Un’altra Amini da giustiziare

il manifesto, 17 ottobre 2026, di Tiziano Saccucci
ROHJELAT – KURDISTAN IRANIANO.
Repressione La studentessa curda condannata a morte in Iran per «insulto al Profeta» è solo l’ultima vittima di un’escalation punitiva che la guerra contro il regime di Teheran ha finito per oscurare
Najmeh Amini ha 23 anni, è una studentessa curda di economia ed è rinchiusa nel carcere di Vakilabad, a Mashhad. È stata condannata a morte per un post sui social giudicato un «insulto al Profeta». In un altro procedimento le sono stati inflitti oltre dodici anni di carcere.
Ali-Sina Mostafavi, alpinista e musicista di Bam, è stato impiccato il 14 ottobre nel carcere di Kerman, il giorno dopo essere stato trasferito in isolamento. Era stato arrestato il 25 aprile e condannato per moharebeh, «inimicizia contro Dio». La Corte suprema aveva confermato la pena il 28 settembre. La magistratura lo accusava di aver partecipato alle proteste di gennaio e inviato immagini ai media all’estero. Tra il 10 ottobre 2025 e l’8 ottobre 2026 Hrana ha documentato almeno 2.003 esecuzioni in Iran, il 29% in più rispetto all’anno precedente.
A KAMYARAN, IN ROJHELAT, Sirwan Habibi è stato arrestato nella notte del 9 settembre. Secondo i testimoni, gli agenti hanno speronato la sua moto, poi hanno sparato in aria per disperdere i passanti che cercavano di soccorrerlo e lo hanno portato via ferito. Le autorità non comunicano alla famiglia dove sia detenuto. Il 13 ottobre il Partito della vita libera del Kurdistan (Pjak) ha chiesto alla relatrice Onu Mai Sato e a Human Rights Watch un intervento per lui, Idris Faghi e Mohsen Qaderi. Secondo il partito erano disarmati e le famiglie vengono minacciate perché smettano di cercarli.
Per Warisheh Moradi è arrivata invece la seconda condanna a morte, emessa dallo stesso tribunale che aveva deciso di non riconoscere. La sentenza della sezione 15 del Tribunale rivoluzionario di Teheran, per «appartenenza a un gruppo ribelle», è stata notificata ai difensori il 14 ottobre.
La prima condanna, del novembre 2024, era stata annullata dalla Corte suprema nel dicembre 2025 per indagini incomplete e vizi procedurali. Secondo i difensori, il tribunale si è allora limitato a cambiare l’imputazione.
MORADI non ha partecipato all’ultima udienza davanti al giudice Abolqasem Salavati, il 20 settembre. Aveva fatto la stessa scelta nelle udienze di luglio 2026 e agosto 2024, in quest’ultimo caso per protestare contro le condanne a morte di Pakhshan Azizi e Sharifeh Mohammadi. «Non riconosco un tribunale che non emette sentenze giuste», aveva scritto da Evin. La propria difesa l’aveva affidata a una lettera aperta, chiedendo alla società di giudicare le sue scelte.
Nella lettera torna agli anni di Sanandaj, nel Kurdistan iraniano, quando allenava i bambini dei quartieri popolari. «Ho imparato la resistenza dai miei allievi». Il lavoro con loro l’aveva portata a interrogarsi sul rapporto fra le condizioni delle donne e quelle dell’intera società. Si era così avvicinata al pensiero di Abdullah Öcalan e aveva aderito alla Comunità delle donne libere del Rojhelat (Kjar). Nel 2014 si è unita come volontaria alla difesa di Kobane dall’Isis. Rimasta ferita, ha lasciato i combattimenti ed è rientrata nel Kjar, occupandosi di educazione e ricerca. «Questo è il secolo delle donne», scriveva dal carcere nel gennaio 2025.
Il primo agosto 2023 è stata arrestata all’ingresso di Sanandaj. Gli agenti hanno sparato contro l’auto e l’hanno picchiata, racconta nella lettera. Per quasi quattro mesi la famiglia non ha saputo dove fosse. Nella sezione 209 di Evin ha subito torture e pressioni per estorcere confessioni. Le dicevano che aveva perso la femminilità, le chiedevano quando avesse pianto l’ultima volta. Il 26 dicembre è arrivata nel reparto femminile, dopo circa cinque mesi di isolamento.
NEL PRIMO PROCEDIMENTO l’accusa era baghi, «ribellione armata contro lo Stato», per la presunta appartenenza al Pjak. Un rapporto degli esperti Onu del dicembre 2024 collega le accuse alle attività nel Kjar: secondo le informazioni ricevute dall’Onu, Moradi non ha mai svolto attività armate in Iran o contro lo Stato iraniano. Gli esperti riferiscono inoltre che il giudice aveva impedito a lei e ai suoi avvocati di presentare la difesa.
Quando è stata resa nota la prima condanna, aveva appena concluso venti giorni di sciopero della fame contro le esecuzioni, iniziato il 10 ottobre 2024. «Siamo state condannate a morte», scrive nel gennaio successivo: per lei, la sentenza colpisce l’intera società. Gli scioperi in Kurdistan, il sostegno dall’estero e i “Martedì no alle esecuzioni nelle carceri” fanno parte della stessa lotta. A maggio 2026 è stata privata del telefono per gli slogan contro le esecuzioni durante l’ora d’aria. Dopo il rifiuto di comparire in tribunale a luglio, Salavati le ha vietato a tempo indeterminato telefonate e visite familiari. Per Kjar, la nuova condanna nasce dalla «paura del regime di fronte alla determinazione delle donne impegnate nella lotta politica e del movimento “Donna, vita, libertà”». Durante lo sciopero del 2024, Moradi si era rivolta anche a chi si mobilitava contro le guerre nella regione: «Non lasciate che la guerra oscuri la repressione interna».
IL 16 SETTEMBRE Moradi ha aderito dal carcere, con uno sciopero della fame, alla mobilitazione per il quarto anniversario della morte di Jîna Amini. Nei bazar di Sanandaj, Saqqez e Mahabad molte serrande sono rimaste abbassate, nonostante le pattuglie e le minacce di ritorsioni e chiusura dei negozi. A Kamyaran diversi esercenti sono stati convocati dall’intelligence la sera stessa. Secondo i testimoni, un anziano negoziante è stato picchiato davanti agli altri per aver protestato. Ai convocati è stato quindi imposto di firmare l’impegno a non scioperare più.
Il conflitto non si ferma alle città: il 15 e il 16 ottobre si sono verificati intensi scontri fra Pjak e Guardiani della rivoluzione sulle montagne dello Shaho, fra le province del Kurdistan e di Kermanshah. Gli abitanti dei villaggi vicini riferiscono di aver sentito spari ed esplosioni per ore, a più riprese. Pjak ha dichiarato di aver respinto i Pasdaran negli scontri terrestri e risposto con i propri droni. Ai civili è stato vietato l’accesso alla montagna.
Già ad agosto i bombardamenti avevano provocato un vasto incendio: i militari avevano impedito agli abitanti e agli ambientalisti di entrare per spegnerlo.
AL MERI FORUM DI ERBIL, il 12 ottobre, Bafel Talabani, leader dell’Unione patriottica del Kurdistan, ha riferito di contatti con Teheran per un percorso sulla questione curda simile a quello fra Ankara e il Pkk. Non ha chiarito se Teheran abbia accettato negoziati formali. Non risultano finora commenti pubblici del Pjak a riguardo. Tuttavia, i nuovi bombardamenti e lo schieramento di mezzi e armi pesanti a ridosso delle aree della guerriglia sembrano indicare che i Guardiani della rivoluzione puntino ad allargare il conflitto, più che ad aprire un negoziato.
Pjak si è ripetutamente dichiarato aperto ad una soluzione politica alla questione curda in Iran. La possibilità che questo avvenga dipenderà dalla disponibilità di Teheran a riconoscere le organizzazioni curde come interlocutori politici. Per ora, sullo Shaho, prevale la scelta militare.



















