Skip to main content

Tag: Curdi

Da Medusa Al Rojava: Lo Stato Che Teme I Capelli Intrecciati

jineoloji Esra Bilen (Jin Dergi) 11 febbraio 2026

“Non abbiamo forse abbastanza ragioni per avvolgerci in tutti i toni della rivolta, per intrecciarci e ancorarci nella resistenza ribelle?”
Camisha L. Jones

Negli ultimi giorni, è circolato un video che mostrava un uomo collegato ai gruppi jihadisti in Siria. Nel video, l’uomo esibisce sui social media i capelli tagliati di una combattente uccisa, come un trofeo di guerra. Con tono beffardo, mostra i capelli e suggerisce che “solo questo” rimane della donna. Dopo la diffusione di queste immagini, donne in varie parti del mondo hanno iniziato a pubblicare brevi video in cui intrecciano i propri capelli.

In un momento in cui si dibatte su un rinnovato riconoscimento dei curdi sulla base della cittadinanza paritaria, ci si sarebbe aspettati che la legge — invece di funzionare per 100 anni come randello contro i curdi — identificasse il responsabile del crimine di guerra secondo standard universali. Invece, sono state avviate indagini contro le donne che hanno condiviso i video in cui si intrecciavano i capelli. Sono seguiti arresti, perquisizioni domiciliari, obblighi giudiziari e sospensioni dei dipendenti del settore pubblico. Mentre non esiste alcuna conferma di procedimenti contro la persona che ha esibito i capelli intrecciati come bottino, rendendo pubblica questa umiliazione. La storia centenaria si ripete — chi degrada i curdi e i loro valori rimane invisibile. Le donne che hanno resistito con la disobbedienza civile vengono punite. Questa situazione non è un conflitto giuridico, ma una sentenza. Le donne vedono attraverso questa sentenza e continuano a far crescere la loro disobbedienza civile.

Nella mitologia, simboli come le corde, i nodi, gli intrecci e la tessitura sono considerati principi rituali dell’ordine che contrastano la disintegrazione del mondo. Di fronte al caos, alla disintegrazione o alla morte, non c’è la legge, ma il rituale. Il rituale non comanda, si ripete — e in questo rituale il mondo esiste solo finché è connesso. Che i capelli intrecciati di una combattente vengano tagliati e presentati come trofeo non è quindi una crudeltà arbitraria. È, in senso mitologico, un atto di distruzione dell’ordine; la dichiarazione che il legame della donna con il mondo è stato reciso. L’intreccio dei capelli tra donne può essere inteso come un contro-rituale — significa ripristinare il legame violentemente reciso dal taglio dei capelli. L’intreccio dei capelli può essere usato come prova di un crimine? La risposta breve è, no. La risposta lunga è, non solo è completamente insensato collegare l’intreccio dei capelli — uno dei rituali più antichi dell’umanità — a un’“organizzazione terroristica”, ma non esiste nemmeno una spiegazione legale per l’affermazione secondo cui tale azione innesca sentimenti di odio nelle persone che potrebbero portare alla violenza.

Al contrario, queste azioni sono una forma pacifica di protesta contro l’aggressione mostrata dai gruppi jihadisti verso le donne curde. Pertanto, è fuori discussione che intrecciare i capelli costituisca un crimine e rientri nel diritto alla libertà di espressione. Per accusare le donne che intrecciano i capelli di propaganda per un’“organizzazione terroristica”, la loro forma di espressione dovrebbe suscitare un odio cieco che inciti le persone alla violenza. Ma va notato che gli atti di bande violente che gettano i corpi di combattenti femminili da edifici incompiuti, o strappano i cuori di giovani curdi imprigionati, non sono considerati crimini — mentre l’intreccio dei capelli delle donne sì. Che lo Stato tenti di definire questa pratica come “propaganda” non deriva da una disposizione giuridica, ma da una paura storica innescata dall’intreccio simbolico dei capelli. Questa paura non è un riflesso protettivo temporaneo. È un ricordo traumatico che si è radicato nel pensiero dello Stato dominato dagli uomini, e trasmesso di generazione in generazione.

La mitologia rivela questo ricordo fin dall’inizio. Il racconto di Medusa è uno degli esempi più chiari. La storia di Medusa non è una semplice favola di mostri successivamente inserita nel pantheon greco. Si può anche leggere la storia di Medusa come un tentativo di sopprimere una “donna delle montagne” (con radici che risalgono ai Medi e ai Persiani). In questa lettura, Medusa non è una Gorgone, ma una principessa con radici medo-persiane, una donna delle montagne. Quando l’ordine divino maschile non riesce a gestire questa figura, viene prima esclusa dal centro, poi imprigionata nel tempio, e infine punita attraverso il suo corpo. Cioè, Medusa viene tenuta prigioniera nel tempio dell’ordine sacro dominato dagli uomini, e lì viene attaccata dal dio. Sebbene l’attacco sia diretto contro di lei, la giustizia viene capovolta e il corpo di Medusa viene punito con le trecce che si trasformano in serpenti. La maledizione si manifesta quindi nei suoi capelli.

La treccia è un’espressione del legame delle donne con il mondo, con la loro memoria e la loro permanenza, e proprio per questo motivo l’intreccio è codificato come una minaccia. L’antico legame con la vita, con la terra e con l’oltretomba, viene marchiato come “mostruoso”.

 

“Il potere patriarcale non riesce a gestire la donna disobbediente, e cerca di denigrarla e demonizzarla per rimuoverla dalla circolazione. Che Medusa, dopo l’assalto di un dio, incontri non giustizia ma dannazione, rivela il trauma fondante della supremazia maschile — il patriarcato può governare il corpo e la volontà femminile, che non riesce a controllare a livello mentale, ma solo attraverso la demonizzazione.”

La criminalizzazione odierna delle trecce è un’espressione contemporanea di questa antica paura dello Stato dominato dagli uomini. Lo Stato qui non sta combattendo un crimine, ma sta cercando di rendere di nuovo invisibile qualcosa con cui non è mai riuscito a fare i conti storicamente, perché la reazione delle donne di intrecciare i capelli è un movimento che rovescia la maledizione di Medusa. Il rifiuto dell’attribuzione di mostruosità significa continuare a creare significato da ciò che dovrebbe ispirare paura. Pertanto, gli eventi odierni non sono repressione temporanea, ma segni di una rottura più grande.

Mentre lo Stato sacro combatte contro i capelli intrecciati, e per dimostrare il suo “potere” arresta donne che intrecciano i capelli, le donne continuano semplicemente con questa azione. Lo fanno perché stanno rivendicando il diritto di creare significato. Ciò non riflette la società dello spettacolo, né è una politica di simboli. La pratica di non accettare questa umiliazione è l’insistenza nel mantenere vivo il ricordo. Quando la legge viene utilizzata per sopprimere questa decisione, la legge si indebolisce; il rituale diventa più forte. Tutte le donne che oggi vengono punite lo sanno. Questa azione continua a crescere. Perché, nonostante nel corso della storia si sia cercato di vietare e punire le azioni fisiche e rituali delle donne, queste non sono scomparse, ma si sono diffuse in ambiti in cui il potere non può intervenire. Prendere di mira la treccia non è quindi una questione di sicurezza, ma una manifestazione di una crisi di legittimità. Qui lo Stato non sta prevedendo un crimine, sta ammettendo di aver perso il controllo del significato. È interessante notare che perfino le bande sanguinarie non spaventano lo Stato Sacro tanto quanto milioni di donne. La logica sembra essere: “Loro possono essere i nostri vicini, ma non lasciamo che nessuna donna intrecci i capelli nelle nostre vicinanze”.

Questo riflesso e questa paura non sono una reazione storica estranea alle donne. Nella caccia alle streghe il crimine non veniva giudicato in base all’atto in sé, ma in base alla persona. Oggi funziona una logica simile: il vero problema non è cosa sia l’intrecciare i capelli, ma il fatto che altre possano farlo. La ripetibilità è sempre stata una minaccia per il potere. Ma la storia mostra che la lotta delle donne non scompare quando viene repressa, ma si diffonde in ambiti più ampi. Con questo rituale, migliaia di donne continuano a tessere il significato e la vita della combattente i cui capelli sono stati tagliati, e continueranno a farlo.

Tratto dalla poesia “My Hair Starts the Revolution” di Camisha L. Jones.

L’articolo è apparso originariamente in turco, vedi:
https://jindergi.com/yazi/medusadan-rojavaya-sac-orgusunden-korkan-devlet/

Oltre l’assedio: garantire diritti, sicurezza e governance per i curdi in Siria

Rifondazione comunista, 2 febbraio 2026, di Yilmaz Orkan (Direttore Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia*)

L’offensiva militare avviata contro i quartieri curdi di Aleppo il 6 gennaio 2026 è stata il violento culmine di un piano progettato dallo Stato turco e attuato da milizie jihadiste guidate da Ahmad al-Sharaa. Diretta strategicamente e resa possibile sul piano logistico da attori statali esterni, l’operazione non mirava soltanto al controllo territoriale, ma allo smantellamento sistematico delle Forze Democratiche Siriane (SDF) come entità istituzionale e alla liquidazione forzata di un decennio di autogoverno autonomo nella regione, come formalizzato dal cosiddetto decreto di “integrazione” del 18 gennaio.

Attraverso questo attacco, i responsabili hanno cercato di spegnere un progetto rivoluzionario in cui le donne sono liberate, i popoli convivono da pari e la democrazia respira nella vita quotidiana. Non hanno però tenuto conto di una realtà fondamentale: questa luce non è più soltanto la speranza del Rojava, è diventata una fonte di ispirazione per persone in tutto il mondo. Il costo umano di questa campagna, tuttavia, è stato devastante. Centinaia di migliaia di civili sono stati costretti allo sfollamento, centinaia sono stati uccisi e la città di Kobanê sopporta ora un assedio paralizzante, deliberatamente privata di cibo, acqua, medicine ed elettricità. Questi atti — la militarizzazione delle infrastrutture civili essenziali — costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e configurano una punizione collettiva.

L’accordo firmato il 30 gennaio non è un punto di arrivo. Al contrario, segna l’inizio di una lunga e ardua lotta per una vera integrazione democratica. Rappresenta al tempo stesso un’opportunità e un terreno di resistenza per dimostrare che non accetteremo mai l’imposizione di un modello di vita “taglia unica” né la mentalità jihadista imposta alla nostra società. Per proteggere e far avanzare le conquiste della rivoluzione del Rojava, dobbiamo intensificare la nostra presenza nelle strade, rafforzare la nostra organizzazione e mantenere una posizione ferma e incrollabile.

La comunità internazionale, in particolare gli Stati della Coalizione Internazionale, ha una responsabilità diretta. Il silenzio di fronte a questo assedio equivale a complicità. La Coalizione ha ora un obbligo accresciuto di garantire l’attuazione dell’accordo. Allo stesso modo, la comunità internazionale, compresi l’Unione Europea (UE) e le Nazioni Unite (ONU), deve assumere il proprio ruolo e garantire la tutela costituzionale di tutti i diritti politici, sociali, democratici e linguistici dell’amministrazione del Rojava, dove diverse comunità religiose ed etniche hanno vissuto insieme in pace e dignità.

Rivolgiamo pertanto un appello urgente alla comunità internazionale affinché:

  1. Istituisca una Zona Protetta e un Meccanismo di Monitoraggio Internazionale: crei immediatamente una linea di protezione monitorata a livello internazionale mediante il dispiegamento urgente di una solida missione di osservatori con l’autorità di controllare il rispetto degli accordi, documentare le violazioni in tempo reale e proteggere i civili.
  2. Garantisca diritti costituzionali e autogoverno democratico: assicuri che qualsiasi soluzione politica sostenibile sia fondata sul riconoscimento costituzionale dell’identità, della lingua e del diritto del popolo curdo all’autoamministrazione democratica all’interno di un quadro siriano decentrato. Garanzie vincolanti sono essenziali per prevenire l’istituzionalizzazione di ulteriori repressioni.
  3. Applichi una pressione diplomatica ed economica concreta: vada oltre la retorica imponendo conseguenze significative, comprese sanzioni mirate contro gli architetti di questa offensiva, embarghi sulle armi ai responsabili e l’isolamento diplomatico degli Stati che hanno attivamente favorito l’assalto.
  4. Agisca con decisione e senza ritardi: le Nazioni Unite e gli Stati della Coalizione Internazionale devono intervenire con decisione e senza indugi per prevenire un’ulteriore escalation e danni irreversibili alla vita dei civili

*UIKI Onlus
Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia

Via Ricasoli 16, 00185 Roma, Italia
Tel. : +39 06 69284904
Email : info.uikionlus@gmail.com
Web : www.uikionlus.org
Facebook : UIKIOnlus
Twitter : @UIKIOnlus
Google + : 102888820591798560472
Skyp : uikionlus

Rojava sotto assedio. Biji biji resistenza curda!


Carla Gagliardini, Patria Indipendente, 28 gennaio 29026

Le promesse del presidente Al-Sharaa per una Siria democratica e inclusiva sono già state smentite dai fatti: dopo alawiti, drusi e cristiani, ora a pagare sono i curdi. Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è circondata. All’offensiva militare si affianca lo scontro ideologico contro la proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente, una visione che mette al centro le donne e un modello di società ecologica, in netto contrasto con gli interessi degli apparati di potere degli Stati e dei loro leader. Intanto cresce la solidarietà internazionale. Pubblichiamo un appello‑mozione dell’Unione delle donne italiane e kurde ai Parlamenti Ue e italiano, sottoscritto anche dal Coordinamento donne ANPI e aperto alle adesioni.

Henry Kissinger diceva che “gli Stati Uniti non hanno amici
o nemici permanenti ma solo interessi permanenti”.
I curdi invece dicono che “non hanno amici se non le montagne”

In queste due citazioni si racchiude molta della verità e della realtà che osserviamo da tempo in Rojava, dove governa l’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (Daanes), in modo più marcato da quando Ahmed al-Shara, nome di battaglia al-Jolani, ha conquistato manu militari il potere in Siria nel dicembre del 2024, mettendo in fuga Bashar al-Assad. Su Ahmed al-Shara, fino a poco tempo fa, pendeva una taglia made in the Usa perché guidava l’organizzazione terroristica Hts (Hayat Tahrir al-Sham).

Oggi il nemico degli Stati Uniti è diventato un amico perché ha promesso lauti investimenti in Siria, unico linguaggio che mette d’accordo gli interessi dell’Occidente, in modo particolare quelli statunitensi, e delle petromonarchie del Golfo. In sottofondo, ma non troppo, suona il ritornello degli Accordi di Abramo che mirano a pacificare le relazioni tra Israele e i Paesi arabi. E poi c’è la necessità di infliggere una sconfitta ancora più dolente e permanente all’Iran in chiave anti-russa e soprattutto anti-cinese. Il controllo della Siria è fondamentale. Così sul suolo siriano e sulla pelle degli abitanti di quella zona si sta giocando una partita importantissima. Al-Sharaa è la nuova pedina da muovere sullo scacchiere mediorientale. C’è da pensare che lui lo sappia bene e quindi occorrerà capire quale sia la sua strategia per comprendere la traiettoria che prenderà la Siria trascinando con sé, nel bene o nel male, le sue tante realtà culturali, etniche e religiose.

Per il momento le promesse del neo-presidente Aḥmad Ḥusayn al-Shara per una Siria democratica e inclusiva sono state platealmente disattese e a farne le spese sono state la comunità alawita, quella druza e persino quella cristiana. Oggi è il turno dei curdi. E allora quel detto curdo citato, se visto unicamente volgendo lo sguardo agli Stati, intesi nella loro dimensione di apparati e non di popoli, si inserisce perfettamente nello scenario attuale perché sembra vero che i curdi abbiano come soli amici le montagne. La loro storia fatta di tradimenti, persecuzioni e genocidi subiti lo insegna. Quando poco più di dieci anni fa lo Stato Islamico, più conosciuto come Isis, rappresentava una drammatica minaccia per il mondo, il sangue dei curdi e delle curde è servito. Sono loro che sono caduti e cadute sul campo di battaglia contro un nemico che scaricava la sua ferocia su coloro che considerava infedeli. Quella ferocia ha colpito in modo particolare le donne e il popolo ezida lo sa bene con le sue donne, ragazze e bambine rapite per essere vendute come schiave.

Il 26 gennaio scorso è stato l’undicesimo anniversario della fine dell’assedio di Kobane da parte dello Stato Islamico. Sono i curdi e le curde delle Ypg e delle Ypj che hanno difeso la città con una resistenza impressionante che ha fatto il giro del mondo. Oggi Kobane, città simbolo della lotta di liberazione dall’Isis, è nuovamente circondata. Questa volta è l’esercito siriano che risponde al presidente al-Sharaa, un “ex” jihadista, a volere la sua resa. Kobane ha un valore estremamente importante per entrambe le parti. Per Damasco la sua caduta significa infliggere una sconfitta che trascende l’aspetto militare e strategico perché colpirebbe nel profondo i sentimenti e il morale dei curdi e delle curde. Per la Daanes un’altra storica vittoria sarebbe invece un’ulteriore lezione impartita al mondo sulla forza della resistenza di un popolo che, in evidente posizione di svantaggio e sostanzialmente in solitudine, lotta per la libertà. In realtà, se la Daanes dovesse cadere le curde e i curdi ci avrebbero comunque insegnato qualcosa di importante: il senso profondo della loro rivoluzione che liberandosi dalle catene del nazionalismo e del patriarcato ha disegnato una società libera e democratica.

Dal 6 gennaio l’esercito siriano ha lanciato un’offensiva in Rojava. Da quando a Damasco governa al-Sharaa è stato immediatamente chiaro che l’esperienza della Daanes fosse a rischio. Il presidente siriano infatti vuole uno Stato centrale forte e nessun riconoscimento di autonomia alle varie realtà culturali, etniche e religiose del Paese. Su questo punto è sempre stato irremovibile.

Gli accordi del marzo 2025 siglati con le Sdf (Forze Democratiche Siriane all’interno delle quali si trovano le Ypg e le Ypj) che difendono la Daanes, non sono stati implementati entro la scadenza del 31 dicembre. Questi prevedevano l’inserimento delle Sdf all’interno dell’esercito siriano. La discussione era aperta sul “come” integrarle, perché Damasco vuole l’adesione individuale dei combattenti mentre le Sdf insistono per un inserimento come corpo unico, includendo anche le donne.

La fase di stallo in cui erano precipitati gli accordi è stato il pretesto per Damasco per attaccare la Daanes e conquistare circa il 90% del territorio che prima era sotto il suo controllo. I curdi e le curde sono stati abbandonati dagli alleati statunitensi che sono rimasti a guardare e hanno saputo solo suggerire il loro suicidio, sollecitandoli a accettare le condizioni di Damasco che prevedono la fine della loro autonomia, cioè la fine di tutto ciò per cui hanno lottato e che hanno saputo costruire in oltre dieci anni di amministrazione autonoma. Le aree perse dalla Daanes sono importanti per le loro risorse ma anche per i corridoi strategici. Le Sdf denunciano la complicità della Turchia che ha interesse a smantellare la Daanes e le Sdf, considerate espressione del Pkk e quindi nemici da abbattere.Il processo di pace in corso in Turchia, proprio tra lo stato turco e il fondatore del Pkk, Abdullah Öcalan, non ha né arrestato né frenato le mire distruttive del presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, nei confronti del modello politico applicato in Rojava e teorizzato dal leader curdo, ossia il confederalismo democratico. Questo paradigma non è in linea con la struttura delle società capitaliste e dello stato-nazione, disegnando all’opposto una società basata sulle comuni rette da un’organizzazione di tipo socialista.

In Rojava, oltre a una guerra di conquista, è in atto anche uno scontro ideologico sul tipo di società da realizzare. La proposta politica di Öcalan per il Medio Oriente è dirompente se si pensa al ruolo centrale della donna ma anche all’idea della società ecologica, che stride con gli appetiti degli Stati e dei loro governanti, i quali spesso hanno interessi personali che finiscono per dettare l’agenda dello Stato. Al-Sharaa in questo momento è la pedina che viene mossa dalla Turchia, che aspira a ripristinare una sorta di Impero Ottomano, e dagli Stati Uniti, che hanno un debito pubblico pericolosamente alto e una forte crisi strutturale interna su più piani, sociale, economico e finanziario, la quale richiede politiche imperialiste per l’accaparramento di ingenti risorse. Nella nuova Siria molti interessi stranieri reclamano una fetta del Paese mentre la popolazione locale, soprattutto le minoranze, viene estromessa dal progetto politico di ricostruzione della società siriana dopo lunghi anni di guerra. Non basta il riconoscimento della cittadinanza e dei diritti culturali dei curdi fatto in fretta e furia con decreto presidenziale negli ultimi giorni, tra un cessate il fuoco e l’altro, per liquidare la questione curda. La scelta di al-Sharaa sembra dettata dalla necessità di sottrarre ai curdi parte della materia del contendere e quindi svuotare la loro azione politica, legittimando così, agli occhi del mondo, la guerra scatenata contro di loro se dovessero scegliere di non piegarsi al volere di Damasco.

È difficile prevedere cosa accadrà quando il nuovo cessate il fuoco scadrà perché l’incognita di peso è rappresentata dagli Stati Uniti, i quali hanno dichiarato attraverso l’Ambasciatore in Turchia nonché inviato speciale per la Siria Tom Barrack, che le Sdf appartengono al passato e che al-Sharaa è il presente. Tuttavia non è facile credere che possano fidarsi ciecamente di colui che fino a poco più di un anno fa veniva presentato come un pericoloso terrorista e nemico di Washington. Il trasferimento nelle prigioni irachene di circa settemila jihadisti rinchiusi nelle carceri che, fino a pochi giorni fa, erano sotto il controllo delle Sdf potrebbe essere un segnale di sfiducia.

Dal canto suo Al-Sharaa indossa con disinvoltura tante maschere per ricoprire il suo passato di jihadista e il progetto che ha in mente di assimilazione delle minoranze. Ricorre a un linguaggio rassicurante, poco conta se smentito dai fatti, e questo basta per soddisfare i nuovi alleati della Siria post-Assad. Se la Daanes venisse espropriata dell’autonomia nei territori curdi che continua a controllare, come vorrebbero Erdogan e al-Sharaa, la Siria difficilmente conoscerà una stagione di pace. È facile pensare che i curdi non rinunceranno alla libertà che hanno conquistato e potranno essere di ispirazione per le altre minoranze, le quali hanno già assaggiato la violenza di questo governo e reclamano a loro volta forme di autonomia. Le donne curde saranno in prima linea perché non è pensabile per loro assistere alla cancellazione di quei diritti che hanno ottenuto combattendo tanto con le armi quanto attraverso un processo culturale e politico che ha cambiato in senso rivoluzionario il loro modo di concepirsi all’interno della società.

I curdi ci insegnano che la Resistenza è vita (Berxwedan jiyan e!), che la donna è al centro del progetto politico di una società libera, democratica e di pace (Jin jiyan azadi!) e che l’esperienza democratica del Rojava deve essere salvata. Per tutte queste ragioni la resistenza in Rojava va sostenuta. Biji biji Rojava!

Carla Gagliardini è vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

 

Appello-mozione di UDIK, Unione delle donne italiane e kurde, al Parlamento Ue e al Parlamento italiano

Salzano-Ve, 27/01/2026

Spettabili Deputati e Senatori del Parlamento Italiano

Appello/Mozione concernente la situazione nel Nord-Est della Siria e la difesa dell’Amministrazione Autonoma di Rojava

Noi, donne italiane e curde, unite da un legame di sorellanza, da una storia comune di resistenza e dalla lotta contro il fascismo, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per quanto sta accadendo nel Nord-Est della Siria.

Chiediamo al Parlamento italiano e al Parlamento europeo di intervenire con urgenza per fermare gli attacchi di annientamento contro il popolo curdo e contro il suo modello di democrazia, autogoverno e convivenza pacifica.

Sollecitiamo l’Italia e l’Unione Europea a impegnarsi attivamente nella ricerca di una soluzione politica e di pace, nel pieno rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e del principio di autodeterminazione dei popoli. Il rispetto dei diritti umani non può essere selettivo né subordinato a interessi geopolitici.

Premesso che:

– nel Nord-Est della Siria opera l’Amministrazione Autonoma di Rojava, un’esperienza politica fondata sui principi di democrazia partecipativa, autogoverno, confederalismo democratico, convivenza pacifica tra le diverse etnie e religioni e sulla piena parità di genere;
– tale modello rappresenta un esempio concreto di stabilità, inclusione sociale e rispetto dei diritti umani in un’area segnata da conflitti, autoritarismi e fondamentalismi religiosi;
– le Forze Democratiche Siriane, composte da donne e uomini, hanno svolto un ruolo decisivo nella sconfitta militare dell’organizzazione terroristica ISIS, contribuendo in modo determinante alla sicurezza regionale e internazionale, inclusa quella dell’Europa, duramente colpita da attentati terroristici negli anni passati;
– il contributo delle donne curde nella lotta contro il terrorismo e nella costruzione di un modello sociale basato sull’uguaglianza di genere è stato riconosciuto a livello internazionale come elemento centrale di tale esperienza.

A tal fine avanziamo la proposta di approvazione della seguente mozione:

Considerato che:
– l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria è attualmente oggetto di attacchi armati da parte di gruppi jihadisti legati al regime di Jolani e da milizie riconducibili ai residui dell’ISIS, con il sostegno diretto o indiretto della Turchia;
– il regime siriano non ha rispettato gli accordi sottoscritti nel mese di aprile con le Forze Democratiche Siriane, accordi che prevedevano misure volte alla de-escalation del conflitto;
– nonostante il ritiro da alcune aree da parte delle Forze Democratiche Siriane (HSD), finalizzato a evitare nuove ostilità, le milizie jihadiste hanno proseguito l’offensiva, chiedendo la deposizione delle armi e la sottomissione a un sistema politico autoritario e teocratico;
– il regime siriano si dimostra incapace di garantire una soluzione politica inclusiva e agisce sotto l’influenza di interessi geopolitici ed economici di potenze esterne.

Ritenuto che:

– la distruzione dell’Amministrazione Autonoma di Rojava rappresenterebbe un grave arretramento per la tutela dei diritti umani, per la parità di genere e per la convivenza pacifica tra i popoli della regione;
– l’abbandono di tale esperienza democratica costituirebbe un tradimento dei valori di libertà, giustizia e autodeterminazione che l’Unione Europea e la Repubblica Italiana affermano di difendere;
– il silenzio e l’inazione della comunità internazionale rischiano di favorire il ritorno del terrorismo jihadista e di compromettere ulteriormente la stabilità regionale.

Chiediamo l’impegno del Governo:

1) a condannare ufficialmente gli attacchi contro l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria e contro le Forze Democratiche Siriane;
2) a promuovere, in sede europea e internazionale, il riconoscimento politico e istituzionale dell’Amministrazione Autonoma di Rojava come interlocutore legittimo per una soluzione democratica del conflitto siriano;
3) ad attivarsi, attraverso iniziative diplomatiche urgenti, per la cessazione delle ostilità e il rispetto degli accordi precedentemente sottoscritti;
4) a sostenere la tutela dei diritti delle donne, delle minoranze etniche e religiose nel Nord Est della Siria, riconoscendo il valore del modello di autogoverno basato sull’uguaglianza di genere;
5) a vigilare affinché le politiche europee e internazionali non favoriscano, direttamente o indirettamente, forze jihadiste o regimi autoritari contrari ai principi democratici e ai diritti umani.

Firmatarie:

– UDIK Unione Donne Italiane e Kurde
– Coordinamento Nazionale Donne ANPI
– Politiche di Genere CGIL Nazionale
– UDI Unione Donne in Italia
– Casa Internazionale delle Donne
– La Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale udipalermo
– Avv. Angela Bitonti- avvocato per i diritti umani

Per aderire: udik.unionedonne@gmail.com

Il rischio della ricomparsa di ISIS è reale? Cosa dà forza alla gente del Rojava per resistere contro di esso?

retejin.com 24 gennaio 2026

Resistere ad ISIS
Abbiamo visto le immagini della bandiera dell’ISIS di nuovo sventolare sulla città di Raqqa. Ma quanto è reale il rischio che l’ISIS ritorni, dopo gli attacchi alla rivoluzione del Rojava? Che le donne vengano di nuovo vendute per strada e brutalizzate secondo una visione distorta dell’Islam? Avverranno di nuovo attacchi come quelli al Bataclan, a Nizzao a Bruxelles?
Per capirlo è necessario vedere chi sono gli attori in gioco: tra di essi, chi è Ahmed al-Sharaa, attuale capo del governo provvisorio di Damasco?
Ahmed al-Sharaa, nom de guerre al-Jolani
Nato nel 1982, in una famiglia laica borghese, abbraccia il fondamentalismo islamico intorno all’anno 2000. Nel 2003 combatte come membro di al-Qaeda in Iraq; nel 2006 viene arrestato e detenuto in diverse prigioni in Iraq, incluse Abu Ghraib e Camp Bucca. Quest’ultima è talvolta definita “accademia della jihad”, perché in essa si sono formati molti dei leader dell’ISIS. Nel 2011 viene rilasciato e incaricato da al-Qaeda di costruire il ramo siriano dell’organizzazione: nasce così nel 2012 al-Nusra, di cui diventa emiro generale con il nome di battaglia
al-Jolani. Negli anni immediatamente successivi una delle forze con cui si scontra è quella delle YPG-YPJ; particolarmente feroce è stata la battaglia di Serekaniye del 2012-2013.
Nel 2015 al-Jolani rifiuta di unirsi all’ISIS, rimanendo fedele alla linea di al-Qaeda. Nel 2017 fonda HTS che, oltre ad al-Nusra, include altri gruppi jihadisti; ne diventa leader e occupa la provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, dove stabilisce il Governo della salvezza, braccio governativo di HTS. Qui l’autoritarismo è pervasivo: arresti arbitrari, prigioni segrete, esecuzioni pubbliche, discriminazione religiosa (in particolare contro drusi e cristiani) e soppressione dei diritti delle donne. Viene applicata la Sharia in modo selettivo, mentre si costruisce una facciata di moderazione attraverso attività di sensibilizzazione pubblica, apparizioni sui media e dichiarazioni di non ostilità verso l’Occidente. Nell’ottobre 2022 HTS si espande nell’area di Afrin, convivendo con il suo alleato Esercito Nazionale Siriano (SNA), già presente sul territorio. Durante tutto questo periodo la Turchia ha continuato a intrattenere rapporti commerciali con HTS e a consentirne i movimenti in diverse zone. Il 27 novembre 2024 HTS ha avviato una campagna militare che lo ha portato a prendere il controllo di Damasco l’8 dicembre 2024.
Molti elementi del nuovo governo avevano avuto incarichi in al-Nusra o nel cosiddetto Governo della salvezza, si erano macchiati di crimini di guerra o avevano compiuto femminicidi. Nella costituzione approvata, la Sharia costituisce la base dell’ordinamento ed è utilizzata come pretesto per applicare norme contrarie ai diritti delle donne. Le leggi sul matrimonio rimangono sotto l’autorità religiosa e non laica; non esiste alcuna norma che garantisca la presenza delle donne nei ruoli decisionali. La denominazione “Repubblica araba siriana” resta in vigore, l’arabo è l’unica lingua ufficiale e solo un musulmano può essere capo dello Stato. Al-Jolani ha indossato giacca e cravatta, ma resta lo stesso jihadista misogino.
Una volta al governo, non ha mancato di usare violenza contro gruppi di diversa fede. A marzo, gruppi jihadisti guidati da HTS e fazioni sostenute dalla Turchia hanno colpito la comunità alawita nella regione costiera, causando oltre 1.600 morti civili, incendi di villaggi, sfollamenti di massa e rapimenti di donne, con chiari moventi di intolleranza religiosa. Da fine aprile hanno attaccato anche la comunità drusa nelle aree di Damasco rurale e di As-Suwayda, con bombardamenti, saccheggi, distruzione di luoghi sacri e oltre 130 vittime.
Le donne sono bersagli specifici: decine di alawite sono state rapite e fatte sparire, in uno schema che richiama le violenze sistematiche commesse dall’ISIS contro le donne yazide. Queste pratiche confermano una violenza settaria basata su un fondamentalismo religioso pseudo-islamico che, con gli ultimi attacchi, si è nuovamente riversato nei territori del NES.
ISIS dopo la sconfitta del califfato
Nel 2019 il territorio fisicamente sotto controllo dell’ISIS è stato liberato definitivamente dalle YPG-YPJ-SDF nella battaglia di Baghouz. Dopo questo, però, diverse cellule dell’ISIS hanno continuato a resistere nascoste; un’altra parte è confluita all’interno di HTS, guidato da Ahmed al-Sharaa, che all’epoca si stava rafforzando a Idlib, nel cosiddetto “governo della salvezza”. Altri ancora, alcune decine di migliaia, sono state arrestati dalle YPG-YPJ-SDF e, quando sono iniziati gli attacchi, si trovavano ancora nelle prigioni del Nord ed Est della Siria – NES. Nel 2025 si stimava che nelle prigioni del NES fossero detenuti circa 10.000 jihadisti, tra cui 2.000 stranieri. Poiché gli Stati di provenienza si rifiutavano di rimpatriarli, la loro gestione ha rappresentato per anni un peso enorme per l’amministrazione autonoma, non solo economico e logistico ma soprattutto in termini di sicurezza. Un esempio emblematico è la battaglia della prigione di Hasakah del 2022. Qui erano detenuti circa 4.000 jihadisti. La struttura fu attaccata da 100-300 membri di cellule dormienti dell’ISIS; nella difesa morirono 121 persone, tra civili, membri delle YPJ-SDF e personale carcerario. Si stima che alcune decine, forse centinaia, di detenuti riuscirono a fuggire.
Un discorso a parte meritano i campi di detenzione, come al-Hol e Roj. Nel campo di al-Hol nel 2025 si stimavano circa 27.000 persone, in gran parte donne che educavano i figli secondo l’ideologia del califfato. Nonostante le operazioni militari, l’ISIS continuava a organizzarsi all’interno del campo; periodicamente venivano liberate donne yazide ridotte in schiavitù e ancora nascoste tra le detenute. Il campo di Roj, più piccolo, ospitava circa 2.100 donne legate all’ISIS con i loro figli; tra questi vi sono oggi una cinquantina di giovani uomini tra i 18 e i 20 anni.
Impatto degli ultimi attacchi
Dal 6 di gennaio 2025 le bande jihadiste di nuovo stanno attaccando il nord e l’est della Siria, partendo da Aleppo e proseguendo nel loro massacro verso Kobane (che in questo momento si trova isolato e sotto assedio), Hassakeh e la zona est.
Diverse testimonianze riportano la presenza di combattenti dell’ISIS tra le bande che hanno attaccato Aleppo e il Nord ed Est della Siria. Combattenti feriti hanno dichiarato, al rientro: “stavamo combattendo contro l’ISIS”. Immagini mostrano insegne dell’ISIS tra i combattenti; in alcuni video i comandanti parlano di “seguire gli ordini dell’emiro”, utilizzando un linguaggio tipicamente jihadista più che militare-statale. Gli episodi di violenza misogina non sono mancati: il corpo di una combattente YPJ caduta è stato gettato dal terzo piano di un edificio, mentre la treccia mozzata di un’altra combattente è stata mostrata con sprezzante orgoglio da uno jihadista.
Negli anni 2014-2019 sappiamo che il supporto fornito dalla Turchia ad ISIS non è stato irrilevante: sostegno economico, logistico e cure ai feriti. Oggi dinamiche simili si ripetono: droni turchi bombardano per supportare le bande jihadiste, e immagini mostrano combattenti che innalzano la bandiera turca.
Uno degli obiettivi principali di questi gruppi sono le prigioni che detengono membri dell’ISIS. Dalla prigione di Shaddadi sono usciti circa 1.500 jihadisti; la prigione di Raqqa è ad alto rischio; quella di Hasakah è la più popolosa e la sua caduta comporterebbe la liberazione di migliaia di detenuti. Le recinzioni del campo di al-Hol sono state aperte e chi vi si trovava è uscito. Sono stati identificati almeno sei siti da cui combattenti dell’ISIS sono fuggiti, mentre online l’organizzazione inneggia alle evasioni. La prigione di Raqqa, al-Aqtan, con i suoi circa 2.000 membri dell’ISIS si trova ora nelle mani di HTS; un gruppo di YPJ-SDF ha resistito quasi una settimana senza cibo né acqua per difenderla, circondato dalle bande jihadiste. Se prima la comunità internazionale lasciava il NES solo nella gestione dei detenuti dell’ISIS, oggi chiude gli occhi mentre questi vengono liberati.
In questo momento Kobane è sotto assedio. Kobane, che segnò il momento in cui ISIS cominciò a cadere, oggi è di nuovo attaccata da forze che non sono poi così diverse da quelle del 2014. Nesrin Abdella, proprio a Kobane, ha dichiarato, parlando del nemico al fronte: “Posseggono tutti i tipi di armi pesanti e in particolare armi turche. (…) E questo è stato fatto con l’avanguardia di ISIS. Sono componenti di ISIS che, in maniera molto aperta, indossano la bandiera e i simboli di ISIS e come membri di ISIS attaccano.” La popolazione resiste a tutti i livelli; tutte e tutti prendono parte alla difesa.
Ma cosa c’è a Kobane, cosa c’è nel Rojava, che permette di resistere in questo modo? Cosa dà la forza alla popolazione, alle mamme, agli anziani, di prendere le armi e decidere di restare a difendere la propria terra? Perché, nella guerra di Aleppo se un comandante come Heval Ziyad dichiara di non andarsene per difendere la sua città e infine dona tutto quel che ha, inclusa la sua vita, per difendere quella terra, poi a centinaia decidono di fare lo stesso? Perché se il Rojava viene attaccato è tutto il Kurdistan che abbatte i muri e confini e accorre nella mobilitazione generale in solidarietà? Cosa fa sì che se uno jihadista si mostra con la treccia mozzata di una ragazza in mano, poi a migliaia di ragazze si intreccino i capelli?
Per cosa lottiamo
Quello che vediamo qui è uno scontro tra due idee, tra due modi di vivere, tra due sistemi di valori. Da una parte c’è quella visione della società violenta e frammentata, impregnata di sopraffazione e sottomissione, in cui le donne vengono vendute, vengono valutate in base a quanti figli possono fare nascere, vengono rese schiave come oggetti sessuali, umiliate, violentate, distrutte nell’intimo. Questo, in Siria, viene fatto in nome di una visione distorta dell’Islam, ma in altri luoghi del mondo prende i nomi e le forme più diverse. Quello che viene preso di mira dal sistema che mira a dividere, controllare e sottomettere la società è appunto questa società che attorno alla donna si è costruita, sono i valori e l’etica di cui essa è fonte, come la madre è fonte di vita per i propri figli e figlie. Il paradigma su cui si basa la Rivoluzione del Rojava è stato formulato da Abdullah Öcalan e mira a costruire una società democratica ed ecologica basata sulla liberazione delle donne.
Quando parliamo di una società democratica, intendiamo una società in grado di auto-amministrarsi (e quindi di soddisfare i propri bisogni materiali e spirituali) senza la necessità di uno Stato. Per fare ciò, crediamo che una società debba essere politica ed etica: una società politica è in grado di discutere i propri bisogni, prendere decisioni su come trovare soluzioni e mettere quelle decisioni in pratica; una società etica è quella che è in grado di vivere secondo i valori creati dalle precedenti decisioni politiche. In altre parole, l’etica è la memoria politica
della società. Una società ecologica è quella che è in grado di vedere le proprie radici nella natura, di sentire che la propria esistenza è intrecciata con la vita dell’ambiente circostante e di agire di conseguenza. Per creare questo tipo di società, crediamo che sia necessario basarla sulla libertà delle donne: crediamo che l’attuale sistema patriarcale-statale sia storicamente basato sulla schiavitù delle donne.
Vogliamo spiegare meglio quest’ultimo concetto. La storia può essere compresa come la coesistenza di due sistemi paralleli. Il primo era basato sulla raccolta in armonia con la natura, sulla cura e sulla costruzione della comunità necessaria per crescere i figli. Il secondo si basava sulla caccia, l’inganno, la violenza, e alla fine ha portato allo Stato. Semplificando e senza entrare nei dettagli, identifichiamo il primo sistema e i suoi valori con il femminile e la madre-dea, e il secondo con il maschile e lo stato-dio. Per affermarsi, il sistema patriarcale-statale ha dovuto sopprimere il sistema della madre-dea e trasformare le donne in proprietà — fisicamente, socialmente e psicologicamente. L’oppressione delle donne, della natura e della società da parte delle élite dominanti sono intrinsecamente legate. Ridurre le donne in schiavitù o trasformarle in merci è stata una condizione per la consolidazione del patriarcato. Sono state create caste e classi per dividere ciò che le donne un tempo univano intorno a sé. Pertanto, liberare le donne significa anche liberare la società e permettere all’umanità di superare il sistema patriarcale di oppressione. Per questa ragione, al centro del sistema nel nord e nell’est della Siria troviamo l’organizzazione autonoma delle donne. In tutti i campi, a tutti i livelli, le donne sono organizzate autonomamente, con la possibilità di veto sulle istituzioni miste.
Il modo in cui la popolazione è organizzata in Rojava si basa sui principi della nazione democratica. La nazione democratica è definita da Öcalan come: “Un modello di nazione che può derivare dalla nazione culturale, ma che tiene a freno ed esclude sfruttamento e oppressione, è di sicuro riconduibile alla nazione democratica. Una nazione democratica è la più vicina ai concetti libertà e uguaglianza. In accordo con questa definizione, possiamo affermare che si tratta del modello di nazione ideale per le comunità che lottano al fine di ottenere libertà e uguaglianza.” Una nazione democratica è il modo in cui una nazione si organizza senza diventare uno Stato. La base fondamentale su cui si fonda questa organizzazione sono le comuni, composte da alcune centinaia di famiglie di vicini, che risolvono i propri bisogni. Nelle comuni ci sono diverse commissioni, come economia, salute, autodifesa, arte e cultura, educazione, riconciliazione (per risolvere i conflitti nella società) e così via. Due persone, un uomo e una donna, sono responsabili della comune: questo sistema è chiamato sistema di co-presidenza, e la copresidente donna rappresenta la volontà delle donne organizzate. Da 10 a 20 comuni vengono poi organizzate in consigli di quartiere, assemblee cittadine, provinciali, di cantone e della Siria del nord e dell’est (NES). Tutti i comitati delle comune sono organizzati nello stesso modo, con delegati che vanno al livello successivo. Naturalmente, parallelo a questo sistema, esiste il sistema autonomo delle donne. Nella nazione democratica, tutti i componenti del tessuto sociale possono trovare il loro posto, vivendo liberamente la loro cultura, lingua e tradizioni (quando non vanno contro l’etica, per esempio quando tali tradizioni non opprimono le donne).
È contro questo che al-Jolani, ISIS e la Turchia stanno combattendo, è di questo che hanno paura: la libertà delle donne e la democrazia che essa porta sono ciò che loro non sopportano. Ed è anche questa democrazia che stiamo difendendo nel lottare contro il sistema che rende la società schiava, nel lottare contro la misoginia e il patriarcato. Questa lotta è importante da un lato perché la diffusione di ISIS, HTS e delle bande jihadiste renderebbe tutto il mondo (non solo il Rojava) un posto peggiore in cui vivere, ma anche perché le idee e le pratiche del Rojava stesso renderebbero questo mondo invece un posto migliore in cui vivere.

 

Dal Rojava a Shengal un unico grido: Berxwedan jiyan e! La Resistenza è vita!

cittàfutura.al.it Carla Gagliardini 23 gennaio 2026

In un distretto del governatorato del Ninive, nel nord-ovest dell’Iraq, vive il popolo degli ezidi. La loro casa è Shengal, una regione al confine con il Rojava, il Kurdistan occidentale, situato nell’attuale Siria.
Shengal, Rojava, Kurdistan e Siria: quattro geografie profondamente interconnesse, oggi più che mai.
Gli ezidi sono stati il bersaglio di un genocidio pianificato nei dettagli dallo Stato Islamico, il temuto Isis, nel 2014. Il prezzo che hanno pagato è elevatissimo. Fu il Pkk, il partito fondato da Abdullah Öcalan, ad aprire il corridoio della loro salvezza. Furono le Ypg, le unità di resistenza curde del Rojava, a non esitare e a unirsi a quella corsa contro il tempo per sottrarre a morte centinaia di migliaia di ezidi e di ezide.

Sconfitto lo Stato islamico in Iraq, gli ezidi hanno dato vita all’Amministrazione Autonoma di Shengal, affiancando la loro nascente esperienza a quella che già aveva preso vita in Rojava, nel nord-est della Siria. Entrambe sono basate sul confederalismo democratico, paradigma politico pensato da Öcalan per una società di pace e democratica, che si realizza con una democrazia radicale dal basso, con la liberazione della donna e con una società ecologica.
A Damasco, da dicembre del 2024, sulla poltrona più importante siede un signore, l’autoproclamatosi presidente Ahmed al-Sharaa, di mestiere ha fatto il jihadista e il suo nome di battaglia era al al-Jolani. Si è tagliato la barba, veste secondo i canoni dell’eleganza occidentale e va ripetendo che la Siria rispetterà tutte le minoranze, che sono numerosissime nel Paese.
Resta da capire cosa intenda lui per rispetto delle minoranze, visti i massacri di alawiti e druzi dell’ultimo anno, di cui tutti sono a conoscenza. Ma all’occidente piace perché dice quello che vuole sentirsi dire e poco importa se i fatti gli danno torto. L’immagine è salva e quindi si possono fare affari in un paese da ricostruire, ricco di risorse e in una zona geografica strategica.

Dal 6 gennaio l’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (Daanes), in Rojava, è attaccata dalle forze militari di Damasco. In questi sedici giorni di conflitto la Daanes ha perso più dei due terzi del suo territorio e sabato sera scadrà la tregua. Se la Daanes non accetterà le condizioni di Damasco, ponendo fine all’Amministrazione Autonoma, la guerra riprenderà con il solito sostegno della Turchia e il silenzio dei governi occidentali.

Cosa succederà del processo di pace in corso in Turchia è da capire ma il dubbio che al presidente turco Erdogan non interessi portarlo a buon fine è più che mai legittimo.

Il gioco delle alleanze mutevoli, che tengono in considerazione solo gli interessi degli Stati e spesso quelli personali dei loro leader, ha fatto sì che gli Stati Uniti d’America abbiano dichiarato, attraverso il loro ambasciatore in Turchia, Tom Barrack, che “oggi la situazione è radicalmente cambiata. La Siria ha ora un governo centrale riconosciuto che ha aderito alla Coalizione Globale per Sconfiggere l’Isis (divenendone il 90° membro alla fine del 2025), segnando una svolta verso ovest e una cooperazione con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo.
Questo cambia la logica del partenariato Usa-Sdf: lo scopo originario delle Sdf come principale forza anti-ISIS sul terreno è in gran parte venuto meno, poiché Damasco è ora disposta e posizionata per assumersi le responsabilità della sicurezza, incluso il controllo dei centri di detenzione e dei campi dell’Isis” (https://x.com/USAMBTurkiye/status/2013635851570336016).
Nessun brivido sembra correre lungo la schiena di Barrack nel sapere, o forse meglio nel consegnare le prigioni strabordanti di miliziani dell’Isis e il campo di al-Hol, incubatore delle nuove generazioni di jihadisti, a uno definito ex-jihadista (sulla base di cosa è considerato un ex?) e circondato da sostenitori dell’Isis.

Se a lui i brividi non vengono però non è così per qualcun’altro che ha conosciuto da vicino la violenza inaudita dello Stato Islamico. Si tratta dei curdi del Rojava e degli ezidi di Shengal. Sembra tutto pianificato per bene, basta seguire la cronologia degli eventi: a marzo dell’anno scorso viene siglato un accordo tra Damasco e le Sdf, che prevede l’integrazione di quest’ultime nell’esercito siriano centrale, ma non viene implementato entro il 31 dicembre del 2025, come stabiliva, e le accuse per il ritardo sono reciproche; ad agosto il presidente siriano dal curriculum jihadista firma l’ingresso della Siria nella Coalizione Anti-Isis; il 6 gennaio Damasco scarica tutta la colpa sulle Sdf e inizia a fare la pulizia etnica dei curdi nei due quartieri a maggioranza curda della città di Aleppo e poi prosegue la sua avanzata fino a ottenere la ritirata delle Sdf da città e luoghi strategici per porsi a difesa delle aree a prevalenza curda; il 17 gennaio al-Sharaa dichiara che con decreto viene riconocìsciuta la lingua curda, la cultura curda, la festa principale curda, ossia il Newroz, e concessa la cittadinanza ai curdi, mentre lo fa bombarda i “nuovi cittadini siriani”; il 18 gennaio viene firmato un cessate il fuoco che però non tiene.
I punti cruciali che determinano un brutale voltafaccia degli Stati Uniti verso i curdi sono l’ingresso della Siria nella Coalizione Anti-Isis, con l’evidente fine di rimpiazzare le Sdf, ossia le vere artefici sul campo della sconfitta dell’Isis nel 2019, e il riconoscimento per decreto dei diritti culturali e della cittadinanza a favore del popolo curdo siriano, senza nessuna garanzia che venga inserito nella nuova costituzione che si sta discutendo, così tentando di togliere dal tavolo una delle questioni spinose. Si tratta di manovre tattiche che hanno come obiettivo quello di ripulire il curriculum del presidente siriano e far credere al mondo che le Sdf non hanno più nulla da rivendicare e nella nuova Siria non c’è nulla da temere. Surreale!
Una manovra di propaganda degli Stati Uniti che ha come fine quello di permettere che si facciano affari in Siria, ricca di risorse prime che si trovano nei territori presi alla Daanes. Al contempo un segnale a Iran, Russia e Cina che con la nuova mappa del Medio Oriente si trovano al momento spiazzate.
Attualmente è in corso la tregua firmata il 20 gennaio e che durerà fino a sabato, ampiamente disattesa da Damasco che continua ad attaccare Kobane, città simbolo della resistenza curda. Se le Sdf non dovessero accettare il contenuto del diktat di Damasco, ossia la fine dell’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria, cosa succederà? E’ lecito pensare che la resistenza andrà avanti e i curdi ancora una volta nella loro storia si troveranno a respingere un tentativo di genocidio.

Ed è questo orrore assoluto, la volontà di sterminare un popolo in quanto tale, che ha rimesso in agitazione e allarme il popolo degli ezidi. Gli ezidi sanno che è molto probabile che dopo arrivi il loro turno. Ma perché? Perché l’Isis, sconfitto nel 2019, è più vivo che mai da quando al-Sharaa ha conquistato il paese e perché le prigioni e il campo di al-Hol sotto il controllo del governo siriano non sono ovviamente una garanzia di sicurezza.
C’è poi la Turchia dietro sia alla caduta di Assad in Siria che all’attacco alla Daanes. Erdogan vuole per l’Amministrazionje Autonoma di Shengal la stessa fine che sta cercando di infliggere all’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria.
A Baghdad da tempo arriva la pressione di Ankara in tal senso e questo potrebbe essere il momento propizio per chiudere anche quell’esperienza democratica.
Oggi a Shengal si vivono momenti di angoscia ripensando al genocidio del 2014 e all’orribile sorte a cui sono andate incontro le donne e le bambine, vendute come bottino di guerra e ridotte alla schiavitù sessuale. L’Amministrazione Autonoma monitora gli sviluppi e si prepara. Il Co-Presidente del Consiglio dell’Amministrazione Autonoma di Shengal, Xwedêda Îlyas, in un’intervista rilasciata a Anf News, ha dichiarato che; “È in corso una guerra mondiale, e va avanti dal 1990. Ognuno combatte per i propri interessi e si stanno preparando per una guerra ancora più grande. Vogliono portare a termine questa guerra in Medio Oriente, ma non rimarrà limitata solo al Medio Oriente. Stati come Europa, Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna hanno attivato la guerra in Ucraina per cacciare la Russia dal Medio Oriente e tutelare i propri interessi nella regione. Gli accordi firmati in passato, come Sykes-Picot, non sono più considerati sufficienti e ora si parla degli Accordi di Abramo. La guerra è già iniziata in Palestina, Libano, Siria, Yemen e Iran. Questo dimostra che stiamo entrando in una guerra dura e di vasta portata”. Ha poi aggiunto: “Dobbiamo prepararci a questa guerra. Non dovremmo dire: ‘Non succederà nulla’. Dobbiamo essere pronti per una situazione come l’attacco del 2014. Gli Stati non si stanno armando a tal punto senza motivo.

Chiediamo ai nostri popoli di prepararsi sotto ogni aspetto. Dobbiamo prevedere come potrebbe svilupparsi una guerra e prepararci di conseguenza, in modo che gli Stati che sognano di far rivivere il passato ottomano non possano trasformare questa situazione in un’opportunità a proprio vantaggio. Ad esempio, oggi ci sono proteste in Iran e gli Stati Uniti vogliono intervenire. Gli Stati Uniti sono entrati in una fase di perseguimento di politiche di frammentazione. I popoli non contano per gli Stati Uniti, Israele o la Francia”

 

Il popolo kurdo tra guerra permanente e negata:la tragedia che l’Occidente finge di non vedere

labottegadelbarbieri.org Mario Sommella 20 gennaio 2026

Ci sono guerre che fanno rumore e guerre che vengono tenute apposta nel silenzio. La questione kurda appartiene a questa seconda categoria: un dolore lungo, stratificato, quasi “normale” per chi guarda da lontano, e quindi perfetto per essere ignorato.

Eppure basta pochissimo perché quel silenzio si riveli per quello che è: una complicità. Basta che Aleppo torni a bruciare nei suoi quartieri kurdi, basta che un cessate il fuoco venga venduto come svolta “storica” e poi evapori come una promessa in campagna elettorale. E io capisco subito che non siamo davanti a una serie di incidenti: siamo dentro un metodo. La violenza come amministrazione della realtà. L’impunità come sistema. La propaganda come anestesia.

Negli ultimi giorni la Siria si è rimessa in moto come una scacchiera impazzita. Da un lato un accordo che dovrebbe “integrare” le forze kurde nelle strutture statali, dall’altro il rischio concreto che quell’integrazione sia una resa mascherata, un modo pulito per smontare l’autonomia pezzo dopo pezzo, senza dichiarare mai apertamente l’obiettivo finale.

La Turchia parla di “svolta storica”. E quando Ankara usa queste parole io non mi tranquillizzo mai: mi viene il dubbio che stia solo incassando, lentamente e con metodo, una partita che dura da decenni.

I. Aleppo e la Siria della normalizzazione: quando l’orrore diventa gestibile

Il punto non è solo la ripresa degli scontri. È il contesto politico che li rende possibili. La Siria di oggi è attraversata da un paradosso che dovrebbe far vergognare chiunque osi ancora parlare di “valori occidentali”: figure e apparati che fino a ieri venivano presentati come un problema globale diventano, nel giro di poco, interlocutori credibili, partner possibili, volti “pragmatici” nelle foto ufficiali.

Ahmed al-Sharaa è l’emblema di questa normalizzazione. Il messaggio è chiarissimo: non conta cosa sei stato, non contano le tue ombre, non contano le tue alleanze. Conta solo se servi. Se ti inserisci nell’ordine nuovo che qualcuno ha deciso.

In questa Siria “ripulita” per la diplomazia, i kurdi non sono un dettaglio etnico. Sono un ostacolo politico. Perché rappresentano un’idea incompatibile con l’ordine che si vuole ripristinare. E quando un’idea è incompatibile, non la si discute: la si cancella.

II. Un popolo spezzato in quattro: la condanna della statelessness

La questione kurda è, prima di tutto, una condanna geopolitica. Un popolo grande, antico, radicato, ma frammentato tra quattro Stati: Turchia, Siria, Iraq, Iran. Una nazione senza Stato è una ferita permanente, perché ogni confine diventa una gabbia e ogni governo trova comodo dipingere quel popolo come un problema di sicurezza, mai come una questione di diritti.

E qui sta l’inganno più vecchio e più efficace: si pronuncia la parola “terrorismo” come una formula magica, e tutto il resto scompare. Scompaiono le lingue proibite. Scompaiono gli arresti politici. Scompaiono le città svuotate. Scompare la vita quotidiana trasformata in sospetto.

Così si ottiene la cosa più preziosa per chi domina: un popolo senza voce, ridotto a caso di cronaca, a nota a piè pagina, a minaccia astratta.

III. Rojava: la democrazia dal basso come nemico assoluto

In Siria, i kurdi hanno tentato qualcosa di rarissimo in Medio Oriente: un’esperienza di autogoverno che ha provato a tenere insieme pluralismo, convivenza tra comunità, partecipazione, centralità delle donne, e una cultura politica opposta alla logica del capo assoluto e dell’obbedienza cieca.

Non è stato un paradiso. Non è stato “puro”. Ma è stato reale. E questa è la vera colpa. Perché un esperimento reale, anche imperfetto, può diventare contagioso. Può far venire alle persone un’idea pericolosa: che esiste un’alternativa al dominio.

Le SDF sono state per anni l’ossatura militare della guerra contro l’ISIS, con il supporto statunitense. In parole brutali: sono state utili. Poi, quando l’utile rischia di diventare autonomo, si trasforma in problema. E il problema si risolve sempre allo stesso modo, con le parole che fanno sembrare “ragionevole” ciò che è una strangolatura: riorganizzazione, integrazione, stabilità.

L’autonomia può esistere, sì. Ma solo finché non disturba gli interessi dei grandi.

IV. Al-Shadadi: quando la “guerra al terrorismo” si rivela una recita

C’è un punto che per me è la cartina di tornasole dell’ipocrisia internazionale: le prigioni dove sono detenuti migliaia di membri dell’ISIS. Qui non si parla di opinioni. Qui si parla di rischio materiale, immediato: uomini addestrati alla ferocia, pronti a riemergere come un veleno mai davvero neutralizzato.

Ed è proprio qui che, in queste ore, il quadro si è fatto ancora più grave e più scandaloso.

Secondo quanto denunciato dalla Rete Kurdistan, le forze del governo di transizione siriano e milizie jihadiste alleate hanno attaccato la prigione di Al-Shadadi, liberando i detenuti dell’ISIS. E la parte più inquietante non è soltanto l’attacco: è il contorno politico che lo rende qualcosa di più di un “fatto di guerra”.

La Coalizione Internazionale, quella che si riempie la bocca di lotta al terrorismo, avrebbe taciuto e non sarebbe intervenuta. Le SDF si sarebbero trovate da sole a contenere l’assalto, resistendo fino allo stremo, pagando con morti e feriti un prezzo altissimo. E il risultato sarebbe la fuga di un numero enorme di combattenti dell’ISIS.

Su quante persone siano scappate c’è già una guerra di numeri. Da un lato le versioni ufficiali che minimizzano, dall’altro stime molto più alte riportate da fonti kurde e da media internazionali. Ma il cuore del problema non cambia di una virgola: se anche “solo” decine di jihadisti tornano liberi, il danno è gigantesco. Se ne scappano centinaia, è una frattura strategica. Se sono migliaia, è un terremoto.

E qui il ricatto si mostra nella sua forma più nuda. Ci raccontano che ogni repressione, ogni invasione, ogni bombardamento preventivo è “necessario” per fermare il terrorismo. Poi però, quando il terrorismo si rialza davvero, quando lo si può toccare con mano, la macchina che dovrebbe intervenire resta ferma, muta, immobile.

Non è incoerenza. È cinismo. Perché il terrorismo, se resta una minaccia latente, diventa anche un’arma politica. Serve a giustificare occupazioni. Serve a cancellare diritti. Serve a costruire consenso con la paura. Serve a tenere intere popolazioni dentro il recinto della “sicurezza” mentre fuori, nell’ombra, si fanno affari e accordi.

E come se non bastasse, nello stesso quadro emerge la minaccia su Kobane. Kobane non è un posto qualsiasi. Kobane è un simbolo storico: è il luogo dove nel 2015 il mondo intero vide che l’ISIS poteva essere fermato. Non da un impero, ma da un popolo. Non da un bombardamento televisivo, ma dalla resistenza reale.

Vederla di nuovo sotto attacco significa una cosa sola: si sta tentando di cancellare non solo persone e territori, ma la memoria stessa di ciò che quel popolo ha rappresentato.

E io, davanti a questo, mi faccio una domanda che pesa come un macigno: com’è possibile che chi ha “salvato il mondo” dall’ISIS venga oggi lasciato solo mentre l’ISIS torna a camminare?

V. Turchia: pace come parola, repressione come struttura

Sul fronte turco, la narrazione ufficiale vorrebbe raccontare una fase nuova: annunci di fine della lotta armata, segnali simbolici, parole cariche di promessa, immagini costruite per dire “si volta pagina”.

Io però non riesco a leggere questa storia come una favola lineare. Perché conosco il copione della politica turca: quando serve dialogo, lo promette. Quando serve consenso nazionalista, reprime. La pace diventa una leva. Un interruttore da accendere e spegnere. Uno strumento, non un diritto.

E in una regione dove la guerra è sempre stata anche un’economia, nessuno rinuncia volentieri a quell’interruttore.

VI. Afrin e i territori occupati: la pulizia lenta, quotidiana, amministrata

Poi c’è Afrin. Un nome che dovrebbe pesare come una sentenza. In quelle aree sotto controllo turco e delle milizie alleate, da anni emergono segnalazioni di abusi: rapimenti, estorsioni, saccheggi, arresti arbitrari, violenze sistematiche. Non incidenti. Non mele marce. Una modalità di governo.

Qui la cancellazione non avviene solo con le bombe. Avviene con la paura quotidiana. Con la proprietà rubata. Con l’identità trasformata in colpa.

È una guerra che assomiglia a una burocrazia: lenta, ripetitiva, “gestibile”. E proprio per questo devastante.

VII. Iraq e Iran: autonomia sotto condizione, diritti sotto sorveglianza

In Iraq, la Regione autonoma del Kurdistan resta sospesa tra aspirazione e strangolamento politico. Dopo il referendum del 2017, la traiettoria indipendentista si è schiantata contro muri altissimi, costruiti da Baghdad, ma anche da chi a parole predica autodeterminazione e nei fatti la teme come un incendio.

E intanto petrolio e gas restano un cappio. L’autonomia è tollerata finché conviene. Finché non cambia gli equilibri. Finché non sposta il potere vero: quello economico.

In Iran, il copione è più duro ancora: ogni rivendicazione kurda viene trattata come minaccia interna. La parola “sicurezza” diventa una porta blindata, chiusa contro un popolo che chiede diritti elementari.

VIII. L’Occidente: i diritti come retorica, l’ordine come obiettivo

Ed eccoci al punto che mi brucia davvero: l’Occidente. Quello che ama raccontarsi come custode dei diritti umani, ma poi applica i diritti come un menu geopolitico.

A chi è alleato si perdona tutto.

A chi è utile si concede una tregua.

A chi è scomodo si nega perfino la dignità di esistere come soggetto politico.

Il popolo kurdo è stato una trincea contro l’ISIS. Un argine pagato col sangue. E oggi viene trattato come un dossier da archiviare: un fastidio da ridurre, un’anomalia da integrare, un sogno da spegnere.

E il caso di Al-Shadadi, così come viene denunciato e raccontato in queste ore, rende questa ipocrisia intollerabile. Perché se la coalizione internazionale tace mentre i detenuti dell’ISIS fuggono, allora la “guerra al terrorismo” non è più nemmeno un alibi: è un cartello stradale buono per tutte le direzioni, utile solo a far passare ciò che si vuole far passare.

Questa è la complicità vera: non sempre un crimine dichiarato, ma una somma di silenzi, strette di mano, riabilitazioni rapide, doppi standard. E soprattutto una complicità che si vede nel momento in cui sarebbe necessario agire, non parlare.

IX. L’unica alternativa alla guerra: un futuro politico, non militare

Io non ho illusioni romantiche. So che la pace non nasce da una poesia, e so che ogni percorso politico in quella regione è attraversato da contraddizioni enormi.

Però una cosa mi sembra limpida: l’unico scenario che non sia eliminazione a bassa intensità, deportazione permanente, repressione ciclica, è una soluzione politica vera. Un modello federale o confederale, pluralista, dove i popoli non siano ospiti tollerati ma cittadini riconosciuti.

La proposta di Öcalan, al netto di tutto, mette il dito nella ferita: se continuiamo a lasciare il destino dei popoli al linguaggio delle armi, allora vincerà sempre chi ha più droni, più soldi, più alleati, più propaganda. Ma se proviamo a restituire cittadinanza all’immaginario politico, allora la parola “futuro” smette di essere una presa in giro.

E forse è proprio questo che spaventa: non la forza militare kurda, ma l’idea kurda. L’idea che un popolo possa vivere senza chiedere il permesso all’impero di turno.

Chi guarda, oggi, non può dire “non sapevo”. La storia kurda è scritta in piena luce. È l’Occidente che continua a spegnere la lampada, ogni volta che quella luce illumina le sue responsabilità.

E io, sinceramente, non ho più voglia di fingere che sia solo “complessità geopolitica”. Qui c’è una scelta. E il mondo, ancora una volta, sta scegliendo di voltarsi dall’altra parte.

(*) ripreso da «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»: mariosommella.wordpress.com

In “bottega” cfr Kobanê è sotto attacco! (interventi di Davide Grasso, Rise up for Rojava e Rete Jin italiana) e Siria: massacro dei curdi ad Aleppo. Un appello urgente alla solidarietà

Ci sono molti aggiornamenti (e altri ne troverete presumibilmente nei prossimi giorni) della situazione in Rojava e della mobilitazione solidale. Fra i commenti già apparsi in «Kobane è sotto attacco» segnaliamo:

KOBANE CALLING: ASSEMBLEA ONLINE
https://meet.jit.si/kobanecalling-assemblea

https://www.radiondadurto.org/2026/01/20/rojava-le-fds-alla-resistenza-totale-contro-damasco-nessuna-resa-la-volonta-dei-popoli-e-piu-forte-di-qualsiasi-attacco-e-occupazione/

Cosa succede in queste ore nell’Amministrazione Autonoma del Nord e dell’Est della Siria

https://www.manifestosardo.org/cosa-succede-in-queste-ore-nellamministrazione-autonoma-del-nord-e-dellest-della-siria/

https://ilmanifesto.it/curdi-abbandonati-al-sharaa-vince-e-consolida-il-potere?t=jq50oYKthh4DCm

https://ilmanifesto.it/e-guerra-dannientamento-kobane-resiste-sempre-piu-sola

https://www.radiondadurto.org/2026/01/19/siria-corrispondenza-dal-rojava-chiediamo-anche-in-europa-una-mobilitazione-generale-a-difesa-della-rivoluzione/

MERCOLEDÌ 21 GENNAIO ASSEMBLEA PUBBLICA PER IL ROJAVA (a Brescia)
L’appuntamento di Catania, come vedete dall’immagine che abbiamo messo in evidenza

 

 

Siria, Al Sharaa si prende l’intero nord est: i curdi si arrendono e firmano l’accordo, finisce l’esperienza del Rojava

ilfattoquotidiano.it 19 gennaio 2026

Le fazioni agli ordini del leader sostenuto da Stati Uniti e Turchia conquistano due principali città sull’Eufrate, Raqqa e Deir ez-Zor, nodi chiave per il controllo dei pozzi petroliferi e delle risorse idriche.

Svolta storica nel nord-est della Siria, dove le fazioni agli ordini del leader siriano Ahmad Sharaa, sostenuto da Stati Uniti e Turchia, mettono la parola fine alla decennale esperienza semi-autonomista curda del cosiddetto “Rojava“, strappando senza quasi combattere alle forze curdo-siriane il controllo dei territori a est dell’Eufrate, ricchi di petrolio, acqua e grano e centrali per l’equilibrio regionale. L’offensiva delle forze di Damasco, avviata nei giorni scorsi contro le roccaforti curde di Aleppo, si è conclusa con la presa delle due principali città sull’Eufrate, Raqqa e Deir ez-Zor, nodi chiave per il controllo dei pozzi petroliferi e delle risorse idriche.

Dopo la sconfitta ad Aleppo nei primi giorni di gennaio, le forze curde non avevano opposto particolare resistenza all’avanzata verso est. Sotto forti pressioni statunitensi e dopo aver ottenuto da Damasco il riconoscimento dei diritti civili dei curdi siriani (non accadeva dal 1962 in questi termini), l’azione militare si è limitata a fare da cornice alla firma, in serata, di un accordo da più parti definito storico. Come richiesto da tempo da Washington, il governo di Sharaa assume così il controllo dell’intero nord-est: risorse naturali, istituzioni, confini e valichi, oltre alle prigioni dove sono detenuti circa 20mila sospetti dell’Isis e ai campi che ospitano da anni donne e minori di decine di nazionalità diverse considerati legati allo Stato islamico. La “lotta al terrorismo” quindi prosegue secondo la narrativa Usa, ma cambia il partner locale: non più le forze curdo-siriane che liberarono Raqqa e resistettero a Kobane dieci anni fa, bensì i nuovi governativi agli ordini di Sharaa, fino all’estate scorsa considerato un “terrorista” dal Dipartimento di Stato per i suoi trascorsi qaedisti.

L’accordo è stato siglato a Damasco da Sharaa, dal capo delle forze curdo-siriane Mazlum Abdi e dal mediatore Usa Thomas Barrack, che ha definito l’intesa “un punto di svolta cruciale”. Restano da chiarire numerose questioni, a partire da come avverrà l’annunciata integrazione delle forze curde nell’esercito governativo: su base individuale, senza “battaglioni curdi”. Il testo non affronta il destino delle migliaia di combattenti donne curde, che saranno probabilmente escluse da un esercito dominato dalla componente araba e culturalmente maschilista. Invariata la divisione amministrativa del nord-est, ma dopo oltre dieci anni cambiano le bandiere: via i manifesti di Ocalan e spazio ai vessilli della “Siria liberata” filo-turca. Damasco prende il pieno controllo di Raqqa e Deir ez-Zor, mentre ai curdi potrebbe restare la gestione civile del governatorato di Hasake, incastonato tra Turchia e Iraq.

 

Siria: massacro dei curdi ad Aleppo. Un appello urgente alla solidarietà

La Bottega del Barbieri, 13 gennaio 2026

Il nuovo corso siriano guidato da Ahmed Hussein al-Sharaa – già conosciuto sotto il nome di Abu Mohammad al-Jolani dai tempi in cui era comandante del Fronte Al-Nusra, legato ad Al-Qaeda – continua a impregnarsi di sangue.
Il nuovo amico dell’Occidente, ricevuto con tutti gli onori da Donald Trump e ricoperto di miliardi dall’UE, non riesce a celare la sua vera natura e il vero obiettivo del suo regime, mascherato da transizione democratica dopo elezioni farsa.
Essa emerge negli attacchi dell’esercito e nei continui massacri delle milizie jadiste (spalleggiate dal governo e dalla Turchia) contro le componenti etniche e religiose che non si piegano al verbo salafita.
Dopo gli alawiti e i drusi, ora è la volta del massacro dei curdi dei quartieri Sheikh Maqsoud e Ashrafieh di Aleppo. La situazione, precipitata in questi ultimi giorni, è estremamente grave, come descritta dagli articoli di Hawzhin Azeez. In fondo agli articoli un appello urgente alla solidarietà.

Sotto assedio ad Aleppo: la lotta curda contro una rinnovata campagna di cancellazione

di Hawzhin Azeez (*)

8 gennaio 2026.
Droni suicidi. Bombardamenti pesanti. Convogli di carri armati e veicoli militari blindati. Questo è il livello di assalto che le fazioni armate affiliate al governo di Damasco hanno avviato la sera del 6 gennaio contro i quartieri Sheikh Maqsoud e Ashrafieh di Aleppo, nel nord della Siria.
Questi quartieri ospitano ben oltre mezzo milione di residenti, tra cui più di 55.000 famiglie curde. Hanno anche assorbito migliaia di curdi sfollati dalla regione occupata di Afrin, che è stata invasa dalla Turchia e dai gruppi islamisti alleati nel 2018.
Nonostante la densità della popolazione civile, è in atto una violenta campagna di bombardamenti ad opera del ministero della Difesa siriano, che ha schierato carri armati, artiglieria pesante, lanciarazzi Grad e Katyusha, mortai e mitragliatrici pesanti DShK.
L’intenzione dietro l’attacco è inconfondibile e lascia pochi dubbi sull’obiettivo di quest’ultima offensiva.
Le persone che vivono in questi quartieri hanno già sopportato molteplici ondate di sfollamenti, esaurite da più di un decennio e mezzo di guerra civile che ha coinvolto l’Esercito Siriano Libero, gruppi jihadisti tra cui ISIS e al-Qaeda, e numerose propaggini come il Fronte al-Nusra e Hay’at Tahrir al-Sham (HTS).
Questi quartieri sono prevalentemente curdi, ma i recenti attacchi del governo alle minoranze hanno spinto molte famiglie druse e alawite a cercare rifugio a Sheikh Maqsoud. L’area è così diventata un microcosmo del mosaico di minoranza diversificato della Siria, un mosaico che sembra essere l’assillo del nuovo regime guidato da Ahmed al-Shara e delle sue ambizioni islamiste e regionali.

“Zone militari chiuse”

Il ministero della Difesa ha dichiarato i quartieri curdi “zone militari chiuse”, segnalando che non riconosce la presenza di civili, e sta effettivamente iniziando la guerra aperta.
Immagini e prove video da terra, tra cui filmati diffusi da Al Jazeera, mostrano che le forze che attaccano i quartieri indossano apertamente le insegne dell’Isis mentre si preparano ad assaltare le aree curde. Questi combattenti non indossano uniformi governative siriane né portano insegne ufficiali, anche se sono ampiamente noti per essere forze affiliate al ministero della Difesa.
Sembra che il governo siriano stia usando i militanti dell’ISIS come forza paramilitare contro i curdi. Il regime ha già usato tattiche simili, anche sulla costa siriana, dove tali fazioni hanno massacrato le comunità alawite e a Suweida, dove sono stati presi di mira i civili drusi.
Questi gruppi, tra cui la 62a brigata al-Amshat, operano anche come mercenari sostenuti dalla Turchia. I rapporti da terra indicano che ai membri della brigata è stato ordinato di rapire donne e ragazze curde e uccidere le persone che incontrano – un’eco agghiacciante degli attacchi dell’ISIS alla regione di Shengal, nel nord dell’Iraq, dove migliaia di uomini e ragazzi yazidi sono stati massacrati e migliaia di donne e ragazze sono state rapite e vendute in schiavitù in tutta la Siria, l’Iraq e il più ampio Medio Oriente.
Le fazioni che attualmente circondano i quartieri curdi di Aleppo includono la Divisione 60-80, composta da elementi della linea dura precedentemente affiliati alla Hay’at Tahrir al‑Sham (HTS) e guidati da un importante comandante HTS noto come Abu al-Manbij.
La 76a divisione, creata dalla Turchia e conosciuta come la fazione Hamzat, è guidata da Abu Bakr, un individuo attualmente sotto le sanzioni statunitensi e britanniche.
La 7a divisione è composta da combattenti provenienti da più gruppi islamici sostenuti dalla Turchia ed è comandata dall’ex leader HTS Khattan al-Albani. Tutte queste fazioni sono militarmente sperimentate, brutali e profondamente radicate nella tattica della guerra di lunga durata siriana.

Quest’ultimo attacco fa parte di una tendenza sempre più allarmante, dalla quale i curdi e altre minoranze mirate in Siria hanno messo in guardia per più di un anno.
Il nuovo governo di al-Sharaa sembra essere una copertura malcelata dell’ideologia dell’ISIS-al-Qaeda, che impiega fazioni jihadiste alleate sostenute dalla Turchia per compiere massacri incontrollati di minoranze.
I quartieri sono stati sottoposti a evacuazioni forzate, con i residenti espulsi dalle loro case in modo che cecchini, carri armati e veicoli blindati possano essere dispiegati. Tali azioni creano un’atmosfera di paura e terrore, in cui la sicurezza civile diventa aree secondarie e residenziali si trasformano in zone militarizzate.
Il regime si è ulteriormente intensificato tagliando l’elettricità ai quartieri curdi – una politica discriminatoria che mina ogni possibilità di riconciliazione o di costruzione della fiducia tra i curdi a lungo perseguitati e lo stato siriano.

Per quanto diverso possa apparire il nuovo governo di al-Shara dal regime di Assad, entrambi condividono il desiderio reciproco di indebolire e privare i curdi in tutta la Siria mentre impiegano tattiche altrettanto violente contro i civili.
Le tattiche del regime sono strettamente legate ai suoi sforzi per costringere le Forze Democratiche Siriane (SDF) sotto la sua autorità. Nel corso dell’ultimo anno si sono svolti diversi round di negoziati tra la leadership delle SDF, l’Amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale (AANES/Rojava) e il governo di al-Sharaa per quanto riguarda l’integrazione politica curda. I colloqui più recenti si sono verificati il 4 gennaio, quando il generale curdo Mazloum Abdi ha incontrato il ministro della Difesa a Damasco. Ma non è emerso alcun consenso, poiché l’ideologia del regime si scontra fondamentalmente con quella dell’AANES.
Il governo sta ora usando apertamente la pressione sui civili come leva per costringere le SDF a concedere ai suoi obiettivi politici.

Approfondire la crisi

Il presidente ad interim al-Sharaa – noto anche come Abu Mohammad al-Jolani – è l’ex leader del Fronte al-Nusra, affiliato siriano di al-Qaeda dal 2012-17. In seguito ha diretto HTS dal 2017-25, poco prima di assumere la leadership dell’opposizione che ha rovesciato il regime di Assad a dicembre. Sebbene abbia tentato di rinominarsi leader siriano nazionalista piuttosto che come una figura jihadista, molti rimangono profondamente scettici nei confronti dei suoi sforzi per prendere le distanze dal suo passato violento.
Il governo di al-Shara è dominato dalla sua cerchia ristretta, tutti provenienti dalla HTS.
Anche la nuova costituzione centralizza il potere nelle sue mani, riflettendo un’influenza politica fortemente islamista riformata come un progetto di unità nazionale.
Al contrario, i curdi del Rojava hanno costruito un sistema democratico e inclusivo che protegge le minoranze, promuove i diritti culturali e linguistici e pone le donne in prima linea, sia nell’esercito attraverso le unità di protezione delle donne che nella vita pubblica e politica.

Molto è stato scritto sulla democrazia emergente del Rojava e sulla sua rivoluzione guidata dalle donne, in particolare sulla loro coraggiosa resistenza contro l’ISIS. Queste sono le donne coraggiose che danno al mondo lo slogan “Jin, Jiyan, Azadi” (Donna, Vita, Libertà). Quando le stesse fazioni hanno attaccato le comunità druse e alawite, i curdi hanno protestato in solidarietà, inviato aiuti urgenti, hanno chiesto la fine degli attacchi e hanno aperto i loro quartieri alle famiglie sfollate.
Per ora, i curdi e le comunità alleate guardano mentre la crisi umanitaria ad Aleppo si approfondisce. Le sette strade che portano nei quartieri sono state bloccate dalle forze governative e ai civili viene impedito di andarsene a meno che non paghino somme estorsive. Le SDF continuano a chiedere un dialogo pacifico e una Siria multiculturale più inclusiva in cui tutte le minoranze sono protette, non solo quelle allineate con il regime.
Attualmente, più di 580.000 persone rimangono sotto assedio. La loro situazione è critica. La stragrande maggioranza sono civili – donne e bambini – terrorizzati da un governo che dovrebbe proteggerli. Almeno otto civili sono stati uccisi e più di 60 feriti, molti dei quali bambini.
La pace non può essere raggiunta in condizioni di guerra e di assedio. La responsabilità spetta al governo siriano di cessare le ostilità contro i curdi e tutte le altre minoranze.
I curdi hanno perso 15.000 persone nella lotta contro l’ISIS – sicuramente i loro figli meritano di più che essere massacrati e fatti a pezzi da gruppi che tentano di rilanciare l’ISIS e da altri jihadisti nella regione.

(*) Tratto da GreenLeft.

Aleppo, 9 gennaio 2026

di Hawzhin Azeez (*)

La situazione che emerge da Aleppo è catastrofica: una discesa nella ferocia talmente profonda che non riesco, in tutta coscienza, a condividere le immagini che appaiono da terra. Le persone vengono massacrate.
Esecuzioni sommarie per le strade. Ad Ashrafiya, almeno un’intera famiglia è stata giustiziata nella loro casa, dal più anziano al più giovane.
La scorsa notte, una combattente delle YPJ è stata catturata viva. E’ apparsa stordita e muta mentre gli jihadisti la gestivano con forza brutale, trascinandola per i capelli.
Da donna curda, mi sono ritrovata a pregare per la sua morte rapida, una misericordia che sono certa che coloro che la trattengono non concederanno mai.
Non si fermano all’omicidio, stanno mutilando i corpi dei morti. Prendono di mira le donne con una crudeltà singolare. Almeno una donna curda è stata giustiziata; il suo cadavere è stato profanato e trascinato per le strade, mentre gli assassini filmavano e trasmettevano le loro atrocità.
I curdi del Rojava e le Forze Democratiche Siriane (SDF) hanno agito con integrità e moralità, sostenendo lo Stato di diritto e i diritti umani internazionali nei limiti dei loro mezzi militari e sociali.
Questa mattina, ero presente ad un incontro dove il Comandante in capo delle SDF ha esortato la necessità di un cessate il fuoco e di un dialogo pacifico – chiediamo ancora pace e democrazia anche sotto assedio.
Sotto l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est (AANES), oltre 60.000 militanti dell’ISIS e le loro famiglie sono stati catturati e trattati con umanità. Abbiamo fatto ripetute, futili richieste per il rimpatrio dei combattenti stranieri nei loro paesi d’origine, eppure siamo stati ignorati.
Abbiamo permesso alle organizzazioni internazionali e all’ONU un accesso senza restrizioni per provvedere a queste famiglie. Abbiamo scelto la strada del diritto internazionale in ogni occasione, anche nel trattamento di chi ha cercato la nostra distruzione.
Abbiamo perso 15.000 dei nostri, i migliori e più giovani, nella lotta contro l’ISIS solo per essere dati in pasto ai lupi aiutati a vestirsi da agnelli – con bugie cucite con mani bagnate di sangue, mentre cercavano di convincerci a condividere una casa con loro.
Ad ogni occasione il nemico ha massacrato, ucciso e profanato il popolo curdo, le sue terre e i suoi corpi. Si beffano delle leggi della guerra e dei diritti dei vivi.
Ogni donna combattente catturata dalle loro mani è stata trovata morta e mutilata, perché le loro menti piccole credono che la profanazione sia la via per farci vergognare.
Nessuno è rimasto vivo per poter tornare a casa un giorno.
Ora è chiaro che non combattiamo più su un terreno che valorizza la giustizia o il diritto internazionale, se mai esistesse un posto del genere per i curdi e le minoranze di questa terra.
Negli ultimi due anni abbiamo assistito sugli schermi televisivi a scene di immensa brutalità che hanno travolto minoranze etniche e religiose. Ogni guerra combattuta in questo momento è diventata una guerra di eliminazione, lo sterminio totale e assoluto dei più vulnerabili. Ma abbiamo anche osservato voi “gruppi di solidarietà” e ancora una volta siamo testimoni dolorosi e amari del vostro senso selettivo della giustizia, che decide quali cause meritano attenzione e quali minoranze non meritano la stessa attenzione!
PS: Ho scelto di condividere qui un’immagine della YPJ perché sono l’unico Dio che venero.

(*) Tratto da qui.

Aleppo, 11 gennaio 2026

È un giorno molto, molto brutto per essere curda.
Non mi considero più umana. Perché con quello che hanno fatto a Sheikh Maqsoud – i massacri, l’incomprensibile perdita del generale Ziyad Halab, i fiumi di sangue che scorrevano per le strade di Sheikh Maqsoud, il lancio da un edificio di 4° piani delle nostre donne combattenti, il rastrellamento di uomini e ragazzi, filmati mentre gli jihadisti ridono come fossero al mercato del macello – io e altri 60 milioni di curdi siamo stati privati dell’ultima parvenza di umanità che ci rimaneva.
Quando l’annessione turca di Afrin ci ha uccisi non sapevo che un morto potesse essere ucciso due volte, tre volte e infinitamente. La speranza persiste nella volontà del popolo del Rojava, di Kobane, di Qamishlou e di Amude e di tutte le altre città ancora in piedi contro gli jihadisti, perché ciò che ci rimane da proteggere deve rimanere saldo, e dobbiamo onorare il sangue di ogni singola persona, per il Generale Ziyad Halab, per coloro che hanno sanguinato da soli e abbandonato il mondo ad Ashrafiya e Sheikh Maqsoud, e per coloro che ancora lottano fino all’ultimo respiro.
Quindi ora mi rivolgo a voi, aiutatemi per favore. Fate una donazione alla Heyva Sor (Mezzaluna Rossa) curda. Sono l’unica organizzazione di aiuti credibile che raccoglie donazioni per gli sfollati di Ashrafiya e Sheikh Maqsoud.
Se non potete donare fondi, condividete la donazione a più persone e su più piattaforme possibili.
Abbiamo urgentemente bisogno che tutti contattino e scrivano email ai propri parlamentari e membri del Senato, i membri del consiglio comunale, chiunque sia al governo – inondate le loro caselle di posta elettronica con richieste di agire, anche se si tratta di aiuti umanitari, ma più urgentemente la condanna del governo salafista, jihadista guidato Jolani e di suoi mercenari alleati per i massacri del popolo (scarica QUI l’appello).

 

Siria. La tragedia dei curdi siriani: identità negata tra al-Assad, ISIS e lotte interne

Notizia Geopolitiche, 11 gennaio 2026, di Shors Surme

Un rapporto del Beckham Research Center descrive la drammatica condizione dei curdi siriani, un popolo che da decenni vive una tragedia spesso ignorata. I curdi rappresentano il gruppo etnico più numeroso della Siria dopo gli arabi, sebbene il loro numero esatto resti sconosciuto: il regime di Assad, infatti, da molti anni nega la carta d’identità a una larga parte della popolazione curda, privandola del riconoscimento come cittadini siriani. Si stima che i curdi in Siria siano tra i 2 e i 2,5 milioni
Il rapporto ripercorre le sofferenze storiche subite dai curdi, individuando tre principali forme di persecuzione a partire dalla Prima guerra mondiale: la repressione operata dal regime di Assad, legata anche al presunto riavvicinamento dei curdi alla Turchia e all’Islam sunnita; le atrocità commesse dall’ISIS in aree come Kobane e Sinjar, occupate dal gruppo jihadista; le gravi violazioni attualmente perpetrate da un partito armato curdo, che impone l’arruolamento forzato dei giovani e li sottopone ad arresti, esecuzioni e sfollamenti.
Queste persecuzioni hanno causato l’esodo di circa 500mila curdi siriani verso la Turchia, 30mila nel Kurdistan iracheno e oltre 100mila in Europa
Lo studio sottolinea inoltre che la stragrande maggioranza dei curdi, sia in Kurdistan sia nelle aree a maggioranza curda, professa l’Islam sunnita e segue la giurisprudenza shafi‘ita. Tuttavia, tutti sono esposti a devastazioni culturali e religiose che mettono seriamente a rischio la loro identità e persino la loro sopravvivenza come popolo. Ma chi è responsabile di questa minaccia?
Quando i siriani si sollevarono contro il regime e anche molti curdi iniziarono a partecipare alle manifestazioni pacifiche, il Partito dell’Unione Democratica (PYD) diffuse sentimenti di ostilità tra i curdi, ricordando loro le ingiustizie subite nel corso degli anni per mano degli arabi. Questa narrazione non era del tutto infondata: il regime aveva effettivamente oppresso i curdi e fomentato divisioni tra curdi e arabi, spesso provocando scontri tra i due gruppi.
Un episodio emblematico è l’assassinio dello sceicco Mashouq al-Khaznawi da parte dell’intelligence del regime. In televisione comparve un uomo, Abdul Razzaq, originario di Deir Ezzor, che dichiarò di aver partecipato all’omicidio. Tuttavia, grazie anche all’influenza dei partiti curdi, l’opinione pubblica curda comprese che si trattava di un tentativo del regime di alimentare l’ostilità tra curdi e arabi.
Parallelamente il regime instillò negli arabi il timore dei curdi, sostenendo che questi ultimi intendessero creare uno Stato indipendente che avrebbe espropriato gli arabi delle loro terre e risorse. Il PYD fu inoltre il primo gruppo a imbracciare le armi in Siria dopo l’uccisione del giovane curdo Idris Rasho e, in seguito, impedì lo svolgimento di manifestazioni pacifiche contro il regime, giustificando la decisione con il rischio di bombardamenti sulle aree curde.
Il ricercatore Hoshang Osi ha analizzato il rapporto tra i curdi siriani e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), mostrando come i curdi siriani siano stati a lungo relegati a un ruolo marginale all’interno del movimento.
A seguito delle pressioni esercitate dai membri curdi siriani, il PKK nominò Rustam Kudi, anch’egli curdo siriano, a un incarico nelle regioni curde della Siria. Tuttavia, il regime non accettò tale nomina e Kudi fu successivamente assassinato in circostanze misteriose.
Un ex membro del PKK racconta di aver trasportato giovani volontari attraverso il fiume Tigri per raggiungere gli accampamenti del partito sulle montagne della Turchia. Durante una traversata, uno dei ragazzi, preso dal panico, si gettò fuori dalla piccola imbarcazione. Un alto ufficiale che supervisionava l’operazione lo spinse nuovamente nel fiume, dove il giovane annegò. L’episodio evidenzia il ruolo ricorrente dell’intelligence del regime nel contrabbando di combattenti verso i Paesi vicini, sia in uniforme militare sia come mujaheddin, perseguendo lo stesso obiettivo strategico.
Il regime di al-Assad è inoltre ritenuto responsabile di profondi cambiamenti culturali e sociali nelle aree curde, avendo sostenuto partiti di sinistra di ispirazione comunista e marxista. Tra questi rientrano il tentativo di convertire i curdi allo sciismo attraverso il “Movimento al-Murtada”, guidato da Jamil Assad, e lo sviluppo del PKK, anch’esso avvenuto sotto la supervisione del regime.
Il defunto mullah Mohammed Haider denunciò questa contraddizione con parole emblematiche: «Come può un governo permettere a un gruppo che afferma di voler liberare il Kurdistan di organizzare feste e reclutare giovani, mentre imprigiona me per aver insegnato la preghiera e il digiuno?». In un’occasione fu incarcerato per aver detto in curdo, durante la preghiera comunitaria: «Riorganizzate i vostri ranghi».
Alla luce di questi elementi, appare evidente che l’alleanza tra il PKK e il regime di al-Assad sia stata, e continui a essere, fondata su motivazioni settarie. Perché al-Assad, padre e figlio, non si sono mai alleati con altri partiti curdi in Iraq e in Siria, scegliendo invece il PKK? Secondo il rapporto, la risposta risiede nel fatto che molti dei fondatori del PKK sono alawiti, curdi o turchi, e condividono la medesima ideologia di sinistra.

Scontri di Aleppo ignorati dai media italiani

Davide Grasso, Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2026

Negli ultimi due giorni sono scoppiati violenti scontri nella città di Aleppo, in Siria, sostanzialmente ignorati dai media italiani. Le forze governative hanno lanciato un ultimatum e poi attaccato tre quartieri settentrionali – Şex Maxsud, Ashrafiye e Bani Zaid – che si trovano sotto il controllo delle Forze di sicurezza interne (Asaysh) e di Consigli popolari collegati all’Amministrazione democratica autonoma (Daa). Quest’ultima, collocata a est dell’Eufrate, resta dal 2012 fuori dal controllo dello stato, prima e dopo la caduta di Assad.

Il 10 marzo il comandante delle Forze siriane democratiche (Fsd) che proteggono la Daa, Mazlum Abdi, ha siglato un accordo con Ahmad Al-Shaara, presidente siriano, che prevede tra l’altro l’integrazione delle Fsd nell’esercito nazionale. Il dialogo non ha tuttavia fatto passi in avanti decisivi perché le Fsd vorrebbero essere integrate come divisioni (come garantito ad altri gruppi armati emersi dalla guerra) e mantenere una collocazione geografica analoga a quella attuale. Per il governo, in questo sostenuto dalla Turchia, dovrebbero invece sciogliersi, con i singoli effettivi ricollocati in altre divisioni e altri territori.

Un problema politico

Sullo sfondo c’è un problema politico. Da un lato tanto i curdi delle unità Ypg (o le donne delle Ypj) quanto gli arabi delle brigate Sanadid o di Shams al-Shamal, parte delle Fsd, vorrebbero mantenere una prossimità con le proprie comunità di origine per proteggerle in caso di nuove violenze. Dopo tredici anni di guerra e un anno di massacri su base confessionale perpetrati dal nuovo governo (contro gli alawiti sulla costa e i drusi a Suwayda) sono in molti in Siria a temere per la propria vita, oltre che per la libertà appena riconquistata. Vale anche per gli assiri che vivono nella Daa, di religione cristiana, che partecipano alle Fsd attraverso il Consiglio militare siriaco e le forze di polizia Sotoro.

I quartieri di Ashrafiye e Shex Maxsud, di fatto un’enclave della Daa nelle zone del governo, sono per lo più musulmani sunniti, benché nella Siria del nord sia difficile trovare una singola strada che non sia multiconfessionale. L’influenza decisiva è in quei quartieri esercitata dal Partito di unione democratica ispirato alle idee del pensatore curdo Abdullah Ôcalan. Esso propugna una repubblica democratica in grado di concepire la nazione come intersezione di varie identità nazionali.

Questo implica forme di importante decentramento istituzionale e amministrativo, pur mantenendo (e, in quest’ottica, anzi rafforzando) l’unità politica del paese. La Daa ha visto inoltre svilupparsi migliaia di comuni popolari, alcune delle quali in grado di affermare dinamiche di autogoverno parziale della vita associata, e centinaia di cooperative che cercano di organizzarsi secondo principi egualitari. Come si vede, la questione non è etnica ma politica. Il problema principale, per il governo come tale, non è la lingua parlata dagli abitanti, ma l’influenza ideologica secolare e socialista, in totale contrasto con l’impostazione del nuovo presidente. Quest’ultimo non intende mettere in discussione l’impostazione centralizzata dello stato caratteristica dell’epoca di Assad allineandola, semplicemente, con interpretazioni del credo islamico che – minoritarie pure in seno al mondo sunnita – dovrebbero essere imposte a tutti i cittadini.

Nonostante l’intesa

Per questo i quartieri nord di Aleppo sono stati attaccati diverse volte in questi mesi, sebbene le due parti abbiano firmato un’intesa il 1° aprile cui hanno fatto seguito il ritiro delle Fsd e la permanenza di una polizia autonoma (gli Asaysh appunto, che hanno resistito agli attacchi nelle scorse ore). Il governo ritiene sia ormai giunto il momento di invadere quelle aree e prenderne il controllo. Questo precedente – usare un accordo per tentare un colpo di mano – non aiuta il processo negoziale in corso. Quanto sia diffuso il terrore rispetto all’ingresso delle forze governative, del resto, è dimostrato dalle decine di migliaia di persone che sono fuggite nel corso di poche ore nella giornata di giovedì. Se per molti soldati di Damasco i drusi o gli alawiti sono miscredenti perché non aderiscono alla giusta tradizione dell’Islam, gli abitanti di Aleppo nord sono addirittura atei (sebbene questo non sia vero nella maggior parte dei casi).

Un’altra accusa strisciante alla Daa è di essere segretamente allineata con Israele, sebbene non vi sia alcuna prova di un simile rapporto. È semmai degno di nota che questa operazione su vasta scala contro i quartieri nord di Aleppo sia iniziata poche ore dopo l’accordo siglato a Parigi tra Siria e Israele per tentare una gestione congiunta dei momenti di crisi nel paese. Il cessate il fuoco raggiunto venerdì non ha impedito che sul terreno restassero 21 persone, tra cui diversi civili, e gli ospedali (uno bombardato dal governo) accogliessero centinaia di feriti.

Non è chiaro se e quando gli scontri ricominceranno, né se e quando i residenti che sono fuggiti faranno ritorno. Quel che è certo è che è necessaria non soltanto un’attenzione maggiore su quanto avviene in Siria, ma anche un nuovo modo di analizzare e verbalizzare i fatti siriani, dove gli eventi non siano ridotti a un vocabolario etnico, ma siano prese in considerazione le faglie politiche e i modelli diversi di organizzazione della società.