan Öztürk, deputato del partito filocurdo Dem. Avvenire lo ha intervistato pochi minuti dopo il suo arrivo nella “capitale” dei curdi turchi Diyarbakir, di ritorno da Ankara, dove lunedì notte ha partecipato in parlamento alla votazione che porta avanti il delicato processo di pace.

Da più parti la legge è stata accusata di incompletezza e ambiguità. Quali sono i principali punti critici?

Innanzitutto non sappiamo esattamente come sarà scandito il processo che dovrebbe portare all’implementazione dei punti contenuti nel testo. La legge si presenta inoltre come strumento di sicurezza, e non menziona esplicitamente la causa curda. Nessun riferimento viene fatto al processo di democratizzazione. E poi Abdullah Öcalan, il leader del Pkk e principale negoziatore curdo, è escluso dalla clemenza. Ma come lui stesso ha ripetuto più volte ogni viaggio comincia con un piccolo passo. La maggior parte del parlamento si è assunta la responsabilità del processo di pace. Questo è un traguardo molto importante, per tutti.

Si può parlare di una nuova stagione nelle relazioni parlamentari?

Direi che è troppo presto. A lungo i partiti turchi hanno ignorato le istanze curde. Ma tutti ormai hanno capito che non si può andare avanti con rapporti di dominazione ormai desueti, che dobbiamo voltare pagina e cercare insieme la giustizia e la democrazia.

Come è stata accolta l’approvazione della legge da parte della comunità curda?

I curdi sono un popolo molto politicizzato, molto attento, che sente una profonda fiducia nei confronti di Öcalan, e ha scelto di seguirlo nella decisione di abbandonare la lotta armata. Ora spetta a noi, ai cittadini, al partito Dem. Dobbiamo essere pazienti, seguire il processo di pace fino in fondo e contribuire alla costruzione di una Turchia forte, coesa, economicamente e socialmente. Siamo consapevoli che non sarà facile, sappiamo che le battaglie di domani saranno più difficili di quelle di ieri, ma siamo pronti. A sostenerci ci sarà anche la fratellanza di molte persone, in tutto il mondo.

Quali sono i motivi che hanno spinto Akp e Mhp, guidati dal presidente Erdogan e da Devlet Behceli, a promuovere la legge e con essa il processo di pace?

Negli ultimi dieci anni, dopo il fallimento dell’ultimo negoziato, lo Stato turco ha cercato in tutti i modi di piegarci, con strumenti militari, politici economici. Ogni mezzo è stato impiegato per convincerci ad abbandonare la nostra battaglia, la nostra ideologia, la nostra stessa identità. Ma noi abbiamo continuato a lottare, e la prova del nostro successo sono state le ultime elezioni. Il governo turco ha capito che solo con la democrazia il conflitto poteva essere superato. Poi, naturalmente, un altro fattore è legato al profondo cambiamento che tutta la regione sta attraversando. Il popolo curdo è diviso fra Turchia, Siria, Iraq e Iran, ma sa come dialogare, come collaborare. La Turchia è chiamata a essere protagonista in un momento difficilissimo per il Medio Oriente, che però contiene anche molte opportunità. Doveva cambiare, non era più possibile continuare con la mentalità imperialista di un secolo fa.

La Turchia avvia la riconciliazione con gli ex “terroristi” curdi del Pkk

Avvenire, 12 agosto 2026, di Luca Foschi

Approvata una legge che sospende le pene detentive per gli esponenti del Partito dei lavoratori del Kurdistan. Esclusi i condannati per omicidio. Öcalan resta all’ergastolo

Non sono bastati i dubbi, le ambiguità, i tentativi di sabotaggio a fermare il primo, storico passo verso la conclusione di un conflitto che ha ucciso più di 40.000 persone. Lunedì notte il parlamento di Ankara ha approvato con 468 voti a favore, 88 contrari e sei astenuti una legge che pone le basi per il rimpatrio e la sospensione delle pene detentive di migliaia di militanti del Partito curdo dei lavoratori (Pkk), da oltre quattro decenni in guerra con lo Stato turco. Il provvedimento stabilisce inoltre i termini per il disarmo e lo scioglimento della guerriglia, e crea una commissione composta da rappresentanti del governo e degli apparati di sicurezza che verrà incaricata di verificare la conformità legale di tutti i passaggi previsti. La norma offre clemenza ai prigionieri del Pkk che non siano stati condannati per omicidio e garantisce ai militanti in esilio sei mesi per tornare, da cittadini liberi, in Turchia. A coloro che non andranno incontro a nuove sanzioni sarà dato il diritto di prendere parte ai processi politici.

Le dichiarazioni rilasciate dopo l’approvazione della legge dai rappresentanti dei diversi partiti politici ancora esprimono la profonda faglia culturale che ha diviso per decenni la comunità turca e quella curda. Se per la prima lo spirito del provvedimento è securitario, una scelta necessaria a porre fine al pericolo del “terrorismo”, per la seconda rappresenta invece l’inaugurale riconoscimento della propria esistenza, l’inizio di un percorso che vorrebbe concludersi con la conquista di pieni diritti e di una qualche forma di autonomia all’interno dello Stato turco.
Il vicesegretario del Partito della Giustizia e dello sviluppo (Akp) Efkan Ala, braccio destro del presidente della Repubblica Erdogan, ha affermato che «l’organizzazione terroristica sarà smantellata in tutte le sue componenti, nel Paese e all’estero, Europa inclusa. Trasformeremo una situazione in cui tutti soffrono in una in cui tutti traggono beneficio». «Anche se gli stessi che hanno portato questa bozza di legge in parlamento non lo dichiarano apertamente, dobbiamo chiamare il problema con il suo vero nome. Oggi siamo qui a parlare della questione curda», ha replicato a distanza Ozgur Ozel, leader del Nuovo Partito, la maggiore forza dell’opposizione. «Non ostacoleremo il percorso di pace», ha poi sottolineato Ozel, annunciando il voto favorevole del suo partito. Ad applaudirlo, dai banchi della maggioranza, Devlet Bahceli, leader del Partito del movimento nazionalista (Mhp). A sorpresa è stato proprio quest’ultimo, storico e radicale volto del nazionalismo anti-curdo, a dichiarare nell’ottobre 2024 che se Abdullah Öcalan, il fondatore del Pkk, avesse proclamato la fine della resistenza armata, lo Stato turco gli avrebbe garantito la libertà. La risposta di “Apo” è arrivata quattro mesi dopo dal carcere di Imrali, dove si trova segregato dal 1999. Öcalan ha chiesto al partito di convocare un congresso straordinario, deporre le armi e sciogliere l’organizzazione. Dalle impervie montagne di Qandil al confine fra Iraq e Iran, dove ha sede il comando della resistenza, 1° marzo 2025 è stato proclamato il cessate il fuoco. Cinque giorni dopo la fine del congresso, il 12 maggio, lo storico annuncio: la fine della lotta armata, il passaggio del Pkk alla legalità del sistema politico. Durante una solenne cerimonia i fucili sono stati simbolicamente gettati fra le fiamme di un braciere.

La legge approvata lunedì notte non include tuttavia fra i beneficiari lo stesso Öcalan, 77 anni, condannato all’ergastolo per crimini violenti prima del 2005, data ultima stabilita dal provvedimento per l’attivazione della clemenza. Apre invece le porte del carcere per Selahattin Demirtas, il più importante politico curdo, condannato nel 2016 per favoreggiamento del terrorismo e vilipendio del presidente Erdogan. La sentenza è stata letta come politicamente motivata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. L’eredità del Partito democratico dei popoli (Hdp) da lui guidato è stata raccolta nel 2023 dallo schieramento Dem, capace di far eleggere nelle ultime elezioni 56 deputati, espressione di una comunità curda che in Turchia è composta, secondo le stime più accreditate, da circa 15 milioni di persone.

Fra i più risoluti oppositori della legge i deputati del partito ultranazionalista Iyi, che per voce del loro leader Musavat Dervisoglu hanno definito il voto di lunedì «un tradimento». «Il terrorismo non è finito, il Pkk farà con la politica ciò che non ha potuto fare con le armi», ha affermato Dervisoglu.

Il Pkk, dal canto suo, ha denunciato i «gravi errori e le lacune» presenti nel provvedimento, accusato di ambiguità in alcuni passaggi e di eludere i principali elementi della questione autonomistica curda, compresa la liberazione di Öcalan. Nella dichiarazione, diramata dalle montagne di Qandil, non viene tuttavia chiesto ai sostenitori del partito di opporsi al decreto.

L’indulto per i guerriglieri curdi. Erdoğan impone ancora la sua legge in Turchia

Huffingtonpost Italia, 11 agosto 2026, di Mariano Giustino

l Parlamento approva una legge con misure di riabilitazione condizionata per migliaia di militanti del Pkk, dando seguto al processo di pace su un conflitto lungo circa 40 anni che ha causato oltre 40mila morti. Non è un’amnistia esplicita, non concede autonomie né diritti civili e politici speciali. Il presidente turco si aspetta però il sostegno curdo quando si tratterà di parlare del suo terzo mandato presidenziale

Recep Tayyip Erdoğan è riuscito dove tutti i suoi predecessori avevano fallito: ha posto fine al più lungo conflitto interno a bassa intensità della storia contemporanea, facendo approvare dal Parlamento turco una legge che ha messo in pratica il processo di pace avviato da oltre un anno con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk). Un processo di pace – definito “Turchia senza terrore” – che è molto diverso da esperienze del passato in Irlanda, Spagna, Colombia, Filippine. Perché costituisce forse il primo esempio al mondo di pacificazione che non prevede esplicitamente un’amnistia, non contempla regioni amministrative autonome (o l’indipendenza), non prevede meccanismi di amministrazione autonoma e rifiuta la mediazione di attori esterni. Eppure si propone di porre la pietra tombale su un conflitto durato circa 40 anni che ha provocato la morte di oltre 40mila persone.

La legge sul disarmo e l’indulto per i combattenti curdi – approvata dal Parlamento di Ankara il 10 agosto dopo lunghi mesi di negoziati diretti del governo con i comandanti del Pkk – rappresenta uno storico passo positivo, di importanza non solo interna, ma anche regionale, sebbene risponda essenzialmente alla questione securitaria e non corrisponda diritti civili e politici alla comunità curda del sudest anatolico, quali il diritto all’istruzione nella propria lingua, il diritto di cittadinanza e l’autonomia amministrativa dei comuni a maggioranza curda. È indubbiamente una schiacciante vittoria politica per Erdoğan che è a caccia del voto curdo per assicurarsi un terzo mandato presidenziale. Il provvedimento è stato approvato con una maggioranza senza precedenti: 468 voti a favore e 88 contrari, ben 68 voti in più di quelli necessari per la modifica costituzionale, senza dover ricorrere quindi a referendum. Se il presidente riuscirà a mantenere questo livello di sostegno anche nel paese con il supporto del voto curdo potrà essere rieletto in maniera schiacciante per il terzo mandato.

A suggellare lo storico evento, un’immagine che solo pochissimi anni fa era impensabile: gli ultranazionalisti di Mhp – prezioso alleato dell’Akp del presidente, storicamente il partito più anticurdo e xenofobo del panorama politico – hanno stretto la mano ai colleghi del partito filocurdo Dem e hanno posato per la foto di rito con i parlamentari del partito di Erdoğan e dell’opposizione socialdemocratica, gli ex kemalisti del Chp. Sono lontanissimi i tempi in cui proprio Mhp e Chp coltivavano il sogno antico di una “Turchia senza curdi”.

La “Legge sul rafforzamento della solidarietà nazionale e dell’integrazione sociale” è stato varato con il beneplacito di Abdullah Öcalan, fondatore e leader carismatico del partito armato Pkk, che dal 1999 sta scontando l’ergastolo in regime di isolamento nel carcere di massima sicurezza sull’isola di İmralı, nel Mar di Marmara, nonostante che per lui e per 232 alti dirigenti non fosse prevista alcuna amnistia. Vi sarà un indulto solo per i membri di basso rango del Pkk/Kck (Unione delle Comunità del Kurdistan) e sono escluse tutte le altre sigle illegali non curde come quella di Fetullah Gülen. È prevista però una amnistia mascherata con una sospensione della pena fino a un massimo di 15 anni per coloro che sono stati condannati all’ergastolo e a pesanti pene detentive.

La legge stabilisce che per le sole organizzazioni curde vengono estinti i reati di appartenenza a un’organizzazione terroristica collegata al Pkk che sarà considerata sciolta. Le indagini, i procedimenti giudiziari, le condanne definitive relative a “costituzione o gestione di organizzazioni fuorilegge, per appartenenza, favoreggiamento, propaganda e finanziamento del terrorismo” saranno tutte sospese.

Questa nuova iniziativa di pace curda, dopo quella fallita del 2012-15 si svolge in un contesto fortemente autoritario, imposto dal presidente Erdoğan: i leader del maggior partito d’opposizione, il repubblicano Chp, arrestati, processati e con centinaia di sindaci sostituiti da amministratori fiduciari, sollevando dubbi sulla corrispondenza della politica di sicurezza adottata con le norme democratiche. Nel patto che il governo ha stretto con Abdullah Öcalan vi sarebbe l’ottenimento di migliori condizioni carcerarie fino all’espiazione della pena nella propria abitazione, ripagando Erdoğan della sua “apertura” assicurandogli i voti necessari della comunità nelle prossime elezioni. Öcalan ha lanciato diversi appelli al disarmo e per lo scioglimento della sua organizzazione armata, per il ritorno al dialogo e alla pace. Stanchi, invecchiati e privi di sistemi d’arma adeguati, alle donne e agli uomini non restava che la consegna delle armi, salvare quel che restava della guerriglia tra le montagne, sperare nella liberazione di circa 50 mila prigionieri curdi rinchiusi in centinaia di carceri della Turchia e proseguire la lotta per i loro diritti lungo la strada politico-parlamentare che sperano possa aprirsi.

I leader curdi hanno dunque deciso di compiere un nuovo passo avanti, unilaterale, che possa rappresentare un’ancora di salvezza per il processo che definiscono di “pace e democrazia”, ma che il presidente Erdoğan preferisce chiamare “Turchia senza terrorismo” per rassicurare l’opinione pubblica trasversalmente nazionalista; presentando questa nuova “apertura” come un’operazione “securitaria” e dunque non cedevole verso un’organizzazione considerata terroristica che ha fatto scorrere sul terreno molto sangue turco.

Le cosiddette “aperture curde” non sono una novità del governo Erdoğan. La corsa al voto curdo ha da sempre caratterizzato la politica elettorale e il voto di circa 15 milioni di curdi è stato sempre particolarmente ambito dal presidente turco per assicurarsi la maggioranza assoluta in Parlamento. Il voto curdo ha sempre rappresentato l’ago della bilancia elettorale e nel sudest anatolico il consenso si distribuisce al 90% tra l’Akp e i filocurdi di Dem. Uno dei motivi principali per cui Erdoğan si è rivolto ai curdi, dopo un decennio di incessante repressione con la defenestrazione e l’arresto dei sindaci eletti democraticamente e l’incarcerazione di migliaia di politici e attivisti del partito, è legato al suo desiderio di rimanere al potere. Per ottenere il consenso del partito Dem, che ha svolto un ruolo chiave nel facilitare l’accordo, facendo da tramite tra Öcalan e i comandanti del Pkk sul campo, è necessaria la liberazione di Selahattin Demirtaş. Fondamentali dunque per la rielezione di Erdoğan sono sia la liberazione di Öcalan che quella di Demirtaş.

Nelle prossime settimane potremmo aspettarci interessanti novità in merito. Con la fine del conflitto i curdi si aspettano che sia ampliato il loro spazio civico e che siano ripristinati i loro diritti culturali. Per i curdi questa è un’opportunità per una loro partecipazione piena a una politica libera da persecuzioni, ma che deve essere supportata da precise garanzie istituzionali. La strategia del presidente di andare alla fonte dell’attacco, estendendo la lotta a Iraq e Siria, insieme agli sviluppi nell’industria della difesa con l’impiego di nuovi sistemi d’arma quali i droni e l’uso perfezionato dell’intelligence, ha dato i suoi frutti e hanno indebolito inesorabilmente i quadri del Pkk rendendoli cedevoli.

Presentata in Turchia la legge sul PKK; è escalation fra Iran e gruppi curdi

 

Contropiano, 10 agosto 2026, di Giovanni Di Fronzo

È approdata nel parlamento turco la “Legge sul rafforzamento della solidarietà nazionale e dell’integrazione sociale”, approdo di più di due anni di trattative di pace sulla questione curda fra stato turco e Abdullah Ocalan, mediate dal Partito della sinistra filocurda DEM.

La proposta prevede che indagini, processi e pene a carico di militanti del PKK relativi a reati punibili con una pena detentiva fino a 15 anni vengano sospesi per cinque anni, mentre i procedimenti che prevedono pene più severe, incluso l’ergastolo, vengano sospesi per 10 anni. Quest’ultima casistica era inaspettata alla vigilia, quando le indiscrezioni parlavano di un’esclusione totale per coloro i quali si fossero macchiati di reati molto gravi.

Tuttavia, i principali dirigenti del PKK, fra cui Ocalan, restano esclusi per effetto di un’altra clausola “ad personas”: chi è stato condannato all’ergastolo può aderire ai benefici previsti dalla legge solo ha commesso i propri reati prima del primo giugno 2005.

Si potrà fare richiesta di adesione solo dopo che una commissione ad hoc, formata da apparati di sicurezza e apparati governativi, avrà certificato il completo disarmo del PKK, ovvero lo svuotamento di tutti i depositi di armi, ubicati nelle montagne del Kurdistan Iracheno, che i servizi segreti attribuiscono all’organizzazione curda.

La legge è estesa sia ai militanti che attualmente si trovano, appunto, nei rifugi del Kurdistan iracheno, sia a quelli che si trovano in carcere, sia a quelli che si trovano in esilio altrove. Se durante i 5 o 10 anni di sospensione degli aggravi a loro carico non commetteranno altri reati, l’amnistia per loro sarà definitiva, altrimenti perderanno tutti i benefici.

La proposta di legge è stata firmata dai parlamentari dei partiti di governo, da quelli del partito DEM e da quelli di quel che resta del Partito Popolare Repubblicano (CHP), “ammaestrato” per via giudiziaria; i 91 parlamentari del più grande gruppo di opposizione, ovvero quello neocostituito del “Partito Nuovo”, composto dai fuoriusciti del CHP, non hanno inteso firmare la legge, in protesta contro la repressioni abbattutasi sul loro partito.

Ora resta da vedere se il blocco formatosi a sostegno di questa legge possa consolidarsi e portare avanti anche un progetto di modifica costituzionale, come vorrebbe Erdogan.

In tal senso, Il leader del Movimento Nazionalista Devlet Bahceli, alleato di governo, ha chiesto che, parallelamente all’implementazione di questa legge quadro, anche Ocalan e Demirtas vengano rilasciati.

Del loro destino, attualmente, non si sa nulla, così come di quello dei tanti ex sindaci ed ex parlamentari della sinistra filocurda non armata, prigionieri da anni. Il loro peso politico ed il loro consenso sono sicuramente maggiori di quello di cui godrebbe qualche migliaio di ex quadri di base o quadri medi del PKK tornati alla “politica legali”

È dall’inizio del processo di pace che Bahceli si è cucito addosso questo insolito ruolo di “colomba”, in contrasto con la maggiore durezza espressa da Erdoagn, in quello che ormai sembra essere più un gioco delle parti che una divaricazione reale.

L’efficacia di questo processo di pace, tuttavia, potrebbe essere minata da un fattore esterno, ovvero l’escalation in corso fra vari gruppi politici curdi basati anch’essi nel Kurdistan Iracheno e la Repubblica Islamica dell’Iran.

Sin da quando si sono diffuse voci su un possibile coinvolgimento di gruppi separatisti curdi – di diversa ideologia – nell’aggressione di USA e Israele nei confronti dell’Iran, la rappresaglia di Teheran nei loro confronti non si è fermata nemmeno durante i periodi di cessate il fuoco.

La Turchia, durante le prime fasi della guerra, aveva collaborato con le Guardie della Rivoluzione fornendo informazioni di intelligence circa i movimenti effettuati sul terreno da questi gruppi e aveva contribuito – a detta dello stesso Aragchi – a dissuadere Trump da dare attuazione al piano israeliano di utilizzarli per un’offensiva di terra.

Successivamente, però, la linea di Ankara è cambiata: in occasione di colloqui seguiti ai funerali di Khamenei, secondo il Middle East Eye, ufficiali turchi hanno chiesto alla controparte iraniana di fermare gli attacchi contro i gruppi curdi. Il timore è che una continuazione della rappresaglia avrebbe spinto questi ultimi a stringere ulteriormente i legami con Israele, compromettendo anche il processo di pace in Turchia.

Tuttavia, non si va nella direzione auspicata da Ankara. Il 2 agosto, un attacco con droni rivendicato dal Pjak, ala iraniana del Pkk, ha ucciso un soldato iraniano in un villaggio di confine. I droni erano partiti dal Kurdistan iracheno. Ovviamente, se emergesse che quest’organizzazione sia venuta in possesso in quantità massicce di questi letali droni esplosivi, l’escalation cambierebbe passo.

In tal caso, l’intera Regione Autonoma Curda si troverebbe completamente esposta agli attacchi missilistici iraniani a seguito del ritiro delle batterie Patriot effettuato dagli USA, i quali, come noto, dopo la fallimentare campagna contro la Repubblica Islamica, sono a corto di missili intercettori e hanno deciso che i primi ad essere lasciati scoperti siano, ancora una volta, gli “alleati curdi”.

L’esercito iraniano, da parte sua, ha affermato che le proprie forze speciali stanno effettuando una serie di operazioni di terra all’interno del territorio iracheno, di cui Baghdad è informata.

In una di queste, avvenuta due giorni dopo aver subito il letale attacco con droni, è rimasto gravemente ferito il figlio di Hussein Yazdanpanah, capo del Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), gruppo separatista curdo iraniano che più di tutti è vicino ai Barzani e rivendica legami con Israele.

Si tratta, dunque, di operazioni volte a colpire i vertici delle organizzazioni separatiste e distruggerne le basi operative, che confermano la risolutezza dell’Iran a colpire i propri nemici a 360 gradi.