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Tag: Curdi

Si sciolgono le forze combattenti curde e il sogno della rivoluzione: non perdiamo di vista le vittorie

il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2026, di Davide Grasso

Le SDF sono state il più grande esercito popolare del Medio Oriente, raggiungendo 70mila unità. L’esito finale è stato determinato dagli attacchi di gennaio del governo siriano

In questi giorni le forze armate del governo di Damasco prendono gradualmente possesso delle ultime aree autonome nel nord della Siria, in zone a maggioranza curda chiamate per questo Rojava. Questo dispiegamento arriva dopo l’annuncio, il 25 agosto, dell’auto-dissoluzione dell’Amministrazione democratica autonoma (DAA) e delle sue Forze siriane democratiche (SDF) di autodifesa. L’autonomia del nord-est, di ispirazione confederalista e democratica socialista, esisteva di fatto dal 2012, e ufficialmente dal 2014. Ha rappresentato negli ultimi quattordici anni un punto di riferimento per coloro che hanno cercato di immaginare un nuovo modo di concepire la rivoluzione nel XXI secolo, dotato al tempo stesso di concretezza, rinnovamento etico e concettuale e spazio per l’utopia.

Le zone autonome si erano ingrandite nel corso del tempo grazie alla guerra di resistenza attuata dalle SDF contro lo Stato islamico o Daesh tra il 2014 e il 2019. Le vittorie delle SDF in quegli anni sono state possibili grazie a decine di migliaia di giovani volontari siriani e mediorientali che hanno combattuto con coraggio estremo e mezzi poverissimi. Sono state il più grande esercito popolare rivoluzionario del Medio oriente, raggiungendo 70.000 unità (non molto meno dell’esercito siriano stesso) e coinvolgendo una maggioranza di combattenti di lingua araba (circa il 68,7% secondo una survey del 2019) e una cospicua minoranza di curdi (17,2%), oltre ad assiri (12,5%), ezidi, turcomanni, circassi e armeni (2%).

Le SDF hanno visto combattere al loro interno fedi diverse, tra cui era maggioritario l’islam sunnita, ma con importanti minoranze delle diverse confessioni cristiane orientali, dell’ezidismo e dell’alevismo. Una buona parte dei combattenti delle due forze curde che hanno diretto le SDF, le Unità di protezione del popolo (YPG) maschili e le Unità di protezione delle donne (YPJ) femminili, era inoltre atea, agnostica o rivendicava un’adesione a forme di panteismo e l’interesse per tradizioni religiose zoroastriane. La presenza di donne era unica nel panorama politico delle forze non statali nate dopo il 2011 in Siria. Le YPJ, che costituivano circa il 18% delle SDF, erano un esercito femminile autonomo, con una propria catena di comando, che si riservava ogni volta di concordare le scelte delle SDF con i comandi maschili e aderiva a una concezione femminile del sapere chiamata Jineolojî (“scienza donna”).

Le SDF hanno rappresentato la forza armata che, nella guerra siriana, ha fatto propri principi di combattimento volti al rispetto dei prigionieri, al rifiuto della pena di morte e di esecuzioni sommarie. Nonostante non siano mancate infrazioni, questo tratto di disciplina ed etica interna le ha differenziate dai gruppi islamisti contro cui ha combattuto e che ora, dopo aver preso il potere a Damasco nel 2024, sono riusciti a imporne lo scioglimento. Questo esito è stato determinato principalmente dall’attacco su vasta scala del governo dello scorso gennaio, che non ha incontrato resistenze nelle regioni autonome a maggioranza araba, dove anzi si è assistito alla defezione di molte unità delle SDF, che hanno attaccato le YPG-YPJ curde al fianco delle forze governative.

Quei fatti sono decisivi per comprendere la sconfitta di una rivoluzione che ha immaginato di poter promuovere nuovi sistemi di autogoverno confederati sul territorio, dove diversi stili di vita e regimi di verità potessero convivere senza suprematismi religiosi o razziali. Così non è stato, in parte per un indomito razzismo anti-curdo presso parte della popolazione, in parte perché negli apparati del movimento hanno resistito forme di razzismo anti-arabo che le discriminazioni patite dai curdi possono in parte spiegare sul piano sociologico, ma non giustificare. Molto ha contato anche la promessa del nuovo presidente salafita di investimenti massicci dall’occidente a favore delle imprese locali, che ha convinto i capi delle maggiori tribù a passare dalla parte di Damasco, sospinte in questa direzione anche dall’inviato di Trump, Tom Barrack.

Nulla si potrebbe comprendere dell’intero processo, infatti, senza ricordare il ruolo delle superpotenze, Stati Uniti in testa. Nonostante abbiano fin dall’inizio supportato, con la Turchia, l’opposizione islamista, mentre la Russia sosteneva Assad, l’incapacità di entrambi questi fronti di contenere l’espansione di Daesh nel 2014 ha aperto una decisiva finestra di opportunità per le YPG-YPJ, fino ad allora esercito agguerrito ma marginale. È stata la cooperazione militare con gli USA contro Daesh, e con la Russia contro altre branche dell’opposizione islamista, ad aver permesso la creazione delle SDF e l’espansione di una confederazione autonoma fondata su migliaia di comuni popolari, centinaia di cooperative ecologiche e congressi delle donne su quasi un terzo della Siria.

In un mondo dove la difficoltà dei movimenti a costruire un pensiero autonomo produce a diverse latitudini l’idealizzazione acritica ora dell’America, ora della Russia, ora dell’Iran o della Turchia, le SDF sono state idealizzate da alcuni e demonizzate da altri, non senza fuorvianti e paradossali caricature ultra-liberali o islamofobe, mentre le loro bandiere sono state sventolate quando questo attraeva consensi e simpatie, e messe nel cassetto quando è cambiata la moda. La verità è che nessun movimento armato del tempo presente può prescindere dal rapportarsi con forze statali, anche quando governate da prospettive ideologiche diametralmente opposte. Questa è una contraddizione che sta nelle cose, in Kurdistan come in Palestina, in Ucraina come in Libano. Il rapporto con le grandi potenze ha in ogni caso decretato tanto l’ascesa quando il declino delle SDF. La Russia di Putin ha aperto la strada alle invasioni turche della DAA nel 2018 ad Afrin e nel 2024 a Sheeba e Manbij, mentre gli USA di Trump hanno fatto lo stesso nel 2019 a Tell Abyad e Serekaniye, appoggiando infine a Al-Shaara durante l’attacco del 2026.

 

Quale sarà il futuro dei kurdi nella Siria governata dagli islamisti?

greenreport.it, 31 agosto 2026, di Umberto Mazzantini

Il processo di integrazione dei kurdi si scontra con il riconoscimento dello status delle donne combattenti e dell’istruzione in kurdo e con le difficoltà per il ritorno degli sfollati

Il 25 agosto, il comandante in capo delle Syrian Democratic Forces (SDF), il kurdo Mazlum Abdi, ha dichiarato che «La caduta del regime ba’athista ha segnato l’inizio di una nuova fase nella costruzione di una nuova Siria» e ha ricordato che la decisione di aderire alla nuova Siria post-Assad si basa sui 29 accordi, rivendicando il fatto che «L’integrazione delle istituzioni militari, di sicurezza e amministrative, create negli ultimi anni, nelle istituzioni statali è stata gestita in modo da preservare l’identità e i risultati di tali istituzioni. La fase di integrazione delle istituzioni militari, di sicurezza e amministrative nelle istituzioni statali si è conclusa e da oggi ha inizio una nuova fase. Esorto gli abitanti della regione a proteggere e sostenere le istituzioni nate grazie al sacrificio dei martiri. La lotta per garantire i diritti del popolo Kurdo e di tutte le componenti della Siria continuerà e che in questa fase gli sforzi politici saranno intensificati. La lotta politica continuerà per garantire che i diritti legittimi dei kurdi e di tutte le altre componenti siano tutelati nella nuova costituzione siriana».
Resta il gigantesco problema di come il progetto eco-socialista e femminista dei Kurdi del Rojava e dei loro alleati delle altre minoranze etniche e arabi progressisti possa convivere con un regime islamista, sotto controllo turco, come quello che ha preso il potere a Damasco.
Abdi ha confermato che le SDF, che hanno resistito prima e poi sconfitto sul campo i fascio-islamisti dello Stato Islamico/Daesh, hanno finito la loro missione e verranno integrate nel nuovo esercito siriano, ma le difficoltà e le diffidenza non mancano. Per esempio, ha fatto discutere quanto scritto su X/Twitter da Kamal Chomani, caporedattore di The Amargi e dottorando all’Università di Lipsia: «I kurdi si aspettavano sicuramente di più, ma se questo pone fine ad anni di spargimenti di sangue e repressione, allora è il più grande risultato della loro storia. Questo è un momento sul quale tutte le componenti della Siria possono costruire ulteriormente».
Tra la diaspora kurda – ma anche tra chi ha combattuto lo Stato islamico e gli integralisti oggi al potere in Siria – in molti si chiedono se davvero l’accordo raggiunto Damasco sia un momento storico per la Siria e per i kurdi. In un articolo di approfondimento, rispeso anche dalla pagina Facebook “Staffetta sanitaria Rojava”, Chomani spiega che «E’ storico perché, per la prima volta, l’istruzione in lingua kurda si appresta a ottenere un riconoscimento ufficiale e i kurdi vengono considerati partner per il futuro del Paese, anziché semplici ospiti. Non è ancora certo se questo processo avrà successo. Tuttavia, in un contesto di terrore di Stato, rivalità regionali e scontro tra grandi potenze all’interno della Siria, questo potrebbe rappresentare il miglior risultato possibile».
Il giornalista e attivista Kurdo spiega che «La guerra in Siria non è mai stata solo una guerra civile. È stato un campo di battaglia in cui potenze regionali e internazionali si sono scontrate attraverso alleati e alleati. Il conflitto ha posto fine al governo della famiglia Assad; l’Asse della resistenza iraniana ha subito una sconfitta; Mosca ha perso influenza a favore di Washington; e la Russia non è più presente in Siria e sta per perdere la base aerea di Hmeimim vicino a Latakia e la base navale russa di Tartus. Tra coloro che hanno tratto vantaggio dalla situazione figurano la Turchia, emersa come uno dei vincitori regionali della guerra, e Israele, che ha visto eliminato un nemico, ma al contempo ha visto comparire una nuova potenziale minaccia al confine. Il regime di Assad e l’Iran hanno sempre avuto difficoltà ad esercitare il pieno controllo della Siria, poiché l’Iran non è mai stato ben accetto nel Paese. La Turchia, tuttavia, si trova ad affrontare una realtà potenzialmente diversa, essendo un Paese vicino a maggioranza sunnita che ha accolto milioni di siriani come rifugiati negli ultimi 15 anni. In questo gioco violento e in continua evoluzione, i kurdi avrebbero potuto subire un altro massacro, essendosi trovati sull’orlo di una guerra di vaste proporzioni nel gennaio 2026. In alternativa, avrebbero potuto espandere il territorio sotto il controllo delle SDF, se gli Stati Uniti non avessero cambiato rotta e modificato le proprie politiche riguardo alla presenza in Medio Oriente e in Siria. Nessuna delle due ipotesi si è verificata. Il risultato è stato una via di mezzo».
Chomani invita i Kurdi ad essere realisti: «La politica non è un gioco a somma zero. E’ complessa, dinamica e spesso incerta. I kurdi del Kurdistan iracheno hanno commesso un grave errore quando il KDP (Partiya Demokrat a Kurdistanê, ndr) ha guidato un gioco a somma zero durante il referendum del 2017, e la Regione del Kurdistan non si è ancora ripresa da quel colpo. Il PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan, ndr) ha commesso un errore altrettanto grave nel 2015-2016 con la guerra di trincea ad Amed (Diyarbakir). Ci sono voluti quasi dieci anni perché il PKK si riprendesse da quel colpo, anche se si può sostenere che la sua posizione sul campo non abbia mai recuperato la forza di un tempo. La storia non procede in modo lineare; questo è un concetto che molti kurdi hanno frainteso. Oggi si può ottenere una cosa, domani un’altra. Ma le riforme in stati-nazione così ostili rimangono graduali, poiché i cambiamenti rivoluzionari all’interno di questi regimi intrinsecamente autoritari sono difficili da concretizzare. A volte si assiste a una regressione, a volte a un progresso: questa è la storia della politica. Molti credono ancora che la prossima fase della politica kurda debba essere la creazione di uno stato nazionale; per questo, quando Öcalan ha cambiato rotta, molti sono stati comprensibilmente frustrati e delusi. Ma la politica è l’arte del possibile: sapere cosa si può ottenere ora e cosa bisogna preservare per il futuro».
Secondo Chomani, da quel che è successo in 13 anni sanguinosi e terribili di guerra civile e internazionale siriana si possono trarre tre lezioni fondamentali: «Primo: la lotta politica richiede impegno verso i propri valori e un lavoro continuo. La lotta non ha un punto di arrivo – da qui il detto kurdo “Berxwedan jiyane” (La resistenza è vita/Resistere è vivere) – perché i pericoli all’interno della società sono reali quanto quelli esterni: combattere le strutture patriarcali è importante quanto lottare per l’identità kurda. Combattere il dominio esterno è necessario, ma affrontare i nostri fallimenti interni, le tendenze autoritarie e le debolezze è altrettanto, se non più, importante. E’ qui che il Rojava si distingue: può guidare una lotta dal basso che può andare oltre i territori kurdi. Può schierarsi al fianco delle minoranze, così come delle donne siriane; due gruppi che non sono apprezzati dall’attuale regime. Secondo: gli errori fanno parte della vita, ma la politica richiede la capacità di imparare da essi. La maturità politica significa imparare dagli errori e cercare di non ripeterli. Il comandante delle SDF, Mazloum Abdi, ha ammesso questi errori durante l’intervista che gli ho fatto lo scorso febbraio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Pochi giorni fa, nella sua intervista con Rudaw Media Network, ha dichiarato che il più grande fallimento della sua vita è stato quello di non aver fatto abbastanza per garantire che l’accordo del 10 marzo diventasse realtà. Terzo: le grandi ambizioni sono necessarie, ma rischiare tutto è pericoloso, soprattutto per gli attori non statali. Alcune perdite non sono facili da riparare. Il Rojava sta ora cercando di correggere ciò che avrebbe potuto essere gestito meglio dopo l’accordo del 10 marzo 2025. Il Rojava sta entrando in una nuova fase. Fino a poco tempo fa, Ahmad al-Sharaa (il presidente autoproclamato della Siria, ndr) era considerato un terrorista, con gli Stati Uniti che offrivano una taglia di 10 milioni di dollari sulla sua testa. Oggi, viene accolto dallo stesso sistema internazionale che lo aveva inserito nella lista dei terroristi. Fino a poco tempo fa i kurdi erano celebrati negli Stati Uniti quasi come eroi di Hollywood. Anche quel periodo è finito. Non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Ma sappiamo questo: il futuro dei kurdi non sarà plasmato solo da ciò che gli altri faranno loro. Sarà plasmato anche da come i kurdi si prepareranno».
Chomani invita i suoi connazionali senza patria ad essere ottimisti: «I kurdi non devono sprofondare nella disperazione, come vedo fare ad alcuni. La mentalità di considerarci solo vittime è politicamente distruttiva. Il Medio Oriente sta entrando in un nuovo ordine e gli attori armati non statali non possono più assicurarsi un ruolo di rilievo se continuano a considerare la lotta armata come l’unica via per la liberazione. Una strada è combattere come Hamas e rischiare di trasformare il proprio popolo in vittime, soprattutto quando la potenza avversaria non esita a ricorrere alla distruzione di massa e al genocidio. Un’altra strada è comprendere la propria forza, scendere a compromessi quando necessario e continuare la lotta in forme politiche, sociali e costituzionali più solide. Questo vale anche per Turchia, Siria e Iran: non possono negare per sempre l’esistenza dei kurdi. Il processo di pace turco-kurdo va visto in questo contesto: i frutti della pace sono maturi per essere raccolti e ora possono, e devono, abbandonare la politica della negazione. L’accordo di Damasco non rappresenta quindi la fine della lotta curda in Siria. E’ un passo verso la ridefinizione del futuro della Siria. Non soddisferà pienamente le aspettative kurde, né quelle dei fondamentalisti islamici di Ahmad al-Sharaa, né quelle dei nazionalisti arabi, che non hanno mai voluto vedere donne senza hijab, come le donne delle YPJ, tra le fila delle forze di sicurezza, o una donna curda di spicco nel campo degli affari esteri, come Ilham Ahmed . Ed è proprio per questo che è importante: entrambe le parti dovranno ora scendere a compromessi sulla futura costituzione e sul tipo di Siria che verrà».
E finora il governo di Damasco aveva bloccato il processo di integrazione delle SDF proprio sullo status delle donne combattenti delle Yekîneyên Parastina Jin (YPJ – Unità di difesa delle donne), con la sua posizione contraria all’istruzione in kurdo nelle scuole del Rojava e con le difficoltà poste al ritorno degli sfollati.
Lo status delle YPJ resta una delle questioni più spinose nel processo di integrazione dei kurdi siriani. Come ricordava il 21 agosto Rete Kurdistan Italia, «Da quando ha preso il potere nel dicembre 2024, HTS (Hay’at Tahrir al-Sham – Organizzazione per la liberazione del Levante, nata come Jabhat al-Nusra, ala siriana di al-Qaeda, ndr) si è rifiutato di riconoscere le combattenti donne come forza autonoma e ha cercato di scioglierle. Le YPJ, tuttavia, hanno ribadito che continueranno ad adempiere al loro dovere di difendere il popolo in quanto forza composta da donne». Secondo Hassan Mohamed Ali, co-presidente dell’Ufficio per le relazioni generali del Mawtbo d’Suriya Demoqraṭoyto/Meclîsa Sûriya Demokratîk (MSD – Consiglio democratico siriano, l’ala politica delle SDF), durante l’ultimo incontro a Damasco è stata avanzata la proposta che le YPJ restino operative non come forza all’interno dell’esercito siriano, ma come “forza antiterrorismo” del ministero dell’interno.
Il ritorno degli sfollati rimane una delle maggiori sfide per l’attuazione dell’accordo di integrazione: l’articolo 14 prevede «Il ritorno degli sfollati di Afrin (Efrîn), Sheikh Maqsoud (Şêxmeqsûd) e Ras al-Ayn (Serêkaniyê) nelle loro città e nei loro villaggi, e la nomina di funzionari locali all’interno delle amministrazioni civili in queste aree».
Afrin è occupata dal 2018 dall’esercito turco e da mercenari islamisti sostenuti dalla Turchia. Il 9 marzo scorso, il primo convoglio di profughi kurdi, circa 400 famiglie e 2.000 persone, ha fatto ritorno a Mabeta, Şiyê e Cindirês. L’ultimo convoglio è partito da Qamishlo il 21 maggio. Circa 11.000 famiglie sono tornate nelle loro case dopo 8 anni nell’ambito del processo di rimpatrio. Ma ad aspettarle hanno trovato spesso miliziani islamisti dei gruppi armati Emzat, Hamzat e Sultan Murad, sostenuti dalla Turchia, che hanno occupato le case degli sfollati kurdi. Circa 5.000 persone delle famiglie arabe di mercenari provenienti da fuori regione si sono stabiliti nella zona centrale di Afrin e nei distretti di Mabeta, Şiyê, Cindirês e Bilbil. Alcuni si rifiutano di lasciare le abitazioni dei kurdi, altri lo fanno solo dopo averle distrutte. La Turchia continua ad occupare militarmente alcune zone di Afrin e diversi villaggi dei dintorni e ha ancora basi militari a Parsê Hill, Guz Hill, Bîlelko e Kefir Cenê, a Şêxûrzê, nel distretto di Bilbil, e a Dewrîş, vicino a Raco, si è ritirata solo da tre villaggi. Le forze di sicurezza ad Afrin sono attualmente sotto il controllo del governo provvisorio di Damasco e i mercenari continuano a rappresentare un grave problema e continuano a uccidere civili kurdi, mentre i bambini non possono ancora ricevere un’istruzione nella loro lingua madre, il kurdo. Il 10 agosto i mercenari islamisti filo-turchi hanno attaccato un convoglio di profughi composto da 410 famiglie kurde, arabe e cristiane, circa 2.500 persone provenienti da villaggi e zone rurali e che volevano fare ritorno a Afrin. Circa 100.000 persone sono ancora sfollate. in base all’accordo di Damasco, i mercenari devono lasciare le case che hanno occupato e la sicurezza deve essere ripristinata prima che i residenti possano tornare alle proprie terre, ma l’ultimo attacco ha dimostrato non è ancora possibile farlo e i rimpatri sono stati sospesi. I rappresentanti degli sfollati di Afrin hanno avvertito che «Il governo provvisorio di Damasco, l’Amministrazione autonoma e il Governatorato di Hasakah devono garantire la sicurezza e adempiere alle proprie responsabilità».
Una situazione difficile, in un Paese esausto, diviso, invaso e bombardato da Turchia e Israele e tradito dai regimi arabi e dalle democrazie occidentali che hanno fomentato la guerra civile, ma Chomani ricorda al suo popolo senza patria che «I popoli della Siria hanno ora la possibilità di costruire una nuova Siria, diversa da quella di Assad. Sia i kurdi che gli arabi dovrebbero ricordare che la Siria di Assad non accettava né kurdi né arabi che non si allineassero alle linee autoritarie. Devono imparare dagli Assad: uno è in Russia, l’altro in una tomba maledetta».

 

Il parlamentare filocurdo Öztürk: «La legge sul negoziato di pace con il Pkk è solo l’inizio»

Avvenire, 12 agosto 2026, di Luca Foschi

Il deputato: «Non siamo contenti di alcuni articoli, adesso da affrontare la questione della lingua, dell’autonomia e dell’amministrazione locale»

«È stato un momento storico per la Turchia. La maggior parte dei partiti politici ha approvato una legge che dà avvio al superamento di problemi che sembravano irrisolvibili. Non siamo contenti di alcuni articoli, ma è solo l’inizio, in futuro affronteremo la questione della lingua, dell’autonomia, delle amministrazioni locali». Prudenza ed entusiasmo confliggono nella voce di Berdan Öztürk, deputato del partito filocurdo Dem. Avvenire lo ha intervistato pochi minuti dopo il suo arrivo nella “capitale” dei curdi turchi Diyarbakir, di ritorno da Ankara, dove lunedì notte ha partecipato in parlamento alla votazione che porta avanti il delicato processo di pace.

Da più parti la legge è stata accusata di incompletezza e ambiguità. Quali sono i principali punti critici?

Innanzitutto non sappiamo esattamente come sarà scandito il processo che dovrebbe portare all’implementazione dei punti contenuti nel testo. La legge si presenta inoltre come strumento di sicurezza, e non menziona esplicitamente la causa curda. Nessun riferimento viene fatto al processo di democratizzazione. E poi Abdullah Öcalan, il leader del Pkk e principale negoziatore curdo, è escluso dalla clemenza. Ma come lui stesso ha ripetuto più volte ogni viaggio comincia con un piccolo passo. La maggior parte del parlamento si è assunta la responsabilità del processo di pace. Questo è un traguardo molto importante, per tutti.

Si può parlare di una nuova stagione nelle relazioni parlamentari?

Direi che è troppo presto. A lungo i partiti turchi hanno ignorato le istanze curde. Ma tutti ormai hanno capito che non si può andare avanti con rapporti di dominazione ormai desueti, che dobbiamo voltare pagina e cercare insieme la giustizia e la democrazia.

Come è stata accolta l’approvazione della legge da parte della comunità curda?

I curdi sono un popolo molto politicizzato, molto attento, che sente una profonda fiducia nei confronti di Öcalan, e ha scelto di seguirlo nella decisione di abbandonare la lotta armata. Ora spetta a noi, ai cittadini, al partito Dem. Dobbiamo essere pazienti, seguire il processo di pace fino in fondo e contribuire alla costruzione di una Turchia forte, coesa, economicamente e socialmente. Siamo consapevoli che non sarà facile, sappiamo che le battaglie di domani saranno più difficili di quelle di ieri, ma siamo pronti. A sostenerci ci sarà anche la fratellanza di molte persone, in tutto il mondo.

Quali sono i motivi che hanno spinto Akp e Mhp, guidati dal presidente Erdogan e da Devlet Behceli, a promuovere la legge e con essa il processo di pace?

Negli ultimi dieci anni, dopo il fallimento dell’ultimo negoziato, lo Stato turco ha cercato in tutti i modi di piegarci, con strumenti militari, politici economici. Ogni mezzo è stato impiegato per convincerci ad abbandonare la nostra battaglia, la nostra ideologia, la nostra stessa identità. Ma noi abbiamo continuato a lottare, e la prova del nostro successo sono state le ultime elezioni. Il governo turco ha capito che solo con la democrazia il conflitto poteva essere superato. Poi, naturalmente, un altro fattore è legato al profondo cambiamento che tutta la regione sta attraversando. Il popolo curdo è diviso fra Turchia, Siria, Iraq e Iran, ma sa come dialogare, come collaborare. La Turchia è chiamata a essere protagonista in un momento difficilissimo per il Medio Oriente, che però contiene anche molte opportunità. Doveva cambiare, non era più possibile continuare con la mentalità imperialista di un secolo fa.

L’indulto per i guerriglieri curdi. Erdoğan impone ancora la sua legge in Turchia

Huffingtonpost Italia, 11 agosto 2026, di Mariano Giustino

l Parlamento approva una legge con misure di riabilitazione condizionata per migliaia di militanti del Pkk, dando seguto al processo di pace su un conflitto lungo circa 40 anni che ha causato oltre 40mila morti. Non è un’amnistia esplicita, non concede autonomie né diritti civili e politici speciali. Il presidente turco si aspetta però il sostegno curdo quando si tratterà di parlare del suo terzo mandato presidenziale

Recep Tayyip Erdoğan è riuscito dove tutti i suoi predecessori avevano fallito: ha posto fine al più lungo conflitto interno a bassa intensità della storia contemporanea, facendo approvare dal Parlamento turco una legge che ha messo in pratica il processo di pace avviato da oltre un anno con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk). Un processo di pace – definito “Turchia senza terrore” – che è molto diverso da esperienze del passato in Irlanda, Spagna, Colombia, Filippine. Perché costituisce forse il primo esempio al mondo di pacificazione che non prevede esplicitamente un’amnistia, non contempla regioni amministrative autonome (o l’indipendenza), non prevede meccanismi di amministrazione autonoma e rifiuta la mediazione di attori esterni. Eppure si propone di porre la pietra tombale su un conflitto durato circa 40 anni che ha provocato la morte di oltre 40mila persone.

La legge sul disarmo e l’indulto per i combattenti curdi – approvata dal Parlamento di Ankara il 10 agosto dopo lunghi mesi di negoziati diretti del governo con i comandanti del Pkk – rappresenta uno storico passo positivo, di importanza non solo interna, ma anche regionale, sebbene risponda essenzialmente alla questione securitaria e non corrisponda diritti civili e politici alla comunità curda del sudest anatolico, quali il diritto all’istruzione nella propria lingua, il diritto di cittadinanza e l’autonomia amministrativa dei comuni a maggioranza curda. È indubbiamente una schiacciante vittoria politica per Erdoğan che è a caccia del voto curdo per assicurarsi un terzo mandato presidenziale. Il provvedimento è stato approvato con una maggioranza senza precedenti: 468 voti a favore e 88 contrari, ben 68 voti in più di quelli necessari per la modifica costituzionale, senza dover ricorrere quindi a referendum. Se il presidente riuscirà a mantenere questo livello di sostegno anche nel paese con il supporto del voto curdo potrà essere rieletto in maniera schiacciante per il terzo mandato.

A suggellare lo storico evento, un’immagine che solo pochissimi anni fa era impensabile: gli ultranazionalisti di Mhp – prezioso alleato dell’Akp del presidente, storicamente il partito più anticurdo e xenofobo del panorama politico – hanno stretto la mano ai colleghi del partito filocurdo Dem e hanno posato per la foto di rito con i parlamentari del partito di Erdoğan e dell’opposizione socialdemocratica, gli ex kemalisti del Chp. Sono lontanissimi i tempi in cui proprio Mhp e Chp coltivavano il sogno antico di una “Turchia senza curdi”.

La “Legge sul rafforzamento della solidarietà nazionale e dell’integrazione sociale” è stato varato con il beneplacito di Abdullah Öcalan, fondatore e leader carismatico del partito armato Pkk, che dal 1999 sta scontando l’ergastolo in regime di isolamento nel carcere di massima sicurezza sull’isola di İmralı, nel Mar di Marmara, nonostante che per lui e per 232 alti dirigenti non fosse prevista alcuna amnistia. Vi sarà un indulto solo per i membri di basso rango del Pkk/Kck (Unione delle Comunità del Kurdistan) e sono escluse tutte le altre sigle illegali non curde come quella di Fetullah Gülen. È prevista però una amnistia mascherata con una sospensione della pena fino a un massimo di 15 anni per coloro che sono stati condannati all’ergastolo e a pesanti pene detentive.

La legge stabilisce che per le sole organizzazioni curde vengono estinti i reati di appartenenza a un’organizzazione terroristica collegata al Pkk che sarà considerata sciolta. Le indagini, i procedimenti giudiziari, le condanne definitive relative a “costituzione o gestione di organizzazioni fuorilegge, per appartenenza, favoreggiamento, propaganda e finanziamento del terrorismo” saranno tutte sospese.

Questa nuova iniziativa di pace curda, dopo quella fallita del 2012-15 si svolge in un contesto fortemente autoritario, imposto dal presidente Erdoğan: i leader del maggior partito d’opposizione, il repubblicano Chp, arrestati, processati e con centinaia di sindaci sostituiti da amministratori fiduciari, sollevando dubbi sulla corrispondenza della politica di sicurezza adottata con le norme democratiche. Nel patto che il governo ha stretto con Abdullah Öcalan vi sarebbe l’ottenimento di migliori condizioni carcerarie fino all’espiazione della pena nella propria abitazione, ripagando Erdoğan della sua “apertura” assicurandogli i voti necessari della comunità nelle prossime elezioni. Öcalan ha lanciato diversi appelli al disarmo e per lo scioglimento della sua organizzazione armata, per il ritorno al dialogo e alla pace. Stanchi, invecchiati e privi di sistemi d’arma adeguati, alle donne e agli uomini non restava che la consegna delle armi, salvare quel che restava della guerriglia tra le montagne, sperare nella liberazione di circa 50 mila prigionieri curdi rinchiusi in centinaia di carceri della Turchia e proseguire la lotta per i loro diritti lungo la strada politico-parlamentare che sperano possa aprirsi.

I leader curdi hanno dunque deciso di compiere un nuovo passo avanti, unilaterale, che possa rappresentare un’ancora di salvezza per il processo che definiscono di “pace e democrazia”, ma che il presidente Erdoğan preferisce chiamare “Turchia senza terrorismo” per rassicurare l’opinione pubblica trasversalmente nazionalista; presentando questa nuova “apertura” come un’operazione “securitaria” e dunque non cedevole verso un’organizzazione considerata terroristica che ha fatto scorrere sul terreno molto sangue turco.

Le cosiddette “aperture curde” non sono una novità del governo Erdoğan. La corsa al voto curdo ha da sempre caratterizzato la politica elettorale e il voto di circa 15 milioni di curdi è stato sempre particolarmente ambito dal presidente turco per assicurarsi la maggioranza assoluta in Parlamento. Il voto curdo ha sempre rappresentato l’ago della bilancia elettorale e nel sudest anatolico il consenso si distribuisce al 90% tra l’Akp e i filocurdi di Dem. Uno dei motivi principali per cui Erdoğan si è rivolto ai curdi, dopo un decennio di incessante repressione con la defenestrazione e l’arresto dei sindaci eletti democraticamente e l’incarcerazione di migliaia di politici e attivisti del partito, è legato al suo desiderio di rimanere al potere. Per ottenere il consenso del partito Dem, che ha svolto un ruolo chiave nel facilitare l’accordo, facendo da tramite tra Öcalan e i comandanti del Pkk sul campo, è necessaria la liberazione di Selahattin Demirtaş. Fondamentali dunque per la rielezione di Erdoğan sono sia la liberazione di Öcalan che quella di Demirtaş.

Nelle prossime settimane potremmo aspettarci interessanti novità in merito. Con la fine del conflitto i curdi si aspettano che sia ampliato il loro spazio civico e che siano ripristinati i loro diritti culturali. Per i curdi questa è un’opportunità per una loro partecipazione piena a una politica libera da persecuzioni, ma che deve essere supportata da precise garanzie istituzionali. La strategia del presidente di andare alla fonte dell’attacco, estendendo la lotta a Iraq e Siria, insieme agli sviluppi nell’industria della difesa con l’impiego di nuovi sistemi d’arma quali i droni e l’uso perfezionato dell’intelligence, ha dato i suoi frutti e hanno indebolito inesorabilmente i quadri del Pkk rendendoli cedevoli.

Respinto il ricorso, ma Bella Demhat non si arrende: «In Turchia rischio la vita»

Il manifesto, 22 luglio 2026, di Murat Cinar

Kurdistan Parla l’attivista che la Svezia vuole deportare

Da due mesi Bella Demhat, attivista curda e queer di nazionalità turca, si trova in un centro svedese per il rimpatrio in attesa di espulsione. Pochi giorni fa l’Agenzia per le migrazioni ha respinto il suo ricorso contro il provvedimento di allontanamento. Con il suo avvocato presenterà appello a un tribunale superiore, ma il rischio di essere deportata resta imminente.

Demhat sostiene la propria richiesta di protezione ricordando le violenze e le intimidazioni subite in passato da parte della polizia turca. Negli ultimi mesi ha inoltre reso pubblici messaggi scritti e vocali ricevuti da alcuni familiari nei quali viene esplicitamente minacciata di morte in caso di rientro nel Paese.

Il suo caso si inserisce in un contesto sempre più difficile per le persone Lgbtqi+ in Turchia. Le dichiarazioni ostili provenienti da esponenti governativi e della maggioranza si sono intensificate, mentre Ankara lavora a nuove misure che potrebbero restringere ulteriormente gli spazi di libertà della comunità Lgbtqi+. Parallelamente, associazioni, attivisti e figure pubbliche sono sempre più spesso nel mirino delle autorità.

Tra i casi più noti vi sono quelli del giornalista e attivista Yıldız Tar, arrestato per la seconda volta nel mese di maggio di quest’anno, e del cantante Mabel Matiz, più volte bersaglio di campagne politiche e mediatiche per il suo sostegno ai diritti lgbtqi+ e per la sua identitià di genere dichiarata pubblicamente. La popstar Gülsen è stata invece oggetto di una vasta campagna di stigmatizzazione da parte di media e ambienti conservatori dopo aver sventolato durante il suo concerto la bandiera arcobaleno.

Quali elementi avevi presentato nel ricorso rigettato?

Avevo documentato i cambiamenti nella mia situazione familiare e nel contesto politico in Turchia. Ho consegnato anche i messaggi di minaccia ricevuti da mio fratello e spiegato le nuove iniziative legislative contro le persone lgbtqi+, ma l’Agenzia ha sostenuto che non si trattava di elementi nuovi e ha respinto il ricorso.

Quali saranno i prossimi passi?

Con i mei avvocati presenteremo ricorso a un tribunale superiore. Quella che mi ha respinto è stata l’Agenzia per le migrazioni; ora porteremo il caso davanti a un’altra istanza.

Hai avuto la possibilità di spiegare la tua situazione davanti a un giudice?

No, ed è proprio questo uno dei problemi più grandi: in questo processo nessuno mi ascolta. Leggono dei documenti e decidono, ma io sono una persona, dovrei poter raccontare quello che ho vissuto. In questi due mesi, non sono mai comparsa davanti a un giudice, tutto si basa sulla carta.

Le autorità svedesi sostengono che in Turchia non saresti in pericolo?

Sì, dicono che la polizia turca mi proteggerà. Se mio fratello volesse uccidermi, secondo loro dovrei semplicemente rivolgermi alla polizia. Sostengono anche che in Turchia non esista discriminazione contro le persone lgbtqi+.

Come interpreti questa decisione?

Credo ci sia anche una componente politica. Il fatto che oggi in Svezia governi la destra e che il Paese sia entrato nella Nato è un fattore importante. Durante il processo di adesione ci sono stati negoziati con Ankara che era ostile all’ingresso della Svezia. Penso che quel percorso abbia aperto la strada a più rimpatri verso la Turchia. Qui continuano a essere approvate nuove leggi sull’immigrazione che rendono la vita dei migranti sempre più difficile.

Dove ti trovi attualmente?

Da due mesi vivo in un centro per il rimpatrio. Ho una stanza singola con un letto e un computer. Le persone che lavorano qui sono gentili e cercano di aiutarmi, ma non hanno alcun ruolo nelle decisioni sul mio caso.

Quali sono le conseguenze personali di questa situazione?

Non posso lavorare e ho difficoltà economiche. Ho un marito che è cittadino svedese, ma non ho mai voluto usare il nostro matrimonio per ottenere il diritto di restare. Sono arrivata qui per ragioni politiche e umanitarie, e solo dopo mi sono innamorata e mi sono sposata. Oggi però stanno distruggendo una famiglia. Ho vissuto qui nove anni, ho lavorato, pagato le tasse e costruito una vita. Non accetterò che tutto questo venga cancellato. Sono partita per poter vivere. Non voglio perdere la vita cercando di salvarla.

 

La scena e il retrobottega di al‑Sharaa, nuova Siria vecchi fantasmi

Patria Indipendente, 1 luglio 2026, di Carla Gagliardini

Dietro la narrazione accomodante accolta anche in Occidente, la realtà racconta altro. Le minoranze alawite, druse e curde continuano a subire violenze e discriminazioni, mentre nuove norme delineano un progetto identitario sempre più rigido. L’apparato militare rinnovato, il rafforzamento delle autorità religiose, le riforme scolastiche, i codici di comportamento e le restrizioni sui diritti delle donne confermano una deriva fondamentalista mascherata da apertura. Sotto la promessa di inclusione avanza un sistema che marginalizza culture e fedi diverse e concentra potere e controllo sociale.

Al-Sharaa l’uomo della nuova Siria pluralista. Al-Sharaa l’uomo a cui stringere la mano. Al-Sharaa l’uomo con cui stipulare accordi. Al-Sharaa l’uomo convertito al moderatismo. Ci manca solo che qualcuno arrivi a dire al-Sharaa il democratico. Purtroppo è già successo perché una figura compromettente come la sua richiede un’operazione maquillage a tutto tondo che non può essere condotta solo da lui ma necessita il contributo di paesi importanti, come quelli occidentali, anche loro con l’impellente bisogno di rendere il nuovo Presidente siriano un politico presentabile all’opinione pubblica, così da legittimare alleanze economiche, commerciali e militari. Sono bastate delle semplici dichiarazioni a favore di una Siria inclusiva, che tenga conto di tutte le minoranze che animano il paese, da parte di al-Sharaa il leader, ruolo riconosciutogli da Donald Trump, per toglierlo dalla lista dei terroristi stilata dagli Stati Uniti, così come è stata rimossa la sua organizzazione Hay’at Tahrir al-Sham (Hts) da quella delle organizzazioni terroristiche.

Ma che cosa le sue affermazioni significhino in concreto, al-Sharaa l’ex-terrorista deve ancora spiegarlo al mondo. Si potrebbe però cominciare a chiederlo alle comunità alawite se si sentono integrate nella nuova Siria, dopo i massacri che hanno subito immediatamente dopo la conquista di Damasco da parte di Hts. Se però agli alawiti non si volesse dare credito perché, per il solo fatto di appartenere alla stessa minoranza religiosa sciita dell’ex Presidente Bashar al-Assad, sono da considerare tutti dei criminali come lui, allora si potrebbe domandare al popolo druso se abbia gradito il trattamento della nuova Siria quando alcune delle sue comunità hanno subito la violenza dell’esercito lanciatogli contro da Damasco. Ma se neppure ai drusi volessimo dare ascolto perché una parte di loro appoggia Israele, che continua a macchiarsi di crimini spaventosi contro il popolo palestinese e uccide impunemente anche i civili in Libano e in Iran, allora rivolgiamoci al popolo curdo.

Ce lo ricordiamo questo popolo?È quello che ha pagato il prezzo più alto in Siria nella lotta contro l’Isis. Ce le ricordiamo le donne curde, le combattenti delle Ypj che hanno sfidato l’Isis e hanno contribuito alla sua disfatta? Sono le stesse che a gennaio scorso hanno combattuto contro le forze armate di Damasco inviate nei territori dell’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria per porre fine a quell’esperienza democratica di autogoverno. Sono state prese di mira dall’esercito siriano nel tentativo, fallito, di umiliarle e ricacciarle nell’oscurità. I conti non tornano. I massacri della nuova Siria sono solo una parte del bilancio che si può fare di questo anno e mezzo in cui al-Sharaa l’alleato, Damasco infatti è entrata a far parte della Coalizione internazionale anti-Isis, può tristemente vantarsi.

Per capire se le promesse di democratizzazione fatte dal presidente siriano siano sincere, oltre a tenere a mente i già citati massacri vissuti da almeno tre minoranze, bisogna andare a scavare nelle leggi, nei regolamenti e nei provvedimenti ufficiali dello Stato e dell’amministrazione pubblica che fanno pensare a un processo graduale di islamizzazione del Paese. E non potrebbe che avvenire in modo progressivo e non istantaneo perché la Siria ha bisogno di vendere internazionalmente la sua immagine di partner democratico. Deve infatti garantirsi il supporto necessario per risollevare un’economia collassata prima che nasca il malcontento tra la popolazione e si esaurisca l’entusiasmo con cui una parte di essa, anche tra la diaspora, ha accolto il nuovo Presidente, principalmente perché aveva determinato la caduta di al-Assad.

A marzo dell’anno scorso è stata approvata la Costituzione provvisoria che prevede come unica religione ufficiale l’islam e come unica lingua ufficiale l’arabo. E il riconoscimento della moltitudine di altre culture e religioni che fine ha fatto? È rimasta nelle dichiarazioni di intenti. Nello stesso mese il Presidente ha costituito il Consiglio supremo della fatwa incaricato non solo di rispondere a domande di carattere religioso ma anche di correggere le decisioni prese da ministeri e da altre autorità che non rispecchino quanto sancito dalla shari’a, ossia la legge islamica.

Per quanto riguarda il settore strategico dell’istruzione, il curriculum scolastico è cambiato incrementando le ore di studio dedicate alla religione, in particolare per la memorizzazione dei versi del Corano, e riducendo quelle per l’apprendimento delle lingue straniere, della storia e della geografia. Alcune scuole hanno già iniziato ad adottare la segregazione di genere al loro interno, sebbene il Ministero abbia negato di averla imposta. Un dato importante da non sottovalutare è la diffusione della rete scolastica Dar al-Wahi al-Sharif (Dws), fondata nel 2017 a Idlib, nel nord-ovest della Siria, dove governava l’Hts che la sosteneva. Il piano di studi di Dws si basa sulla centralità della conoscenza del Corano che si riversa su ogni materia curricolare. Durante le lezioni vengono esaltati il jihad e i jihadisti. Dws promuove la segregazione di genere tra studenti e studentesse ma anche tra insegnanti.

Il decano della Facoltà di Belle Arti dell’Università di Damasco ha invece vietato ai laureandi di presentare progetti di laurea basati su modelli di nudi. La decisione ha suscitato un’ondata di proteste tra gli stessi studenti e studentesse ma anche degli artisti e delle artiste, mentre il decano si è difeso dicendo che il divieto era già stato imposto da Hafez al-Assad. Esattamente un anno fa, il Ministero del turismo ha pubblicato delle linee guida per la condotta da tenere sulle spiagge e nelle piscine. Sono stati introdotti dei codici di abbigliamento per uomini e donne, in particolare per le donne l’uso del burkini e di una veste lunga da indossare sopra di questo quando sono fuori dall’acqua. Anche gli abiti attillati sono stati presi di mira. Si registra inoltre un certo attivismo da parte di alcune moschee e istituzioni per favorire l’islamizzazione della nuova Siria. Certi predicatori richiamano all’uso della violenza contro i non-musulmani. Uno di loro ha postato delle foto che lo ritraggono insieme a degli adolescenti armati e una che mostra decine di bambini in uniforme militare.

Sempre sul piano locale, alcune amministrazioni hanno vietato la vendita di alcolici e applicano restrizioni sui diritti delle donne che lavorano nella pubblica amministrazione, come il divieto di presentarsi al lavoro truccate. Ci sono poi delle autorità locali che hanno imposto alle donne di coprirsi il capo con il velo, oppure hanno cancellato il viso delle donne dai cartelloni pubblicitari. In certe aree del paese la segregazione di genere è ormai un dato di fatto in alcuni luoghi pubblici, come nell’ospedale al-Muwasat di Damasco dove è stata ordinata la separazione tra dottoresse e dottori. Ma questa, in certe zone, è applicata anche sui mezzi di trasporto pubblici.

Infine, non potevano che essere coinvolte nel processo di islamizzazione anche le forze di polizia e quelle armate, indispensabili per il consolidamento e il mantenimento del nuovo regime. Con la salita al potere di al-Sharaa si è costituito il Nuovo esercito siriano che ha rimpiazzato quello che rispondeva a al-Assad. Ne fanno parte i comandanti e i foreign fighters che già appartenevano a Hts oppure erano suoi alleati. La coscrizione è stata abolita e l’arruolamento è aperto a tutti gli uomini su base volontaria. Il corso di addestramento, sia per la polizia che per le forze armate, prevede lo studio di alcuni contenuti della shari’a e della biografia del Profeta Maometto.

Tutti i provvedimenti di natura giuridica e amministrativa che testimoniano l’impronta islamista che si vuole dare al Paese sono giustificati dai loro autori con il richiamo al rispetto della moralità, dei costumi, delle tradizioni, delle diversità sociali e religiose che costellano la Siria. Dietro a questo giro di parole, però, si nasconde una realtà diversa che non va nel senso dell’integrazione di tutte le culture e religioni ma semmai verso la prevaricazione di una sola cultura, quella musulmana, e di una sola religione, l’islam nella sua interpretazione fondamentalista data dalla corrente sunnita salafita, a cui appartiene al-Sharaa il jihadista, apertamente osteggiata dalla comunità musulmana sunnita moderata e da quella progressista.

Carla Gagliardini, vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

 

In Turchia il difficile processo di pace con i curdi continua. Ecco a che punto siamo

Avvenire, 12 giugno 2026, di Luca Foschi

A un anno (senza morti) dalla fine della lotta armata proclamata dal Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, si può tracciare un primo bilancio del negoziato con Ankara. La vicepresidente del partito Dem, Günay: abbiamo sofferto dolore e distruzione, ma ci stiamo avvicinando a una soluzione

Il conflitto fra lo Stato turco e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) è iniziato nel 1984 e ha causato la morte di oltre 40.000 persone. Negli anni ’90 il leader del partito, Abdullah Öcalan, ha annunciato diversi cessate il fuoco unilaterali e portato avanti contatti informali con vari governi di Ankara. Fra il 2008 e il 2011, in segreto, un tentativo più strutturato di negoziazione si è tenuto a Oslo, con mediazione norvegese. La prima trattativa pubblica risale al 2013-15. Incomprensioni e diffidenza hanno portato alla rottura, coincisa con i successi militari e politici dei curdi siriani del Pyd, vicini al Pkk. Il 22 ottobre 2024 Devlet Bahçeli, guida del Partito del movimento nazionalista, ha dichiarato a sorpresa che se Öcalan avesse proclamato la fine della resistenza armata lo Stato turco gli avrebbe garantito la libertà. Fra i fondatori dei “Lupi grigi”, Bahçeli aveva in più occasioni proposto la messa a morte del leader curdo. Per la prima volta in un decennio ai deputati Dem viene concesso di visitare il settantacinquenne fondatore del Pkk, chiuso in isolamento nella prigione di Imrali dal 1999. Il 27 febbraio 2025 Öcalan chiede al partito di convocare un congresso straordinario, deporre le armi e sciogliere l’organizzazione. Dalle impervie montagne di Qandil, dove ha sede il comando della resistenza, 1° marzo viene proclamato il cessate il fuoco. Cinque giorni dopo la fine del congresso, il 12 maggio, lo storico annuncio: la fine della lotta armata, il passaggio del Pkk alla legalità del sistema politico. Durante una solenne cerimonia i fucili vengono simbolicamente gettati tra le fiamme di un braciere.

Esistono insospettabili momenti nella storia in cui il calcolo scava nel presente fino a emergere nella più inattesa delle soluzioni, la pace. Gli strenui, inamovibili convincimenti delle parti in conflitto vengono erosi dai lutti, dal formidabile costo della guerra, del lento mutare degli individui e delle vaste architetture geopolitiche. Effimere occasioni da proteggere ed esasperare prima che si manifesti la storta eterogenesi dei fini, o l’intervento consapevole e maligno. L’ennesimo, precario laboratorio di pace nell’epoca della guerra mondiale a pezzi ha sede nel parlamento di Ankara, dove turchi e curdi dibattono la fine di un conflitto che dura dal 1984. «Quando mi chiedono a cosa abbia portato la tregua io rispondo, prima di ogni altra cosa: da un anno a questa parte non ci sono stati morti», afferma Ebru Günay, vicepresidente e portavoce del Partito popolare per l’uguaglianza e la democrazia (Dem), formazione politica che raccoglie le istanze dei curdi in Turchia. Avvenire ha avuto modo di dialogare con la giurista ed ex-deputata in occasione del Festival Vicino/Lontano, Premio Terzani 2026 di Udine, durante il quale Günay ha partecipato alla presentazione del volume Interno K. Una storia curda (Forum), un collettaneo curato da Danilo De Marco che ospita un suo intervento. Un momento quanto mai propizio per affrontare il tema.

In pochi mesi, fra l’ottobre 2024 e il maggio 2025, ciò che sembrava impossibile si è materializzato. Con la mediazione Dem, il Pkk ha colto il ramo d’ulivo offerto dal nazionalismo turco e il processo di pace ha preso a muoversi, con lentezza, sui binari istituzionali: «È nata una commissione incaricata di procedere alle audizioni di tutte le parti interessate, ivi comprese le vittime, ed è stato stilato un rapporto di raccomandazione. Dal 29 gennaio è cominciato il processo di integrazione e si è notato un certo avanzamento nei lavori. Ma esistono degli ostacoli, un paio di articoli sensibili che richiedono uno sforzo da parte del parlamento e rischiano di creare uno stallo. All’assemblea si chiede una legge specifica sulla pace, che includa i curdi desiderosi di tornare in Turchia per entrare nel mondo della politica. In passato sono stati detenuti, il diritto le deve mettere in sicurezza. Un elemento sollevato anche dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il leader del nostro partito, Selahattin Demirtas, si trova ancora in carcere, e bisogna affrontare il nodo legato allo status giuridico di Öcalan, il suo “diritto alla speranza”, la possibilità cioè che l’ergastolo “aggravato” venga rivisto», spiega Günay, incarcerata nel 2009 con l’accusa di aver intrattenuto relazioni con il terrorismo, liberata nel 2014 e definitivamente assolta nel 2019. Soprattutto, sottolinea la vice-presidente Dem, manca una road map, un percorso solido e definito che il contesto regionale sembra sempre sul punto di far deragliare. In gennaio l’incursione dell’esercito siriano in Rojava, amministrato per oltre un decennio dal Pyd, emanazione siriana del Pkk, ha creato non poche preoccupazioni in Turchia. L’aggressione israelo-americana ha portato instabilità anche nel Kurdistan iraniano e iracheno. «Vogliamo che procedano in fretta, come in qualsiasi processo di pace esistono dei rischi, delle provocazioni. Esterne, quanto interne. I media turchi, nelle mani di un unico partito, si riferiscono ai curdi come “terroristi”, mentre noi cerchiamo di parlare il linguaggio della democrazia. L’opinione pubblica subisce questo discorso. Negli ultimi 40 anni molte persone hanno guadagnato dalla guerra, che il governo ha utilizzato per giustificare la profonda crisi economica. Inoltre, in commissione non si fa menzione della nostra lingua madre, nostro pilastro identitario. Per il bene del processo, tuttavia, abbiamo scelto di assumere una posizione costruttiva», sottolinea Günay.

Così come l’individuo ha diritto alla speranza, i popoli coltivano la speranza nel diritto: «Entrambe le parti hanno sofferto dolore e distruzione. Se oggi visitassi Diyarbakir mi scontrerei con la realtà dei villaggi evacuati e commissariati, dei lutti. Ma quest’anno a Mardin, dove sono stata eletta deputata, abbiamo potuto celebrare il Newroz, il nostro capodanno, senza che la polizia ci ostacolasse. Ho detto a me stessa, ecco, questo è il modo con cui ci si avvicina alla soluzione», racconta Ebru Günay, che conclude con le parole di un ex-nemico, e oggi forse solo avversario: «Il presidente della Camera, Numan Kurtulmus, ha parlato in un discorso dell’onore dei curdi e dell’orgoglio dei turchi. La vera equazione della pace è questa».

L’alto dirigente del Pkk, Sabri Ok: «Abbiamo rinunciato alle armi, non a difenderci»
«All’interno della Turchia vi sono individui e organizzazioni con una mentalità nazionalista che non riconoscono l’esistenza del popolo curdo. In particolare, mi riferisco a elementi informali presenti all’interno dello Stato e della sua burocrazia. Un altro ruolo importante è giocato dalle potenze internazionali, che storicamente hanno ignorato la questione curda e, ancor più, hanno contribuito a crearla aprendo la strada alla frammentazione del Kurdistan e lasciandolo privo di uno status». La storia e lo Stato profondo, sono queste le forze che impediscono la maturazione del processo di pace secondo Sabri Ok, alto dirigente del Pkk e membro del Consiglio esecutivo del Kck, la struttura transnazionale che organizza il movimento curdo in Turchia, Siria, Iraq, Iran e nella diaspora. Avvenire lo ha raggiunto nelle montagne di Qandil, al confine fra Iraq e Iran, dove la resistenza armata del Pkk ha creato la propria base operativa nel 1991.

Quali sono le condizioni che hanno permesso al processo di pace di avere inizio? Le Primavere arabe hanno modificato gli equilibri di potere in Medio Oriente e, soprattutto dopo la guerra di Gaza, gli obiettivi dello Stato turco devono adattarsi ai cambiamenti in corso. Stiamo assistendo a una parte della Terza guerra mondiale, il sistema politico del XX secolo sta venendo superato, e il nuovo avrà il Medio Oriente come uno dei suoi centri fondamentali. La Turchia ha bisogno di concentrare altrove le sue risorse. Abdullah Öcalan ha accolto la mano tesa da Devlet Bahçeli con grande senso di responsabilità.

Qual è la condizione dell’istanza curda in Siria e Iran?
Sconfitto l’Isis, gli Stati Uniti e l’Europa hanno abbandonato i curdi. Ora basano le loro politiche su Damasco e sul presidente al-Sharaa, ex-leader di Hayat tahrir al-sham, milizia fondamentalista appoggiata da Ankara. La battaglia dello scorso gennaio fra l’esercito siriano e le Forze democratiche siriane mostra quanto precario sia il processo di assimilazione dei curdi nello Stato. Anche in Iran è improbabile che il regime scelga la via democratica. Ai popoli, le etnie e le religioni dell’Iran non rimane che unirsi nella lotta per uno Stato democratico. È innegabile che i curdi rappresentino una forza molto importante e influente in questo contesto.

Torniamo alla questione curda in Turchia. Come sta vivendo il Pkk il periodo seguito alla tregua, questo momento di sospensione?
Lo Stato turco ha occasionalmente ammassato forze in alcune aree, e condotto intense operazioni di intelligence. Tuttavia, nonostante alcuni scontri isolati, posso dire che in generale ha prevalso il cessate il fuoco. Siamo preparati a ogni livello per tutte le eventualità. I precedenti negativi dei percorsi di dialogo tentati negli anni passati sono senza dubbio noti. Ma ciò non significa da parte nostra una mancanza di fiducia nel processo di pace. Comporta piuttosto una condotta più cauta, organizzata e disciplinata. Un’attitudine, questa, condivisa dal popolo curdo, ben consapevole dell’estrema reticenza di Ankara, e dell’assenza di seri passi in avanti.

Quali sono gli elementi minimi che per il Pkk devono costituire un accordo accettabile? Prima di tutto, affinché il processo di pace possa progredire, il leader Abdullah Öcalan deve essere riconosciuto dallo Stato turco come il principale negoziatore e interlocutore. Pertanto, devono essergli garantite le condizioni per vivere e lavorare liberamente, in modo che possa svolgere il suo ruolo di principale negoziatore. Chiediamo una vita democratica e libera, nella quale i curdi partecipino al sistema con la propria identità e cultura. Questo significa abbandonare la mentalità che per cento anni ha respinto e negato l’esistenza dei curdi, procedere verso il riconoscimento e l’accettazione reciproci.

Esiste ancora, in questo contesto, il rischio di un ritorno alla lotta armata?
Rinunciare alla lotta armata non significa l’assenza di una strategia di autodifesa. Questa oggi deve essere intesa come la lotta della società che si organizza a ogni livello. Le minacce contro il popolo curdo continuano? Sì, continuano. Finché l’esistenza del popolo curdo non sarà sottoposta ad attacchi mirati al suo annientamento, la lotta armata non verrà adottata come metodo. Ma se i curdi si troveranno di fronte a una minaccia esistenziale, allora il ricorso a ogni tipo di mezzo, compresala lotta armata, costituirà un diritto fondamentale.

Abdullah Öcalan: La linfa vitale dell’integrazione democratica è la democrazia locale

UIKI Onlus, 8 giugno 2026

“La formula di democrazia locale e costituzione democratica’ è anche la formula per la risoluzione pacifica e democratica della questione curda. La linfa vitale dell’integrazione democratica che stiamo cercando di sviluppare è la democrazia locale.”

Alla conferenza delle amministrazioni locali democratiche, organizzata dal Partito per l’uguaglianza e la democrazia dei popoli (Partito DEM) ad Amed (Diyarbakır) con lo slogan “La comune è il comune, il comune è la comune”, è stato letto anche un messaggio del leader curdo Abdullah Öcalan, detenuto sull’isola turca di Imrali, adibita a prigione.

Il messaggio, datato 24 maggio, è stato presentato da Devrim Demir, il co-sindaco di Mardin destituita.

Nel suo messaggio, Öcalan affronta il ruolo della democrazia locale, dell’autogoverno comunitario e della partecipazione democratica. Allo stesso tempo, colloca queste tematiche nel contesto dell’attuale processo di pace e di insediamento di una società democratica e propone riflessioni sulla risoluzione della questione curda, nonché prospettive per lo sviluppo democratico in Turchia e in Medio Oriente.

Nel suo messaggio alla Conferenza dei governi locali del partito DEM, Abdullah Öcalan ha dichiarato quanto segue:

“A tutti i delegati e partecipanti alla Conferenza delle amministrazioni locali del partito DEM.

Per gran parte della storia la governance all’interno della società si è basata sul livello locale, sulla gestione dei territori in cui vivevano le persone; in altre parole sull’autogoverno. Anche all’interno delle tradizioni statali, le amministrazioni locali erano generalmente la regola, mentre l’autorità centrale era l’eccezione. La legge prevalente era quella locale e regionale.

Negli ultimi due secoli questa tradizione è stata sconvolta dal modello omogeneo, monista e rigidamente centralizzato dello stato-nazione tipico della modernità capitalista. La causa principale dei problemi e delle situazioni di stallo odierne risiede proprio nell’imposizione di questo modello alle società di tutto il mondo.

Attraverso due guerre mondiali il mondo intero – e in particolare i paesi europei che hanno dato origine a questa comprensione – ha sperimentato e continua a sperimentare la sofferenza causata dal fascismo. A partire dagli anni ’50 i diritti delle località, delle regioni, delle identità nazionali e delle culture sono stati ridefiniti, seppur in modo limitato, e sono emerse costituzioni democratiche. La Carta europea dell’autonomia locale, adottata e ratificata dai paesi dell’Unione europea, rappresenta la continuazione di questo processo. Il ritorno alla democrazia locale è diventato una fonte di salvezza per gli stati e una linfa vitale per le società.

Se si concedesse piena espressione democratica alle realtà locali e regionali del Medio Oriente, dove la Turchia svolge un ruolo di primo piano, gran parte dei problemi della regione potrebbero essere superati più facilmente. In particolare, eliminare le riserve nei confronti della democrazia locale potrebbe rafforzare la Turchia nel suo secondo secolo di vita. Per le società e gli Stati sensibili alle soluzioni democratiche, la ristrutturazione è essenziale. La tendenza generale e le necessità della nostra epoca indicano la necessità di ridurre la centralizzazione e di espandere la governance locale. Opporsi a questa corrente non fa che aggravare le crisi politiche, economiche ed ecologiche esistenti. Di fatto, un intero secolo è stato sprecato in questo modo, a discapito di tutti.

Non bisogna illudersi che le strutture centralizzate antidemocratiche si trasformino da sole. La lotta organizzata di strutture democratiche e culturali locali consolidate è stata decisiva nell’accelerare la trasformazione. La democrazia locale e le costituzioni democratiche stesse sono emerse proprio da queste lotte.

La formula di “democrazia locale e costituzione democratica” è anche la formula per la risoluzione pacifica e democratica della questione curda.

La linfa vitale dell’integrazione democratica che stiamo cercando di sviluppare nell’ambito del Processo di pace e società democratica è la democrazia locale. L’integrazione democratica può trovare il suo vero significato solo attraverso la democrazia locale.

La causa della politica di amministrazione fiduciaria attuata negli ultimi anni risiede anche nell’assenza di democrazia locale. In un Paese in cui la democrazia può essere negata con tanta facilità, nessun problema può essere risolto, ed è evidente che finora non ne è stato risolto alcuno.

La questione curda ha raggiunto una fase in cui può essere risolta a livello di governo locale. Non solo nel contesto della questione curda, ma per la Turchia nel suo complesso la via per superare gli attuali problemi di governo locale passa attraverso una solida democrazia locale. Garantire la democrazia locale all’interno di un quadro giuridico è la soluzione più realistica e l’unica possibile. Ciò che è necessario anche per Siria, Iraq e Iran è la piena e completa attuazione della democrazia locale. L’antidoto a tutti gli sviluppi negativi è la politica democratica e la democrazia locale. Una società democratica può essere raggiunta solo in questo modo.

Il ruolo delle amministrazioni locali nel promuovere la democrazia locale è decisivo e pionieristico. Il primo pilastro della democrazia e della comune democratica è il livello locale. Lo sviluppo di un municipalismo comunitario democratico rappresenta un passo fondamentale. A tal fine è necessario sviluppare modelli sociali, economici ed ecologici alternativi, basati sulle persone, non sul potere centrale o sui monopoli. La risorsa più preziosa degli enti locali è la popolazione stessa; se il lavoro dei cittadini è unito, non esiste problema che non possa essere superato.

Occorre sviluppare una concezione democratica della governance municipale. Il movimento municipalista democratico dovrebbe costruire un’organizzazione sociale democratica ovunque attraverso un’ampia rete sociale: dalle comuni di villaggio e di quartiere alle cooperative, dalle organizzazioni della società civile alle istituzioni per i diritti umani, dal movimento per la libertà delle donne ai difensori dei diritti dei bambini e degli animali, dai movimenti giovanili agli ecologisti.

Bisogna dare priorità alle iniziative che riguardano donne, bambini, giovani, istruzione, lingua, cultura, arte, salute, economia ed ecologia. Occorre ampliare i settori produttivi e trovare soluzioni al problema sempre crescente della disoccupazione. Bisogna costruire nuovi spazi di vita sotto la guida delle donne.

La partecipazione dei cittadini alla governance e a tutti i processi decisionali deve essere considerata un principio fondamentale. Si possono istituire consigli comunali e assemblee cittadine in cui i cittadini possano riunirsi, discutere i loro problemi economici e sociali e prendere decisioni. Se si sviluppa un municipalismo democratico e popolare, i cittadini proteggeranno i loro comuni e sarà molto meno probabile che si verifichino interventi antidemocratici come la nomina di commissari.

Il municipalismo non è una forma di statalismo su piccola scala. Eppure il sistema attuale funziona come un micro-stato. Questa idea deve essere abbandonata sia filosoficamente che praticamente. I comuni non sono micro-stati; sono comuni. In Europa il fondamento del comune è il comune. Tra i curdi, è il “kombûn”, le cui radici risalgono a migliaia di anni fa e si estendono da queste terre fino all’Europa.

Lo Stato pensa e agisce a livello macro, mentre la comunità elabora soluzioni a livello micro. Tra i due possono esserci dialogo, negoziazione e competizione, ma non conflitto. In questo modo, la società civile diventa funzionale e si trasforma in autentiche istituzioni culturali, sociali ed economiche. Nei comuni – che forniscono il terreno e l’opportunità per tutto ciò – lo spirito della comunità dovrebbe essere sviluppato e tutte le attività dovrebbero essere svolte in conformità con tale spirito.

La sola discussione non basta più; è giunto il momento di costruire e attuare.

Nel Manifesto per la pace e la società democratica, abbiamo collocato la comune nella posizione tradizionalmente occupata dalla classe, il che ha generato un ampio dibattito. Non neghiamo né la classe né lo Stato.

Tuttavia, lo Stato cresce come un tumore. La nostra sintesi tra Stato e comunità emerge come risposta alla rigidità, alle tensioni estreme, alle guerre insensate e all’eccessiva idealizzazione della politica di classe. Stiamo gradualmente rendendo questo quadro più flessibile. La soluzione consiste nel trasformare il rapporto tra comune e stato in un rapporto di lotta e competizione democratica.

Quanto è stato tentato di recente in Siria è significativo a questo proposito; lo stesso principio dovrebbe essere applicato in Iraq. L’elezione di un governatore turkmeno a Kirkuk ne è un esempio. Lì, i turkmeni possono costituire una comunità che definisce autonomamente i propri contenuti, anziché un micro-stato.

I comuni dovrebbero essere governati con una comprensione della democrazia locale e della sua importanza, non con una mentalità burocratica ristretta. Dalla gestione dei servizi igienico-sanitari alla produzione a prezzi accessibili, dall’istruzione alla sanità, dai trasporti all’ecologia, è possibile trovare soluzioni a tutte le esigenze urbane attraverso un approccio comunitario. L’essenziale è agire nella consapevolezza che “i comuni sono comunità” e mettere in pratica ciò che questo comporta. Il successo ottenuto dalle amministrazioni locali e dai comuni nell’ambito del Processo di pace e società democratica aprirà la strada a nuovi sviluppi e rafforzerà la posizione e le basi dei negoziati democratici.

Auguro successo a tutti coloro che si impegnano concretamente nell’attuazione di un municipalismo democratico e orientato al cittadino, con la serietà necessaria per far progredire questo processo. Auguro inoltre ogni successo alla Conferenza degli Enti Locali e invio i miei più sinceri saluti e il mio affetto.

24 maggio 2026

Abdullah Öcalan Isola di Imrali

Louis Perez racconta il “diario” di Denise Bilgin sulla resistenza a Kobanê (*)

labottegadelbarbieri.org 24 maggio 2026

«Per molti anni la città ebbe due nomi diversi. Nella lingua parlata da chi viveva lì è Kobanê… nei documenti ufficiali è Ayn al Arab, l’occhio degli arabi». Uno dei luoghi in cui più si è combattuto durante l’assedio di Kobanê è il cartello di benvenuto in città, finalmente scritto in curdo. Quando l’Isis prevalse il cartello fu portato in salvo, come un simbolo, da una postazione all’altra: «a volte nel fango di una trincea, altre in una casa distrutta o sulle spalle di un combattente». Dopo la liberazione tornò al suo posto. Potenza dei simboli.

Si combatte a Kobanê fra le macerie dal 14 settembre 2014 fino al 26 gennaio 2015 quando gli uomini senza colori (dello Stato Islamico) vengono cacciati. Per ognuno di quei giorni in guerra, casa per casa, Denise Bilgin racconta una storia.

La resistenza non fu solo dei curdi, finalmente uniti dopo che il loro Paese era stato spezzato in 4 parti. C’erano le altre minoranze (etniche e religiose) di quelle zone. E poi vennero da ogni parte del mondo – pochi ma decisi – a sostenere il loro sogno. A combattere l’Isis, la Turchia che l’armava e le superpotenze mondiali che restavano in silenzio, fingendosi neutrali. Così «tutto il mondo fu costretto a vedere Kobanê».

Avevano armi migliori gli uomini vestiti in nero eppure non vincevano. Ed erano terrorizzati dalle combattenti: se li avesse uccisi una donna non sarebbero potuti andare «in quel paradiso per cui avevano trasformato la terra in un inferno». E poi «lo zilgit li faceva diventare pazzi». Zilgit in turco o tilîlî in curdo: l’urlo fatto dalle donne muovendo la lingua velocemente in alto e in basso. «Un grido di battaglia, di vittoria e di felicità», insopportabile per i soldati dello Stato Islamico.

In mezzo a quella resistenza non ci sono eroi tutti di un pezzo. Eppure combattono fino all’ultimo. Ha finito i proiettili Revana ma si ricorda di una strana pioggia di nuvole e allora il suo corpo piove sui nemici..

C’é anche Karim, venuto dall’Italia. C’è Maria, dall’Argentina che cura i feriti. Chiseke dallo Zambia gioca con i bambini di Kobanê. Altri, in tutto il mondo, raccontano quello che accade. «Uno per uno, insieme hanno creato un mito». Una città magica rasformò in realtà i sogni di molte persone. Buttando giù confini e tabù.

Siteyra seppellisce i morti cospargendoli di chicchi: «i semi non muoiono mai, rinascono a primavera. Anche l’essere umano è così. Cade nella terra per iniziare una nuova vita»

(*) questa recensione è uscita – al solito: parola più, parola meno – sul numero di maggio del mensile «Le Monde Diplomatique» che, come sempre, è in edicola con il quotidiano «il manifesto».

sinistra PROGETTI DI AZIONE COMUNE TRA IL PJAK E IL PARTITO COMUNISTA DEL KURDISTAN IN IRAN

Brescia Anticapitalista, 19 maggio 2026, di Gianno Sartori

Mentre prosegue l’oscura vicenda della guerra, comunque illegale, contro l’Iran (senza spiragli convincenti nonostante le ventilate tregue), i curdi del Rojhilat (il Kurdistan orientale, entro i confini statali iraniani) non restano a guardare. Già l’anno scorso avevano intelligentemente rifiutato il ruolo di “ascari” che Washington intendeva attribuire loro: “Questa è una guerra di potere e interessi contrapposti, non una guerra di liberazione per i popoli e le nazioni (…) Il popolo iraniano non deve essere costretto a scegliere tra la guerra e l’accettazione di un regime dittatoriale”.

E intanto esplorano – o forse recuperano – nuove alleanze nella lotta di liberazione. Il 15 maggio si è tenuta una riunione tra il Partiya Jiyana Azad a Kurdistanê (PJAK, Partito per una Vita Libera in Kurdistan) e il Partito Comunista del Kurdistan in Iran. Convergendo sull’importanza di sviluppare una azione comune tra le varie forze politiche curde. In quanto “la lotta per la libertà la democrazia e i diritti delle donne in Kurdistan e in Iran continuerà” (come si legge nella dichiarazione finale congiunta).Si è poi raggiunto un comune accordo in merito all’attiva partecipazione delle donne nelle attività politiche e sociali. Un fattore ritenuto fondamentale nella “lotta contro la Repubblica Islamica e contro l’opposizione di destra”. Con un evidente riferimento ai sostenitori di Reza Pahlavi.

Altre riunioni sono previste tra le forze politiche corde al fine di sviluppare una efficace azione comune di lotta. Da parte del regime intanto vanno intensificandosi le operazioni repressive contro le minoranze etniche e religiose. Particolarmente sulla popolazione curda (appunto nel Rojhilat). Solo negli ultimi quattro-cinque giorni vengono segnalati decine di arresti, sparizioni, detenzioni tenute segrete e anche l’accelerazione delle esecuzioni sommarie. Sia nel Rojhilat che nei territori del Belucistan iraniano.

Tra le persone sottoposte a sbrigative esecuzioni capitali: il curdo Reza Soleimani impiccato il 15 maggio nel carcere di Qom; così Mohammad Abbasi il 13 maggio; ucciso in gran segreto – per “spionaggio – il prigioniero politico Ehsan Afrashteh; cinque altri detenuti impiccati il 13 maggio nelle prigioni di Birjand, Tabriz, Kerman e Gorgan.

Preoccupano inoltre le condizioni di salute di alcuni prigionieri politici, detenuti da lunga data o nuovamente arrestati, come Hamid Ghaeinnezhad.

Sia gli arresti che le esecuzioni, il loro attuale incremento, sono una conseguenza del clima di forte tensione in cui versa l’intero paese. Stretto in una morsa tra la crisi economica e le operazioni militari israelo-statunitensi.

A farne le spese soprattutto le minoranze etniche e religiose, già discriminate sul piano linguistico, culturale e politico.

I dissidenti vengono accusati dalle autorità di Teheran di “separatismo”, di “spionaggio” o semplicemente di aver preso parte alle manifestazioni. E sempre in tema di manifestazioni di protesta, va ricordato che in questi giorni due giornaliste iraniane, le sorelle Elaheh Mohammadi e Elnaz Mohammadi, hanno ricevuto dalla Fondazione internazionale delle donne nei media (IWMF) un prestigioso riconoscimento, il Premio Internazionale del Coraggio nel Giornalismo. Per il loro impegno nel documentare, nonostante la dura repressione, il movimento Jin, Jiyan, Azadî (“Donna, Vita, Libertà), esploso nel 2022 a seguito dell’uccisione della giovane curda Jina Mahsa Amini.