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“Contrastare l’apartheid di genere, i matrimoni forzati e l’invisibilità di donne e ragazze”

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Valerio Zanotti, Leggi la Notizia, 28 ottobre 2026

Fondatrice di Trama di terre nel 1997, Tiziana dal Pra è una di quelle persone che non si ferma mai, soprattutto se di mezzo ci sono i diritti umani, in particolare delle donne. Una vita spesa al fianco delle migranti. Ora che, come si definisce lei, è una “battitrice libera” continua ad essere quella calamita che attira su di sé richieste di aiuto per vicende di violenza, arroganza, negazione dei diritti di persone che provengono da ogni angolo del mondo.

Quella che raccontiamo è una storia, come tante, che passano sottotraccia, ma che aprono uno squarcio su un problema che sta assumendo sempre più spessore in una società multietnica come può considerarsi la nostra, volenti o non volenti.

“Più che una calamita, negli anni ho imparato a intrecciare relazioni, a costruire fiducia e a fare molta esperienza sul campo, anche senza ricoprire ruoli ufficiali – racconta Tiziana -. Ho studiato tanto, e continuo a farlo, non per parlare bene, ma per essere certa che quando affronto un tema so davvero di cosa sto parlando. Uno dei progetti che porto avanti, iniziato molti anni fa, riguarda il supporto per giovani ragazze che decidono di andarsene da situazioni familiari di violenza che negano la loro autonomia di scelta. Questa militanza mi ha portato ad accogliere le ragazze, ma anche ad allargare lo sguardo alle radici del problema: alle madri, alle comunità. Ho capito che per essere davvero efficace dovevo confrontarmi anche con quello che definisco “razzismo neutro”: la paura, presente in una parte della sinistra e del femminismo, di affrontare temi delicati per timore di essere giudicati razzisti. Il silenzio però non aiuta nessuna donna e non produce alcun cambiamento”.

Arriva da questo ambito la storia a cui abbiamo fatto riferimento. Lasciamo che sia la stessa Tiziana a raccontarla.

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La storia

E’ dall’incontro con un’attivista con la quale collaboro che mi viene segnalata la vicenda di una donna del Bangladesh che stava chiedendo aiuto perché dalla Romagna, dove viveva con le due figlie, era stata costretta dal marito a fare ritorno in Bangladesh qualche giorno prima della scadenza del permesso di soggiorno e lì abbandonate con l’inganno. Tutt’e tre private dei documenti personali, lasciate senza denaro e nessuna altra risorsa per vivere. Le bambine frequentavano regolarmente le scuole primarie in Italia. Nel frattempo l’uomo, che ha una sua professione in Romagna, non si fa più vivo e dopo alcune settimane manda una lettera di divorzio. Un classico: portare qui le donne e poi rimandarle in Bangladesh per sposarsi con altre più giovani, ricominciando così una storia simile alla precedente.

La donna, però, dal Bangladesh era riuscita a chiedere aiuto scrivendo a una chat della classe di una delle figlie, entrando in contatto con alcune mamme e insegnanti alle quali ha chiesto sostegno per tornare in Italia e riprendere la vita che faceva.

Eravamo in luglio, ma ci siamo mosse come altre volte, come gruppo di donne che vogliono il rispetto dei diritti umani e di genere. Abbiamo messo insieme un gruppo allargato, che ancora oggi sta seguendo questa vicenda. E’ stata coinvolta la Questura, il Consolato, l’ambasciata italiana e due avvocate, fino ad una parlamentare dei 5 Stelle. Nel frattempo noi siamo riuscite a raccogliere il denaro per rifare i documenti necessari e superare i tanti problemi burocratici. Ultimo passo: l’acquisto dei biglietti aerei e un fondo per i primi tempi dopo il rientro del nucleo. Una raccolta solidale che ha coinvolto – con il passaparola e con le chat – mamme, insegnanti e tanti amici e amiche: nessuno/a si è tirato/a indietro. Anche persone di Imola si sono fatte coinvolgere. Piccola notazione: era agosto, però la solidarietà non va in ferie.

Alla fine mamma e figlie sono rientrate in Italia. Non è stato facile, tra visti d’ingresso, passaporti da rifare e voli: una corsa contro il tempo.

Bisognava tenere la notizia nascosta fino all’ultimo per evitare eventuali ritorsioni da parte del marito che poteva usare strumenti di pressione verso la famiglia di lei. A un certo punto la donna pensa di tornare da sola, ma viene consigliata dalle avvocate a non farlo perché poteva essere accusata per abbandono di minori.

La storia ha avuto un primo esito molto positivo, ma chiaramente non è finita Ora bisogna garantire a madre e figlie quella sicurezza per una vita quasi normale. Crediamo che il marito/padre non abbia interesse a compiere atti violenti, con il rischio di avere a che fare con la giustizia italiana.

Il caso racchiude in sè un matrimonio forzato da povertà della famiglia di origine, la quale convince la donna a sposarsi con uno sconosciuto per potere aiutare economicamente i suoi.

Molti uomini sfruttano queste situazioni: garantiscono fedeltà assoluta delle donne che diventano succubi del marito, controllate e isolate.

L’intervista

Tiziana, cosa ci insegna questa storia?
“Ci lascia stimoli positivi e tante riflessioni. Positivo che molte persone si siano fatte carico con la consapevolezza che queste violenze sono un problema reale da affrontare in maniera anche diversa rispetto agli iter tradizionali. Superando la rigidità di norme e leggi che impediscono di esercitare i diritti universali”.

Possiamo fare qualche esempio?
“La presa in carico delle persone di origine straniera che arrivano in Italia segue oggi un iter rigido e standardizzato. All’arrivo pochi spiegano alle donne quali diritti hanno; quasi nessuno le indirizza verso percorsi di alfabetizzazione, che è il primo passo verso l’autonomia e per capire il funzionamento delle istituzioni. Senza strumenti, restano invisibili: prive di voce, di autonomia, di protezione. Eppure il senso profondo dell’accoglienza dovrebbe essere un altro. Servono sportelli con la presenza di mediatrici interculturali, nei quali accogliere ogni donna e indirizzarla verso percorsi di conoscenza. Così si può valorizzare il protagonismo della persona accolta. Significa creare occasioni reali di accompagnamento, perché chi arriva possa imparare la lingua, conoscere le leggi, i propri diritti e doveri. Senza questi strumenti, molte donne restano isolate e dipendono completamente dal marito o dal padre per ogni necessità. Non parlano, non partecipano, perché la voce ammessa è una sola: quella del maschio”.

Quindi una sorta di metodologia che potrebbe prevenire situazioni come quella che ci hai raccontato?
“In effetti una presa in carico autentica aiuta a prevenire l’invisibilità di queste donne. La prevenzione, oltre a essere più umana, costa poco: permette di evitare casi simili, riduce il rischio che le tensioni sfocino nella violenza e limita la necessità di interventi emergenziali, spesso onerosi, come misure di protezione o trasferimenti su lunghe distanze. Serve un cambio di approccio. È necessario che gli uffici anagrafici lavorino in raccordo con gli sportelli di polizia e prefetture, così da sapere chi sta arrivando sul territorio. In Paesi come il Regno Unito – dove esiste una normativa specifica contro i matrimoni forzati – questa collaborazione istituzionale è attiva da anni. La realtà è che poche donne arrivano da sole provenienti da Paesi dove l’Apharteid di genere è la norma. Quasi sempre si tratta di ricongiungimenti familiari, spesso funzionali a esigenze pratiche: avere figli, gestire la casa, intestare attività (talvolta poco limpide) che le donne nemmeno conoscono. Sono totalmente dipendenti dal marito, che detiene il loro permesso di soggiorno, il passaporto e può decidere tutto”.

Dopo l’esperienza a Trama di Terre, quindi, questa è la nuova frontiera nella quale agisci?
“Ho continuato a muovermi, soprattutto nella formazione e nella consulenza per enti e associazioni nel contrasto alla violenza di genere. Prediligo un contatto diretto con incontri formativi con mediatrici interculturali: trovo indispensabile una loro formazione specifica, trovando modalità corrette che superino difficoltà di collocazione umana e di provenienza culturale. Negli ultimi anni mi sono concentrata in particolare su questo, trovandomi inevitabilmente dentro nuove storie, nuove persone, nuove complessità da gestire. Spesso ho incontrato donne che, nell’approccio e persino nello sguardo, ho sentito molto vicine. E’ fondamentale comprendere e rispettare tradizioni e culture altrui senza però cadere nella trappola di un relativismo culturale che non accetta il rispetto dei diritti universali di genere. Il mio femminismo parte da qui: i diritti vanno agiti, non solo dichiarati. La violenza sistematica è sommare ingiustizia sociale, economica e nelle opportunità. Intersezionalità vuol dire affrontare insieme la complessità di tante discriminazioni diverse”.

Dopo questo caso come si sta muovendo il vostro gruppo?
“Continuiamo a lavorare insieme cercando di capire quante altre situazioni a rischio ci siano nei nostri territori e cosa fare. Un gruppo di attiviste con competenze e professioni diverse che intende riportare all’esterno ciò che affronta nella presa in carico così complessa di queste violenze. Cerchiamo di farlo in tanti ambiti dell’Emilia-Romagna perchè si comincia a capire – anche a certi livelli istituzionali – l’entità e l’importanza di avere dati e percorsi per una reale prevenzione. Chi segue le cronache ha visto molti casi in tutta Italia, con Emilia-Romagna e Lombardia più esposte: dobbiamo prenderne atto”.

 

 

 

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