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Incontri tecnici, gesti innocui: così la legittimazione dei talebani avanza senza clamore

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CISDA Redazione 7 febbraio 2026

Si chiude senza sorprese l’ultima edizione del “Processo di Doha”: le parti hanno ribadito posizioni già espresse, senza aperture dei talebani su diritti umani e inclusività, né segnali di concessione o riconoscimento ufficiale da parte dell’ONU.

Non sorprende l’assenza di una dichiarazione ufficiale congiunta con i talebani al termine degli incontri: l’unico terreno di convergenza è stato il tavolo tecnico sulla lotta alla droga, chiuso il 4 febbraio con un accordo limitato al compiacimento per la riduzione della produzione di papavero dichiarata dai talebani – che hanno inoltre affermato senza esitazioni che in Afghanistan non verrebbe prodotta la droga sintetica che ha ormai inondato i mercati mondiali. 

La Sottosegretaria Generale dell’ONU per gli Affari Politici e la Costruzione della Pace, Rosemary DiCarlo, stavolta si è recata a Kabul per incontrare i talebani nell’ambito della continuazione del dialogo internazionale guidato dalle Nazioni Unite per l’interazione tra talebani, ONU e comunità internazionale, il cosiddetto Doha 3.

In particolare ha incontrato il ministro degli Esteri Amir Khan Muttaqi e il ministro dell’Interno Sirajuddin  Haqqani, ma anche diplomatici presenti a Kabul, rappresentanti della società civile afghana e donne che lavorano per le Nazioni Unite. 

L’UNAMA, la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan, ha diffuso un comunicato in cui ribadisce la continuità dell’impegno diplomatico e del dialogo nel quadro del “Processo di Doha”. Nel testo si riferisce inoltre che Rosemary DiCarlo ha espresso profonda preoccupazione per le restrizioni imposte alle donne in Afghanistan, in particolare per le limitazioni all’accesso all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione alla vita pubblica, nonché per il divieto imposto al personale femminile afghano di lavorare per le Nazioni Unite. DiCarlo ha quindi esortato le autorità talebane a revocare immediatamente tali misure e a rispettare i diritti fondamentali delle donne e delle ragazze. 

Inoltre, ha esortato i talebani a rimuovere ogni ostacolo al passaggio dell’assistenza umanitaria e a cooperare con le agenzie delle Nazioni Unite affinché gli aiuti raggiungano senza interferenze le popolazioni in stato di bisogno. Ha quindi ribadito la necessità di mantenere aperto e operativo il dialogo diplomatico nel quadro del “Processo di Doha”, sollecitando una partecipazione concreta dei talebani, in particolare nei gruppi di lavoro tecnici sulla lotta alla droga e sul settore privato. Ha definito il dialogo costante come vantaggioso per tutte le parti interessate coinvolte nel futuro dell’Afghanistan, e ha invitato i talebani ad adempiere agli obblighi internazionali.

Infine ha confermato l’intenzione di convocare una quarta riunione del Processo di Doha, ma senza concedere legittimità politica formale ai talebani.

Da parte loro, le fonti riferiscono che Muttaqi ha rivendicato l’operato politico del suo governo, soffermandosi in particolare sulle misure di sicurezza adottate e sulla gestione dei rifugiati. Ha inoltre ribadito la richiesta alle Nazioni Unite di adoperarsi per la revoca delle sanzioni bancarie imposte all’Afghanistan e di facilitare lo sblocco dei beni afghani congelati dagli Usa. 

Una situazione di stallo

Le trattative sembrano ormai in una situazione di stallo. È lecito chiedersi chi continui davvero a credere nei negoziati e chi li ritenga ancora uno strumento efficace per condizionare le scelte politiche dei talebani. Di certo non la Russia, che ha già riconosciuto il governo talebano; né l’India, la Cina e gli altri Paesi dell’area e del Medio Oriente, che hanno aperto canali diplomatici con Kabul senza mai ritenere prioritario il riconoscimento dei diritti delle donne o l’inclusività del governo come prerequisito per l’avvio di relazioni economiche e politiche con l’esecutivo de facto.

Ma lo scetticismo non sembra riguardare solo questi attori. Nell’ultimo anno, anche alcuni Paesi europei e la stessa Unione europea hanno progressivamente e più o meno apertamente cercato un dialogo diretto e forme di apertura diplomatica verso i talebani, soprattutto con l’obiettivo di contenere i flussi migratori. Analogamente, gli Stati Uniti, pur rivendicando pubblicamente il blocco dei finanziamenti per evitare di sostenere indirettamente un regime considerato terrorista, hanno comunque avviato contatti e intese con i talebani per ottenere la liberazione e lo scambio di prigionieri.

Tutte queste iniziative unilaterali fanno pensare che molti Paesi nutrano scarsa fiducia nella capacità del Processo di Doha e del Mosaico di pace di influenzare le decisioni dei talebani, spingendoli verso aperture sui diritti e sulla democrazia.  La recente introduzione del Codice penale talebano, che istituzionalizza la schiavitù, la divisione in caste e il rifiuto di qualsiasi religione o corrente diversa dall’interpretazione hanafita, rappresentando un ulteriore duro colpo alla speranza di moderare il fondamentalismo dei talebani. 

Anche sulla capacità dell’UNAMA di «promuovere l’obiettivo di un Afghanistan sicuro, stabile, prospero e inclusivo» attraverso il dialogo con le autorità al potere e la gestione dell’assistenza umanitaria, come previsto dalla Valutazione Indipendente commissionata dal Consiglio di Sicurezza e diventata, dal dicembre 2023, la linea guida della strategia politica dell’ONU per l’Afghanistan, persistono molti dubbi, persino tra i membri del Consiglio stesso, che avanzano proposte di cambiamento. 

Nel frattempo, però, il meccanismo non si ferma: il carrozzone procede comunque e già si parla di organizzare il Doha 4 a Kabul. Pur senza un riconoscimento ufficiale del governo talebano, il passo verso una legittimazione de facto sembra avvicinarsi sempre di più. 

Riconoscimento soft

Mentre cresce la pressione affinché i talebani e il loro governo siano chiamati a rispondere delle proprie azioni, e proprio in questi giorni gli esperti del Consiglio dei diritti umani dell’ONU hanno invitato gli Stati a dare voce alle donne afghane e a sostenerne attivamente l’inclusione del reato di Apartheid di genere nel Trattato per la prevenzione e la repressione dei crimini contro l’umanità che nei prossimi mesi entrerà in una fase cruciale, gli Stati “democratici” occidentali e l’UE procedono invece a piccoli passi diplomatici verso un pericoloso riconoscimento di fatto. 

 Tutto avviene tramite la normalizzazione dei contatti e le interazioni apparentemente “tecniche”: incontri di lavoro che si moltiplicano, gesti protocollari insignificanti, immagini ufficiali, pratiche operative che, con il tempo e la ripetizione, assumono più peso delle dichiarazioni ufficiali. Una sequenza di gesti minori e apparentemente neutri che scavalcano le cautele verbali dietro cui si mascherano i diplomatici.

È un riconoscimento soft, perciò non allarma né i politici – sempre distratti da altre emergenze – né l’opinione pubblica internazionale, che non ne viene informata dai media e non percepisce scandalo. Una gestione  dei rapporti volutamente ambigua, che finisce per produrre effetti politici sostanziali senza che nessuno sembri accorgersene.

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