Donne e curdi, le prime vittime della Repubblica Islamica
Uikionlus – 20 ottobre 2021 – di Gianni Sartori 
Secondo quanto scrive nel suo rapporto di settembre l’Associazione dei diritti dell’uomo del Kurdistan (KMMK) sarebbero in sensibile aumento le violazioni dei diritti umani da parte dello Stato iraniano nel Rojhilat (il Kurdistan dell’Est).
Sia le esecuzioni che le uccisioni, così come gli arresti e le torture. In significativa crescita anche i casi di suicidio. Il mese scorso almeno tre curdi sono morti in maniera sospetta e una persona è stata giustiziata senza processo. Otto kolbar (“spalloni”, frontalieri…) sono stati uccisi dalle guardie di frontiera e una cinquantina di persone sono state arrestate. Solo in settembre, ripeto.
Stanche di subire maltrattamenti, soprusi e torture, dal 16 ottobre le detenute curde del carcere di Ourmia sono in sciopero della fame. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il tentativo della direzione di obbligarle a frequentare dei corsi (non meglio precisati) stabiliti dall’amministrazione carceraria. Per chi si rifiutava è scattata la rappresaglia: proibizione di ricevere telefonate dai familiari e soltanto un’ora d’aria giornaliera.
In un primo momento le detenute avevano reagito con proteste e incendiando le coperte. Come ritorsione molte sono state torturate e minacciate di finire in isolamento.
Le poche notizie sulla protesta sono filtrate attraverso i familiari delle prigioniere.
Va comunque precisato che non sono solamente le donne curde a subire la violenza delle istituzioni iraniane. Secondo Iran Human Rights le donne giustiziate dal regime di Teheran dal 2010 al 2021 sono state almeno 164 (comprese alcune minorenni). Un numero alquanto inferiore rispetto a quello delle prigioniere politiche giustiziate nei primi anni della soidisant “rivoluzione” islamista (anche se non si è mai potuto accertarne il totale). Solo nel 2020 delle 16 donne giustiziate nel mondo, ben 9 (più della metà) sono state impiccate in Iran. Fermo restando che presumibilmente i media iraniani riportano soltanto il 30% delle esecuzioni tacendo sulle rimanenti (soprattutto se si tratta di donne) e che per le donne (e per quelle curde in particolare) non esiste parità di diritti civili rispetto agli uomini. Tantomeno uguaglianza in campo legislativo.
Inoltre è stato possibile documentare che la maggioranza delle donne rinchiuse nel braccio della morte delle carceri iraniane provengono da situazione di emarginazione, sottoposte – oltre che al patriarcato – a discriminazione, disuguaglianze, povertà.
Emblematico il caso di Hourieh Sabahi. Madre di cinque figli (di cui uno disabile), abbandonata dal marito. Quando venne giustiziata per presunto spaccio di droga, i suoi familiari non avevano nemmeno il denaro sufficiente per seppellirla.
E secondo IHR non si tratterebbe di un caso isolato. Altro tabù che evidentemente la società civile iraniana non ha ancora adeguatamente affrontato è quello dei matrimoni forzati. Tra le donne giustiziate nel periodo 2010-2021 almeno sei erano “spose bambine” mentre Safieh Ghafouri era una sposa offerta da una tribù ad un’altra per placare una faida sanguinosa.
Per la donna, anche se maltrattata, non esiste possibilità autonoma di divorzio. Con tali premesse non appare casuale che quasi il settanta per cento dei casi di omicidio per mano femminile siano contro un marito (compresi quelli dei “matrimoni temporanei”). Altra questione su cui non si vuole indagare è quello dei casi di pazzia (una evidente attenuante se venisse presa in considerazione).
Molte condanne derivano da accuse legate agli stupefacenti, ma non sempre appaiono plausibili. Sono state accusate di spaccio anche persone arrestate nel corso di proteste e manifestazioni. Zahra Bahrami, 46 anni, era stata incarcerata per le proteste del 2009 e inizialmente condannata per “moharebeh” (inimicizia contro Dio). Successivamente venne torturata per costringerla a confessare inesistenti reati legati alla droga e giustiziata nel gennaio 2011.
Numerose – dicevo – le condanne per omicidio, considerato tale anche quando la donna si era difesa da uno stupro (come nel caso di Reyhaneh Jabbari di 26 anni, torturata perché si autoaccusasse e giustiziata il 25 ottobre 2014). Altre condanne per “inimicizia contro Dio (moharebeh) o per “attentato alla sicurezza dello stato” (sia che si tratti di proteste, azioni di guerriglia o spionaggio).
Gran parte delle confessioni (in genere l’unica prova a carico dell’imputato) verrebbero, secondo IHR, estorte con la tortura.
Inoltre spesso nel corso della fase investigativa non si consente alla persona accusata di parlare con un avvocato. Senza dimenticare (a ulteriore conferma della sostanziale subalternità della donna nella società iraniana) che nei casi relativi alle aggressioni e all’omicidio le testimonianze di una donna sono ritenute di scarso valore. Oltre a quella di Reyhaneh Jabbari (già citata) qualche altra vicenda risulta particolarmente odiosa.
Nell’ottobre del 2018 è stata giustiziata Zeinab Sakamvand (ne avevamo parlato anche qui); sposa bambina, minorenne all’epoca della morte del marito e ripetutamente vittima di stupro da parte del cognato (che lei accusava di essere il vero omicida). Prima di impiccarla le autorità avevano atteso che mettesse al mondo il figlio (poi nato morto) concepito in carcere. Per i carcerieri sarebbe stato il frutto di una relazione con un detenuto, ma non si può escludere che fosse stata violentata.
Soffriva invece di malattia mentale Zeinab Khodamorad, giustiziata nel dicembre 2020. Portata via dall’ospedale subito dopo un parto dal marito (nonostante il parere contrario dei medici) dopo qualche giorno aveva ucciso il figlio.
Vittima di abusi domestici da parte di un marito che non le volle concedere il divorzio, Maryam Karini ha trascorso 13 anni nel braccio della morte prima di essere impiccata nel marzo di quest’anno. Nel caso dei prigionieri politici (numerosi come abbiamo visto i curdi) in genere vengono accusati di “attentato alla sicurezza dello stato” e la condanna a morte può dipendere da “inimicizia contro Dio” (moharéebeh), “corruzione sulla terra” (efsad-fil-arz), “ribellione armata” (baghy) e spionaggio.
Emblematica la vicenda della militante curda Shirin Alamhooli. Arrestata nel 2008, in quanto membro del PJAK era stata condannata dal tribunale “rivoluzionario” per moharéebeh. Non parlava il farsi e quindi non aveva potuto nemmeno difendersi nel corso del processo. Nelle lettere scritte dal carcere di Evin aveva raccontato le torture a cui venne sottoposta per mesi. Venne giustiziata nel maggio del 2010.
PAKISTAN: TERRORISMO DI MARCA SETTARIA O STRATEGIA DELLA TENSIONE?
Gianni Sartori
Sempre più spesso ci tocca consatare come molte lotte di natura indipendentista (di “liberazione”) vengano strumentalizzate (degenerando rispetto alle rivendicazioni originarie) per qualche “regolamento di conti” tra le varie potenze regionali. Forse è anche il caso del Belucistan
Per cui appare arduo collocare i recenti massacri di natura settaria perpetrati in Pakistan da un presunto (soidisant…?) Fronte di Liberazione del Belucistan.
Quantomeno bisogna ricordare altri avvenimenti, non necessariamente collegati, ma in qualche modo “sincronici”.
Dalla ribellione innescata dai giovani in Bangladesh che ha portato alla cacciata e fuga (in India) della prima ministra Sheikh Hasina (e sui cui aleggia – così come aleggiava sulla defenestrazione nel 2022 del leader pakistano Imran Khan e del suo PTI – il sospetto di “rivoluzione colorata”, manovrata fomentando anche movimenti islamisti) alla recente visita del leader indiano Shri Narendra Modi a Kiev interpretata come una “andata a Canossa” per espiare (dopo la tirata d’orecchi di Washington) in qualche modo l’eccesso di equidistanza (pendente verso Mosca) nella guerra tra Russia e Ucraina. Osservando quel che accade in Pakistan e in Bangladesh si deve sempre tener conto di un possibile ruolo dell’India (e viceversa). Non solo quando si tratta del conteso Kashmir, ma anche per la regione del Punjab (divisa in due dalla frontiera indo-pakistana).
E poi, dato che qui si parla di Belucistan, non si può trascurare ovviamente l’Iran. Se il Belucistan “pakistano” costituisce circa il 48% del Paese (la più vasta provincia del Pakistan con ben 347.190 km²), in Iran (province di Sīstān e Balūcistān) arriva a coprire 181.785 km² del territorio (a cui va aggiunta una piccola porzione delle aree meridionali dell’Afghanistan). E come in Pakistan, ormai da decenni anche le province iraniane di Sīstān e Balūcistān sono percorse da fermenti separatisti dei Beluci.
Il 16 febbraio di quest’anno Teheran aveva bombardato con aerei e droni il territorio pakistano per colpire le basi di un gruppo separatista del Belucistan Jaish ul-Adl. Gruppo considerato salafita e jihadista e già noto in quanto responsabile nel 2019 dell’uccisione di 27 membri del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica.
L’operazione iraniana sul territorio pakistano era avvenuta a un giorno di distanza da un’altra analoga condotta in Irak.
Entrambe come risposta agli attacchi rivendicati dallo Stato islamico a Kermal (3 gennaio 2024) e a quello di Rask del 15 dicembre 2023 (undici poliziotti uccisi) rivendicato da Jaish ul-Adl.
Ovviamente il Pakistan aveva protestato vigorosamente per questa violazione dello spazio aereo. Accusando l’Iran di aver provocato la morte di alcuni bambini.
Insomma un bel casino, un groviglio. Non contate comunque su chi scrive per sbrogliare il bandolo della matassa.
Cerco solo di “contestualizzare” quanto è avvenuto nel Belucistan “pakistano” alla fine di agosto.
Questi i tragici eventi.
Il 26 agosto oltre una ventina di persone (23 quelle accertate, per la maggior parte originarie del Punjab) sono state uccise nel distretto di Musakhail (sud-ovest del Pakistan, Belucistan).
Stando alle rivendicazioni, i responsabili dell’eccidio appartengono a un gruppo di separatisti beluci, il BLA (Baloch Liberation Army). Una trentina di terroristi avevano installato posti di blocco lungo l’autostrada costringendo a scendere i passeggeri di una ventina di autobus e di alcuni camion e furgoni (poi incendiati). Dopo averne controllato i documenti e l’identità, avevano aperto il fuoco.
In un’altro attacco (sempre nella nella provincia di Monday), evidentemente coordinato con il primo, una quindicina di persone, ugualmente provenienti dal Punjab, venivano assassinate.
In un comunicato il BLA aveva rivendicato il grave atto terroristico sostenendo che in realtà sarebbero stati uccisi “soldati in abiti civili” in quanto “la lotta è contro l’esercito pakistano occupante”.
Una presa di posizione poco convincente se pensiamo ad altri episodi simili.
Come in aprile quando, nei pressi della città di Naushki, una decina di lavoratori provenienti dal Punjab (e impiegati nell’estrazione delle risorse minerarie), dopo essere stati fatti scendere, venivano ammazzati brutalmente.
Nelle ore immediatamente precedenti il gruppo separatista aveva assaltato anche una caserma nei pressi di Kalat uccidendo sei agenti e quattro civili. Inoltre erano stati distrutti con l’esplosivo alcuni tratti della rete ferroviaria.
Da un comunicato del ministro dell’Interno Mohsin Naqvi si è poi appreso che le forze dell’ordine avevano ucciso una dozzina di miliziani (mentre altre fonti dell’esercito pachistano parlavano di una ventina).
Alla fine le vittime complessive (compresi militari e miliziani beluci) superavano come minimo la settantina.
Gianni Sartori (30-8-2024)
https://centrostudidialogo.com/2024/10/13/asia-opinioni-azione-terroristica-in-belucistan-contro-lavoratori-immigrati-di-gianni-sartori/
ALEPPO IN MANO AI MERCENARI JIHADISTI DI ANKARA
Gianni Sartori
Ha resistito cinque giorni Rusil Mohammed Khalaf alle gravi lesioni riportate per un bombardamento dell’artiglieria turca. La tredicenne è deceduta venerdì 29 settembre nell’ospedale di Aleppo dove era stata trasportata dal suo villaggio, Helîsa (distretto di Fafîn).
Qui, nel bombardamento del 24 novembre, erano rimaste ferite una mezza dozzina di persone, tra cui tre bambini. Un altro dei feriti, un uomo di 44 anni, è ugualmente deceduto dopo il ricovero in ospedale.
Il villaggio dove viveva Rusil sorge circa 20 chilometri a sud-est da Tel Rifat e 15 a nord di Aleppo. Fa parte del cantone di Afrin-Shehba amministrato dall’AANES (Amministrazione autonoma del Nord e dell’est della Siria). Qui, dopo l’invasione turca del 2018, si sono rifugiate migliaia di persone. Finora una sorta di enclave di interposizione (difficile definirla “zona smilitarizzata”, meglio no man’s land) tra i territori controllati dal regime di Damasco e quelli occupati da Ankara e dai suoi mercenari. Comunque obiettivo costante di bombardamenti.
Nel frattempo, da venerdì 29 novembre, le bande armate di Hayat Tahrir al-Sham e altre fazioni islamiste cominciavano ad entrare in Aleppo. Completando un’operazione contro l’esercito di Damasco avviata il 26 novembre e divenuta incalzante, irrefrenabile nella notte del 27 (utilizzando anche l’abituale metodo dell’auto-bomba contro i posti di blocco governativi). Incontrando scarsa resistenza da parte dei militari siriani (si è parlato di trattative accomodanti) e determinando l’evacuazione degli abitanti da alcuni quartieri.
Stando a quanto viene riportato da fonti curde “molte persone che vivono nelle zone di Aleppo finora controllate dal regime di Damasco si rifugiano nei quartieri di Şêxmeqsud e Eşrefiyê gestiti dall’AANES” e sotto la protezione delle Forze Democratiche Siriane (Hêzên Sûriya Demokratîk). Alcune associazioni di autisti si si stanno prodigando inviando decine di autobus per consentire ai cittadini di Aleppo di spostarsi in aree più sicure. Così come altri mezzi sono stati inviati a Raqqa. L’operazione umanitaria si svolge con la collaborazione dell’AANES e una ventina di autobus sarebbero già partiti da Aleppo portando in salvo gruppi di studenti.
Il 30 novembre comunque la notizia è diventata ufficiale (v. i comunicati di ANHA News). Gran parte di Aleppo si trova ormai sotto il controllo di Hayat Tahrir Al Sham. In particolare: Bustan El Qesir, Kelasê, Ferdos, Qesîle, la cittadella di Aleppo e dintorni, i quartieri di Cemîliye, Bustan Zehara, Selahedîn, Heleb El Cedîde, El Feyd, parte dei distretti di Rashidîn, Ramûsa, Hemdaniye, Pîşesazi, Mîrîdiyane di Bab Neyreb. Probabilmente anche i quartieri di Eziziye e Suryan.
Stando alle immagini fin qui diffuse, i mercenari sembrano ostentare anche simboli dell’Isis.In un comunicato delle Forze Democratiche Siriane si avverte che “gli attacchi contro la regione del nord e dell’est della Siria sono penetrati in profondità”. Aggiungendo che la cosa era altamente prevedibile in quanto i preparativi erano in corso da tempo. Intanto una ventina di civili hanno perso la vita (molti di più i feriti) a causa di un bombardamento. Gli aerei – forse russi – avevano colpito la folla assiepata nei pressi della rotatoria di Al-Basil. Complessivamente le vittime (tra civili e combattenti) dei primi quattro giorni di questa operazione militare tra Idlib e Aleppo sarebbero almeno 327.
E pensare che è almeno dal 2018 (assalto a Afrin) che le bande jihadiste ex (ex ? mah?!?) Al-Qaida imperversano, ammazzano, saccheggiano, stuprano…sotto la supervisione di Ankara che nei territori da cui i curdi son dovuto fuggire costruisce insediamenti. Per poi due anni fa riprendere alla grande gli attacchi sia sul terreno che dal cielo (aviazione turca ovviamente).
Ma nessuno diceva niente, forse per non disturbare Erdogan…
Non so se ora la situazione gli sia sfuggita di mano e i tagliagole fascio-islamici si muovano autonomamente.
Oppure, semplicemente, per Erdogan sia arrivato il momento di regolare i conti con i curdi una volta per tutte…
Vedremo…
Ma chi sono i miliziani di Hayat Tahrir al-Sham?
HTS è una formazione jihadista (classificata come terrorista dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu) che da qualche tempo controlla la regione di Idlib (nord-est della Siria). E’ composta da vari gruppi islamisti tra cui l’ex (ex ?) Al Qaeda Nusra (ribattezzata nel 2016 Fateh al-Sham). La sua influenza – con la tacita approvazione della Turchia – si va estendendo in buona parte del nord della Siria mentre contemporaneamente tenta di riciclarsi con un’immagine pubblica meno repulsiva (ma stando alle informazioni fin qui circolate a Idlib vige un regime teocratico totalitario). Tra l’altro uno dei responsabili del mancato attentato di Monaco era legato a HTS.
Gianni Sartori
SIRIA: IL ROJAVA NON RICONOSCE IL GOVERNO DI DAMASCO
Gianni Sartori
L’ACCORDO TRA GOVERNO E AMMINISTRAZIONE AUTONOMA E’ GIA’ LETTERA MORTA?
Un paio di settimane fa l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est (Rêveberiya Xweser a Bakur û Rojhilatê Sûriyey) aveva sottoscritto un accordo con Aḥmad Ḥusayn al-Sharaʿ(già al-Jūlānī), principale esponente del nuovo governo in Siria, sostanzialmente costituito dalla coalizione islamista Hayat Tahrir al-Sham (HTS, in passato membro dello Stato islamico e di Al-Qaïda).
Un impegno che prevedeva l’integrazione delle proprie istituzioni nello Stato siriano (nel quadro di un generale processo di ricomposizione e unificazione del Paese).
Ma al momento le cose non sembrano procedere e gli accordi potrebbero risultare lettera morta. Tanto che i curdi (15% della popolazione in Siria) vanno già esprimendo perplessità e muovendo critiche.
In particolare sulla dichiarazione costituzionale che attribuisce al presidente i pieni poteri almeno per cinque anni.
Ed è l’Amministrazione autonoma stessa che – il 30 marzo – ha contestato la legittimità del governo annunciato perché “assomiglia troppo al precedente (quello di Assad nda), in quanto sembra non tener conto della diversità siriana”.
“Un governo – prosegue il comunicato – che non rifletta la diversità e la pluralità del paese non potrà gestire correttamente la Siria”.
Anzi, amministrazioni del genere non fanno altro che “aggravare la crisi, creando nuove difficoltà invece di risolvere le cause profonde del problema”.
Dato che “la ripetizione degli errori del passato non farà altro che aggravare le sofferenze del popolo siriano e non porterà mai a una soluzione politica globale” i rappresentanti dell’Amministrazione autonoma dichiarano pubblicamente di non sentirsi “tenuti all’applicazione e all’esecuzione delle decisioni emesse da questo governo”.
Continuando invece a operare per la costruzione di una Siria “comune e democratica in cui tutti i cittadini godano dei medesimi diritti” e dove nessun gruppo o etnia possa “monopolizzare il potere”.
Mentre invece deve essere garantita “la partecipazione di tutti al processo politico”.
Messaggio chiaro che appariva come l’immediata risposta al discorso pronunciato il 29 marzo da Ahmad al-Chareh con cui ribadiva la volontà di “edificare uno Stato forte e stabile”.
In realtà i vari ministeri sono in larga maggioranza in mano agli arabi sunniti (e a quanto pare molti posti chiave ai familiari di Ahmad al-Chareh). Ci sarebbe anche un ministro curdo, ma – non certo casualmente – è stato scelto al di fuori del Rojava.
Dalla Germania arriva un appello della Società internazionale per i diritti dell’uomo (Internationale Gesellschaft für Menschenrechte, IGFM), denso di preoccupazione per quanto potrebbe ancora accadere in Siria ai danni delle minoranze (alauiti, curdi, cristiani, drusi…). Di fronte all’aumento della violenza settaria, alla diffusione delle squadre di vigilantes, all’inesorabile islamizzazione (con l’introduzione definitiva della sharia). A scapito ovviamente dei diritti umani.
Ricordando il recente massacro subito dalla comunità alauita (secondo l’IGFM le vittime sarebbero oltre duemila) e le violenze in aumento (arresti arbitrari, esecuzioni sommarie, sequestri…) contro le minoranze religiose o etniche.
Riguardo alla progressiva islamizzazione, l’IGFM ha ricordato sia le croci distrutte sulle tombe, sia la proibizione di mangiare e fumare in pubblico imposto a tutti duranti il Ramadan, sia la severa sepazione tra donne e uomini nelle scuole e nei trasporti pubblici.
Legittimo quindi temere che in realtà HTS aspiri alla realizzazione di uno Stato islamista con una legislazione fondata sulla sharia.
Fondate preoccupazioni anche per la situazione economica. Salari e pensioni non verrebbero versati da mesi e il prezzo dei generi alimentari sono in forte aumento. Inoltre per ampi strati della popolazione l’accesso all’elettricità rimane alquanto problematico.
Nel frattempo Aḥmad Ḥusayn al-Sharaʿ cerca sostegno internazionale (e in parte sembra anche ottenerlo). Senza per questo trascurare, nel tentativo di consolidare il controllo del paese (o semplicemente per creare “diversivi, distrarre dai problemi interni) di attaccare, provocare le comunità minoritarie meno disposte all’assimilazione. Per esempio i villaggi sciiti sul confine.
Sperando forse di provocare una risposta da parte di Hezbollah che fatalmente porterebbe a interventi non solo diplomatici da parte delle monarchie (sunnite) del Golfo.
Altri problemi sul fronte meridionale con le infiltrazioni israeliane che al momento sembrano aver conseguito un primo risultato.
La divisione interna dei drusi di Sweida, tra chi auspica una “normalizzazione” dell’occupazione israeliana e coloro che invece sono disposti a dialogare con HTS.
Gianni Sartori
SIRIA: IL ROJAVA NON RICONOSCE IL GOVERNO DI DAMASCO
Gianni Sartori
L’ACCORDO TRA GOVERNO E AMMINISTRAZIONE AUTONOMA E’ GIA’ LETTERA MORTA?
Un paio di settimane fa l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est (Rêveberiya Xweser a Bakur û Rojhilatê Sûriyey) aveva sottoscritto un accordo con Aḥmad Ḥusayn al-Sharaʿ(già al-Jūlānī), principale esponente del nuovo governo in Siria, sostanzialmente costituito dalla coalizione islamista Hayat Tahrir al-Sham (HTS, in passato membro dello Stato islamico e di Al-Qaïda).
Un impegno che prevedeva l’integrazione delle proprie istituzioni nello Stato siriano (nel quadro di un generale processo di ricomposizione e unificazione del Paese).
Ma al momento le cose non sembrano procedere e gli accordi potrebbero risultare lettera morta. Tanto che i curdi (15% della popolazione in Siria) vanno già esprimendo perplessità e muovendo critiche.
In particolare sulla dichiarazione costituzionale che attribuisce al presidente i pieni poteri almeno per cinque anni.
Ed è l’Amministrazione autonoma stessa che – il 30 marzo – ha contestato la legittimità del governo annunciato perché “assomiglia troppo al precedente (quello di Assad nda), in quanto sembra non tener conto della diversità siriana”.
“Un governo – prosegue il comunicato – che non rifletta la diversità e la pluralità del paese non potrà gestire correttamente la Siria”.
Anzi, amministrazioni del genere non fanno altro che “aggravare la crisi, creando nuove difficoltà invece di risolvere le cause profonde del problema”.
Dato che “la ripetizione degli errori del passato non farà altro che aggravare le sofferenze del popolo siriano e non porterà mai a una soluzione politica globale” i rappresentanti dell’Amministrazione autonoma dichiarano pubblicamente di non sentirsi “tenuti all’applicazione e all’esecuzione delle decisioni emesse da questo governo”.
Continuando invece a operare per la costruzione di una Siria “comune e democratica in cui tutti i cittadini godano dei medesimi diritti” e dove nessun gruppo o etnia possa “monopolizzare il potere”.
Mentre invece deve essere garantita “la partecipazione di tutti al processo politico”.
Messaggio chiaro che appariva come l’immediata risposta al discorso pronunciato il 29 marzo da Ahmad al-Chareh con cui ribadiva la volontà di “edificare uno Stato forte e stabile”.
In realtà i vari ministeri sono in larga maggioranza in mano agli arabi sunniti (e a quanto pare molti posti chiave ai familiari di Ahmad al-Chareh). Ci sarebbe anche un ministro curdo, ma – non certo casualmente – è stato scelto al di fuori del Rojava.
Dalla Germania arriva un appello della Società internazionale per i diritti dell’uomo (Internationale Gesellschaft für Menschenrechte, IGFM), denso di preoccupazione per quanto potrebbe ancora accadere in Siria ai danni delle minoranze (alauiti, curdi, cristiani, drusi…). Di fronte all’aumento della violenza settaria, alla diffusione delle squadre di vigilantes, all’inesorabile islamizzazione (con l’introduzione definitiva della sharia). A scapito ovviamente dei diritti umani.
Ricordando il recente massacro subito dalla comunità alauita (secondo l’IGFM le vittime sarebbero oltre duemila) e le violenze in aumento (arresti arbitrari, esecuzioni sommarie, sequestri…) contro le minoranze religiose o etniche.
Riguardo alla progressiva islamizzazione, l’IGFM ha ricordato sia le croci distrutte sulle tombe, sia la proibizione di mangiare e fumare in pubblico imposto a tutti duranti il Ramadan, sia la severa sepazione tra donne e uomini nelle scuole e nei trasporti pubblici.
Legittimo quindi temere che in realtà HTS aspiri alla realizzazione di uno Stato islamista con una legislazione fondata sulla sharia.
Fondate preoccupazioni anche per la situazione economica. Salari e pensioni non verrebbero versati da mesi e il prezzo dei generi alimentari sono in forte aumento. Inoltre per ampi strati della popolazione l’accesso all’elettricità rimane alquanto problematico.
Nel frattempo Aḥmad Ḥusayn al-Sharaʿ cerca sostegno internazionale (e in parte sembra anche ottenerlo). Senza per questo trascurare, nel tentativo di consolidare il controllo del paese (o semplicemente per creare “diversivi, distrarre dai problemi interni) di attaccare, provocare le comunità minoritarie meno disposte all’assimilazione. Per esempio i villaggi sciiti sul confine.
Sperando forse di provocare una risposta da parte di Hezbollah che fatalmente porterebbe a interventi non solo diplomatici da parte delle monarchie (sunnite) del Golfo.
Altri problemi sul fronte meridionale con le infiltrazioni israeliane che al momento sembrano aver conseguito un primo risultato.
La divisione interna dei drusi di Sweida, tra chi auspica una “normalizzazione” dell’occupazione israeliana e coloro che invece sono disposti a dialogare con HTS.
Gianni Sartori