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Tag: Curdi

Un’altra Amini da giustiziare

il manifesto, 17 ottobre 2026, di Tiziano Saccucci

ROHJELAT – KURDISTAN IRANIANO.

Repressione La studentessa curda condannata a morte in Iran per «insulto al Profeta» è solo l’ultima vittima di un’escalation punitiva che la guerra contro il regime di Teheran ha finito per oscurare

Najmeh Amini ha 23 anni, è una studentessa curda di economia ed è rinchiusa nel carcere di Vakilabad, a Mashhad. È stata condannata a morte per un post sui social giudicato un «insulto al Profeta». In un altro procedimento le sono stati inflitti oltre dodici anni di carcere.

Ali-Sina Mostafavi, alpinista e musicista di Bam, è stato impiccato il 14 ottobre nel carcere di Kerman, il giorno dopo essere stato trasferito in isolamento. Era stato arrestato il 25 aprile e condannato per moharebeh, «inimicizia contro Dio». La Corte suprema aveva confermato la pena il 28 settembre. La magistratura lo accusava di aver partecipato alle proteste di gennaio e inviato immagini ai media all’estero. Tra il 10 ottobre 2025 e l’8 ottobre 2026 Hrana ha documentato almeno 2.003 esecuzioni in Iran, il 29% in più rispetto all’anno precedente.

A KAMYARAN, IN ROJHELAT, Sirwan Habibi è stato arrestato nella notte del 9 settembre. Secondo i testimoni, gli agenti hanno speronato la sua moto, poi hanno sparato in aria per disperdere i passanti che cercavano di soccorrerlo e lo hanno portato via ferito. Le autorità non comunicano alla famiglia dove sia detenuto. Il 13 ottobre il Partito della vita libera del Kurdistan (Pjak) ha chiesto alla relatrice Onu Mai Sato e a Human Rights Watch un intervento per lui, Idris Faghi e Mohsen Qaderi. Secondo il partito erano disarmati e le famiglie vengono minacciate perché smettano di cercarli.

Per Warisheh Moradi è arrivata invece la seconda condanna a morte, emessa dallo stesso tribunale che aveva deciso di non riconoscere. La sentenza della sezione 15 del Tribunale rivoluzionario di Teheran, per «appartenenza a un gruppo ribelle», è stata notificata ai difensori il 14 ottobre.

La prima condanna, del novembre 2024, era stata annullata dalla Corte suprema nel dicembre 2025 per indagini incomplete e vizi procedurali. Secondo i difensori, il tribunale si è allora limitato a cambiare l’imputazione.

MORADI non ha partecipato all’ultima udienza davanti al giudice Abolqasem Salavati, il 20 settembre. Aveva fatto la stessa scelta nelle udienze di luglio 2026 e agosto 2024, in quest’ultimo caso per protestare contro le condanne a morte di Pakhshan Azizi e Sharifeh Mohammadi. «Non riconosco un tribunale che non emette sentenze giuste», aveva scritto da Evin. La propria difesa l’aveva affidata a una lettera aperta, chiedendo alla società di giudicare le sue scelte.

Nella lettera torna agli anni di Sanandaj, nel Kurdistan iraniano, quando allenava i bambini dei quartieri popolari. «Ho imparato la resistenza dai miei allievi». Il lavoro con loro l’aveva portata a interrogarsi sul rapporto fra le condizioni delle donne e quelle dell’intera società. Si era così avvicinata al pensiero di Abdullah Öcalan e aveva aderito alla Comunità delle donne libere del Rojhelat (Kjar). Nel 2014 si è unita come volontaria alla difesa di Kobane dall’Isis. Rimasta ferita, ha lasciato i combattimenti ed è rientrata nel Kjar, occupandosi di educazione e ricerca. «Questo è il secolo delle donne», scriveva dal carcere nel gennaio 2025.

Il primo agosto 2023 è stata arrestata all’ingresso di Sanandaj. Gli agenti hanno sparato contro l’auto e l’hanno picchiata, racconta nella lettera. Per quasi quattro mesi la famiglia non ha saputo dove fosse. Nella sezione 209 di Evin ha subito torture e pressioni per estorcere confessioni. Le dicevano che aveva perso la femminilità, le chiedevano quando avesse pianto l’ultima volta. Il 26 dicembre è arrivata nel reparto femminile, dopo circa cinque mesi di isolamento.

NEL PRIMO PROCEDIMENTO l’accusa era baghi, «ribellione armata contro lo Stato», per la presunta appartenenza al Pjak. Un rapporto degli esperti Onu del dicembre 2024 collega le accuse alle attività nel Kjar: secondo le informazioni ricevute dall’Onu, Moradi non ha mai svolto attività armate in Iran o contro lo Stato iraniano. Gli esperti riferiscono inoltre che il giudice aveva impedito a lei e ai suoi avvocati di presentare la difesa.

Quando è stata resa nota la prima condanna, aveva appena concluso venti giorni di sciopero della fame contro le esecuzioni, iniziato il 10 ottobre 2024. «Siamo state condannate a morte», scrive nel gennaio successivo: per lei, la sentenza colpisce l’intera società. Gli scioperi in Kurdistan, il sostegno dall’estero e i “Martedì no alle esecuzioni nelle carceri” fanno parte della stessa lotta. A maggio 2026 è stata privata del telefono per gli slogan contro le esecuzioni durante l’ora d’aria. Dopo il rifiuto di comparire in tribunale a luglio, Salavati le ha vietato a tempo indeterminato telefonate e visite familiari. Per Kjar, la nuova condanna nasce dalla «paura del regime di fronte alla determinazione delle donne impegnate nella lotta politica e del movimento “Donna, vita, libertà”». Durante lo sciopero del 2024, Moradi si era rivolta anche a chi si mobilitava contro le guerre nella regione: «Non lasciate che la guerra oscuri la repressione interna».

IL 16 SETTEMBRE Moradi ha aderito dal carcere, con uno sciopero della fame, alla mobilitazione per il quarto anniversario della morte di Jîna Amini. Nei bazar di Sanandaj, Saqqez e Mahabad molte serrande sono rimaste abbassate, nonostante le pattuglie e le minacce di ritorsioni e chiusura dei negozi. A Kamyaran diversi esercenti sono stati convocati dall’intelligence la sera stessa. Secondo i testimoni, un anziano negoziante è stato picchiato davanti agli altri per aver protestato. Ai convocati è stato quindi imposto di firmare l’impegno a non scioperare più.

Il conflitto non si ferma alle città: il 15 e il 16 ottobre si sono verificati intensi scontri fra Pjak e Guardiani della rivoluzione sulle montagne dello Shaho, fra le province del Kurdistan e di Kermanshah. Gli abitanti dei villaggi vicini riferiscono di aver sentito spari ed esplosioni per ore, a più riprese. Pjak ha dichiarato di aver respinto i Pasdaran negli scontri terrestri e risposto con i propri droni. Ai civili è stato vietato l’accesso alla montagna.

Già ad agosto i bombardamenti avevano provocato un vasto incendio: i militari avevano impedito agli abitanti e agli ambientalisti di entrare per spegnerlo.

AL MERI FORUM DI ERBIL, il 12 ottobre, Bafel Talabani, leader dell’Unione patriottica del Kurdistan, ha riferito di contatti con Teheran per un percorso sulla questione curda simile a quello fra Ankara e il Pkk. Non ha chiarito se Teheran abbia accettato negoziati formali. Non risultano finora commenti pubblici del Pjak a riguardo. Tuttavia, i nuovi bombardamenti e lo schieramento di mezzi e armi pesanti a ridosso delle aree della guerriglia sembrano indicare che i Guardiani della rivoluzione puntino ad allargare il conflitto, più che ad aprire un negoziato.

Pjak si è ripetutamente dichiarato aperto ad una soluzione politica alla questione curda in Iran. La possibilità che questo avvenga dipenderà dalla disponibilità di Teheran a riconoscere le organizzazioni curde come interlocutori politici. Per ora, sullo Shaho, prevale la scelta militare.

Iran, nuovi scontri tra gruppi armati curdi e Guardie Rivoluzionarie nelle province occidentali

Notizie Geopoliche, 16 ottobre 2026, di Shorsh Surme 

Mentre proseguono i colloqui tra Stati Uniti e Iran, nelle province occidentali iraniane di Kermanshah, Kurdistan e Azerbaigian Occidentale, caratterizzate da una significativa presenza curda, si registrano scontri quasi quotidiani tra gruppi armati curdi e forze di sicurezza iraniane, comprese le unità del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC).

Mentre proseguono i colloqui tra Stati Uniti e Iran, nelle province occidentali iraniane di Kermanshah, Kurdistan e Azerbaigian Occidentale, caratterizzate da una significativa presenza curda, si registrano scontri quasi quotidiani tra gruppi armati curdi e forze di sicurezza iraniane, comprese le unità del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC).

Secondo quanto riferito da una rivista non specificata, negli ultimi giorni sarebbero stati confermati almeno quattro episodi di questo tipo. Una fonte politica curda iraniana di alto livello ha dichiarato alla stessa pubblicazione che il malcontento popolare nelle aree curde starebbe assumendo proporzioni sempre più difficili da controllare.

Secondo la fonte, le forze di sicurezza e le Guardie Rivoluzionarie continuerebbero a condurre incursioni nelle città e nei villaggi curdi, nonostante il cessate il fuoco precedentemente dichiarato. Le operazioni comprenderebbero arresti, perquisizioni e presunti abusi ai danni dei civili, in alcuni casi senza adeguate garanzie legali. L’obiettivo, secondo la stessa fonte, sarebbe quello di diffondere paura e intimidazione tra la popolazione curda.

Secondo informazioni diffuse da organizzazioni per i diritti umani, partiti curdi iraniani e dal comando delle Guardie Rivoluzionarie, una serie di scontri avrebbe avuto inizio nel mese di giugno nella città di Baneh, nella provincia iraniana del Kurdistan, nei pressi del confine con la Regione autonoma del Kurdistan iracheno.

Stando alle ricostruzioni disponibili, combattenti delle Unità di Difesa del Kurdistan Orientale avrebbero attaccato una postazione delle Guardie Rivoluzionarie situata all’ingresso nord-occidentale della città.

In seguito all’attacco, la televisione di Stato iraniana ha annunciato la morte di due membri delle Guardie Rivoluzionarie, identificati come Mardin Ahmadi e Mohammad Hossein Beigi. L’emittente ha inoltre trasmesso immagini di quattro combattenti, tra cui una donna, presentati come appartenenti al Partito per la Vita Libera del Kurdistan (PJAK).

Il PJAK, tuttavia, non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’accaduto, né confermando né smentendo il proprio coinvolgimento nell’operazione.

 

IRAQ. L’ambiguità turca e la questione del PKK nel Kurdistan iracheno

AGC News, 10 ottobre 2026, di Leonardo Fabrizio

Non c’è più spazio per forze straniere in Iraq. Dopo il completo ritiro delle truppe statunitensi anche quelle turche si apprestano a lasciare il Kurdistan iracheno seppure con qualche ambiguità e con la questione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) mai del tutto risolta. Ömer Çelik, portavoce del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), principale partito della Turchia, guidato dall’attuale Presidente Recep Tayyip Erdoğan, ha dichiarato che in seguito al consolidamento del controllo del governo federale iracheno su Sinjar, che la Turchia si appresta a trasferire gradualmente la base di Bashiqa-Zelkan alle forze irachene entro la fine dell’anno.

Il disimpegno dal Paese si inquadra nel contesto dello scontro tra il governo federale e le milizie armate. I gruppi irregolari rifiutano di deporre le armi fino a quando rimarranno attive le basi militari straniere, considerate un pretesto sufficiente a legittimare il proprio arsenale. La questione però non si limita ai soli eserciti ufficiali, pesa anche la presenza di gruppi armati stranieri, a partire dal PKK, che di fatto giustifica il continuo intervento militare turco. Il Ministero della Difesa turco ha annunciato, infatti, l’avvio del trasferimento all’esercito iracheno delle basi dell’esercito turco situate nel governatorato di Niniveh, mantenendo al contempo le proprie forze nelle basi dei governatorati di Erbil e Duhok. Dal canto loro il PKK ha annunciato l’evacuazione di quattro tunnel militari nella catena montuosa di Metina, nel governatorato di Duhok, confermando il completo ritiro dei propri combattenti. In un comunicato ufficiale il PKK ha annunciato il ritiro di tutte le sue forze armate dai confini turchi e dalle aree limitrofe, confermando di aver soddisfatto tutti i requisiti necessari per porre fine alla lotta armata. In questo contesto la leadership del movimento ha sottolineato che lo Stato turco “non può più, in alcun modo, parlare di una minaccia armata” proveniente da parte loro, affermando che il movimento ha intrapreso passi senza precedenti a livello globale per risolvere tali questioni. La dichiarazione ha avvertito che il mancato riconoscimento dell’importanza di questi passi, in particolare per quanto riguarda la libertà del leader del partito imprigionato, Abdullah Öcalan, significherebbe che lo Stato turco sta persistendo in una politica di negazione e cancellazione che dura da un secolo.

È necessario ricordare, a questo punto, che nell’ambito di un processo di pace avviato con Ankara, il PKK ha annunciato il proprio scioglimento nel maggio 2025, per poi tenere una cerimonia di disarmo dal forte valore simbolico nel luglio 2025 nel nord dell’Iraq dove secondo le autorità turche è rimasta solo una parte dei combattenti.

Dall’analisi della social sfera filo-curda emergono, tuttavia, segnalazioni di movimenti sospetti nel governatorato di Duhok di quelle che vengono definite “forze turche”. Secondo la narrazione presente in diversi canali, queste cosiddette “forze turche” stanno procedendo a operazioni di disboscamento sulle montagne della Regione del Kurdistan e, con il pretesto di combattere il PKK, starebbero stabilendo basi militari nell’area. Tali basi sono accompagnate da interventi di disboscamento volti a facilitare la costruzione e a garantire la sicurezza delle basi stesse. Attualmente, secondo la narrazione filo-curda, la Turchia sta effettuando operazioni di disboscamento sulle montagne del villaggio di Kesta, nella regione di Barwari Bala (provincia di Duhok). Sia Kurdistan 24 che il Governatore di Duhok hanno sostenuto che le forze turche non stanno abbattendo alberi nel Kurdistan, bensì li stanno importando dalla Turchia anche se diverse immagini satellitari, rimbalzate sui social, mostrano un significativo livello di deforestazione nell’area. La popolazione locale ha respinto le dichiarazioni del Governatore di Duhok, Ali Tatar, definendole un tentativo di insabbiamento volto a contenere l’indignazione pubblica. Gli abitanti dei villaggi nella parte settentrionale del governatorato riferiscono di aver assistito personalmente all’abbattimento di alberi nei loro villaggi da parte di appaltatori turchi.

Se le notizie dei canali curdi venissero confermate la presenza turca nell’area potrebbe portare ad alcuni significativi risvolti. Innanzitutto, minerebbe gli sforzi del governo nella gestione del disarmo delle milizie che continuerebbero a giustificare la loro scelta di mantenere il possesso dei loro armamenti. in secondo luogo la crisi interna dell’Iraq, causata dalla persistente presenza delle truppe turche, inasprirebbe i rapporti tra Baghdad e Ankara in un momento di apparente distensione segnata dagli sforzi dei due Paesi in termini di cooperazione energetica e petrolifera, con l’intenzione dichiarata di voler trovare rotte alternative ad Hormuz per l’esportazione di petrolio e di proseguire con gli investimenti del progetto “Strada di Sviluppo” che renderebbe l’asse turco-iracheno un hub strategico fondamentale per il prossimo futuro

Si sciolgono le forze combattenti curde e il sogno della rivoluzione: non perdiamo di vista le vittorie

il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2026, di Davide Grasso

Le SDF sono state il più grande esercito popolare del Medio Oriente, raggiungendo 70mila unità. L’esito finale è stato determinato dagli attacchi di gennaio del governo siriano

In questi giorni le forze armate del governo di Damasco prendono gradualmente possesso delle ultime aree autonome nel nord della Siria, in zone a maggioranza curda chiamate per questo Rojava. Questo dispiegamento arriva dopo l’annuncio, il 25 agosto, dell’auto-dissoluzione dell’Amministrazione democratica autonoma (DAA) e delle sue Forze siriane democratiche (SDF) di autodifesa. L’autonomia del nord-est, di ispirazione confederalista e democratica socialista, esisteva di fatto dal 2012, e ufficialmente dal 2014. Ha rappresentato negli ultimi quattordici anni un punto di riferimento per coloro che hanno cercato di immaginare un nuovo modo di concepire la rivoluzione nel XXI secolo, dotato al tempo stesso di concretezza, rinnovamento etico e concettuale e spazio per l’utopia.

Le zone autonome si erano ingrandite nel corso del tempo grazie alla guerra di resistenza attuata dalle SDF contro lo Stato islamico o Daesh tra il 2014 e il 2019. Le vittorie delle SDF in quegli anni sono state possibili grazie a decine di migliaia di giovani volontari siriani e mediorientali che hanno combattuto con coraggio estremo e mezzi poverissimi. Sono state il più grande esercito popolare rivoluzionario del Medio oriente, raggiungendo 70.000 unità (non molto meno dell’esercito siriano stesso) e coinvolgendo una maggioranza di combattenti di lingua araba (circa il 68,7% secondo una survey del 2019) e una cospicua minoranza di curdi (17,2%), oltre ad assiri (12,5%), ezidi, turcomanni, circassi e armeni (2%).

Le SDF hanno visto combattere al loro interno fedi diverse, tra cui era maggioritario l’islam sunnita, ma con importanti minoranze delle diverse confessioni cristiane orientali, dell’ezidismo e dell’alevismo. Una buona parte dei combattenti delle due forze curde che hanno diretto le SDF, le Unità di protezione del popolo (YPG) maschili e le Unità di protezione delle donne (YPJ) femminili, era inoltre atea, agnostica o rivendicava un’adesione a forme di panteismo e l’interesse per tradizioni religiose zoroastriane. La presenza di donne era unica nel panorama politico delle forze non statali nate dopo il 2011 in Siria. Le YPJ, che costituivano circa il 18% delle SDF, erano un esercito femminile autonomo, con una propria catena di comando, che si riservava ogni volta di concordare le scelte delle SDF con i comandi maschili e aderiva a una concezione femminile del sapere chiamata Jineolojî (“scienza donna”).

Le SDF hanno rappresentato la forza armata che, nella guerra siriana, ha fatto propri principi di combattimento volti al rispetto dei prigionieri, al rifiuto della pena di morte e di esecuzioni sommarie. Nonostante non siano mancate infrazioni, questo tratto di disciplina ed etica interna le ha differenziate dai gruppi islamisti contro cui ha combattuto e che ora, dopo aver preso il potere a Damasco nel 2024, sono riusciti a imporne lo scioglimento. Questo esito è stato determinato principalmente dall’attacco su vasta scala del governo dello scorso gennaio, che non ha incontrato resistenze nelle regioni autonome a maggioranza araba, dove anzi si è assistito alla defezione di molte unità delle SDF, che hanno attaccato le YPG-YPJ curde al fianco delle forze governative.

Quei fatti sono decisivi per comprendere la sconfitta di una rivoluzione che ha immaginato di poter promuovere nuovi sistemi di autogoverno confederati sul territorio, dove diversi stili di vita e regimi di verità potessero convivere senza suprematismi religiosi o razziali. Così non è stato, in parte per un indomito razzismo anti-curdo presso parte della popolazione, in parte perché negli apparati del movimento hanno resistito forme di razzismo anti-arabo che le discriminazioni patite dai curdi possono in parte spiegare sul piano sociologico, ma non giustificare. Molto ha contato anche la promessa del nuovo presidente salafita di investimenti massicci dall’occidente a favore delle imprese locali, che ha convinto i capi delle maggiori tribù a passare dalla parte di Damasco, sospinte in questa direzione anche dall’inviato di Trump, Tom Barrack.

Nulla si potrebbe comprendere dell’intero processo, infatti, senza ricordare il ruolo delle superpotenze, Stati Uniti in testa. Nonostante abbiano fin dall’inizio supportato, con la Turchia, l’opposizione islamista, mentre la Russia sosteneva Assad, l’incapacità di entrambi questi fronti di contenere l’espansione di Daesh nel 2014 ha aperto una decisiva finestra di opportunità per le YPG-YPJ, fino ad allora esercito agguerrito ma marginale. È stata la cooperazione militare con gli USA contro Daesh, e con la Russia contro altre branche dell’opposizione islamista, ad aver permesso la creazione delle SDF e l’espansione di una confederazione autonoma fondata su migliaia di comuni popolari, centinaia di cooperative ecologiche e congressi delle donne su quasi un terzo della Siria.

In un mondo dove la difficoltà dei movimenti a costruire un pensiero autonomo produce a diverse latitudini l’idealizzazione acritica ora dell’America, ora della Russia, ora dell’Iran o della Turchia, le SDF sono state idealizzate da alcuni e demonizzate da altri, non senza fuorvianti e paradossali caricature ultra-liberali o islamofobe, mentre le loro bandiere sono state sventolate quando questo attraeva consensi e simpatie, e messe nel cassetto quando è cambiata la moda. La verità è che nessun movimento armato del tempo presente può prescindere dal rapportarsi con forze statali, anche quando governate da prospettive ideologiche diametralmente opposte. Questa è una contraddizione che sta nelle cose, in Kurdistan come in Palestina, in Ucraina come in Libano. Il rapporto con le grandi potenze ha in ogni caso decretato tanto l’ascesa quando il declino delle SDF. La Russia di Putin ha aperto la strada alle invasioni turche della DAA nel 2018 ad Afrin e nel 2024 a Sheeba e Manbij, mentre gli USA di Trump hanno fatto lo stesso nel 2019 a Tell Abyad e Serekaniye, appoggiando infine a Al-Shaara durante l’attacco del 2026.

 

Quale sarà il futuro dei kurdi nella Siria governata dagli islamisti?

greenreport.it, 31 agosto 2026, di Umberto Mazzantini

Il processo di integrazione dei kurdi si scontra con il riconoscimento dello status delle donne combattenti e dell’istruzione in kurdo e con le difficoltà per il ritorno degli sfollati

Il 25 agosto, il comandante in capo delle Syrian Democratic Forces (SDF), il kurdo Mazlum Abdi, ha dichiarato che «La caduta del regime ba’athista ha segnato l’inizio di una nuova fase nella costruzione di una nuova Siria» e ha ricordato che la decisione di aderire alla nuova Siria post-Assad si basa sui 29 accordi, rivendicando il fatto che «L’integrazione delle istituzioni militari, di sicurezza e amministrative, create negli ultimi anni, nelle istituzioni statali è stata gestita in modo da preservare l’identità e i risultati di tali istituzioni. La fase di integrazione delle istituzioni militari, di sicurezza e amministrative nelle istituzioni statali si è conclusa e da oggi ha inizio una nuova fase. Esorto gli abitanti della regione a proteggere e sostenere le istituzioni nate grazie al sacrificio dei martiri. La lotta per garantire i diritti del popolo Kurdo e di tutte le componenti della Siria continuerà e che in questa fase gli sforzi politici saranno intensificati. La lotta politica continuerà per garantire che i diritti legittimi dei kurdi e di tutte le altre componenti siano tutelati nella nuova costituzione siriana».
Resta il gigantesco problema di come il progetto eco-socialista e femminista dei Kurdi del Rojava e dei loro alleati delle altre minoranze etniche e arabi progressisti possa convivere con un regime islamista, sotto controllo turco, come quello che ha preso il potere a Damasco.
Abdi ha confermato che le SDF, che hanno resistito prima e poi sconfitto sul campo i fascio-islamisti dello Stato Islamico/Daesh, hanno finito la loro missione e verranno integrate nel nuovo esercito siriano, ma le difficoltà e le diffidenza non mancano. Per esempio, ha fatto discutere quanto scritto su X/Twitter da Kamal Chomani, caporedattore di The Amargi e dottorando all’Università di Lipsia: «I kurdi si aspettavano sicuramente di più, ma se questo pone fine ad anni di spargimenti di sangue e repressione, allora è il più grande risultato della loro storia. Questo è un momento sul quale tutte le componenti della Siria possono costruire ulteriormente».
Tra la diaspora kurda – ma anche tra chi ha combattuto lo Stato islamico e gli integralisti oggi al potere in Siria – in molti si chiedono se davvero l’accordo raggiunto Damasco sia un momento storico per la Siria e per i kurdi. In un articolo di approfondimento, rispeso anche dalla pagina Facebook “Staffetta sanitaria Rojava”, Chomani spiega che «E’ storico perché, per la prima volta, l’istruzione in lingua kurda si appresta a ottenere un riconoscimento ufficiale e i kurdi vengono considerati partner per il futuro del Paese, anziché semplici ospiti. Non è ancora certo se questo processo avrà successo. Tuttavia, in un contesto di terrore di Stato, rivalità regionali e scontro tra grandi potenze all’interno della Siria, questo potrebbe rappresentare il miglior risultato possibile».
Il giornalista e attivista Kurdo spiega che «La guerra in Siria non è mai stata solo una guerra civile. È stato un campo di battaglia in cui potenze regionali e internazionali si sono scontrate attraverso alleati e alleati. Il conflitto ha posto fine al governo della famiglia Assad; l’Asse della resistenza iraniana ha subito una sconfitta; Mosca ha perso influenza a favore di Washington; e la Russia non è più presente in Siria e sta per perdere la base aerea di Hmeimim vicino a Latakia e la base navale russa di Tartus. Tra coloro che hanno tratto vantaggio dalla situazione figurano la Turchia, emersa come uno dei vincitori regionali della guerra, e Israele, che ha visto eliminato un nemico, ma al contempo ha visto comparire una nuova potenziale minaccia al confine. Il regime di Assad e l’Iran hanno sempre avuto difficoltà ad esercitare il pieno controllo della Siria, poiché l’Iran non è mai stato ben accetto nel Paese. La Turchia, tuttavia, si trova ad affrontare una realtà potenzialmente diversa, essendo un Paese vicino a maggioranza sunnita che ha accolto milioni di siriani come rifugiati negli ultimi 15 anni. In questo gioco violento e in continua evoluzione, i kurdi avrebbero potuto subire un altro massacro, essendosi trovati sull’orlo di una guerra di vaste proporzioni nel gennaio 2026. In alternativa, avrebbero potuto espandere il territorio sotto il controllo delle SDF, se gli Stati Uniti non avessero cambiato rotta e modificato le proprie politiche riguardo alla presenza in Medio Oriente e in Siria. Nessuna delle due ipotesi si è verificata. Il risultato è stato una via di mezzo».
Chomani invita i Kurdi ad essere realisti: «La politica non è un gioco a somma zero. E’ complessa, dinamica e spesso incerta. I kurdi del Kurdistan iracheno hanno commesso un grave errore quando il KDP (Partiya Demokrat a Kurdistanê, ndr) ha guidato un gioco a somma zero durante il referendum del 2017, e la Regione del Kurdistan non si è ancora ripresa da quel colpo. Il PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan, ndr) ha commesso un errore altrettanto grave nel 2015-2016 con la guerra di trincea ad Amed (Diyarbakir). Ci sono voluti quasi dieci anni perché il PKK si riprendesse da quel colpo, anche se si può sostenere che la sua posizione sul campo non abbia mai recuperato la forza di un tempo. La storia non procede in modo lineare; questo è un concetto che molti kurdi hanno frainteso. Oggi si può ottenere una cosa, domani un’altra. Ma le riforme in stati-nazione così ostili rimangono graduali, poiché i cambiamenti rivoluzionari all’interno di questi regimi intrinsecamente autoritari sono difficili da concretizzare. A volte si assiste a una regressione, a volte a un progresso: questa è la storia della politica. Molti credono ancora che la prossima fase della politica kurda debba essere la creazione di uno stato nazionale; per questo, quando Öcalan ha cambiato rotta, molti sono stati comprensibilmente frustrati e delusi. Ma la politica è l’arte del possibile: sapere cosa si può ottenere ora e cosa bisogna preservare per il futuro».
Secondo Chomani, da quel che è successo in 13 anni sanguinosi e terribili di guerra civile e internazionale siriana si possono trarre tre lezioni fondamentali: «Primo: la lotta politica richiede impegno verso i propri valori e un lavoro continuo. La lotta non ha un punto di arrivo – da qui il detto kurdo “Berxwedan jiyane” (La resistenza è vita/Resistere è vivere) – perché i pericoli all’interno della società sono reali quanto quelli esterni: combattere le strutture patriarcali è importante quanto lottare per l’identità kurda. Combattere il dominio esterno è necessario, ma affrontare i nostri fallimenti interni, le tendenze autoritarie e le debolezze è altrettanto, se non più, importante. E’ qui che il Rojava si distingue: può guidare una lotta dal basso che può andare oltre i territori kurdi. Può schierarsi al fianco delle minoranze, così come delle donne siriane; due gruppi che non sono apprezzati dall’attuale regime. Secondo: gli errori fanno parte della vita, ma la politica richiede la capacità di imparare da essi. La maturità politica significa imparare dagli errori e cercare di non ripeterli. Il comandante delle SDF, Mazloum Abdi, ha ammesso questi errori durante l’intervista che gli ho fatto lo scorso febbraio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Pochi giorni fa, nella sua intervista con Rudaw Media Network, ha dichiarato che il più grande fallimento della sua vita è stato quello di non aver fatto abbastanza per garantire che l’accordo del 10 marzo diventasse realtà. Terzo: le grandi ambizioni sono necessarie, ma rischiare tutto è pericoloso, soprattutto per gli attori non statali. Alcune perdite non sono facili da riparare. Il Rojava sta ora cercando di correggere ciò che avrebbe potuto essere gestito meglio dopo l’accordo del 10 marzo 2025. Il Rojava sta entrando in una nuova fase. Fino a poco tempo fa, Ahmad al-Sharaa (il presidente autoproclamato della Siria, ndr) era considerato un terrorista, con gli Stati Uniti che offrivano una taglia di 10 milioni di dollari sulla sua testa. Oggi, viene accolto dallo stesso sistema internazionale che lo aveva inserito nella lista dei terroristi. Fino a poco tempo fa i kurdi erano celebrati negli Stati Uniti quasi come eroi di Hollywood. Anche quel periodo è finito. Non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Ma sappiamo questo: il futuro dei kurdi non sarà plasmato solo da ciò che gli altri faranno loro. Sarà plasmato anche da come i kurdi si prepareranno».
Chomani invita i suoi connazionali senza patria ad essere ottimisti: «I kurdi non devono sprofondare nella disperazione, come vedo fare ad alcuni. La mentalità di considerarci solo vittime è politicamente distruttiva. Il Medio Oriente sta entrando in un nuovo ordine e gli attori armati non statali non possono più assicurarsi un ruolo di rilievo se continuano a considerare la lotta armata come l’unica via per la liberazione. Una strada è combattere come Hamas e rischiare di trasformare il proprio popolo in vittime, soprattutto quando la potenza avversaria non esita a ricorrere alla distruzione di massa e al genocidio. Un’altra strada è comprendere la propria forza, scendere a compromessi quando necessario e continuare la lotta in forme politiche, sociali e costituzionali più solide. Questo vale anche per Turchia, Siria e Iran: non possono negare per sempre l’esistenza dei kurdi. Il processo di pace turco-kurdo va visto in questo contesto: i frutti della pace sono maturi per essere raccolti e ora possono, e devono, abbandonare la politica della negazione. L’accordo di Damasco non rappresenta quindi la fine della lotta curda in Siria. E’ un passo verso la ridefinizione del futuro della Siria. Non soddisferà pienamente le aspettative kurde, né quelle dei fondamentalisti islamici di Ahmad al-Sharaa, né quelle dei nazionalisti arabi, che non hanno mai voluto vedere donne senza hijab, come le donne delle YPJ, tra le fila delle forze di sicurezza, o una donna curda di spicco nel campo degli affari esteri, come Ilham Ahmed . Ed è proprio per questo che è importante: entrambe le parti dovranno ora scendere a compromessi sulla futura costituzione e sul tipo di Siria che verrà».
E finora il governo di Damasco aveva bloccato il processo di integrazione delle SDF proprio sullo status delle donne combattenti delle Yekîneyên Parastina Jin (YPJ – Unità di difesa delle donne), con la sua posizione contraria all’istruzione in kurdo nelle scuole del Rojava e con le difficoltà poste al ritorno degli sfollati.
Lo status delle YPJ resta una delle questioni più spinose nel processo di integrazione dei kurdi siriani. Come ricordava il 21 agosto Rete Kurdistan Italia, «Da quando ha preso il potere nel dicembre 2024, HTS (Hay’at Tahrir al-Sham – Organizzazione per la liberazione del Levante, nata come Jabhat al-Nusra, ala siriana di al-Qaeda, ndr) si è rifiutato di riconoscere le combattenti donne come forza autonoma e ha cercato di scioglierle. Le YPJ, tuttavia, hanno ribadito che continueranno ad adempiere al loro dovere di difendere il popolo in quanto forza composta da donne». Secondo Hassan Mohamed Ali, co-presidente dell’Ufficio per le relazioni generali del Mawtbo d’Suriya Demoqraṭoyto/Meclîsa Sûriya Demokratîk (MSD – Consiglio democratico siriano, l’ala politica delle SDF), durante l’ultimo incontro a Damasco è stata avanzata la proposta che le YPJ restino operative non come forza all’interno dell’esercito siriano, ma come “forza antiterrorismo” del ministero dell’interno.
Il ritorno degli sfollati rimane una delle maggiori sfide per l’attuazione dell’accordo di integrazione: l’articolo 14 prevede «Il ritorno degli sfollati di Afrin (Efrîn), Sheikh Maqsoud (Şêxmeqsûd) e Ras al-Ayn (Serêkaniyê) nelle loro città e nei loro villaggi, e la nomina di funzionari locali all’interno delle amministrazioni civili in queste aree».
Afrin è occupata dal 2018 dall’esercito turco e da mercenari islamisti sostenuti dalla Turchia. Il 9 marzo scorso, il primo convoglio di profughi kurdi, circa 400 famiglie e 2.000 persone, ha fatto ritorno a Mabeta, Şiyê e Cindirês. L’ultimo convoglio è partito da Qamishlo il 21 maggio. Circa 11.000 famiglie sono tornate nelle loro case dopo 8 anni nell’ambito del processo di rimpatrio. Ma ad aspettarle hanno trovato spesso miliziani islamisti dei gruppi armati Emzat, Hamzat e Sultan Murad, sostenuti dalla Turchia, che hanno occupato le case degli sfollati kurdi. Circa 5.000 persone delle famiglie arabe di mercenari provenienti da fuori regione si sono stabiliti nella zona centrale di Afrin e nei distretti di Mabeta, Şiyê, Cindirês e Bilbil. Alcuni si rifiutano di lasciare le abitazioni dei kurdi, altri lo fanno solo dopo averle distrutte. La Turchia continua ad occupare militarmente alcune zone di Afrin e diversi villaggi dei dintorni e ha ancora basi militari a Parsê Hill, Guz Hill, Bîlelko e Kefir Cenê, a Şêxûrzê, nel distretto di Bilbil, e a Dewrîş, vicino a Raco, si è ritirata solo da tre villaggi. Le forze di sicurezza ad Afrin sono attualmente sotto il controllo del governo provvisorio di Damasco e i mercenari continuano a rappresentare un grave problema e continuano a uccidere civili kurdi, mentre i bambini non possono ancora ricevere un’istruzione nella loro lingua madre, il kurdo. Il 10 agosto i mercenari islamisti filo-turchi hanno attaccato un convoglio di profughi composto da 410 famiglie kurde, arabe e cristiane, circa 2.500 persone provenienti da villaggi e zone rurali e che volevano fare ritorno a Afrin. Circa 100.000 persone sono ancora sfollate. in base all’accordo di Damasco, i mercenari devono lasciare le case che hanno occupato e la sicurezza deve essere ripristinata prima che i residenti possano tornare alle proprie terre, ma l’ultimo attacco ha dimostrato non è ancora possibile farlo e i rimpatri sono stati sospesi. I rappresentanti degli sfollati di Afrin hanno avvertito che «Il governo provvisorio di Damasco, l’Amministrazione autonoma e il Governatorato di Hasakah devono garantire la sicurezza e adempiere alle proprie responsabilità».
Una situazione difficile, in un Paese esausto, diviso, invaso e bombardato da Turchia e Israele e tradito dai regimi arabi e dalle democrazie occidentali che hanno fomentato la guerra civile, ma Chomani ricorda al suo popolo senza patria che «I popoli della Siria hanno ora la possibilità di costruire una nuova Siria, diversa da quella di Assad. Sia i kurdi che gli arabi dovrebbero ricordare che la Siria di Assad non accettava né kurdi né arabi che non si allineassero alle linee autoritarie. Devono imparare dagli Assad: uno è in Russia, l’altro in una tomba maledetta».

 

Il parlamentare filocurdo Öztürk: «La legge sul negoziato di pace con il Pkk è solo l’inizio»

Avvenire, 12 agosto 2026, di Luca Foschi

Il deputato: «Non siamo contenti di alcuni articoli, adesso da affrontare la questione della lingua, dell’autonomia e dell’amministrazione locale»

«È stato un momento storico per la Turchia. La maggior parte dei partiti politici ha approvato una legge che dà avvio al superamento di problemi che sembravano irrisolvibili. Non siamo contenti di alcuni articoli, ma è solo l’inizio, in futuro affronteremo la questione della lingua, dell’autonomia, delle amministrazioni locali». Prudenza ed entusiasmo confliggono nella voce di Berdan Öztürk, deputato del partito filocurdo Dem. Avvenire lo ha intervistato pochi minuti dopo il suo arrivo nella “capitale” dei curdi turchi Diyarbakir, di ritorno da Ankara, dove lunedì notte ha partecipato in parlamento alla votazione che porta avanti il delicato processo di pace.

Da più parti la legge è stata accusata di incompletezza e ambiguità. Quali sono i principali punti critici?

Innanzitutto non sappiamo esattamente come sarà scandito il processo che dovrebbe portare all’implementazione dei punti contenuti nel testo. La legge si presenta inoltre come strumento di sicurezza, e non menziona esplicitamente la causa curda. Nessun riferimento viene fatto al processo di democratizzazione. E poi Abdullah Öcalan, il leader del Pkk e principale negoziatore curdo, è escluso dalla clemenza. Ma come lui stesso ha ripetuto più volte ogni viaggio comincia con un piccolo passo. La maggior parte del parlamento si è assunta la responsabilità del processo di pace. Questo è un traguardo molto importante, per tutti.

Si può parlare di una nuova stagione nelle relazioni parlamentari?

Direi che è troppo presto. A lungo i partiti turchi hanno ignorato le istanze curde. Ma tutti ormai hanno capito che non si può andare avanti con rapporti di dominazione ormai desueti, che dobbiamo voltare pagina e cercare insieme la giustizia e la democrazia.

Come è stata accolta l’approvazione della legge da parte della comunità curda?

I curdi sono un popolo molto politicizzato, molto attento, che sente una profonda fiducia nei confronti di Öcalan, e ha scelto di seguirlo nella decisione di abbandonare la lotta armata. Ora spetta a noi, ai cittadini, al partito Dem. Dobbiamo essere pazienti, seguire il processo di pace fino in fondo e contribuire alla costruzione di una Turchia forte, coesa, economicamente e socialmente. Siamo consapevoli che non sarà facile, sappiamo che le battaglie di domani saranno più difficili di quelle di ieri, ma siamo pronti. A sostenerci ci sarà anche la fratellanza di molte persone, in tutto il mondo.

Quali sono i motivi che hanno spinto Akp e Mhp, guidati dal presidente Erdogan e da Devlet Behceli, a promuovere la legge e con essa il processo di pace?

Negli ultimi dieci anni, dopo il fallimento dell’ultimo negoziato, lo Stato turco ha cercato in tutti i modi di piegarci, con strumenti militari, politici economici. Ogni mezzo è stato impiegato per convincerci ad abbandonare la nostra battaglia, la nostra ideologia, la nostra stessa identità. Ma noi abbiamo continuato a lottare, e la prova del nostro successo sono state le ultime elezioni. Il governo turco ha capito che solo con la democrazia il conflitto poteva essere superato. Poi, naturalmente, un altro fattore è legato al profondo cambiamento che tutta la regione sta attraversando. Il popolo curdo è diviso fra Turchia, Siria, Iraq e Iran, ma sa come dialogare, come collaborare. La Turchia è chiamata a essere protagonista in un momento difficilissimo per il Medio Oriente, che però contiene anche molte opportunità. Doveva cambiare, non era più possibile continuare con la mentalità imperialista di un secolo fa.

L’indulto per i guerriglieri curdi. Erdoğan impone ancora la sua legge in Turchia

Huffingtonpost Italia, 11 agosto 2026, di Mariano Giustino

l Parlamento approva una legge con misure di riabilitazione condizionata per migliaia di militanti del Pkk, dando seguto al processo di pace su un conflitto lungo circa 40 anni che ha causato oltre 40mila morti. Non è un’amnistia esplicita, non concede autonomie né diritti civili e politici speciali. Il presidente turco si aspetta però il sostegno curdo quando si tratterà di parlare del suo terzo mandato presidenziale

Recep Tayyip Erdoğan è riuscito dove tutti i suoi predecessori avevano fallito: ha posto fine al più lungo conflitto interno a bassa intensità della storia contemporanea, facendo approvare dal Parlamento turco una legge che ha messo in pratica il processo di pace avviato da oltre un anno con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk). Un processo di pace – definito “Turchia senza terrore” – che è molto diverso da esperienze del passato in Irlanda, Spagna, Colombia, Filippine. Perché costituisce forse il primo esempio al mondo di pacificazione che non prevede esplicitamente un’amnistia, non contempla regioni amministrative autonome (o l’indipendenza), non prevede meccanismi di amministrazione autonoma e rifiuta la mediazione di attori esterni. Eppure si propone di porre la pietra tombale su un conflitto durato circa 40 anni che ha provocato la morte di oltre 40mila persone.

La legge sul disarmo e l’indulto per i combattenti curdi – approvata dal Parlamento di Ankara il 10 agosto dopo lunghi mesi di negoziati diretti del governo con i comandanti del Pkk – rappresenta uno storico passo positivo, di importanza non solo interna, ma anche regionale, sebbene risponda essenzialmente alla questione securitaria e non corrisponda diritti civili e politici alla comunità curda del sudest anatolico, quali il diritto all’istruzione nella propria lingua, il diritto di cittadinanza e l’autonomia amministrativa dei comuni a maggioranza curda. È indubbiamente una schiacciante vittoria politica per Erdoğan che è a caccia del voto curdo per assicurarsi un terzo mandato presidenziale. Il provvedimento è stato approvato con una maggioranza senza precedenti: 468 voti a favore e 88 contrari, ben 68 voti in più di quelli necessari per la modifica costituzionale, senza dover ricorrere quindi a referendum. Se il presidente riuscirà a mantenere questo livello di sostegno anche nel paese con il supporto del voto curdo potrà essere rieletto in maniera schiacciante per il terzo mandato.

A suggellare lo storico evento, un’immagine che solo pochissimi anni fa era impensabile: gli ultranazionalisti di Mhp – prezioso alleato dell’Akp del presidente, storicamente il partito più anticurdo e xenofobo del panorama politico – hanno stretto la mano ai colleghi del partito filocurdo Dem e hanno posato per la foto di rito con i parlamentari del partito di Erdoğan e dell’opposizione socialdemocratica, gli ex kemalisti del Chp. Sono lontanissimi i tempi in cui proprio Mhp e Chp coltivavano il sogno antico di una “Turchia senza curdi”.

La “Legge sul rafforzamento della solidarietà nazionale e dell’integrazione sociale” è stato varato con il beneplacito di Abdullah Öcalan, fondatore e leader carismatico del partito armato Pkk, che dal 1999 sta scontando l’ergastolo in regime di isolamento nel carcere di massima sicurezza sull’isola di İmralı, nel Mar di Marmara, nonostante che per lui e per 232 alti dirigenti non fosse prevista alcuna amnistia. Vi sarà un indulto solo per i membri di basso rango del Pkk/Kck (Unione delle Comunità del Kurdistan) e sono escluse tutte le altre sigle illegali non curde come quella di Fetullah Gülen. È prevista però una amnistia mascherata con una sospensione della pena fino a un massimo di 15 anni per coloro che sono stati condannati all’ergastolo e a pesanti pene detentive.

La legge stabilisce che per le sole organizzazioni curde vengono estinti i reati di appartenenza a un’organizzazione terroristica collegata al Pkk che sarà considerata sciolta. Le indagini, i procedimenti giudiziari, le condanne definitive relative a “costituzione o gestione di organizzazioni fuorilegge, per appartenenza, favoreggiamento, propaganda e finanziamento del terrorismo” saranno tutte sospese.

Questa nuova iniziativa di pace curda, dopo quella fallita del 2012-15 si svolge in un contesto fortemente autoritario, imposto dal presidente Erdoğan: i leader del maggior partito d’opposizione, il repubblicano Chp, arrestati, processati e con centinaia di sindaci sostituiti da amministratori fiduciari, sollevando dubbi sulla corrispondenza della politica di sicurezza adottata con le norme democratiche. Nel patto che il governo ha stretto con Abdullah Öcalan vi sarebbe l’ottenimento di migliori condizioni carcerarie fino all’espiazione della pena nella propria abitazione, ripagando Erdoğan della sua “apertura” assicurandogli i voti necessari della comunità nelle prossime elezioni. Öcalan ha lanciato diversi appelli al disarmo e per lo scioglimento della sua organizzazione armata, per il ritorno al dialogo e alla pace. Stanchi, invecchiati e privi di sistemi d’arma adeguati, alle donne e agli uomini non restava che la consegna delle armi, salvare quel che restava della guerriglia tra le montagne, sperare nella liberazione di circa 50 mila prigionieri curdi rinchiusi in centinaia di carceri della Turchia e proseguire la lotta per i loro diritti lungo la strada politico-parlamentare che sperano possa aprirsi.

I leader curdi hanno dunque deciso di compiere un nuovo passo avanti, unilaterale, che possa rappresentare un’ancora di salvezza per il processo che definiscono di “pace e democrazia”, ma che il presidente Erdoğan preferisce chiamare “Turchia senza terrorismo” per rassicurare l’opinione pubblica trasversalmente nazionalista; presentando questa nuova “apertura” come un’operazione “securitaria” e dunque non cedevole verso un’organizzazione considerata terroristica che ha fatto scorrere sul terreno molto sangue turco.

Le cosiddette “aperture curde” non sono una novità del governo Erdoğan. La corsa al voto curdo ha da sempre caratterizzato la politica elettorale e il voto di circa 15 milioni di curdi è stato sempre particolarmente ambito dal presidente turco per assicurarsi la maggioranza assoluta in Parlamento. Il voto curdo ha sempre rappresentato l’ago della bilancia elettorale e nel sudest anatolico il consenso si distribuisce al 90% tra l’Akp e i filocurdi di Dem. Uno dei motivi principali per cui Erdoğan si è rivolto ai curdi, dopo un decennio di incessante repressione con la defenestrazione e l’arresto dei sindaci eletti democraticamente e l’incarcerazione di migliaia di politici e attivisti del partito, è legato al suo desiderio di rimanere al potere. Per ottenere il consenso del partito Dem, che ha svolto un ruolo chiave nel facilitare l’accordo, facendo da tramite tra Öcalan e i comandanti del Pkk sul campo, è necessaria la liberazione di Selahattin Demirtaş. Fondamentali dunque per la rielezione di Erdoğan sono sia la liberazione di Öcalan che quella di Demirtaş.

Nelle prossime settimane potremmo aspettarci interessanti novità in merito. Con la fine del conflitto i curdi si aspettano che sia ampliato il loro spazio civico e che siano ripristinati i loro diritti culturali. Per i curdi questa è un’opportunità per una loro partecipazione piena a una politica libera da persecuzioni, ma che deve essere supportata da precise garanzie istituzionali. La strategia del presidente di andare alla fonte dell’attacco, estendendo la lotta a Iraq e Siria, insieme agli sviluppi nell’industria della difesa con l’impiego di nuovi sistemi d’arma quali i droni e l’uso perfezionato dell’intelligence, ha dato i suoi frutti e hanno indebolito inesorabilmente i quadri del Pkk rendendoli cedevoli.

Respinto il ricorso, ma Bella Demhat non si arrende: «In Turchia rischio la vita»

Il manifesto, 22 luglio 2026, di Murat Cinar

Kurdistan Parla l’attivista che la Svezia vuole deportare

Da due mesi Bella Demhat, attivista curda e queer di nazionalità turca, si trova in un centro svedese per il rimpatrio in attesa di espulsione. Pochi giorni fa l’Agenzia per le migrazioni ha respinto il suo ricorso contro il provvedimento di allontanamento. Con il suo avvocato presenterà appello a un tribunale superiore, ma il rischio di essere deportata resta imminente.

Demhat sostiene la propria richiesta di protezione ricordando le violenze e le intimidazioni subite in passato da parte della polizia turca. Negli ultimi mesi ha inoltre reso pubblici messaggi scritti e vocali ricevuti da alcuni familiari nei quali viene esplicitamente minacciata di morte in caso di rientro nel Paese.

Il suo caso si inserisce in un contesto sempre più difficile per le persone Lgbtqi+ in Turchia. Le dichiarazioni ostili provenienti da esponenti governativi e della maggioranza si sono intensificate, mentre Ankara lavora a nuove misure che potrebbero restringere ulteriormente gli spazi di libertà della comunità Lgbtqi+. Parallelamente, associazioni, attivisti e figure pubbliche sono sempre più spesso nel mirino delle autorità.

Tra i casi più noti vi sono quelli del giornalista e attivista Yıldız Tar, arrestato per la seconda volta nel mese di maggio di quest’anno, e del cantante Mabel Matiz, più volte bersaglio di campagne politiche e mediatiche per il suo sostegno ai diritti lgbtqi+ e per la sua identitià di genere dichiarata pubblicamente. La popstar Gülsen è stata invece oggetto di una vasta campagna di stigmatizzazione da parte di media e ambienti conservatori dopo aver sventolato durante il suo concerto la bandiera arcobaleno.

Quali elementi avevi presentato nel ricorso rigettato?

Avevo documentato i cambiamenti nella mia situazione familiare e nel contesto politico in Turchia. Ho consegnato anche i messaggi di minaccia ricevuti da mio fratello e spiegato le nuove iniziative legislative contro le persone lgbtqi+, ma l’Agenzia ha sostenuto che non si trattava di elementi nuovi e ha respinto il ricorso.

Quali saranno i prossimi passi?

Con i mei avvocati presenteremo ricorso a un tribunale superiore. Quella che mi ha respinto è stata l’Agenzia per le migrazioni; ora porteremo il caso davanti a un’altra istanza.

Hai avuto la possibilità di spiegare la tua situazione davanti a un giudice?

No, ed è proprio questo uno dei problemi più grandi: in questo processo nessuno mi ascolta. Leggono dei documenti e decidono, ma io sono una persona, dovrei poter raccontare quello che ho vissuto. In questi due mesi, non sono mai comparsa davanti a un giudice, tutto si basa sulla carta.

Le autorità svedesi sostengono che in Turchia non saresti in pericolo?

Sì, dicono che la polizia turca mi proteggerà. Se mio fratello volesse uccidermi, secondo loro dovrei semplicemente rivolgermi alla polizia. Sostengono anche che in Turchia non esista discriminazione contro le persone lgbtqi+.

Come interpreti questa decisione?

Credo ci sia anche una componente politica. Il fatto che oggi in Svezia governi la destra e che il Paese sia entrato nella Nato è un fattore importante. Durante il processo di adesione ci sono stati negoziati con Ankara che era ostile all’ingresso della Svezia. Penso che quel percorso abbia aperto la strada a più rimpatri verso la Turchia. Qui continuano a essere approvate nuove leggi sull’immigrazione che rendono la vita dei migranti sempre più difficile.

Dove ti trovi attualmente?

Da due mesi vivo in un centro per il rimpatrio. Ho una stanza singola con un letto e un computer. Le persone che lavorano qui sono gentili e cercano di aiutarmi, ma non hanno alcun ruolo nelle decisioni sul mio caso.

Quali sono le conseguenze personali di questa situazione?

Non posso lavorare e ho difficoltà economiche. Ho un marito che è cittadino svedese, ma non ho mai voluto usare il nostro matrimonio per ottenere il diritto di restare. Sono arrivata qui per ragioni politiche e umanitarie, e solo dopo mi sono innamorata e mi sono sposata. Oggi però stanno distruggendo una famiglia. Ho vissuto qui nove anni, ho lavorato, pagato le tasse e costruito una vita. Non accetterò che tutto questo venga cancellato. Sono partita per poter vivere. Non voglio perdere la vita cercando di salvarla.

 

La scena e il retrobottega di al‑Sharaa, nuova Siria vecchi fantasmi

Patria Indipendente, 1 luglio 2026, di Carla Gagliardini

Dietro la narrazione accomodante accolta anche in Occidente, la realtà racconta altro. Le minoranze alawite, druse e curde continuano a subire violenze e discriminazioni, mentre nuove norme delineano un progetto identitario sempre più rigido. L’apparato militare rinnovato, il rafforzamento delle autorità religiose, le riforme scolastiche, i codici di comportamento e le restrizioni sui diritti delle donne confermano una deriva fondamentalista mascherata da apertura. Sotto la promessa di inclusione avanza un sistema che marginalizza culture e fedi diverse e concentra potere e controllo sociale.

Al-Sharaa l’uomo della nuova Siria pluralista. Al-Sharaa l’uomo a cui stringere la mano. Al-Sharaa l’uomo con cui stipulare accordi. Al-Sharaa l’uomo convertito al moderatismo. Ci manca solo che qualcuno arrivi a dire al-Sharaa il democratico. Purtroppo è già successo perché una figura compromettente come la sua richiede un’operazione maquillage a tutto tondo che non può essere condotta solo da lui ma necessita il contributo di paesi importanti, come quelli occidentali, anche loro con l’impellente bisogno di rendere il nuovo Presidente siriano un politico presentabile all’opinione pubblica, così da legittimare alleanze economiche, commerciali e militari. Sono bastate delle semplici dichiarazioni a favore di una Siria inclusiva, che tenga conto di tutte le minoranze che animano il paese, da parte di al-Sharaa il leader, ruolo riconosciutogli da Donald Trump, per toglierlo dalla lista dei terroristi stilata dagli Stati Uniti, così come è stata rimossa la sua organizzazione Hay’at Tahrir al-Sham (Hts) da quella delle organizzazioni terroristiche.

Ma che cosa le sue affermazioni significhino in concreto, al-Sharaa l’ex-terrorista deve ancora spiegarlo al mondo. Si potrebbe però cominciare a chiederlo alle comunità alawite se si sentono integrate nella nuova Siria, dopo i massacri che hanno subito immediatamente dopo la conquista di Damasco da parte di Hts. Se però agli alawiti non si volesse dare credito perché, per il solo fatto di appartenere alla stessa minoranza religiosa sciita dell’ex Presidente Bashar al-Assad, sono da considerare tutti dei criminali come lui, allora si potrebbe domandare al popolo druso se abbia gradito il trattamento della nuova Siria quando alcune delle sue comunità hanno subito la violenza dell’esercito lanciatogli contro da Damasco. Ma se neppure ai drusi volessimo dare ascolto perché una parte di loro appoggia Israele, che continua a macchiarsi di crimini spaventosi contro il popolo palestinese e uccide impunemente anche i civili in Libano e in Iran, allora rivolgiamoci al popolo curdo.

Ce lo ricordiamo questo popolo?È quello che ha pagato il prezzo più alto in Siria nella lotta contro l’Isis. Ce le ricordiamo le donne curde, le combattenti delle Ypj che hanno sfidato l’Isis e hanno contribuito alla sua disfatta? Sono le stesse che a gennaio scorso hanno combattuto contro le forze armate di Damasco inviate nei territori dell’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria per porre fine a quell’esperienza democratica di autogoverno. Sono state prese di mira dall’esercito siriano nel tentativo, fallito, di umiliarle e ricacciarle nell’oscurità. I conti non tornano. I massacri della nuova Siria sono solo una parte del bilancio che si può fare di questo anno e mezzo in cui al-Sharaa l’alleato, Damasco infatti è entrata a far parte della Coalizione internazionale anti-Isis, può tristemente vantarsi.

Per capire se le promesse di democratizzazione fatte dal presidente siriano siano sincere, oltre a tenere a mente i già citati massacri vissuti da almeno tre minoranze, bisogna andare a scavare nelle leggi, nei regolamenti e nei provvedimenti ufficiali dello Stato e dell’amministrazione pubblica che fanno pensare a un processo graduale di islamizzazione del Paese. E non potrebbe che avvenire in modo progressivo e non istantaneo perché la Siria ha bisogno di vendere internazionalmente la sua immagine di partner democratico. Deve infatti garantirsi il supporto necessario per risollevare un’economia collassata prima che nasca il malcontento tra la popolazione e si esaurisca l’entusiasmo con cui una parte di essa, anche tra la diaspora, ha accolto il nuovo Presidente, principalmente perché aveva determinato la caduta di al-Assad.

A marzo dell’anno scorso è stata approvata la Costituzione provvisoria che prevede come unica religione ufficiale l’islam e come unica lingua ufficiale l’arabo. E il riconoscimento della moltitudine di altre culture e religioni che fine ha fatto? È rimasta nelle dichiarazioni di intenti. Nello stesso mese il Presidente ha costituito il Consiglio supremo della fatwa incaricato non solo di rispondere a domande di carattere religioso ma anche di correggere le decisioni prese da ministeri e da altre autorità che non rispecchino quanto sancito dalla shari’a, ossia la legge islamica.

Per quanto riguarda il settore strategico dell’istruzione, il curriculum scolastico è cambiato incrementando le ore di studio dedicate alla religione, in particolare per la memorizzazione dei versi del Corano, e riducendo quelle per l’apprendimento delle lingue straniere, della storia e della geografia. Alcune scuole hanno già iniziato ad adottare la segregazione di genere al loro interno, sebbene il Ministero abbia negato di averla imposta. Un dato importante da non sottovalutare è la diffusione della rete scolastica Dar al-Wahi al-Sharif (Dws), fondata nel 2017 a Idlib, nel nord-ovest della Siria, dove governava l’Hts che la sosteneva. Il piano di studi di Dws si basa sulla centralità della conoscenza del Corano che si riversa su ogni materia curricolare. Durante le lezioni vengono esaltati il jihad e i jihadisti. Dws promuove la segregazione di genere tra studenti e studentesse ma anche tra insegnanti.

Il decano della Facoltà di Belle Arti dell’Università di Damasco ha invece vietato ai laureandi di presentare progetti di laurea basati su modelli di nudi. La decisione ha suscitato un’ondata di proteste tra gli stessi studenti e studentesse ma anche degli artisti e delle artiste, mentre il decano si è difeso dicendo che il divieto era già stato imposto da Hafez al-Assad. Esattamente un anno fa, il Ministero del turismo ha pubblicato delle linee guida per la condotta da tenere sulle spiagge e nelle piscine. Sono stati introdotti dei codici di abbigliamento per uomini e donne, in particolare per le donne l’uso del burkini e di una veste lunga da indossare sopra di questo quando sono fuori dall’acqua. Anche gli abiti attillati sono stati presi di mira. Si registra inoltre un certo attivismo da parte di alcune moschee e istituzioni per favorire l’islamizzazione della nuova Siria. Certi predicatori richiamano all’uso della violenza contro i non-musulmani. Uno di loro ha postato delle foto che lo ritraggono insieme a degli adolescenti armati e una che mostra decine di bambini in uniforme militare.

Sempre sul piano locale, alcune amministrazioni hanno vietato la vendita di alcolici e applicano restrizioni sui diritti delle donne che lavorano nella pubblica amministrazione, come il divieto di presentarsi al lavoro truccate. Ci sono poi delle autorità locali che hanno imposto alle donne di coprirsi il capo con il velo, oppure hanno cancellato il viso delle donne dai cartelloni pubblicitari. In certe aree del paese la segregazione di genere è ormai un dato di fatto in alcuni luoghi pubblici, come nell’ospedale al-Muwasat di Damasco dove è stata ordinata la separazione tra dottoresse e dottori. Ma questa, in certe zone, è applicata anche sui mezzi di trasporto pubblici.

Infine, non potevano che essere coinvolte nel processo di islamizzazione anche le forze di polizia e quelle armate, indispensabili per il consolidamento e il mantenimento del nuovo regime. Con la salita al potere di al-Sharaa si è costituito il Nuovo esercito siriano che ha rimpiazzato quello che rispondeva a al-Assad. Ne fanno parte i comandanti e i foreign fighters che già appartenevano a Hts oppure erano suoi alleati. La coscrizione è stata abolita e l’arruolamento è aperto a tutti gli uomini su base volontaria. Il corso di addestramento, sia per la polizia che per le forze armate, prevede lo studio di alcuni contenuti della shari’a e della biografia del Profeta Maometto.

Tutti i provvedimenti di natura giuridica e amministrativa che testimoniano l’impronta islamista che si vuole dare al Paese sono giustificati dai loro autori con il richiamo al rispetto della moralità, dei costumi, delle tradizioni, delle diversità sociali e religiose che costellano la Siria. Dietro a questo giro di parole, però, si nasconde una realtà diversa che non va nel senso dell’integrazione di tutte le culture e religioni ma semmai verso la prevaricazione di una sola cultura, quella musulmana, e di una sola religione, l’islam nella sua interpretazione fondamentalista data dalla corrente sunnita salafita, a cui appartiene al-Sharaa il jihadista, apertamente osteggiata dalla comunità musulmana sunnita moderata e da quella progressista.

Carla Gagliardini, vicepresidente ANPI provinciale di Alessandria e componente del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan odv

 

In Turchia il difficile processo di pace con i curdi continua. Ecco a che punto siamo

Avvenire, 12 giugno 2026, di Luca Foschi

A un anno (senza morti) dalla fine della lotta armata proclamata dal Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, si può tracciare un primo bilancio del negoziato con Ankara. La vicepresidente del partito Dem, Günay: abbiamo sofferto dolore e distruzione, ma ci stiamo avvicinando a una soluzione

Il conflitto fra lo Stato turco e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) è iniziato nel 1984 e ha causato la morte di oltre 40.000 persone. Negli anni ’90 il leader del partito, Abdullah Öcalan, ha annunciato diversi cessate il fuoco unilaterali e portato avanti contatti informali con vari governi di Ankara. Fra il 2008 e il 2011, in segreto, un tentativo più strutturato di negoziazione si è tenuto a Oslo, con mediazione norvegese. La prima trattativa pubblica risale al 2013-15. Incomprensioni e diffidenza hanno portato alla rottura, coincisa con i successi militari e politici dei curdi siriani del Pyd, vicini al Pkk. Il 22 ottobre 2024 Devlet Bahçeli, guida del Partito del movimento nazionalista, ha dichiarato a sorpresa che se Öcalan avesse proclamato la fine della resistenza armata lo Stato turco gli avrebbe garantito la libertà. Fra i fondatori dei “Lupi grigi”, Bahçeli aveva in più occasioni proposto la messa a morte del leader curdo. Per la prima volta in un decennio ai deputati Dem viene concesso di visitare il settantacinquenne fondatore del Pkk, chiuso in isolamento nella prigione di Imrali dal 1999. Il 27 febbraio 2025 Öcalan chiede al partito di convocare un congresso straordinario, deporre le armi e sciogliere l’organizzazione. Dalle impervie montagne di Qandil, dove ha sede il comando della resistenza, 1° marzo viene proclamato il cessate il fuoco. Cinque giorni dopo la fine del congresso, il 12 maggio, lo storico annuncio: la fine della lotta armata, il passaggio del Pkk alla legalità del sistema politico. Durante una solenne cerimonia i fucili vengono simbolicamente gettati tra le fiamme di un braciere.

Esistono insospettabili momenti nella storia in cui il calcolo scava nel presente fino a emergere nella più inattesa delle soluzioni, la pace. Gli strenui, inamovibili convincimenti delle parti in conflitto vengono erosi dai lutti, dal formidabile costo della guerra, del lento mutare degli individui e delle vaste architetture geopolitiche. Effimere occasioni da proteggere ed esasperare prima che si manifesti la storta eterogenesi dei fini, o l’intervento consapevole e maligno. L’ennesimo, precario laboratorio di pace nell’epoca della guerra mondiale a pezzi ha sede nel parlamento di Ankara, dove turchi e curdi dibattono la fine di un conflitto che dura dal 1984. «Quando mi chiedono a cosa abbia portato la tregua io rispondo, prima di ogni altra cosa: da un anno a questa parte non ci sono stati morti», afferma Ebru Günay, vicepresidente e portavoce del Partito popolare per l’uguaglianza e la democrazia (Dem), formazione politica che raccoglie le istanze dei curdi in Turchia. Avvenire ha avuto modo di dialogare con la giurista ed ex-deputata in occasione del Festival Vicino/Lontano, Premio Terzani 2026 di Udine, durante il quale Günay ha partecipato alla presentazione del volume Interno K. Una storia curda (Forum), un collettaneo curato da Danilo De Marco che ospita un suo intervento. Un momento quanto mai propizio per affrontare il tema.

In pochi mesi, fra l’ottobre 2024 e il maggio 2025, ciò che sembrava impossibile si è materializzato. Con la mediazione Dem, il Pkk ha colto il ramo d’ulivo offerto dal nazionalismo turco e il processo di pace ha preso a muoversi, con lentezza, sui binari istituzionali: «È nata una commissione incaricata di procedere alle audizioni di tutte le parti interessate, ivi comprese le vittime, ed è stato stilato un rapporto di raccomandazione. Dal 29 gennaio è cominciato il processo di integrazione e si è notato un certo avanzamento nei lavori. Ma esistono degli ostacoli, un paio di articoli sensibili che richiedono uno sforzo da parte del parlamento e rischiano di creare uno stallo. All’assemblea si chiede una legge specifica sulla pace, che includa i curdi desiderosi di tornare in Turchia per entrare nel mondo della politica. In passato sono stati detenuti, il diritto le deve mettere in sicurezza. Un elemento sollevato anche dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il leader del nostro partito, Selahattin Demirtas, si trova ancora in carcere, e bisogna affrontare il nodo legato allo status giuridico di Öcalan, il suo “diritto alla speranza”, la possibilità cioè che l’ergastolo “aggravato” venga rivisto», spiega Günay, incarcerata nel 2009 con l’accusa di aver intrattenuto relazioni con il terrorismo, liberata nel 2014 e definitivamente assolta nel 2019. Soprattutto, sottolinea la vice-presidente Dem, manca una road map, un percorso solido e definito che il contesto regionale sembra sempre sul punto di far deragliare. In gennaio l’incursione dell’esercito siriano in Rojava, amministrato per oltre un decennio dal Pyd, emanazione siriana del Pkk, ha creato non poche preoccupazioni in Turchia. L’aggressione israelo-americana ha portato instabilità anche nel Kurdistan iraniano e iracheno. «Vogliamo che procedano in fretta, come in qualsiasi processo di pace esistono dei rischi, delle provocazioni. Esterne, quanto interne. I media turchi, nelle mani di un unico partito, si riferiscono ai curdi come “terroristi”, mentre noi cerchiamo di parlare il linguaggio della democrazia. L’opinione pubblica subisce questo discorso. Negli ultimi 40 anni molte persone hanno guadagnato dalla guerra, che il governo ha utilizzato per giustificare la profonda crisi economica. Inoltre, in commissione non si fa menzione della nostra lingua madre, nostro pilastro identitario. Per il bene del processo, tuttavia, abbiamo scelto di assumere una posizione costruttiva», sottolinea Günay.

Così come l’individuo ha diritto alla speranza, i popoli coltivano la speranza nel diritto: «Entrambe le parti hanno sofferto dolore e distruzione. Se oggi visitassi Diyarbakir mi scontrerei con la realtà dei villaggi evacuati e commissariati, dei lutti. Ma quest’anno a Mardin, dove sono stata eletta deputata, abbiamo potuto celebrare il Newroz, il nostro capodanno, senza che la polizia ci ostacolasse. Ho detto a me stessa, ecco, questo è il modo con cui ci si avvicina alla soluzione», racconta Ebru Günay, che conclude con le parole di un ex-nemico, e oggi forse solo avversario: «Il presidente della Camera, Numan Kurtulmus, ha parlato in un discorso dell’onore dei curdi e dell’orgoglio dei turchi. La vera equazione della pace è questa».

L’alto dirigente del Pkk, Sabri Ok: «Abbiamo rinunciato alle armi, non a difenderci»
«All’interno della Turchia vi sono individui e organizzazioni con una mentalità nazionalista che non riconoscono l’esistenza del popolo curdo. In particolare, mi riferisco a elementi informali presenti all’interno dello Stato e della sua burocrazia. Un altro ruolo importante è giocato dalle potenze internazionali, che storicamente hanno ignorato la questione curda e, ancor più, hanno contribuito a crearla aprendo la strada alla frammentazione del Kurdistan e lasciandolo privo di uno status». La storia e lo Stato profondo, sono queste le forze che impediscono la maturazione del processo di pace secondo Sabri Ok, alto dirigente del Pkk e membro del Consiglio esecutivo del Kck, la struttura transnazionale che organizza il movimento curdo in Turchia, Siria, Iraq, Iran e nella diaspora. Avvenire lo ha raggiunto nelle montagne di Qandil, al confine fra Iraq e Iran, dove la resistenza armata del Pkk ha creato la propria base operativa nel 1991.

Quali sono le condizioni che hanno permesso al processo di pace di avere inizio? Le Primavere arabe hanno modificato gli equilibri di potere in Medio Oriente e, soprattutto dopo la guerra di Gaza, gli obiettivi dello Stato turco devono adattarsi ai cambiamenti in corso. Stiamo assistendo a una parte della Terza guerra mondiale, il sistema politico del XX secolo sta venendo superato, e il nuovo avrà il Medio Oriente come uno dei suoi centri fondamentali. La Turchia ha bisogno di concentrare altrove le sue risorse. Abdullah Öcalan ha accolto la mano tesa da Devlet Bahçeli con grande senso di responsabilità.

Qual è la condizione dell’istanza curda in Siria e Iran?
Sconfitto l’Isis, gli Stati Uniti e l’Europa hanno abbandonato i curdi. Ora basano le loro politiche su Damasco e sul presidente al-Sharaa, ex-leader di Hayat tahrir al-sham, milizia fondamentalista appoggiata da Ankara. La battaglia dello scorso gennaio fra l’esercito siriano e le Forze democratiche siriane mostra quanto precario sia il processo di assimilazione dei curdi nello Stato. Anche in Iran è improbabile che il regime scelga la via democratica. Ai popoli, le etnie e le religioni dell’Iran non rimane che unirsi nella lotta per uno Stato democratico. È innegabile che i curdi rappresentino una forza molto importante e influente in questo contesto.

Torniamo alla questione curda in Turchia. Come sta vivendo il Pkk il periodo seguito alla tregua, questo momento di sospensione?
Lo Stato turco ha occasionalmente ammassato forze in alcune aree, e condotto intense operazioni di intelligence. Tuttavia, nonostante alcuni scontri isolati, posso dire che in generale ha prevalso il cessate il fuoco. Siamo preparati a ogni livello per tutte le eventualità. I precedenti negativi dei percorsi di dialogo tentati negli anni passati sono senza dubbio noti. Ma ciò non significa da parte nostra una mancanza di fiducia nel processo di pace. Comporta piuttosto una condotta più cauta, organizzata e disciplinata. Un’attitudine, questa, condivisa dal popolo curdo, ben consapevole dell’estrema reticenza di Ankara, e dell’assenza di seri passi in avanti.

Quali sono gli elementi minimi che per il Pkk devono costituire un accordo accettabile? Prima di tutto, affinché il processo di pace possa progredire, il leader Abdullah Öcalan deve essere riconosciuto dallo Stato turco come il principale negoziatore e interlocutore. Pertanto, devono essergli garantite le condizioni per vivere e lavorare liberamente, in modo che possa svolgere il suo ruolo di principale negoziatore. Chiediamo una vita democratica e libera, nella quale i curdi partecipino al sistema con la propria identità e cultura. Questo significa abbandonare la mentalità che per cento anni ha respinto e negato l’esistenza dei curdi, procedere verso il riconoscimento e l’accettazione reciproci.

Esiste ancora, in questo contesto, il rischio di un ritorno alla lotta armata?
Rinunciare alla lotta armata non significa l’assenza di una strategia di autodifesa. Questa oggi deve essere intesa come la lotta della società che si organizza a ogni livello. Le minacce contro il popolo curdo continuano? Sì, continuano. Finché l’esistenza del popolo curdo non sarà sottoposta ad attacchi mirati al suo annientamento, la lotta armata non verrà adottata come metodo. Ma se i curdi si troveranno di fronte a una minaccia esistenziale, allora il ricorso a ogni tipo di mezzo, compresala lotta armata, costituirà un diritto fondamentale.