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«La Turchia cerca di far saltare l’accordo tra Damasco e Daanes»

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Il manifesto, 27 dicembre 2025, di Tiziano Saccucci

Siria Parla Salih Muslim, tra le più autorevoli personalità della Siria del nord-est: «Ankara punta a fare pressione sui curdi, sulle Sdf e sull’autonomia affinché si arrendano. Ci accusano di legami con Israele che non abbiamo»

«Coloro che incitano i nostri fratelli arabi a uccidere i curdi non sono a conoscenza del fatto che in questi 14 anni il sangue dei nostri martiri arabi è diventato uno con il sangue curdo – ha dichiarato Sipan Hamo, comandante di alto rango delle Forze della Siria Democratica (Sdf), rispondendo alle voci su un’ulteriore escalation nel Nord-Est – Non puntate sulla discordia; presto ci vedrete a Damasco, insieme ai leader arabi e curdi: guideremo la Siria verso stabilità e democrazia, fianco a fianco con alawiti, sunniti, drusi, cristiani e tutte le altre componenti».

DIETRO LE PAROLE rassicuranti dei dirigenti curdi, tuttavia, si muove una partita più ampia delle semplici voci. Nelle ultime settimane, figure e media vicini al governo di transizione siriano hanno inasprito i toni contro l’Amministrazione autonoma democratica del Nord-Est (Daanes), accusata di non rispettare l’accordo del 10 marzo firmato dal comandante generale delle Sdf, Mazloum Abdi, e dal presidente ad interim Ahmed al-Shaara. Secondo Damasco, la scadenza sarebbe imminente: fine anno.

«L’ultimo degli otto articoli dice che le parti cercheranno di applicarlo entro quest’anno: ma non c’è una scadenza, può essere prorogato», spiega al manifesto Salih Muslim, dirigente del Partito dell’Unione democratica (Pyd), una delle colonne dell’Amministrazione autonoma. «Finora il governo non ha voluto portarlo a termine a causa delle pressioni della parte turca. Ankara non era al tavolo quando l’accordo è stato firmato, nessuno l’ha consultata. Per questo cerca di bloccarlo in ogni modo».

La Turchia lega l’intesa (che prevede l’integrazione delle Sdf nell’apparato militare statale) allo scioglimento dell’intera struttura amministrativa nata dalla rivoluzione del Rojava. Ipotesi che l’Autonomia respinge. Pochi giorni fa è avvenuta l’ennesima visita a Damasco del ministro degli esteri turco Hakan Fidan. Poche ore dopo i quartieri curdi di Aleppo sono tornati teatro di scontri tra milizie controllate da Ankara, ora integrate nell’esercito siriano, forze governative e unità di sicurezza interna della Daanes. Proseguiti a intermittenza fino a sabato.

«IL TEMPISMO di quanto è accaduto a Sheikh Maqsoud e della visita di Hakan Fidan, insieme al ministro della difesa e al capo dell’intelligence, non è casuale – continua Muslim – Sono venuti per discutere l’attuazione dell’accordo del 10 marzo: esistevano proposte delle Sdf e una risposta del governo. Ora vogliono cambiarla». Secondo il dirigente del Pyd, Ankara punta a «fare pressione sui curdi, sulle Sdf e sull’amministrazione affinché si arrendano», a prescindere dalle intenzioni di Damasco.

Aleppo, del resto, è stata fin dall’inizio un banco di prova per l’integrazione. Ad aprile i primi accordi tra i rappresentanti dei quartieri autogestiti e il governo di transizione avevano portato al ritiro delle Sdf e alla creazione di checkpoint congiunti fra le forze di sicurezza di Damasco e quelle della Daanes: il bersaglio ideale, dunque, per chi punta a far deragliare il dialogo.

Nella conferenza stampa finale, Fidan è arrivato ad accusare le Sdf di bloccare l’intesa con l’appoggio di Israele. Un’accusa respinta: «Lo abbiamo già detto molte volte: non abbiamo rapporti con gli israeliani. Stanno solo cercando di collegarci a Israele per colpirci davanti ai musulmani, in Turchia e altrove. Lo fanno per i loro problemi interni».

IN QUESTO QUADRO, la strategia dell’Amministrazione autonoma guarda a un consenso più largo, oltre le linee etniche e confessionali. «Attraverso il Consiglio democratico siriano abbiamo relazioni con altre comunità. Siamo presenti nelle aree alawite e druse, persino nella diaspora europea», spiega Muslim. Il riferimento è al lavoro di rete, agli aiuti umanitari inviati verso la costa, a Suwayda e perfino a Idlib: «Nonostante la presenza di gruppi jihadisti, abbiamo alcuni contatti molto buoni con la popolazione».

Anche il fronte curdo, dopo anni di divisioni, appare meno frammentato: «Tutti i curdi, personalità, partiti e istituzioni, si sono riuniti il 26 aprile e hanno concordato una quindicina di punti per risolvere la questione curda in Siria. Il fronte è pronto». La chiave rimane il radicamento sociale dell’esperienza di autogoverno: «Le persone nelle nostre zone cercano di migliorare la propria vita. Vogliono una Siria democratica perché si considerano parte di questo Paese. Ed è giusto così. È ciò che stiamo tentando di costruire».

«Nonostante pressioni, guerra e attacchi, la nostra regione è tra le più sicure della Siria – conclude Salih Muslim – Naturalmente, tutti vogliono che la situazione migliori ancora e lottano insieme affinché accada. A Sheikh Maqsoud, durante i bombardamenti, la gente è scesa in strada a ballare. Nessuno è fuggito. Le persone restano legate alla terra e difendono gli spazi di democrazia che hanno creato. Questo è ciò che vediamo».

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