Si sciolgono le forze combattenti curde e il sogno della rivoluzione: non perdiamo di vista le vittorie

il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2026, di Davide Grasso
Le SDF sono state il più grande esercito popolare del Medio Oriente, raggiungendo 70mila unità. L’esito finale è stato determinato dagli attacchi di gennaio del governo siriano
In questi giorni le forze armate del governo di Damasco prendono gradualmente possesso delle ultime aree autonome nel nord della Siria, in zone a maggioranza curda chiamate per questo Rojava. Questo dispiegamento arriva dopo l’annuncio, il 25 agosto, dell’auto-dissoluzione dell’Amministrazione democratica autonoma (DAA) e delle sue Forze siriane democratiche (SDF) di autodifesa. L’autonomia del nord-est, di ispirazione confederalista e democratica socialista, esisteva di fatto dal 2012, e ufficialmente dal 2014. Ha rappresentato negli ultimi quattordici anni un punto di riferimento per coloro che hanno cercato di immaginare un nuovo modo di concepire la rivoluzione nel XXI secolo, dotato al tempo stesso di concretezza, rinnovamento etico e concettuale e spazio per l’utopia.
Le zone autonome si erano ingrandite nel corso del tempo grazie alla guerra di resistenza attuata dalle SDF contro lo Stato islamico o Daesh tra il 2014 e il 2019. Le vittorie delle SDF in quegli anni sono state possibili grazie a decine di migliaia di giovani volontari siriani e mediorientali che hanno combattuto con coraggio estremo e mezzi poverissimi. Sono state il più grande esercito popolare rivoluzionario del Medio oriente, raggiungendo 70.000 unità (non molto meno dell’esercito siriano stesso) e coinvolgendo una maggioranza di combattenti di lingua araba (circa il 68,7% secondo una survey del 2019) e una cospicua minoranza di curdi (17,2%), oltre ad assiri (12,5%), ezidi, turcomanni, circassi e armeni (2%).
Le SDF hanno visto combattere al loro interno fedi diverse, tra cui era maggioritario l’islam sunnita, ma con importanti minoranze delle diverse confessioni cristiane orientali, dell’ezidismo e dell’alevismo. Una buona parte dei combattenti delle due forze curde che hanno diretto le SDF, le Unità di protezione del popolo (YPG) maschili e le Unità di protezione delle donne (YPJ) femminili, era inoltre atea, agnostica o rivendicava un’adesione a forme di panteismo e l’interesse per tradizioni religiose zoroastriane. La presenza di donne era unica nel panorama politico delle forze non statali nate dopo il 2011 in Siria. Le YPJ, che costituivano circa il 18% delle SDF, erano un esercito femminile autonomo, con una propria catena di comando, che si riservava ogni volta di concordare le scelte delle SDF con i comandi maschili e aderiva a una concezione femminile del sapere chiamata Jineolojî (“scienza donna”).
Le SDF hanno rappresentato la forza armata che, nella guerra siriana, ha fatto propri principi di combattimento volti al rispetto dei prigionieri, al rifiuto della pena di morte e di esecuzioni sommarie. Nonostante non siano mancate infrazioni, questo tratto di disciplina ed etica interna le ha differenziate dai gruppi islamisti contro cui ha combattuto e che ora, dopo aver preso il potere a Damasco nel 2024, sono riusciti a imporne lo scioglimento. Questo esito è stato determinato principalmente dall’attacco su vasta scala del governo dello scorso gennaio, che non ha incontrato resistenze nelle regioni autonome a maggioranza araba, dove anzi si è assistito alla defezione di molte unità delle SDF, che hanno attaccato le YPG-YPJ curde al fianco delle forze governative.
Quei fatti sono decisivi per comprendere la sconfitta di una rivoluzione che ha immaginato di poter promuovere nuovi sistemi di autogoverno confederati sul territorio, dove diversi stili di vita e regimi di verità potessero convivere senza suprematismi religiosi o razziali. Così non è stato, in parte per un indomito razzismo anti-curdo presso parte della popolazione, in parte perché negli apparati del movimento hanno resistito forme di razzismo anti-arabo che le discriminazioni patite dai curdi possono in parte spiegare sul piano sociologico, ma non giustificare. Molto ha contato anche la promessa del nuovo presidente salafita di investimenti massicci dall’occidente a favore delle imprese locali, che ha convinto i capi delle maggiori tribù a passare dalla parte di Damasco, sospinte in questa direzione anche dall’inviato di Trump, Tom Barrack.
Nulla si potrebbe comprendere dell’intero processo, infatti, senza ricordare il ruolo delle superpotenze, Stati Uniti in testa. Nonostante abbiano fin dall’inizio supportato, con la Turchia, l’opposizione islamista, mentre la Russia sosteneva Assad, l’incapacità di entrambi questi fronti di contenere l’espansione di Daesh nel 2014 ha aperto una decisiva finestra di opportunità per le YPG-YPJ, fino ad allora esercito agguerrito ma marginale. È stata la cooperazione militare con gli USA contro Daesh, e con la Russia contro altre branche dell’opposizione islamista, ad aver permesso la creazione delle SDF e l’espansione di una confederazione autonoma fondata su migliaia di comuni popolari, centinaia di cooperative ecologiche e congressi delle donne su quasi un terzo della Siria.
In un mondo dove la difficoltà dei movimenti a costruire un pensiero autonomo produce a diverse latitudini l’idealizzazione acritica ora dell’America, ora della Russia, ora dell’Iran o della Turchia, le SDF sono state idealizzate da alcuni e demonizzate da altri, non senza fuorvianti e paradossali caricature ultra-liberali o islamofobe, mentre le loro bandiere sono state sventolate quando questo attraeva consensi e simpatie, e messe nel cassetto quando è cambiata la moda. La verità è che nessun movimento armato del tempo presente può prescindere dal rapportarsi con forze statali, anche quando governate da prospettive ideologiche diametralmente opposte. Questa è una contraddizione che sta nelle cose, in Kurdistan come in Palestina, in Ucraina come in Libano. Il rapporto con le grandi potenze ha in ogni caso decretato tanto l’ascesa quando il declino delle SDF. La Russia di Putin ha aperto la strada alle invasioni turche della DAA nel 2018 ad Afrin e nel 2024 a Sheeba e Manbij, mentre gli USA di Trump hanno fatto lo stesso nel 2019 a Tell Abyad e Serekaniye, appoggiando infine a Al-Shaara durante l’attacco del 2026.



















