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Tag: Curdi

Louis Perez racconta il “diario” di Denise Bilgin sulla resistenza a Kobanê (*)

labottegadelbarbieri.org 24 maggio 2026

«Per molti anni la città ebbe due nomi diversi. Nella lingua parlata da chi viveva lì è Kobanê… nei documenti ufficiali è Ayn al Arab, l’occhio degli arabi». Uno dei luoghi in cui più si è combattuto durante l’assedio di Kobanê è il cartello di benvenuto in città, finalmente scritto in curdo. Quando l’Isis prevalse il cartello fu portato in salvo, come un simbolo, da una postazione all’altra: «a volte nel fango di una trincea, altre in una casa distrutta o sulle spalle di un combattente». Dopo la liberazione tornò al suo posto. Potenza dei simboli.

Si combatte a Kobanê fra le macerie dal 14 settembre 2014 fino al 26 gennaio 2015 quando gli uomini senza colori (dello Stato Islamico) vengono cacciati. Per ognuno di quei giorni in guerra, casa per casa, Denise Bilgin racconta una storia.

La resistenza non fu solo dei curdi, finalmente uniti dopo che il loro Paese era stato spezzato in 4 parti. C’erano le altre minoranze (etniche e religiose) di quelle zone. E poi vennero da ogni parte del mondo – pochi ma decisi – a sostenere il loro sogno. A combattere l’Isis, la Turchia che l’armava e le superpotenze mondiali che restavano in silenzio, fingendosi neutrali. Così «tutto il mondo fu costretto a vedere Kobanê».

Avevano armi migliori gli uomini vestiti in nero eppure non vincevano. Ed erano terrorizzati dalle combattenti: se li avesse uccisi una donna non sarebbero potuti andare «in quel paradiso per cui avevano trasformato la terra in un inferno». E poi «lo zilgit li faceva diventare pazzi». Zilgit in turco o tilîlî in curdo: l’urlo fatto dalle donne muovendo la lingua velocemente in alto e in basso. «Un grido di battaglia, di vittoria e di felicità», insopportabile per i soldati dello Stato Islamico.

In mezzo a quella resistenza non ci sono eroi tutti di un pezzo. Eppure combattono fino all’ultimo. Ha finito i proiettili Revana ma si ricorda di una strana pioggia di nuvole e allora il suo corpo piove sui nemici..

C’é anche Karim, venuto dall’Italia. C’è Maria, dall’Argentina che cura i feriti. Chiseke dallo Zambia gioca con i bambini di Kobanê. Altri, in tutto il mondo, raccontano quello che accade. «Uno per uno, insieme hanno creato un mito». Una città magica rasformò in realtà i sogni di molte persone. Buttando giù confini e tabù.

Siteyra seppellisce i morti cospargendoli di chicchi: «i semi non muoiono mai, rinascono a primavera. Anche l’essere umano è così. Cade nella terra per iniziare una nuova vita»

(*) questa recensione è uscita – al solito: parola più, parola meno – sul numero di maggio del mensile «Le Monde Diplomatique» che, come sempre, è in edicola con il quotidiano «il manifesto».

sinistra PROGETTI DI AZIONE COMUNE TRA IL PJAK E IL PARTITO COMUNISTA DEL KURDISTAN IN IRAN

Brescia Anticapitalista, 19 maggio 2026, di Gianno Sartori

Mentre prosegue l’oscura vicenda della guerra, comunque illegale, contro l’Iran (senza spiragli convincenti nonostante le ventilate tregue), i curdi del Rojhilat (il Kurdistan orientale, entro i confini statali iraniani) non restano a guardare. Già l’anno scorso avevano intelligentemente rifiutato il ruolo di “ascari” che Washington intendeva attribuire loro: “Questa è una guerra di potere e interessi contrapposti, non una guerra di liberazione per i popoli e le nazioni (…) Il popolo iraniano non deve essere costretto a scegliere tra la guerra e l’accettazione di un regime dittatoriale”.

E intanto esplorano – o forse recuperano – nuove alleanze nella lotta di liberazione. Il 15 maggio si è tenuta una riunione tra il Partiya Jiyana Azad a Kurdistanê (PJAK, Partito per una Vita Libera in Kurdistan) e il Partito Comunista del Kurdistan in Iran. Convergendo sull’importanza di sviluppare una azione comune tra le varie forze politiche curde. In quanto “la lotta per la libertà la democrazia e i diritti delle donne in Kurdistan e in Iran continuerà” (come si legge nella dichiarazione finale congiunta).Si è poi raggiunto un comune accordo in merito all’attiva partecipazione delle donne nelle attività politiche e sociali. Un fattore ritenuto fondamentale nella “lotta contro la Repubblica Islamica e contro l’opposizione di destra”. Con un evidente riferimento ai sostenitori di Reza Pahlavi.

Altre riunioni sono previste tra le forze politiche corde al fine di sviluppare una efficace azione comune di lotta. Da parte del regime intanto vanno intensificandosi le operazioni repressive contro le minoranze etniche e religiose. Particolarmente sulla popolazione curda (appunto nel Rojhilat). Solo negli ultimi quattro-cinque giorni vengono segnalati decine di arresti, sparizioni, detenzioni tenute segrete e anche l’accelerazione delle esecuzioni sommarie. Sia nel Rojhilat che nei territori del Belucistan iraniano.

Tra le persone sottoposte a sbrigative esecuzioni capitali: il curdo Reza Soleimani impiccato il 15 maggio nel carcere di Qom; così Mohammad Abbasi il 13 maggio; ucciso in gran segreto – per “spionaggio – il prigioniero politico Ehsan Afrashteh; cinque altri detenuti impiccati il 13 maggio nelle prigioni di Birjand, Tabriz, Kerman e Gorgan.

Preoccupano inoltre le condizioni di salute di alcuni prigionieri politici, detenuti da lunga data o nuovamente arrestati, come Hamid Ghaeinnezhad.

Sia gli arresti che le esecuzioni, il loro attuale incremento, sono una conseguenza del clima di forte tensione in cui versa l’intero paese. Stretto in una morsa tra la crisi economica e le operazioni militari israelo-statunitensi.

A farne le spese soprattutto le minoranze etniche e religiose, già discriminate sul piano linguistico, culturale e politico.

I dissidenti vengono accusati dalle autorità di Teheran di “separatismo”, di “spionaggio” o semplicemente di aver preso parte alle manifestazioni. E sempre in tema di manifestazioni di protesta, va ricordato che in questi giorni due giornaliste iraniane, le sorelle Elaheh Mohammadi e Elnaz Mohammadi, hanno ricevuto dalla Fondazione internazionale delle donne nei media (IWMF) un prestigioso riconoscimento, il Premio Internazionale del Coraggio nel Giornalismo. Per il loro impegno nel documentare, nonostante la dura repressione, il movimento Jin, Jiyan, Azadî (“Donna, Vita, Libertà), esploso nel 2022 a seguito dell’uccisione della giovane curda Jina Mahsa Amini.

GIORNATA MONDIALE D’AZIONE: Siamo tutte YPJ – 31 maggio 2026

Women Defend Rojava, 13 maggio 2026
Le conquiste del movimento delle donne nella Siria del Nord e dell’Est sono sotto attacco: le difenderemo con una giornata mondiale d’azione il 31 maggio 2026!

Il 29 gennaio è stato raggiunto un accordo tra il governo di transizione siriano e l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est e da allora gli attacchi militari contro le conquiste del movimento femminista sono cessati, almeno per il momento. Gli attacchi a livello politico e sociale tuttavia continuano. Nei negoziati in corso con il governo di transizione, la società – e in particolare le donne – continua a difendere le conquiste della rivoluzione – i diritti delle donne, la loro partecipazione politica e sociale, nonché la diversità sociale – contro la posizione islamista e misogina del governo di transizione.

Le unità autonome di autodifesa YPJ incarnano questi risultati già solo con la loro esistenza e le loro azioni. Per questo motivo, il governo di transizione siriano si oppone alla loro ulteriore esistenza e alla loro integrazione nell’esercito siriano.

Negli ultimi dieci anni, le YPJ hanno dimostrato, attraverso le loro lotte, i loro sacrifici e le loro vittorie, che le donne hanno il potere di difendere se stesse e la propria società. Hanno combattuto con successo contro le forze jihadiste come l’ISIS e la loro ideologia misogina. Hanno sensibilizzato l’opinione pubblica e rafforzato la fiducia all’interno della propria società, dimostrando che le donne sono la forza più potente in ambito militare, politico e sociale quando si tratta di costruire strutture democratiche. In tempo di guerra non solo hanno rispettato principi etici e morali ma hanno anche stabilito dei modelli di riferimento in materia di etica e giustizia nella loro società.

In questo modo sono state un modello per molte donne in Kurdistan e in Medio Oriente, ispirandole a lottare con tenacia per la liberazione delle donne, confidando nella propria forza, nella propria consapevolezza, nella propria istruzione e nella propria organizzazione. Le YPJ dimostrano che le donne di tutto il mondo hanno la capacità e il diritto di difendersi insieme, proteggendo così il proprio Paese, il proprio popolo e la propria società.

Le YPJ hanno ribadito il loro impegno a garantire il futuro di una Siria democratica e libera, nonché a proteggere le donne. Dichiariamo di essere al fianco delle YPJ nella loro lotta e nelle loro rivendicazioni. In occasione della nostra giornata mondiale di mobilitazione del 31 maggio, faremo in modo che queste rivendicazioni trovino eco in tutto il mondo: le YPJ devono essere integrate nell’esercito siriano come unità a tutela delle donne e dei valori democratici!

Partecipate alla nostra giornata di mobilitazione mondiale del 31 maggio con azioni di protesta creative e diverse tra loro! Diffondete le conquiste, la lotta e le rivendicazioni delle YPJ! Invitate altre organizzazioni e compagn* ad aderire alla campagna e alla giornata di mobilitazione mondiale!

Viva le YPJ, simbolo di dignità e lotta! Siamo tutte YPJ! L’autodifesa è un nostro diritto naturale!

La campagna «Siamo tutte YPJ! L’autodifesa è un diritto naturale» è stata lanciata da una Piattaforma Comune dei Movimenti e delle Organizzazioni delle Donne del Rojava e della Siria, tra cui Kongra Star. Maggiori informazioni sulla campagna e materiale sulle conquiste e sulle lotte delle YPJ sono disponibili sul sito web di Kongra Star e qui.

Kalkan (Pkk) contrario al conflitto in corso tra Iran, Usa e Israele: “I curdi non saranno soldati di nessuno”

Il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2026, di Roberta Zunini

La figura di spicco del Partito dei Lavoratori del Kurdistan esclude che le milizie possano schierarsi contro i Pasdaran: “Si tratta di una guerra di egemonia allo scopo di ottenere maggiori profitti e maggiore influenza. Noi ci opponiamo come popolo”.

Duran Kalkan, figura di spicco del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK, fondato da Abdullah Ocalan) che ha dichiarato il proprio scioglimento lo scorso anno nel contesto del processo definito dalle autorità turche “Turchia senza terrore” – dunque non processo di pace come è stato definito in modo superficiale – in corso in Turchia, si è dichiarato contrario al conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran. Kalkan sostiene che questa contesa sia in atto da decenni senza apportare alcun beneficio ai popoli del Medio Oriente.

In un’intervista andata in onda su Medya Haber TV, Kalkan ha affermato che il conflitto in corso dovrebbe essere considerato parte di una lotta più ampia e prolungata che risale alla Guerra del Golfo. “Questa guerra non è iniziata dieci o undici giorni fa. Va avanti da 36 anni – ha dichiarato Kalkan – siamo realistici. Sappiamo bene dove e quando è iniziata. Gli Stati Uniti conducono attacchi in Medio Oriente non certo da adesso. Nell’autunno del 1990, hanno schierato 150.000 soldati nella regione in un solo mese, dall’Arabia Saudita al Kuwait. Hanno impiegato tutti i loro aerei e navi”. “Le forze che conducono questa guerra sono ciò che chiamiamo il sistema della modernità capitalista globale”, ha aggiunto. “Questa è la guerra di coloro che vogliono cambiare lo statalismo, su cui si basano molte delle nazioni contemporanee, per ottenere maggiori profitti dal capitale e annichilire coloro che difendono quello statalismo. Si tratta di una guerra di egemonia allo scopo di ottenere maggiori profitti e maggiore influenza. Noi siamo contro, come movimento, come popolo e, pertanto, ci opponiamo”.

Affrontando i possibili esiti del confronto, Kalkan si è chiesto se un’eventuale vittoria degli Stati Uniti, di Israele o dell’Iran porterebbe a una maggiore democrazia o libertà. “Supponiamo che le forze attaccanti, Stati Uniti e Israele, vincano. Cosa cambierà?” ha sottolineato. “L’egemonia israeliana e l’influenza statunitense sostituiranno la sovranità iraniana. Si avrà uno stato più democratico, più pacifico, più liberale? No. Lo stesso presidente degli Stati Uniti ha detto che la democrazia non significa nulla. Il loro inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha affermato che la democrazia non si addice ai popoli mediorientali, che le monarchie sono migliori. Per questo motivo stanno preparando un nuovo Scià”.

Se invece il regime iraniano sopravviverà, secondo Kalkan, “si tornerà al passato, e noi sappiamo qual è quel passato. Alcuni si chiedono da che parte stiamo noi curdi del PKK e i nostri partiti affiliati in Siria e Iran. Schierarsi in questa guerra è molto problematico. Le parti non sono poi così diverse. Si scontrano mentalità simili”. Ha inoltre spiegato che il PKK si rifiuta di schierarsi sia con i “sistemi capitalistici globali” sia con i “difensori del nazionalismo dello Stato-nazione”.

“I curdi si conoscono. Provengono dalle profondità della storia. Hanno lottato per la libertà per un secolo”, ha affermato. “Non sono nella posizione di essere soldati di nessuno o strumenti degli interessi di nessuno. Non siamo dalla parte dell’aggressione del capitale globale transnazionale, né dalla parte dello statalismo dello Stato-nazione. Sosteniamo la repubblica democratica. Siamo a favore della risoluzione dei problemi attraverso il consenso democratico. Sosteniamo il percorso di integrazione democratica. Il nostro popolo nel Rojhilat (il nome in curdo del Kurdistan iraniano, dove il PKK ha un partito gemello, il PJAK) è un popolo che sta portando avanti da decenni una forma di resistenza, di consapevolezza, di patriottismo. Di fronte a possibili attacchi, dovrebbe organizzarsi, proteggersi e sviluppare una posizione difensiva. Ma non dovrebbe concentrarsi solo sul Rojhilat. Dovrebbe vedere la libertà dei curdi del Rojhilat come parte della democratizzazione dell’Iran. Dovrebbe costruire amicizie e alleanze per democratizzare l’Iran”.

Azeri (della omonima regione iraniana) e curdi convivono da secoli, ad esempio. I curdi hanno legami ancora più stretti con il popolo persiano. “Il vero pericolo è il nazionalismo dello Stato-nazione e lo sciovinismo razzista, che mettono questi popoli gli uni contro gli altri. I curdi devono tenersi alla larga da tutto ciò”. A detta di Kalkan, il conflitto dimostra l’importanza del processo di eradicazione della guerra a bassa intensità in corso per decenni in Turchia tra PKK e Ankara.

«La gente dice: “Abbiamo la NATO, i suoi missili ci proteggeranno”. Ma alcuni, che cercano di comprendere la verità più chiaramente, indicano una realtà più complessa. Dicono ancora: “La pace e il processo di costruzione di una società democratica garantiscono la sicurezza della Turchia. Il nostro leader Apo ( soprannome di Ocalan, all’ergastolo da 25 anni) la garantisce”.

Il membro dei direttivo del PKK spiega ancora: “Tutti in Turchia riconoscono la portata e l’urgenza delle minacce, ma rispetto al resto della regione vive in uno stato di relativa calma e fiducia”. Protetta dalla NATO e dal suo ruolo di mediatrice nella fitna (spaccatura) secolare tra musulmani sciiti e sunniti, l’autocrate Recep Tayyip Erdogan ha inviato il suo fedele ministro degli Esteri, Akan Fidan, nei paesi del Golfo. Durante una conferenza stampa in Qatar, Fidan ha accusato Israele di aver innescato e intensificato il conflitto, esortando al contempo gli altri attori alla moderazione e mettendo in guardia contro una sua più ampia estensione regionale. “Ankara ha comunque trasmesso messaggi all’Iran affinché eviti di estendere la guerra oltre il suo ambito attuale, sottolineando che un’ulteriore escalation metterebbe in pericolo l’intera regione”.

All’inizio di questa settimana, Fidan ha dichiarato che la Turchia avrebbe avviato una serie di consultazioni con gli attori regionali, volte a porre fine alle ostilità in corso. I funzionari turchi hanno posto sempre maggiore enfasi sul dialogo e sul coordinamento multilaterale, mentre le tensioni continuano ad aumentare. Nell’ambito della sua iniziativa diplomatica, Fidan oggi si è recato negli Emirati Arabi Uniti per colloqui incentrati sia sulle relazioni bilaterali che sugli sviluppi regionali.

La tappa negli Emirati Arabi Uniti si inserisce in un più ampio tour del massimo diplomatico turco, volto a esplorare le opzioni per fermare la guerra e prevenire un’ulteriore destabilizzazione in Medio Oriente. Prima della sua visita in Qatar, Fidan ha avuto colloqui con omologhi di diversi paesi a Riyadh per discutere dell’intensificarsi del conflitto e delle possibili risposte coordinate.

 

Dal Rojava a Shengal a Makhmur: un domino pericoloso

Città futura, 25 febbraio 2026, di Carla Gagliardini

I fatti che hanno sconvolto il Rojava (Kurdistan occidentale situato nel nord-est della Siria) dal 6 gennaio scorso, iniziano a far sentire i loro effetti su Shengal, la patria degli ezidi, situata nel nord-ovest dell’Iraq.
A Shengal e in Rojava hanno preso vita le idee di Abdullah Öcalan attraverso il processo di realizzazione del confederalismo democratico, un nuovo paradigma politico che si propone di mettere ordine al “caos”, così definito dal leader curdo, che regna in Medio Oriente. Öcalan ne parla da tempo, almeno dagli anni novanta del secolo scorso. Oggi il Medio Oriente è indiscutibilmente nel caos, generato da un nuovo ordine mondiale che sta cercando di prendere vita, con alleanze e rapporti di forza che cambiano.

Shengal è un puntino sulla cartina geografica del Medio Oriente che ha fatto parlare di sé nel 2014, quando lo Stato islamico, più noto come Isis, ha preso di mira il popolo ezida pronunciando nei suoi confronti un ferman, ossia un editto che proclamava il suo sterminio.

Gli ezidi hanno sofferto molto ma hanno saputo organizzarsi per riprendersi le loro terre, con l’aiuto della Coalizione internazionale anti-Isis, e per dare vita a una forma di autogoverno che prevede anche l’autodifesa, perché l’Isis era penetrato a Shengal grazie al tradimento di chi doveva proteggerli.

L’offensiva di gennaio in Rojava contro l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria (Daanes) da parte del Presidente siriano al-Sharaa, che vanta un curriculum da jihadista, ha avuto successo e oggi della Daanes rimane poco. Il progetto politico del confederalismo democratico non è sepolto ma ovviamente le nuove condizioni richiedono un’analisi approfondita per comprendere come continuare a farlo camminare.

Questo scenario, cambiato in poche settimane, mette in crisi anche l’Amministrazione Autonoma di Shengal, che confina con il Rojava. Il drastico ridimensionamento della Daanes in termini territoriali, di risorse e di autonomia indebolisce il fianco di Shengal e riduce il supporto che riceveva nel rispetto dei principi del confederalismo democratico.

Dietro l’attacco alla Daanes c’è la Turchia che ha sempre considerato il Rojava la terra degli affiliati al Pkk e così pensa anche dell’Amministrazione Autonoma di Shengal.

Era pertanto prevedibile che Ankara non si sarebbe fermata al Rojava ma avrebbe proseguito mirando anche a Shengal.

L’11 febbraio Öncü Keçeli, portavoce del Ministro degli affari esteri turco Hakan Fidan, è intervenuto per fare chiarezza su quanto detto da quest’ultimo in occasione di una sua intervista televisiva del 9 febbraio. Keçeli respinge le accuse di alcuni organi di stampa iracheni che avrebbero letto nelle parole del Ministro la volontà di interferire nelle politiche interne irachene. Ha così spiegato il senso del discorso di Fidan dicendo che “enfatizziamo in ogni occasione che per il futuro miriamo ad avanzare ulteriormente sul piano della collaborazione istituzionale, costruttiva e produttiva che abbiamo stabilito con l’Iraq in quasi tutti i campi, inclusi la sicurezza e l’antiterrorismo”. Ha poi aggiunto una frase che aiuta a chiarire la posizione della Turchia rispetto a Shengal: “Le dichiarazioni rilasciate dal Ministro Fidan nella suddetta intervista, basate su questa intesa di cooperazione, mirano a richiamare l’attenzione sulla minaccia posta all’integrità territoriale e alla sicurezza dell’Iraq dall’organizzazione terroristica PKK, che si è insediata in alcune parti del territorio iracheno, in particolare a Shengal, Makhmur e Qandil”.

La Turchia non nasconde la sua volontà di sbarazzarsi dell’esperienza dell’Amministrazione Autonoma di Shengal e anche del campo profughi di Makhmur, dove si trovano circa 14.000 rifugiati curdi e curde scappati dalla Turchia negli anni novanta del secolo scorso quando i loro villaggi furono rasi al suolo.

Nel distretto di Shengal si vedono già i primi segnali della pressione che arriva da Ankara attraverso la costruzione di nuovi checkpoints da parte dell’esercito iracheno, come quello a Sinune, importante cittadina del distretto.

Desta però maggiore inquietudine tra gli ezidi e le ezide la campagna di requisizioni delle armi che li colpisce, ordinata da Baghdad. E’ sempre vivo in questo popolo il ricordo del genocidio del 2014, preceduto proprio dall’ordine ai civili ezidi di consegnare le armi in loro possesso. A chi disobbediva venivano sequestrate. Dopo aver sottratto loro le armi, i peshmerga (soldati curdi del Kurdistan iracheno) e l’esercito del governo federale, che dovevano difendere Shengal, abbandonarono gli ezidi lasciandoli soli e senza protezione davanti all’Isis che avanzava. Oggi questo popolo è organizzato e ha le sue unità di autodifesa (YbŞ e YjŞ), ma anche i civili vogliono poter partecipare alla lotta di resistenza se ancora una volta venisse sferrato un attacco nei loro confronti. Lo spettro del genocidio convive con gli ezidi e le ezide e lo scenario attuale lo fa percepire come sempre più imminente.

Secondo Rojnews, a seguito delle dichiarazioni di Fidan, alcuni vertici militari iracheni sono stati sostituiti e si è rafforzata la difesa del confine con la Siria. Successivamente si è tenuta una riunione ai massimi livelli militari per discutere la delicata situazione delle frontiere e l’accento è stato posto sul pericolo che corre Shengal, corridoio strategico su cui in molti puntano gli occhi. Poco dopo il Ministro degli esteri iracheno è volato a Ankara dove si è incontrato con il Presidente Erdogan e il Ministro Fidan. Sempre Rojnews riporta che le sue fonti abbiano dichiarato che sul tavolo della discussione fossero presenti la questione di Shengal e la volontà della Turchia di rafforzare con Baghdad la collaborazione sulla sicurezza.

Nel frattempo la Turchia continua a costruire checkpoints e infrastrutture militari nel governatorato di Duhok, non distante da Shengal. In una località ad alcune centinaia di chilometri da Shengal sono in corso i lavori per la realizzazione di una strada ad uso militare dove potranno passare anche mezzi pesanti.

A rendere il quadro ancora più delicato è il trasferimento dei soldati statunitensi che hanno lasciato sia la Siria che l’Iraq federale, riposizionandosi in Giordania e nel Kurdistan iracheno. Questi cambiamenti sono stati accompagnati dallo spostamento di circa settemila miliziani dell’Isis dalle prigioni siriane a quelle irachene, mentre altri sono riusciti a scappare nei giorni del conflitto armato tra Damasco e le Sdf, unità di resistenza della Daanes.

Alla luce di quanto sta avvenendo in Medio Oriente e intorno a loro, gli ezidi hanno fondate ragioni per essere preoccupati, avendo anche constatato la facilità con la quale l’Occidente scarica gli alleati, come ha fatto con le Sdf. La Turchia e l’Isis rappresentano il pericolo più grande contro il quale devono difendersi, dell’Occidente non si possono fidare e allora non resta che insistere con Baghdad perché il canale del dialogo resti aperto. Impossibile è però ottenere il riconoscimento all’autonomia amministrativa che l’Amministrazione Autonoma di Shengal chiede da anni perché Baghdad non può concederla, se vuole evitare di entrare in collisione con la Turchia. Fino ad ora è stata tollerata ma la situazione si fa ogni giorno più difficile.

Da Medusa Al Rojava: Lo Stato Che Teme I Capelli Intrecciati

jineoloji Esra Bilen (Jin Dergi) 11 febbraio 2026

“Non abbiamo forse abbastanza ragioni per avvolgerci in tutti i toni della rivolta, per intrecciarci e ancorarci nella resistenza ribelle?”
Camisha L. Jones

Negli ultimi giorni, è circolato un video che mostrava un uomo collegato ai gruppi jihadisti in Siria. Nel video, l’uomo esibisce sui social media i capelli tagliati di una combattente uccisa, come un trofeo di guerra. Con tono beffardo, mostra i capelli e suggerisce che “solo questo” rimane della donna. Dopo la diffusione di queste immagini, donne in varie parti del mondo hanno iniziato a pubblicare brevi video in cui intrecciano i propri capelli.

In un momento in cui si dibatte su un rinnovato riconoscimento dei curdi sulla base della cittadinanza paritaria, ci si sarebbe aspettati che la legge — invece di funzionare per 100 anni come randello contro i curdi — identificasse il responsabile del crimine di guerra secondo standard universali. Invece, sono state avviate indagini contro le donne che hanno condiviso i video in cui si intrecciavano i capelli. Sono seguiti arresti, perquisizioni domiciliari, obblighi giudiziari e sospensioni dei dipendenti del settore pubblico. Mentre non esiste alcuna conferma di procedimenti contro la persona che ha esibito i capelli intrecciati come bottino, rendendo pubblica questa umiliazione. La storia centenaria si ripete — chi degrada i curdi e i loro valori rimane invisibile. Le donne che hanno resistito con la disobbedienza civile vengono punite. Questa situazione non è un conflitto giuridico, ma una sentenza. Le donne vedono attraverso questa sentenza e continuano a far crescere la loro disobbedienza civile.

Nella mitologia, simboli come le corde, i nodi, gli intrecci e la tessitura sono considerati principi rituali dell’ordine che contrastano la disintegrazione del mondo. Di fronte al caos, alla disintegrazione o alla morte, non c’è la legge, ma il rituale. Il rituale non comanda, si ripete — e in questo rituale il mondo esiste solo finché è connesso. Che i capelli intrecciati di una combattente vengano tagliati e presentati come trofeo non è quindi una crudeltà arbitraria. È, in senso mitologico, un atto di distruzione dell’ordine; la dichiarazione che il legame della donna con il mondo è stato reciso. L’intreccio dei capelli tra donne può essere inteso come un contro-rituale — significa ripristinare il legame violentemente reciso dal taglio dei capelli. L’intreccio dei capelli può essere usato come prova di un crimine? La risposta breve è, no. La risposta lunga è, non solo è completamente insensato collegare l’intreccio dei capelli — uno dei rituali più antichi dell’umanità — a un’“organizzazione terroristica”, ma non esiste nemmeno una spiegazione legale per l’affermazione secondo cui tale azione innesca sentimenti di odio nelle persone che potrebbero portare alla violenza.

Al contrario, queste azioni sono una forma pacifica di protesta contro l’aggressione mostrata dai gruppi jihadisti verso le donne curde. Pertanto, è fuori discussione che intrecciare i capelli costituisca un crimine e rientri nel diritto alla libertà di espressione. Per accusare le donne che intrecciano i capelli di propaganda per un’“organizzazione terroristica”, la loro forma di espressione dovrebbe suscitare un odio cieco che inciti le persone alla violenza. Ma va notato che gli atti di bande violente che gettano i corpi di combattenti femminili da edifici incompiuti, o strappano i cuori di giovani curdi imprigionati, non sono considerati crimini — mentre l’intreccio dei capelli delle donne sì. Che lo Stato tenti di definire questa pratica come “propaganda” non deriva da una disposizione giuridica, ma da una paura storica innescata dall’intreccio simbolico dei capelli. Questa paura non è un riflesso protettivo temporaneo. È un ricordo traumatico che si è radicato nel pensiero dello Stato dominato dagli uomini, e trasmesso di generazione in generazione.

La mitologia rivela questo ricordo fin dall’inizio. Il racconto di Medusa è uno degli esempi più chiari. La storia di Medusa non è una semplice favola di mostri successivamente inserita nel pantheon greco. Si può anche leggere la storia di Medusa come un tentativo di sopprimere una “donna delle montagne” (con radici che risalgono ai Medi e ai Persiani). In questa lettura, Medusa non è una Gorgone, ma una principessa con radici medo-persiane, una donna delle montagne. Quando l’ordine divino maschile non riesce a gestire questa figura, viene prima esclusa dal centro, poi imprigionata nel tempio, e infine punita attraverso il suo corpo. Cioè, Medusa viene tenuta prigioniera nel tempio dell’ordine sacro dominato dagli uomini, e lì viene attaccata dal dio. Sebbene l’attacco sia diretto contro di lei, la giustizia viene capovolta e il corpo di Medusa viene punito con le trecce che si trasformano in serpenti. La maledizione si manifesta quindi nei suoi capelli.

La treccia è un’espressione del legame delle donne con il mondo, con la loro memoria e la loro permanenza, e proprio per questo motivo l’intreccio è codificato come una minaccia. L’antico legame con la vita, con la terra e con l’oltretomba, viene marchiato come “mostruoso”.

 

“Il potere patriarcale non riesce a gestire la donna disobbediente, e cerca di denigrarla e demonizzarla per rimuoverla dalla circolazione. Che Medusa, dopo l’assalto di un dio, incontri non giustizia ma dannazione, rivela il trauma fondante della supremazia maschile — il patriarcato può governare il corpo e la volontà femminile, che non riesce a controllare a livello mentale, ma solo attraverso la demonizzazione.”

La criminalizzazione odierna delle trecce è un’espressione contemporanea di questa antica paura dello Stato dominato dagli uomini. Lo Stato qui non sta combattendo un crimine, ma sta cercando di rendere di nuovo invisibile qualcosa con cui non è mai riuscito a fare i conti storicamente, perché la reazione delle donne di intrecciare i capelli è un movimento che rovescia la maledizione di Medusa. Il rifiuto dell’attribuzione di mostruosità significa continuare a creare significato da ciò che dovrebbe ispirare paura. Pertanto, gli eventi odierni non sono repressione temporanea, ma segni di una rottura più grande.

Mentre lo Stato sacro combatte contro i capelli intrecciati, e per dimostrare il suo “potere” arresta donne che intrecciano i capelli, le donne continuano semplicemente con questa azione. Lo fanno perché stanno rivendicando il diritto di creare significato. Ciò non riflette la società dello spettacolo, né è una politica di simboli. La pratica di non accettare questa umiliazione è l’insistenza nel mantenere vivo il ricordo. Quando la legge viene utilizzata per sopprimere questa decisione, la legge si indebolisce; il rituale diventa più forte. Tutte le donne che oggi vengono punite lo sanno. Questa azione continua a crescere. Perché, nonostante nel corso della storia si sia cercato di vietare e punire le azioni fisiche e rituali delle donne, queste non sono scomparse, ma si sono diffuse in ambiti in cui il potere non può intervenire. Prendere di mira la treccia non è quindi una questione di sicurezza, ma una manifestazione di una crisi di legittimità. Qui lo Stato non sta prevedendo un crimine, sta ammettendo di aver perso il controllo del significato. È interessante notare che perfino le bande sanguinarie non spaventano lo Stato Sacro tanto quanto milioni di donne. La logica sembra essere: “Loro possono essere i nostri vicini, ma non lasciamo che nessuna donna intrecci i capelli nelle nostre vicinanze”.

Questo riflesso e questa paura non sono una reazione storica estranea alle donne. Nella caccia alle streghe il crimine non veniva giudicato in base all’atto in sé, ma in base alla persona. Oggi funziona una logica simile: il vero problema non è cosa sia l’intrecciare i capelli, ma il fatto che altre possano farlo. La ripetibilità è sempre stata una minaccia per il potere. Ma la storia mostra che la lotta delle donne non scompare quando viene repressa, ma si diffonde in ambiti più ampi. Con questo rituale, migliaia di donne continuano a tessere il significato e la vita della combattente i cui capelli sono stati tagliati, e continueranno a farlo.

Tratto dalla poesia “My Hair Starts the Revolution” di Camisha L. Jones.

L’articolo è apparso originariamente in turco, vedi:
https://jindergi.com/yazi/medusadan-rojavaya-sac-orgusunden-korkan-devlet/

Oltre l’assedio: garantire diritti, sicurezza e governance per i curdi in Siria

Rifondazione comunista, 2 febbraio 2026, di Yilmaz Orkan (Direttore Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia*)

L’offensiva militare avviata contro i quartieri curdi di Aleppo il 6 gennaio 2026 è stata il violento culmine di un piano progettato dallo Stato turco e attuato da milizie jihadiste guidate da Ahmad al-Sharaa. Diretta strategicamente e resa possibile sul piano logistico da attori statali esterni, l’operazione non mirava soltanto al controllo territoriale, ma allo smantellamento sistematico delle Forze Democratiche Siriane (SDF) come entità istituzionale e alla liquidazione forzata di un decennio di autogoverno autonomo nella regione, come formalizzato dal cosiddetto decreto di “integrazione” del 18 gennaio.

Attraverso questo attacco, i responsabili hanno cercato di spegnere un progetto rivoluzionario in cui le donne sono liberate, i popoli convivono da pari e la democrazia respira nella vita quotidiana. Non hanno però tenuto conto di una realtà fondamentale: questa luce non è più soltanto la speranza del Rojava, è diventata una fonte di ispirazione per persone in tutto il mondo. Il costo umano di questa campagna, tuttavia, è stato devastante. Centinaia di migliaia di civili sono stati costretti allo sfollamento, centinaia sono stati uccisi e la città di Kobanê sopporta ora un assedio paralizzante, deliberatamente privata di cibo, acqua, medicine ed elettricità. Questi atti — la militarizzazione delle infrastrutture civili essenziali — costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e configurano una punizione collettiva.

L’accordo firmato il 30 gennaio non è un punto di arrivo. Al contrario, segna l’inizio di una lunga e ardua lotta per una vera integrazione democratica. Rappresenta al tempo stesso un’opportunità e un terreno di resistenza per dimostrare che non accetteremo mai l’imposizione di un modello di vita “taglia unica” né la mentalità jihadista imposta alla nostra società. Per proteggere e far avanzare le conquiste della rivoluzione del Rojava, dobbiamo intensificare la nostra presenza nelle strade, rafforzare la nostra organizzazione e mantenere una posizione ferma e incrollabile.

La comunità internazionale, in particolare gli Stati della Coalizione Internazionale, ha una responsabilità diretta. Il silenzio di fronte a questo assedio equivale a complicità. La Coalizione ha ora un obbligo accresciuto di garantire l’attuazione dell’accordo. Allo stesso modo, la comunità internazionale, compresi l’Unione Europea (UE) e le Nazioni Unite (ONU), deve assumere il proprio ruolo e garantire la tutela costituzionale di tutti i diritti politici, sociali, democratici e linguistici dell’amministrazione del Rojava, dove diverse comunità religiose ed etniche hanno vissuto insieme in pace e dignità.

Rivolgiamo pertanto un appello urgente alla comunità internazionale affinché:

  1. Istituisca una Zona Protetta e un Meccanismo di Monitoraggio Internazionale: crei immediatamente una linea di protezione monitorata a livello internazionale mediante il dispiegamento urgente di una solida missione di osservatori con l’autorità di controllare il rispetto degli accordi, documentare le violazioni in tempo reale e proteggere i civili.
  2. Garantisca diritti costituzionali e autogoverno democratico: assicuri che qualsiasi soluzione politica sostenibile sia fondata sul riconoscimento costituzionale dell’identità, della lingua e del diritto del popolo curdo all’autoamministrazione democratica all’interno di un quadro siriano decentrato. Garanzie vincolanti sono essenziali per prevenire l’istituzionalizzazione di ulteriori repressioni.
  3. Applichi una pressione diplomatica ed economica concreta: vada oltre la retorica imponendo conseguenze significative, comprese sanzioni mirate contro gli architetti di questa offensiva, embarghi sulle armi ai responsabili e l’isolamento diplomatico degli Stati che hanno attivamente favorito l’assalto.
  4. Agisca con decisione e senza ritardi: le Nazioni Unite e gli Stati della Coalizione Internazionale devono intervenire con decisione e senza indugi per prevenire un’ulteriore escalation e danni irreversibili alla vita dei civili

*UIKI Onlus
Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia

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Rojava sotto assedio. Biji biji resistenza curda!


Carla Gagliardini, Patria Indipendente, 28 gennaio 29026

Le promesse del presidente Al-Sharaa per una Siria democratica e inclusiva sono già state smentite dai fatti: dopo alawiti, drusi e cristiani, ora a pagare sono i curdi. Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è circondata. All’offensiva militare si affianca lo scontro ideologico contro la proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente, una visione che mette al centro le donne e un modello di società ecologica, in netto contrasto con gli interessi degli apparati di potere degli Stati e dei loro leader. Intanto cresce la solidarietà internazionale. Pubblichiamo un appello‑mozione dell’Unione delle donne italiane e kurde ai Parlamenti Ue e italiano, sottoscritto anche dal Coordinamento donne ANPI e aperto alle adesioni.

Henry Kissinger diceva che “gli Stati Uniti non hanno amici
o nemici permanenti ma solo interessi permanenti”.
I curdi invece dicono che “non hanno amici se non le montagne”

In queste due citazioni si racchiude molta della verità e della realtà che osserviamo da tempo in Rojava, dove governa l’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (Daanes), in modo più marcato da quando Ahmed al-Shara, nome di battaglia al-Jolani, ha conquistato manu militari il potere in Siria nel dicembre del 2024, mettendo in fuga Bashar al-Assad. Su Ahmed al-Shara, fino a poco tempo fa, pendeva una taglia made in the Usa perché guidava l’organizzazione terroristica Hts (Hayat Tahrir al-Sham).

Oggi il nemico degli Stati Uniti è diventato un amico perché ha promesso lauti investimenti in Siria, unico linguaggio che mette d’accordo gli interessi dell’Occidente, in modo particolare quelli statunitensi, e delle petromonarchie del Golfo. In sottofondo, ma non troppo, suona il ritornello degli Accordi di Abramo che mirano a pacificare le relazioni tra Israele e i Paesi arabi. E poi c’è la necessità di infliggere una sconfitta ancora più dolente e permanente all’Iran in chiave anti-russa e soprattutto anti-cinese. Il controllo della Siria è fondamentale. Così sul suolo siriano e sulla pelle degli abitanti di quella zona si sta giocando una partita importantissima. Al-Sharaa è la nuova pedina da muovere sullo scacchiere mediorientale. C’è da pensare che lui lo sappia bene e quindi occorrerà capire quale sia la sua strategia per comprendere la traiettoria che prenderà la Siria trascinando con sé, nel bene o nel male, le sue tante realtà culturali, etniche e religiose.

Per il momento le promesse del neo-presidente Aḥmad Ḥusayn al-Shara per una Siria democratica e inclusiva sono state platealmente disattese e a farne le spese sono state la comunità alawita, quella druza e persino quella cristiana. Oggi è il turno dei curdi. E allora quel detto curdo citato, se visto unicamente volgendo lo sguardo agli Stati, intesi nella loro dimensione di apparati e non di popoli, si inserisce perfettamente nello scenario attuale perché sembra vero che i curdi abbiano come soli amici le montagne. La loro storia fatta di tradimenti, persecuzioni e genocidi subiti lo insegna. Quando poco più di dieci anni fa lo Stato Islamico, più conosciuto come Isis, rappresentava una drammatica minaccia per il mondo, il sangue dei curdi e delle curde è servito. Sono loro che sono caduti e cadute sul campo di battaglia contro un nemico che scaricava la sua ferocia su coloro che considerava infedeli. Quella ferocia ha colpito in modo particolare le donne e il popolo ezida lo sa bene con le sue donne, ragazze e bambine rapite per essere vendute come schiave.

Il 26 gennaio scorso è stato l’undicesimo anniversario della fine dell’assedio di Kobane da parte dello Stato Islamico. Sono i curdi e le curde delle Ypg e delle Ypj che hanno difeso la città con una resistenza impressionante che ha fatto il giro del mondo. Oggi Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è nuovamente circondata. Questa volta è l’esercito siriano che risponde al presidente al-Sharaa, un “ex” jihadista, a volere la sua resa. Kobane ha un valore estremamente importante per entrambe le parti. Per Damasco la sua caduta significa infliggere una sconfitta che trascende l’aspetto militare e strategico perché colpirebbe nel profondo i sentimenti e il morale dei curdi e delle curde. Per la Daanes un’altra storica vittoria sarebbe invece un’ulteriore lezione impartita al mondo sulla forza della resistenza di un popolo che, in evidente posizione di svantaggio e sostanzialmente in solitudine, lotta per la libertà. In realtà, se la Daanes dovesse cadere le curde e i curdi ci avrebbero comunque insegnato qualcosa di importante: il senso profondo della loro rivoluzione che liberandosi dalle catene del nazionalismo e del patriarcato ha disegnato una società libera e democratica.

Dal 6 gennaio l’esercito siriano ha lanciato un’offensiva in Rojava. Da quando a Damasco governa al-Sharaa è stato immediatamente chiaro che l’esperienza della Daanes fosse a rischio. Il presidente siriano infatti vuole uno Stato centrale forte e nessun riconoscimento di autonomia alle varie realtà culturali, etniche e religiose del Paese. Su questo punto è sempre stato irremovibile.

Gli accordi del marzo 2025 siglati con le Sdf (Forze Democratiche Siriane all’interno delle quali si trovano le Ypg e le Ypj) che difendono la Daanes, non sono stati implementati entro la scadenza del 31 dicembre. Questi prevedevano l’inserimento delle Sdf all’interno dell’esercito siriano. La discussione era aperta sul “come” integrarle, perché Damasco vuole l’adesione individuale dei combattenti mentre le Sdf insistono per un inserimento come corpo unico, includendo anche le donne.

La fase di stallo in cui erano precipitati gli accordi è stato il pretesto per Damasco per attaccare la Daanes e conquistare circa il 90% del territorio che prima era sotto il suo controllo. I curdi e le curde sono stati abbandonati dagli alleati statunitensi che sono rimasti a guardare e hanno saputo solo suggerire il loro suicidio, sollecitandoli a accettare le condizioni di Damasco che prevedono la fine della loro autonomia, cioè la fine di tutto ciò per cui hanno lottato e che hanno saputo costruire in oltre dieci anni di amministrazione autonoma. Le aree perse dalla Daanes sono importanti per le loro risorse ma anche per i corridoi strategici. Le Sdf denunciano la complicità della Turchia che ha interesse a smantellare la Daanes e le Sdf, considerate espressione del Pkk e quindi nemici da abbattere.Il processo di pace in corso in Turchia, proprio tra lo stato turco e il fondatore del Pkk, Abdullah Öcalan, non ha né arrestato né frenato le mire distruttive del presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, nei confronti del modello politico applicato in Rojava e teorizzato dal leader curdo, ossia il confederalismo democratico. Questo paradigma non è in linea con la struttura delle società capitaliste e dello stato-nazione, disegnando all’opposto una società basata sulle comuni rette da un’organizzazione di tipo socialista.

In Rojava, oltre a una guerra di conquista, è in atto anche uno scontro ideologico sul tipo di società da realizzare. La proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente è dirompente se si pensa al ruolo centrale della donna ma anche all’idea della società ecologica, che stride con gli appetiti degli Stati e dei loro governanti, i quali spesso hanno interessi personali che finiscono per dettare l’agenda dello Stato. Al-Sharaa in questo momento è la pedina che viene mossa dalla Turchia, che aspira a ripristinare una sorta di Impero Ottomano, e dagli Stati Uniti, che hanno un debito pubblico pericolosamente alto e una forte crisi strutturale interna su più piani, sociale, economico e finanziario, la quale richiede politiche imperialiste per l’accaparramento di ingenti risorse. Nella nuova Siria molti interessi stranieri reclamano una fetta del Paese mentre la popolazione locale, soprattutto le minoranze, viene estromessa dal progetto politico di ricostruzione della società siriana dopo lunghi anni di guerra. Non basta il riconoscimento della cittadinanza e dei diritti culturali dei curdi fatto in fretta e furia con decreto presidenziale negli ultimi giorni, tra un cessate il fuoco e l’altro, per liquidare la questione curda. La scelta di al-Sharaa sembra dettata dalla necessità di sottrarre ai curdi parte della materia del contendere e quindi svuotare la loro azione politica, legittimando così, agli occhi del mondo, la guerra scatenata contro di loro se dovessero scegliere di non piegarsi al volere di Damasco.

È difficile prevedere cosa accadrà quando il nuovo cessate il fuoco scadrà perché l’incognita di peso è rappresentata dagli Stati Uniti, i quali hanno dichiarato attraverso l’Ambasciatore in Turchia nonché inviato speciale per la Siria Tom Barrack, che le Sdf appartengono al passato e che al-Sharaa è il presente. Tuttavia non è facile credere che possano fidarsi ciecamente di colui che fino a poco più di un anno fa veniva presentato come un pericoloso terrorista e nemico di Washington. Il trasferimento nelle prigioni irachene di circa settemila jihadisti rinchiusi nelle carceri che, fino a pochi giorni fa, erano sotto il controllo delle Sdf potrebbe essere un segnale di sfiducia.

Dal canto suo Al-Sharaa indossa con disinvoltura tante maschere per ricoprire il suo passato di jihadista e il progetto che ha in mente di assimilazione delle minoranze. Ricorre a un linguaggio rassicurante, poco conta se smentito dai fatti, e questo basta per soddisfare i nuovi alleati della Siria post-Assad. Se la Daanes venisse espropriata dell’autonomia nei territori curdi che continua a controllare, come vorrebbero Erdogan e al-Sharaa, la Siria difficilmente conoscerà una stagione di pace. È facile pensare che i curdi non rinunceranno alla libertà che hanno conquistato e potranno essere di ispirazione per le altre minoranze, le quali hanno già assaggiato la violenza di questo governo e reclamano a loro volta forme di autonomia. Le donne curde saranno in prima linea perché non è pensabile per loro assistere alla cancellazione di quei diritti che hanno ottenuto combattendo tanto con le armi quanto attraverso un processo culturale e politico che ha cambiato in senso rivoluzionario il loro modo di concepirsi all’interno della società.

I curdi ci insegnano che la Resistenza è vita (Berxwedan jiyan e!), che la donna è al centro del progetto politico di una società libera, democratica e di pace (Jin jiyan azadi!) e che l’esperienza democratica del Rojava deve essere salvata. Per tutte queste ragioni la resistenza in Rojava va sostenuta. Biji biji Rojava!

Carla Gagliardini è vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

 

Appello-mozione di UDIK, Unione delle donne italiane e kurde, al Parlamento Ue e al Parlamento italiano

Salzano-Ve, 27/01/2026

Spettabili Deputati e Senatori del Parlamento Italiano

Appello/Mozione concernente la situazione nel Nord-Est della Siria e la difesa dell’Amministrazione Autonoma di Rojava

Noi, donne italiane e curde, unite da un legame di sorellanza, da una storia comune di resistenza e dalla lotta contro il fascismo, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per quanto sta accadendo nel Nord-Est della Siria.

Chiediamo al Parlamento italiano e al Parlamento europeo di intervenire con urgenza per fermare gli attacchi di annientamento contro il popolo curdo e contro il suo modello di democrazia, autogoverno e convivenza pacifica.

Sollecitiamo l’Italia e l’Unione Europea a impegnarsi attivamente nella ricerca di una soluzione politica e di pace, nel pieno rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e del principio di autodeterminazione dei popoli. Il rispetto dei diritti umani non può essere selettivo né subordinato a interessi geopolitici.

Premesso che:

– nel Nord-Est della Siria opera l’Amministrazione Autonoma di Rojava, un’esperienza politica fondata sui principi di democrazia partecipativa, autogoverno, confederalismo democratico, convivenza pacifica tra le diverse etnie e religioni e sulla piena parità di genere;
– tale modello rappresenta un esempio concreto di stabilità, inclusione sociale e rispetto dei diritti umani in un’area segnata da conflitti, autoritarismi e fondamentalismi religiosi;
– le Forze Democratiche Siriane, composte da donne e uomini, hanno svolto un ruolo decisivo nella sconfitta militare dell’organizzazione terroristica ISIS, contribuendo in modo determinante alla sicurezza regionale e internazionale, inclusa quella dell’Europa, duramente colpita da attentati terroristici negli anni passati;
– il contributo delle donne curde nella lotta contro il terrorismo e nella costruzione di un modello sociale basato sull’uguaglianza di genere è stato riconosciuto a livello internazionale come elemento centrale di tale esperienza.

A tal fine avanziamo la proposta di approvazione della seguente mozione:

Considerato che:
– l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria è attualmente oggetto di attacchi armati da parte di gruppi jihadisti legati al regime di Jolani e da milizie riconducibili ai residui dell’ISIS, con il sostegno diretto o indiretto della Turchia;
– il regime siriano non ha rispettato gli accordi sottoscritti nel mese di aprile con le Forze Democratiche Siriane, accordi che prevedevano misure volte alla de-escalation del conflitto;
– nonostante il ritiro da alcune aree da parte delle Forze Democratiche Siriane (HSD), finalizzato a evitare nuove ostilità, le milizie jihadiste hanno proseguito l’offensiva, chiedendo la deposizione delle armi e la sottomissione a un sistema politico autoritario e teocratico;
– il regime siriano si dimostra incapace di garantire una soluzione politica inclusiva e agisce sotto l’influenza di interessi geopolitici ed economici di potenze esterne.

Ritenuto che:

– la distruzione dell’Amministrazione Autonoma di Rojava rappresenterebbe un grave arretramento per la tutela dei diritti umani, per la parità di genere e per la convivenza pacifica tra i popoli della regione;
– l’abbandono di tale esperienza democratica costituirebbe un tradimento dei valori di libertà, giustizia e autodeterminazione che l’Unione Europea e la Repubblica Italiana affermano di difendere;
– il silenzio e l’inazione della comunità internazionale rischiano di favorire il ritorno del terrorismo jihadista e di compromettere ulteriormente la stabilità regionale.

Chiediamo l’impegno del Governo:

1) a condannare ufficialmente gli attacchi contro l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria e contro le Forze Democratiche Siriane;
2) a promuovere, in sede europea e internazionale, il riconoscimento politico e istituzionale dell’Amministrazione Autonoma di Rojava come interlocutore legittimo per una soluzione democratica del conflitto siriano;
3) ad attivarsi, attraverso iniziative diplomatiche urgenti, per la cessazione delle ostilità e il rispetto degli accordi precedentemente sottoscritti;
4) a sostenere la tutela dei diritti delle donne, delle minoranze etniche e religiose nel Nord Est della Siria, riconoscendo il valore del modello di autogoverno basato sull’uguaglianza di genere;
5) a vigilare affinché le politiche europee e internazionali non favoriscano, direttamente o indirettamente, forze jihadiste o regimi autoritari contrari ai principi democratici e ai diritti umani.

Firmatarie:

– UDIK Unione Donne Italiane e Kurde
– Coordinamento Nazionale Donne ANPI
– Politiche di Genere CGIL Nazionale
– UDI Unione Donne in Italia
– Casa Internazionale delle Donne
– La Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale udipalermo
– Avv. Angela Bitonti- avvocato per i diritti umani

Per aderire: udik.unionedonne@gmail.com

Il rischio della ricomparsa di ISIS è reale? Cosa dà forza alla gente del Rojava per resistere contro di esso?

retejin.com 24 gennaio 2026

Resistere ad ISIS
Abbiamo visto le immagini della bandiera dell’ISIS di nuovo sventolare sulla città di Raqqa. Ma quanto è reale il rischio che l’ISIS ritorni, dopo gli attacchi alla rivoluzione del Rojava? Che le donne vengano di nuovo vendute per strada e brutalizzate secondo una visione distorta dell’Islam? Avverranno di nuovo attacchi come quelli al Bataclan, a Nizzao a Bruxelles?
Per capirlo è necessario vedere chi sono gli attori in gioco: tra di essi, chi è Ahmed al-Sharaa, attuale capo del governo provvisorio di Damasco?
Ahmed al-Sharaa, nom de guerre al-Jolani
Nato nel 1982, in una famiglia laica borghese, abbraccia il fondamentalismo islamico intorno all’anno 2000. Nel 2003 combatte come membro di al-Qaeda in Iraq; nel 2006 viene arrestato e detenuto in diverse prigioni in Iraq, incluse Abu Ghraib e Camp Bucca. Quest’ultima è talvolta definita “accademia della jihad”, perché in essa si sono formati molti dei leader dell’ISIS. Nel 2011 viene rilasciato e incaricato da al-Qaeda di costruire il ramo siriano dell’organizzazione: nasce così nel 2012 al-Nusra, di cui diventa emiro generale con il nome di battaglia
al-Jolani. Negli anni immediatamente successivi una delle forze con cui si scontra è quella delle YPG-YPJ; particolarmente feroce è stata la battaglia di Serekaniye del 2012-2013.
Nel 2015 al-Jolani rifiuta di unirsi all’ISIS, rimanendo fedele alla linea di al-Qaeda. Nel 2017 fonda HTS che, oltre ad al-Nusra, include altri gruppi jihadisti; ne diventa leader e occupa la provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, dove stabilisce il Governo della salvezza, braccio governativo di HTS. Qui l’autoritarismo è pervasivo: arresti arbitrari, prigioni segrete, esecuzioni pubbliche, discriminazione religiosa (in particolare contro drusi e cristiani) e soppressione dei diritti delle donne. Viene applicata la Sharia in modo selettivo, mentre si costruisce una facciata di moderazione attraverso attività di sensibilizzazione pubblica, apparizioni sui media e dichiarazioni di non ostilità verso l’Occidente. Nell’ottobre 2022 HTS si espande nell’area di Afrin, convivendo con il suo alleato Esercito Nazionale Siriano (SNA), già presente sul territorio. Durante tutto questo periodo la Turchia ha continuato a intrattenere rapporti commerciali con HTS e a consentirne i movimenti in diverse zone. Il 27 novembre 2024 HTS ha avviato una campagna militare che lo ha portato a prendere il controllo di Damasco l’8 dicembre 2024.
Molti elementi del nuovo governo avevano avuto incarichi in al-Nusra o nel cosiddetto Governo della salvezza, si erano macchiati di crimini di guerra o avevano compiuto femminicidi. Nella costituzione approvata, la Sharia costituisce la base dell’ordinamento ed è utilizzata come pretesto per applicare norme contrarie ai diritti delle donne. Le leggi sul matrimonio rimangono sotto l’autorità religiosa e non laica; non esiste alcuna norma che garantisca la presenza delle donne nei ruoli decisionali. La denominazione “Repubblica araba siriana” resta in vigore, l’arabo è l’unica lingua ufficiale e solo un musulmano può essere capo dello Stato. Al-Jolani ha indossato giacca e cravatta, ma resta lo stesso jihadista misogino.
Una volta al governo, non ha mancato di usare violenza contro gruppi di diversa fede. A marzo, gruppi jihadisti guidati da HTS e fazioni sostenute dalla Turchia hanno colpito la comunità alawita nella regione costiera, causando oltre 1.600 morti civili, incendi di villaggi, sfollamenti di massa e rapimenti di donne, con chiari moventi di intolleranza religiosa. Da fine aprile hanno attaccato anche la comunità drusa nelle aree di Damasco rurale e di As-Suwayda, con bombardamenti, saccheggi, distruzione di luoghi sacri e oltre 130 vittime.
Le donne sono bersagli specifici: decine di alawite sono state rapite e fatte sparire, in uno schema che richiama le violenze sistematiche commesse dall’ISIS contro le donne yazide. Queste pratiche confermano una violenza settaria basata su un fondamentalismo religioso pseudo-islamico che, con gli ultimi attacchi, si è nuovamente riversato nei territori del NES.
ISIS dopo la sconfitta del califfato
Nel 2019 il territorio fisicamente sotto controllo dell’ISIS è stato liberato definitivamente dalle YPG-YPJ-SDF nella battaglia di Baghouz. Dopo questo, però, diverse cellule dell’ISIS hanno continuato a resistere nascoste; un’altra parte è confluita all’interno di HTS, guidato da Ahmed al-Sharaa, che all’epoca si stava rafforzando a Idlib, nel cosiddetto “governo della salvezza”. Altri ancora, alcune decine di migliaia, sono state arrestati dalle YPG-YPJ-SDF e, quando sono iniziati gli attacchi, si trovavano ancora nelle prigioni del Nord ed Est della Siria – NES. Nel 2025 si stimava che nelle prigioni del NES fossero detenuti circa 10.000 jihadisti, tra cui 2.000 stranieri. Poiché gli Stati di provenienza si rifiutavano di rimpatriarli, la loro gestione ha rappresentato per anni un peso enorme per l’amministrazione autonoma, non solo economico e logistico ma soprattutto in termini di sicurezza. Un esempio emblematico è la battaglia della prigione di Hasakah del 2022. Qui erano detenuti circa 4.000 jihadisti. La struttura fu attaccata da 100-300 membri di cellule dormienti dell’ISIS; nella difesa morirono 121 persone, tra civili, membri delle YPJ-SDF e personale carcerario. Si stima che alcune decine, forse centinaia, di detenuti riuscirono a fuggire.
Un discorso a parte meritano i campi di detenzione, come al-Hol e Roj. Nel campo di al-Hol nel 2025 si stimavano circa 27.000 persone, in gran parte donne che educavano i figli secondo l’ideologia del califfato. Nonostante le operazioni militari, l’ISIS continuava a organizzarsi all’interno del campo; periodicamente venivano liberate donne yazide ridotte in schiavitù e ancora nascoste tra le detenute. Il campo di Roj, più piccolo, ospitava circa 2.100 donne legate all’ISIS con i loro figli; tra questi vi sono oggi una cinquantina di giovani uomini tra i 18 e i 20 anni.
Impatto degli ultimi attacchi
Dal 6 di gennaio 2025 le bande jihadiste di nuovo stanno attaccando il nord e l’est della Siria, partendo da Aleppo e proseguendo nel loro massacro verso Kobane (che in questo momento si trova isolato e sotto assedio), Hassakeh e la zona est.
Diverse testimonianze riportano la presenza di combattenti dell’ISIS tra le bande che hanno attaccato Aleppo e il Nord ed Est della Siria. Combattenti feriti hanno dichiarato, al rientro: “stavamo combattendo contro l’ISIS”. Immagini mostrano insegne dell’ISIS tra i combattenti; in alcuni video i comandanti parlano di “seguire gli ordini dell’emiro”, utilizzando un linguaggio tipicamente jihadista più che militare-statale. Gli episodi di violenza misogina non sono mancati: il corpo di una combattente YPJ caduta è stato gettato dal terzo piano di un edificio, mentre la treccia mozzata di un’altra combattente è stata mostrata con sprezzante orgoglio da uno jihadista.
Negli anni 2014-2019 sappiamo che il supporto fornito dalla Turchia ad ISIS non è stato irrilevante: sostegno economico, logistico e cure ai feriti. Oggi dinamiche simili si ripetono: droni turchi bombardano per supportare le bande jihadiste, e immagini mostrano combattenti che innalzano la bandiera turca.
Uno degli obiettivi principali di questi gruppi sono le prigioni che detengono membri dell’ISIS. Dalla prigione di Shaddadi sono usciti circa 1.500 jihadisti; la prigione di Raqqa è ad alto rischio; quella di Hasakah è la più popolosa e la sua caduta comporterebbe la liberazione di migliaia di detenuti. Le recinzioni del campo di al-Hol sono state aperte e chi vi si trovava è uscito. Sono stati identificati almeno sei siti da cui combattenti dell’ISIS sono fuggiti, mentre online l’organizzazione inneggia alle evasioni. La prigione di Raqqa, al-Aqtan, con i suoi circa 2.000 membri dell’ISIS si trova ora nelle mani di HTS; un gruppo di YPJ-SDF ha resistito quasi una settimana senza cibo né acqua per difenderla, circondato dalle bande jihadiste. Se prima la comunità internazionale lasciava il NES solo nella gestione dei detenuti dell’ISIS, oggi chiude gli occhi mentre questi vengono liberati.
In questo momento Kobane è sotto assedio. Kobane, che segnò il momento in cui ISIS cominciò a cadere, oggi è di nuovo attaccata da forze che non sono poi così diverse da quelle del 2014. Nesrin Abdella, proprio a Kobane, ha dichiarato, parlando del nemico al fronte: “Posseggono tutti i tipi di armi pesanti e in particolare armi turche. (…) E questo è stato fatto con l’avanguardia di ISIS. Sono componenti di ISIS che, in maniera molto aperta, indossano la bandiera e i simboli di ISIS e come membri di ISIS attaccano.” La popolazione resiste a tutti i livelli; tutte e tutti prendono parte alla difesa.
Ma cosa c’è a Kobane, cosa c’è nel Rojava, che permette di resistere in questo modo? Cosa dà la forza alla popolazione, alle mamme, agli anziani, di prendere le armi e decidere di restare a difendere la propria terra? Perché, nella guerra di Aleppo se un comandante come Heval Ziyad dichiara di non andarsene per difendere la sua città e infine dona tutto quel che ha, inclusa la sua vita, per difendere quella terra, poi a centinaia decidono di fare lo stesso? Perché se il Rojava viene attaccato è tutto il Kurdistan che abbatte i muri e confini e accorre nella mobilitazione generale in solidarietà? Cosa fa sì che se uno jihadista si mostra con la treccia mozzata di una ragazza in mano, poi a migliaia di ragazze si intreccino i capelli?
Per cosa lottiamo
Quello che vediamo qui è uno scontro tra due idee, tra due modi di vivere, tra due sistemi di valori. Da una parte c’è quella visione della società violenta e frammentata, impregnata di sopraffazione e sottomissione, in cui le donne vengono vendute, vengono valutate in base a quanti figli possono fare nascere, vengono rese schiave come oggetti sessuali, umiliate, violentate, distrutte nell’intimo. Questo, in Siria, viene fatto in nome di una visione distorta dell’Islam, ma in altri luoghi del mondo prende i nomi e le forme più diverse. Quello che viene preso di mira dal sistema che mira a dividere, controllare e sottomettere la società è appunto questa società che attorno alla donna si è costruita, sono i valori e l’etica di cui essa è fonte, come la madre è fonte di vita per i propri figli e figlie. Il paradigma su cui si basa la Rivoluzione del Rojava è stato formulato da Abdullah Öcalan e mira a costruire una società democratica ed ecologica basata sulla liberazione delle donne.
Quando parliamo di una società democratica, intendiamo una società in grado di auto-amministrarsi (e quindi di soddisfare i propri bisogni materiali e spirituali) senza la necessità di uno Stato. Per fare ciò, crediamo che una società debba essere politica ed etica: una società politica è in grado di discutere i propri bisogni, prendere decisioni su come trovare soluzioni e mettere quelle decisioni in pratica; una società etica è quella che è in grado di vivere secondo i valori creati dalle precedenti decisioni politiche. In altre parole, l’etica è la memoria politica
della società. Una società ecologica è quella che è in grado di vedere le proprie radici nella natura, di sentire che la propria esistenza è intrecciata con la vita dell’ambiente circostante e di agire di conseguenza. Per creare questo tipo di società, crediamo che sia necessario basarla sulla libertà delle donne: crediamo che l’attuale sistema patriarcale-statale sia storicamente basato sulla schiavitù delle donne.
Vogliamo spiegare meglio quest’ultimo concetto. La storia può essere compresa come la coesistenza di due sistemi paralleli. Il primo era basato sulla raccolta in armonia con la natura, sulla cura e sulla costruzione della comunità necessaria per crescere i figli. Il secondo si basava sulla caccia, l’inganno, la violenza, e alla fine ha portato allo Stato. Semplificando e senza entrare nei dettagli, identifichiamo il primo sistema e i suoi valori con il femminile e la madre-dea, e il secondo con il maschile e lo stato-dio. Per affermarsi, il sistema patriarcale-statale ha dovuto sopprimere il sistema della madre-dea e trasformare le donne in proprietà — fisicamente, socialmente e psicologicamente. L’oppressione delle donne, della natura e della società da parte delle élite dominanti sono intrinsecamente legate. Ridurre le donne in schiavitù o trasformarle in merci è stata una condizione per la consolidazione del patriarcato. Sono state create caste e classi per dividere ciò che le donne un tempo univano intorno a sé. Pertanto, liberare le donne significa anche liberare la società e permettere all’umanità di superare il sistema patriarcale di oppressione. Per questa ragione, al centro del sistema nel nord e nell’est della Siria troviamo l’organizzazione autonoma delle donne. In tutti i campi, a tutti i livelli, le donne sono organizzate autonomamente, con la possibilità di veto sulle istituzioni miste.
Il modo in cui la popolazione è organizzata in Rojava si basa sui principi della nazione democratica. La nazione democratica è definita da Öcalan come: “Un modello di nazione che può derivare dalla nazione culturale, ma che tiene a freno ed esclude sfruttamento e oppressione, è di sicuro riconduibile alla nazione democratica. Una nazione democratica è la più vicina ai concetti libertà e uguaglianza. In accordo con questa definizione, possiamo affermare che si tratta del modello di nazione ideale per le comunità che lottano al fine di ottenere libertà e uguaglianza.” Una nazione democratica è il modo in cui una nazione si organizza senza diventare uno Stato. La base fondamentale su cui si fonda questa organizzazione sono le comuni, composte da alcune centinaia di famiglie di vicini, che risolvono i propri bisogni. Nelle comuni ci sono diverse commissioni, come economia, salute, autodifesa, arte e cultura, educazione, riconciliazione (per risolvere i conflitti nella società) e così via. Due persone, un uomo e una donna, sono responsabili della comune: questo sistema è chiamato sistema di co-presidenza, e la copresidente donna rappresenta la volontà delle donne organizzate. Da 10 a 20 comuni vengono poi organizzate in consigli di quartiere, assemblee cittadine, provinciali, di cantone e della Siria del nord e dell’est (NES). Tutti i comitati delle comune sono organizzati nello stesso modo, con delegati che vanno al livello successivo. Naturalmente, parallelo a questo sistema, esiste il sistema autonomo delle donne. Nella nazione democratica, tutti i componenti del tessuto sociale possono trovare il loro posto, vivendo liberamente la loro cultura, lingua e tradizioni (quando non vanno contro l’etica, per esempio quando tali tradizioni non opprimono le donne).
È contro questo che al-Jolani, ISIS e la Turchia stanno combattendo, è di questo che hanno paura: la libertà delle donne e la democrazia che essa porta sono ciò che loro non sopportano. Ed è anche questa democrazia che stiamo difendendo nel lottare contro il sistema che rende la società schiava, nel lottare contro la misoginia e il patriarcato. Questa lotta è importante da un lato perché la diffusione di ISIS, HTS e delle bande jihadiste renderebbe tutto il mondo (non solo il Rojava) un posto peggiore in cui vivere, ma anche perché le idee e le pratiche del Rojava stesso renderebbero questo mondo invece un posto migliore in cui vivere.

 

Dal Rojava a Shengal un unico grido: Berxwedan jiyan e! La Resistenza è vita!

cittàfutura.al.it Carla Gagliardini 23 gennaio 2026

In un distretto del governatorato del Ninive, nel nord-ovest dell’Iraq, vive il popolo degli ezidi. La loro casa è Shengal, una regione al confine con il Rojava, il Kurdistan occidentale, situato nell’attuale Siria.
Shengal, Rojava, Kurdistan e Siria: quattro geografie profondamente interconnesse, oggi più che mai.
Gli ezidi sono stati il bersaglio di un genocidio pianificato nei dettagli dallo Stato Islamico, il temuto Isis, nel 2014. Il prezzo che hanno pagato è elevatissimo. Fu il Pkk, il partito fondato da Abdullah Öcalan, ad aprire il corridoio della loro salvezza. Furono le Ypg, le unità di resistenza curde del Rojava, a non esitare e a unirsi a quella corsa contro il tempo per sottrarre a morte centinaia di migliaia di ezidi e di ezide.

Sconfitto lo Stato islamico in Iraq, gli ezidi hanno dato vita all’Amministrazione Autonoma di Shengal, affiancando la loro nascente esperienza a quella che già aveva preso vita in Rojava, nel nord-est della Siria. Entrambe sono basate sul confederalismo democratico, paradigma politico pensato da Öcalan per una società di pace e democratica, che si realizza con una democrazia radicale dal basso, con la liberazione della donna e con una società ecologica.
A Damasco, da dicembre del 2024, sulla poltrona più importante siede un signore, l’autoproclamatosi presidente Ahmed al-Sharaa, di mestiere ha fatto il jihadista e il suo nome di battaglia era al al-Jolani. Si è tagliato la barba, veste secondo i canoni dell’eleganza occidentale e va ripetendo che la Siria rispetterà tutte le minoranze, che sono numerosissime nel Paese.
Resta da capire cosa intenda lui per rispetto delle minoranze, visti i massacri di alawiti e druzi dell’ultimo anno, di cui tutti sono a conoscenza. Ma all’occidente piace perché dice quello che vuole sentirsi dire e poco importa se i fatti gli danno torto. L’immagine è salva e quindi si possono fare affari in un paese da ricostruire, ricco di risorse e in una zona geografica strategica.

Dal 6 gennaio l’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (Daanes), in Rojava, è attaccata dalle forze militari di Damasco. In questi sedici giorni di conflitto la Daanes ha perso più dei due terzi del suo territorio e sabato sera scadrà la tregua. Se la Daanes non accetterà le condizioni di Damasco, ponendo fine all’Amministrazione Autonoma, la guerra riprenderà con il solito sostegno della Turchia e il silenzio dei governi occidentali.

Cosa succederà del processo di pace in corso in Turchia è da capire ma il dubbio che al presidente turco Erdogan non interessi portarlo a buon fine è più che mai legittimo.

Il gioco delle alleanze mutevoli, che tengono in considerazione solo gli interessi degli Stati e spesso quelli personali dei loro leader, ha fatto sì che gli Stati Uniti d’America abbiano dichiarato, attraverso il loro ambasciatore in Turchia, Tom Barrack, che “oggi la situazione è radicalmente cambiata. La Siria ha ora un governo centrale riconosciuto che ha aderito alla Coalizione Globale per Sconfiggere l’Isis (divenendone il 90° membro alla fine del 2025), segnando una svolta verso ovest e una cooperazione con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo.
Questo cambia la logica del partenariato Usa-Sdf: lo scopo originario delle Sdf come principale forza anti-ISIS sul terreno è in gran parte venuto meno, poiché Damasco è ora disposta e posizionata per assumersi le responsabilità della sicurezza, incluso il controllo dei centri di detenzione e dei campi dell’Isis” (https://x.com/USAMBTurkiye/status/2013635851570336016).
Nessun brivido sembra correre lungo la schiena di Barrack nel sapere, o forse meglio nel consegnare le prigioni strabordanti di miliziani dell’Isis e il campo di al-Hol, incubatore delle nuove generazioni di jihadisti, a uno definito ex-jihadista (sulla base di cosa è considerato un ex?) e circondato da sostenitori dell’Isis.

Se a lui i brividi non vengono però non è così per qualcun’altro che ha conosciuto da vicino la violenza inaudita dello Stato Islamico. Si tratta dei curdi del Rojava e degli ezidi di Shengal. Sembra tutto pianificato per bene, basta seguire la cronologia degli eventi: a marzo dell’anno scorso viene siglato un accordo tra Damasco e le Sdf, che prevede l’integrazione di quest’ultime nell’esercito siriano centrale, ma non viene implementato entro il 31 dicembre del 2025, come stabiliva, e le accuse per il ritardo sono reciproche; ad agosto il presidente siriano dal curriculum jihadista firma l’ingresso della Siria nella Coalizione Anti-Isis; il 6 gennaio Damasco scarica tutta la colpa sulle Sdf e inizia a fare la pulizia etnica dei curdi nei due quartieri a maggioranza curda della città di Aleppo e poi prosegue la sua avanzata fino a ottenere la ritirata delle Sdf da città e luoghi strategici per porsi a difesa delle aree a prevalenza curda; il 17 gennaio al-Sharaa dichiara che con decreto viene riconocìsciuta la lingua curda, la cultura curda, la festa principale curda, ossia il Newroz, e concessa la cittadinanza ai curdi, mentre lo fa bombarda i “nuovi cittadini siriani”; il 18 gennaio viene firmato un cessate il fuoco che però non tiene.
I punti cruciali che determinano un brutale voltafaccia degli Stati Uniti verso i curdi sono l’ingresso della Siria nella Coalizione Anti-Isis, con l’evidente fine di rimpiazzare le Sdf, ossia le vere artefici sul campo della sconfitta dell’Isis nel 2019, e il riconoscimento per decreto dei diritti culturali e della cittadinanza a favore del popolo curdo siriano, senza nessuna garanzia che venga inserito nella nuova costituzione che si sta discutendo, così tentando di togliere dal tavolo una delle questioni spinose. Si tratta di manovre tattiche che hanno come obiettivo quello di ripulire il curriculum del presidente siriano e far credere al mondo che le Sdf non hanno più nulla da rivendicare e nella nuova Siria non c’è nulla da temere. Surreale!
Una manovra di propaganda degli Stati Uniti che ha come fine quello di permettere che si facciano affari in Siria, ricca di risorse prime che si trovano nei territori presi alla Daanes. Al contempo un segnale a Iran, Russia e Cina che con la nuova mappa del Medio Oriente si trovano al momento spiazzate.
Attualmente è in corso la tregua firmata il 20 gennaio e che durerà fino a sabato, ampiamente disattesa da Damasco che continua ad attaccare Kobane, città simbolo della resistenza curda. Se le Sdf non dovessero accettare il contenuto del diktat di Damasco, ossia la fine dell’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria, cosa succederà? E’ lecito pensare che la resistenza andrà avanti e i curdi ancora una volta nella loro storia si troveranno a respingere un tentativo di genocidio.

Ed è questo orrore assoluto, la volontà di sterminare un popolo in quanto tale, che ha rimesso in agitazione e allarme il popolo degli ezidi. Gli ezidi sanno che è molto probabile che dopo arrivi il loro turno. Ma perché? Perché l’Isis, sconfitto nel 2019, è più vivo che mai da quando al-Sharaa ha conquistato il paese e perché le prigioni e il campo di al-Hol sotto il controllo del governo siriano non sono ovviamente una garanzia di sicurezza.
C’è poi la Turchia dietro sia alla caduta di Assad in Siria che all’attacco alla Daanes. Erdogan vuole per l’Amministrazionje Autonoma di Shengal la stessa fine che sta cercando di infliggere all’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria.
A Baghdad da tempo arriva la pressione di Ankara in tal senso e questo potrebbe essere il momento propizio per chiudere anche quell’esperienza democratica.
Oggi a Shengal si vivono momenti di angoscia ripensando al genocidio del 2014 e all’orribile sorte a cui sono andate incontro le donne e le bambine, vendute come bottino di guerra e ridotte alla schiavitù sessuale. L’Amministrazione Autonoma monitora gli sviluppi e si prepara. Il Co-Presidente del Consiglio dell’Amministrazione Autonoma di Shengal, Xwedêda Îlyas, in un’intervista rilasciata a Anf News, ha dichiarato che; “È in corso una guerra mondiale, e va avanti dal 1990. Ognuno combatte per i propri interessi e si stanno preparando per una guerra ancora più grande. Vogliono portare a termine questa guerra in Medio Oriente, ma non rimarrà limitata solo al Medio Oriente. Stati come Europa, Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna hanno attivato la guerra in Ucraina per cacciare la Russia dal Medio Oriente e tutelare i propri interessi nella regione. Gli accordi firmati in passato, come Sykes-Picot, non sono più considerati sufficienti e ora si parla degli Accordi di Abramo. La guerra è già iniziata in Palestina, Libano, Siria, Yemen e Iran. Questo dimostra che stiamo entrando in una guerra dura e di vasta portata”. Ha poi aggiunto: “Dobbiamo prepararci a questa guerra. Non dovremmo dire: ‘Non succederà nulla’. Dobbiamo essere pronti per una situazione come l’attacco del 2014. Gli Stati non si stanno armando a tal punto senza motivo.

Chiediamo ai nostri popoli di prepararsi sotto ogni aspetto. Dobbiamo prevedere come potrebbe svilupparsi una guerra e prepararci di conseguenza, in modo che gli Stati che sognano di far rivivere il passato ottomano non possano trasformare questa situazione in un’opportunità a proprio vantaggio. Ad esempio, oggi ci sono proteste in Iran e gli Stati Uniti vogliono intervenire. Gli Stati Uniti sono entrati in una fase di perseguimento di politiche di frammentazione. I popoli non contano per gli Stati Uniti, Israele o la Francia”