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Tag: Diritti delle donne

La settimana delle donne all’ONU: divisioni, allarmi e agghiaccianti testimonianze

Stefano Vaccara, VNY, 9 marzo 2026

Al Palazzo di Vetro, la settimana più importante dell’anno per i diritti delle donne, lunedì si è aperta in un clima che riflette perfettamente il momento storico: grandi parole, grandi allarmi, ma anche profonde spaccature politiche e morali.

Da una parte, nell’aula dell’Assemblea Generale, la 70ª sessione della Commissione sullo Status delle Donne ha rilanciato il tema dell’accesso alla giustizia per donne e ragazze in tutto il mondo. Dall’altra, nelle sale laterali e al Consiglio di Sicurezza, sono esplose con forza le crisi che oggi rendono quel diritto sempre più fragile: l’Afghanistan dei talebani, l’Iran in guerra, il Medio Oriente in fiamme, la regressione globale dei diritti femminili.

In sala, ad affiancare leader politici e funzionarie ONU, c’era Anne Hathaway, goodwill ambassador di UN Women, con un intervento che ha dato un tono più emotivo ma non meno politico alla giornata. “È difficile sopportare la consapevolezza che la distanza tra la promessa dell’uguaglianza e l’esperienza concreta di essa sia ancora così grande per così tante persone”, ha detto l’attrice americana dal podio verde dell’Assemblea Generale. Hathaway ha reso omaggio “al coraggio e alla forza delle donne che non hanno accettato di vedersi negare giustizia, perché hanno scelto di agire in un mondo che si aspetta il silenzio”, chiudendo con una frase che è sembrata parlare anche alla tensione dell’intera settimana: “La nostra celebrazione oggi afferma la nostra determinazione a resistere più a lungo dell’ingiustizia”.

In Afghanistan c’è l’apartheid di genere

Un intervento particolarmente forte è arrivato dalla premio Nobel per la pace Malala Yousafzai, che ha denunciato con durezza la situazione delle donne e delle ragazze in Afghanistan sotto il regime talebano. “Oggi sono qui con il cuore spezzato”, ha detto, ricordando anche la sofferenza delle famiglie colpite dalla violenza in diverse parti del mondo, tra cui Iran e Gaza. Malala ha definito il sistema imposto dai talebani una vera e propria “gender apartheid”, sottolineando che alle ragazze è vietato frequentare la scuola secondaria e l’università e alle donne è impedito lavorare e partecipare alla vita pubblica. “Questo non è cultura. Non è religione. È un sistema di segregazione e dominio”, ha dichiarato, invitando la comunità internazionale a riconoscere formalmente questa realtà nel diritto internazionale. Nel finale del suo intervento ha lanciato un appello diretto ai governi affinché passino dalle parole ai fatti: “I discorsi non proteggono le ragazze. Ma le leggi, la responsabilità e il coraggio politico sì”.

Il segretario generale António Guterres, nel suo intervento di apertura, ha scelto parole nette: “Viviamo in un mondo e in una cultura dominati dagli uomini. L’uguaglianza di genere è, ed è sempre stata, una questione di potere”. E ancora: “Neanche un passo avanti nei diritti delle donne è mai stato regalato. È stato conquistato”. Per Guterres, il tema scelto quest’anno, l’accesso alla giustizia, “va al cuore stesso della lotta per l’uguaglianza”, in un mondo in cui le donne godono in media solo del 64 per cento dei diritti legali degli uomini. Il capo dell’ONU ha insistito sul fatto che la reazione contro i diritti femminili non è casuale ma strutturale: “Il backlash è ciò che il potere consolidato fa quando sente allentarsi la propria presa”. Ha parlato di protezioni legali erose, di difensore dei diritti delle donne sotto attacco, di diritti sessuali e riproduttivi indeboliti. E ha indicato nell’Afghanistan il caso più estremo: “Le donne vengono sistematicamente cancellate dalla vita pubblica – e ora persino impedite di entrare nei compound dell’ONU. Questa è ingiustizia nella pratica”.

Su questo punto è tornata con forza anche Annalena Baerbock, presidente dell’Assemblea Generale, che ha parlato senza giri di parole di “gender apartheid” in Afghanistan. “Qualsiasi normalizzazione di questo regime sarebbe una scelta attiva di tollerare la più grave violazione dei diritti delle donne”, ha detto. Baerbock ha poi allargato il discorso al sistema ONU stesso, ricordando che in 80 anni non c’è mai stata una donna segretario generale: “La domanda non è perché una donna dovrebbe diventare segretario generale. La domanda è: perché no?”

La disuguaglianza aggravata dalla guerra

Sulla stessa linea la direttrice esecutiva di UN Women, Sima Bahous, che ha ricordato come “in quasi il 70 per cento dei Paesi esaminati le donne affrontano maggiori ostacoli alla giustizia rispetto agli uomini”, mentre nel 54 per cento degli Stati lo stupro non è ancora definito sulla base del consenso. “L’uguaglianza di genere oggi è aggravata dai mali della guerra e del conflitto, dall’Afghanistan a Haiti, dall’Iran al Myanmar, dalla Palestina al Sudan, dalla Siria all’Ucraina”, ha detto, strappando applausi quando ha aggiunto che UN Women sarebbe “orgogliosa di servire una futura Madame Secretary-General”.

Eppure, proprio mentre nell’aula si parlava di giustizia, la politica internazionale ha mostrato tutta la sua frattura. Le Agreed Conclusions, il documento finale della Commissione, sono state adottate non per consenso ma con voto formale: 37 favorevoli, 1 contrario, gli Stati Uniti, e 6 astensioni. È un fatto raro e politicamente pesante. Washington ha rifiutato il testo denunciando il riferimento a quella che definisce “gender ideology”, il linguaggio sulla salute sessuale e riproduttiva, e qualsiasi apertura a una regolazione dell’intelligenza artificiale in chiave di diritti. Il rappresentante americano ha attaccato anche UN Women, accusandola di promuovere aborto e ideologia di genere.

Il risultato è che la più importante piattaforma globale sui diritti delle donne si apre quest’anno non nel segno dell’unità, ma della frattura.

Nel frattempo, poche ore dopo, il Consiglio di Sicurezza ha affrontato il dossier Afghanistan, con un tono durissimo verso i talebani. Gli Stati Uniti hanno denunciato quelle che l’ambasciatore Mike Waltz, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, ha definito restrizioni “inaccettabili e francamente disgustose” contro i diritti delle donne. Ma a fotografare meglio la crisi è stata Georgette Gagnon, numero uno ad interim della missione ONU in Afghanistan, che ha parlato di una crisi umanitaria in peggioramento, di economia fragile, di ritorni forzati dai Paesi vicini, e del fatto che l’esclusione delle donne dal lavoro e dalla vita pubblica sta prosciugando il capitale umano del Paese. Il tutto mentre la guerra in Medio Oriente rende incerta anche la rotta commerciale via Iran e la frontiera con il Pakistan resta instabile.

Testimonianze dall’Iran

Se l’Afghanistan è diventato all’ONU il simbolo più esplicito della segregazione di genere, l’Iran è entrato nella settimana delle donne attraverso due porte diverse e complementari: da un lato nei discorsi ufficiali, dall’altro nelle testimonianze dirette.

La relatrice speciale Reem Alsalem ha denunciato “livelli nauseanti di impunità” parlando anche del caso Epstein, ma ha collegato il discorso alla violenza sulle donne nei conflitti, citando l’Iran e il Libano come esempi recenti di come l’impunità e la guerra colpiscano prima di tutto donne e ragazze.

E poi c’è stato un momento politicamente potentissimo: il side event organizzato dalla missione israeliana all’ONU, guidata dall’ambasciatore Danny Danon, con donne iraniane chiamate a denunciare le violenze e la repressione del regime. Il fatto che l’evento si sia tenuto proprio nel giorno inaugurale della conferenza sullo stato delle donne ha dato alla scena un significato particolare: la battaglia per i diritti femminili si intreccia ormai apertamente con la guerra, con la propaganda e con la diplomazia.

Tra le testimonianze, quella della calciatrice iraniana Shiva Amini è stata una delle più forti. “Sono qui per testimoniare contro questo regime di assassini”, ha detto. Ha raccontato arresti, minacce di stupro, frustate, carcere, la proibizione di giocare senza hijab, il divieto di competere contro atleti israeliani, e una vita sportiva ridotta a strumento di propaganda politica. “Nel mio Paese i campioni nazionali vengono premiati con i proiettili, non con le medaglie”, ha detto, rivolgendosi poi direttamente in italiano al presidente della FIFA Gianni Infantino per chiedere l’esclusione dell’Iran dalle competizioni internazionali.

Così, in un giorno, l’ONU ha offerto un’immagine brutale del presente: nella grande sala dell’Assemblea si approvano documenti sul diritto alla giustizia; nel Consiglio di Sicurezza si denuncia un sistema, quello talebano, che cancella le donne dalla società; nelle sale laterali, donne iraniane raccontano come uno Stato possa perseguitare perfino chi gioca a calcio. L’impressione è che questa CSW70 abbia messo a nudo ancora una volta che la questione dei diritti delle donne non è più un capitolo separato dell’agenda internazionale. È ormai il punto in cui si incontrano – e si scontrano – potere, guerra, ideologia, religione, democrazia e autoritarismo. E forse è proprio per questo che oggi divide così tanto.

8 marzo: Una rosa rossa per le figlie della mia terra

Un’altra voce di donna afghana nella Giornata internazionale per la donna, mentre alcune fonti dicono che i talebani hanno arrestato a Kabul Zuhal Fazel, un’attivista per i diritti delle donne. Sono entrati in casa e l’hanno portata via. Non è chiaro dove sia stata condotta né quali accuse, se ce ne sono, le siano state mosse.

Baran Mohammadi, AMU Tv, 8 marzo 2026

Ero davvero esausta. Così esausta che a volte mi dispiaceva persino essere una donna. Mi dicevo che forse avrei dovuto accettare che tutto è esattamente come dicono: che per noi non dovrebbe esserci scuola, né lavoro, né presenza fuori casa, né posto nella società. Forse tutto questo è ciò che Dio Onnipotente ha scritto per noi, e nella storia della creazione questo è il ruolo che ci è stato assegnato.

Allora perché non dovremmo interpretare il nostro ruolo esattamente come è scritto? Un attore su un palcoscenico teatrale o in un film ha il diritto di dire o fare qualcosa di contrario a quanto scritto nel copione? Un attore deve dire esattamente ciò che è scritto e fare esattamente ciò che gli viene assegnato.

Forse il mondo stesso è il palcoscenico del Dio Onnipotente. Egli ha scritto una storia e assegnato un ruolo a ogni essere. Il ruolo deve quindi essere interpretato esattamente come scritto nel copione: niente di più, niente di meno, senza ombra di dubbio.

Me lo ero detto, in preda alla rabbia e alla stanchezza: forse questa narrazione dell’essere donna è corretta. Forse è destino, e bisogna accettarlo.

Avevo detto che da quel momento in poi avrei abbassato la testa e avrei recitato la mia parte. Senza fare domande, senza protestare, come un’attrice che sa di non aver scritto lei la sceneggiatura e non ha altra scelta che recitarla.

“Mi piace il fatto di essere donna”

Ma da ieri sera, quando ho visto su Amu TV che si parlava dell’8 marzo, qualcosa mi ha improvvisamente percorso la pelle. Ho sentito come se una vena rimasta in silenzio per un po’ di tempo avesse ricominciato a pulsare. Qualcosa si è mosso nella mia mente: un’irrequietezza mentale, proprio come ha scritto lo scrittore turco Orhan Pamuk. Un’irrequietezza che sveglia improvvisamente una persona dal sonno.

All’improvviso mi accorsi che le convinzioni che mi ero costretta ad accettare negli ultimi mesi si erano trasformate in fumo e svanite nell’aria. Era come se non mi fossero mai appartenute. Mi piaceva di nuovo la sensazione di essere una donna: mi piaceva il fatto di essere una donna, che qualcosa dentro di me fosse ancora vivo.

Mia madre, che negli ultimi mesi aveva iniziato ad avere paura del mio silenzio e della mia obbedienza – una paura che potevo leggere inespressa nei suoi occhi – oggi mi guardava in modo diverso. Vidi i suoi occhi brillare per l’energia e l’entusiasmo che vedeva in me. C’era una domanda nel suo sguardo, come se volesse chiedermi: Cosa è successo, figlia mia? Sei tornata la persona di prima? Sei tornata la persona che eri prima in questi ultimi mesi?

Una ragazza vivace, rumorosa e vivace, curiosa, una lettrice, polemica; una ragazza che non aveva mai paura di discutere e discutere su niente e nessuno.

Guardare direttamente negli occhi gli uomini

Oggi ho deciso di uscire. Di guardare direttamente negli occhi gli uomini – attraverso i due occhi che spuntano sotto la mascherina sul mio viso – e di osservarli. Non per ostilità, ma per ricordare che ho ancora il diritto di camminare in questa città, di guardare e di essere vista.

Ho deciso di andare a cercare fiori, rose rosse. E di regalare una rosa rossa a ogni ragazza che vedo, a ogni donna che vedo per le strade e i vicoli della mia città. Alle figlie della mia città, alle figlie della mia terra.

Forse è un gesto piccolo. Forse nessuno se ne accorgerà. Ma per me, per il mio cuore, è un segno che qualcosa in me è ancora vivo, qualcosa che non vuole limitarsi a recitare la parte che è stata scritta per lei.

Forse il mondo è davvero un palcoscenico. Ma oggi ho capito che a volte anche l’attore può scrivere un nuovo copione nel suo cuore.

Baran Mohammadi è una donna che vive in Afghanistan e ha chiesto che venga utilizzato solo il suo nome.

8 marzo: “Come ho lasciato mio zio nelle mani dei talebani”

Humaira Qaderi, AMU Tv, 8 maggio 2026

Nel 1996, quando i talebani entrarono a Herat, la città cambiò rapidamente. Fino a pochi mesi prima si erano celebrate vittorie, e l’ufficio del governatore provinciale era illuminato da decorazioni. In molte sere donne e uomini festeggiavano nelle strade, mangiando cibo e dolci, raccontando storie e passeggiando in sicurezza.

Per Herat e per la sua gente, ogni celebrazione era legata alla danza e alla gioia. Era usanza organizzare feste per diverse occasioni e ripeterle l’anno successivo nello stesso giorno, finché non diventavano celebrazioni annuali.

Porte sbarrate a ogni gioia e incontro

Quando arrivarono i talebani, non chiusero soltanto scuole e università, ma sbarrarono anche le porte a ogni forma di gioia e di incontro tra le persone.

Per mio zio, Bashir Ahmad, che un tempo era stato un giovane allegro e pieno di vita, la vita nella Herat governata dai talebani divenne insopportabile.

I suoi amici lasciavano Herat uno dopo l’altro per andare all’estero, gli incontri del venerdì erano scomparsi e, giorno dopo giorno, lui perdeva interesse per la Facoltà di Agraria.

Capivo lo stato d’animo di mio zio. Così come noi ragazze ci sentivamo prigioniere in casa, i ragazzi sperimentavano solitudine e umiliazione nelle strade.

I talebani erano intervenuti nell’identità delle persone e, dalla casa alla strada, tutto era crollato.

La città, con tutta la sua gente, cadde in un isolamento tale che nemmeno negli anni di guerra aveva mai conosciuto qualcosa di simile.

Il freddo dell’inverno ci era entrato nelle ossa quando, una mattina, mio zio annunciò con voce soffocata che voleva andare illegalmente in Iran.

Si era avvolto nella sua coperta marrone, con la testa china sulle ginocchia; non sapevo se stesse fissando il pavimento o le dita dei piedi. Mio padre posò un pezzo di pane sulla tovaglia e disse: “Diventerai uno straniero in un altro paese!”

Io dissi: “E l’università?”

Mio zio mi guardò e disse: “Volevo avere una grande fattoria, andare a Shada e comprare molta terra.”

I suoi sogni erano stati sepolti nel passato, e io non me n’ero accorta.

“Una parte dello zio scompariva…”

Io, zia Aziza e zio Bashir Ahmad avevamo un bel rapporto. Durante l’Eid preparavamo insieme la tavola, e la sera parlavamo fino a tardi. Ogni volta che partiva la musica, le sue spalle cominciavano a muoversi. Diceva sempre che non era da meno di Amitabh Bachchan. Proprio l’inverno precedente avevamo rotto semi di anguria e di melone attorno al braciere e ci eravamo strappati l’ultima manciata. In quei giorni eravamo una famiglia; la città e le case non erano ancora state divise tra uomini e donne.

Due giorni dopo mio zio non era al tavolo della colazione. Mio padre pianse tutto il giorno premendo il fazzoletto all’angolo degli occhi, e io stavo alla finestra a guardare i passeri che beccavano la neve sui muri. Undici giorni dopo tornò, coperto di polvere. Il trafficante li aveva abbandonati al confine. Avevano resistito tre giorni tra le montagne e poi erano tornati tutti a piedi verso Herat.

Quell’anno e l’anno successivo mio zio ci provò altre due volte. Una volta attraversò il confine dopo quattro mesi, un’altra fu preso sotto il fuoco delle guardie di frontiera iraniane. Con ogni partenza e ogni ritorno, una parte dello zio che conoscevo scompariva. Non lo vedevamo più ballare, né sedersi con noi vicino al braciere a parlare.

Non c’erano più soldi per la tavola dell’Eid. Mio zio non era soltanto silenzioso, ma anche cupo. Sebbene gli mancasse solo un anno alla laurea, non tornò mai più alla Facoltà di Agraria. Era distrutto e rovinato quanto me e mia zia.

Forse era il 1999. Quando mi svegliai una mattina, sul muro di terra del salone — dove mio padre appoggiava il cuscino e ascoltava la radio della BBC — qualcuno aveva scritto con un gesso bianco, con una calligrafia ordinata e bellissima: “In verità, il migliore tra voi è il più pio.”

Un colore rosa era stato usato per ombreggiare la scritta bianca. Chi non riconosceva la splendida calligrafia di zio Bashir Ahmad?

Il giorno dopo si rivolse a me e a zia Aziza e disse: “Le vostre risate arrivano fino a ogni estraneo nel vicolo. Quando una donna della famiglia cammina, il suono delle sue scarpe non dovrebbe essere udito da nessuno. Quando parla con qualcuno, dovrebbe mettere un sassolino sotto la lingua, così che persino il tono della sua voce cambi.”

L’ideologia talebana lo uccise

Mio zio pregava cinque volte al giorno già prima dei talebani e partecipava alla preghiera del venerdì, ma non aveva mai trasformato la religione in una spada sopra le nostre teste. Era sopravvissuto alla guerra sovietica e alla guerra civile, ma l’ideologia talebana alla fine lo uccise.

Anch’io mi allontanai da lui. Una preghiera per i morti — e basta. Come se il Bashir Ahmad che era stato mio zio non esistesse più.

Ora, quando guardo indietro dopo ventisei anni, mi chiedo perché non abbia provato a riavvicinarmi a lui. Che cosa aveva vissuto in quegli anni solitari per le strade?

E che dire di quei tre giorni nelle montagne coperte di neve? Perché mi lasciò ai talebani? Perché io lasciai lui?

Anni dopo, durante il periodo della repubblica, il nostro rapporto migliorò. Era diventato padre di una figlia e di un figlio, e io ero diventata madre. Vivevamo entrambi per i nostri figli, e i ricordi del passato perduto si erano attenuati.

Ma il passato non ci ha lasciati. La figlia di mio zio Bashir Ahmad frequentava la nona classe quando i talebani sono tornati. Ormai dovrebbe essere al primo o al secondo anno di università.

Non molto tempo fa mio zio disse: “La ragazza è cresciuta. È meglio che si sposi piuttosto che piangere tutto il giorno per la scuola. È diventata pelle e ossa.”

Ieri sera ho chiesto a mia cugina: “Come sta lo zio?”. Lei ha risposto: «Non capisco perché, ma mio padre sembra più vecchio di settant’anni.»

Io so perché. Perché ancora una volta, nella crudele ripetizione della storia, ci siamo abbandonati l’un l’altro al dolore dei talebani —

un padre a sua figlia, una figlia a suo padre.

Humaira Qaderi è una docente universitaria e una nota scrittrice afghana, conosciuta per i romanzi “Eqlima” e “Silver Girl of the Kabul River”.

8 marzo: il Chador, lezioni e resistenza quotidiana

Bahar Karimi, AMU Tv, 8 marzo 2026

Tengo la mia borsa stretta al petto. Dentro ci sono due piccoli quaderni — uno per gli appunti delle lezioni, l’altro per le riflessioni personali che scrivo ogni giorno — insieme alla mia scatola di penne, sistemata comodamente nello zaino. Penne dalle cui punte, per me, la vita comincia a scorrere. E a volte il “chador”… il chador che, solo pochi minuti fa, ho tirato sopra di me e indossato. Un chador che io, e molte di noi, siamo state obbligate a portare. Devo averlo con me ogni volta che esco di casa, altrimenti i tassisti non mi fanno salire; e anche se lo fanno, mi fanno scendere prima di arrivare agli incroci e alle piazze. Ai conducenti non importa se mancano solo pochi minuti all’inizio della tua lezione. Anche se il posto non è molto conosciuto, anche se in questi giorni studiare sembra portare pochi benefici — tutti dicono che studiare non ti porterà nulla! — resta comunque una lezione, e cercare la conoscenza è un dovere sia per le donne sia per gli uomini. Ti faranno comunque scendere, anche se metà della tua lezione di un’ora sarà ormai già passata.

Mia sorella siede accanto a me, chiusa in se stessa. Dopo il suo primo scoppio di pianto, ora guarda fuori in silenzio con gli occhi ancora un po’ arrossati. È cresciuta . Non piange più per ore per qualcosa che l’ha ferita. Al massimo adesso piange per cinque minuti, forse meno. Forse continua a piangere dentro di sé; dopotutto, è uno degli effetti collaterali del crescere.

Distolgo lo sguardo da lei e lo rivolgo al caos fuori dal finestrino del taxi. Prima che i miei pensieri tornino alla donna che ha fatto piangere mia sorella, vagano verso un’altra donna, quella che l’autista ha costretto a scendere a metà strada perché non indossava il chador. La povera donna era appena tornata dall’Iran. L’autista disse che non poteva più sopportare di vedere suo figlio restare senza acqua. Quando lo disse, aveva urlato contro quella donna. Suo figlio era l’assistente dell’autista e aiutava i passeggeri a salire.

E quella donna era stata lasciata esattamente quattro incroci prima del luogo in cui doveva andare. Non conosceva nemmeno bene la zona. Ora, mentre ci allontaniamo dal punto in cui è stata lasciata, prego in silenzio che l’uomo che ha fermato la sua macchina e l’ha fatta salire la porti sana e salva alla sua destinazione, anche se non indossa un chador.

Pochi minuti prima, quando siamo salite sul taxi, ci siamo tirate il chador sopra la testa.

Un’anziana — che parlava come se, facendo così, avessimo insultato le nonne di un lontano passato — disse con rammarico:

“Se solo temeste Dio quanto temete i suoi servitori!”

Per qualche momento rimasi sconvolta da ciò che aveva detto, e anche mia sorella. Per rispetto della sua età restammo in silenzio, ma  lei continuò a parlare. Purtroppo, perché mentre andava avanti, mia sorella ed io, completamente coperte, ci sentivamo come se non avessimo addosso nulla.

Mi vergognavo moltissimo. Mi era così difficile capire come qualcuno del mio stesso genere potesse attaccarci e giudicarci così duramente.

In quel momento, il silenzio sarebbe stato una forma di autolesionismo. Dissi: “Guardi, cara zia, non c’è nulla di sbagliato nell’hijab mio e di mia sorella. Noi leggiamo il Corano, studiamo la cultura islamica a lezione e comprendiamo la nostra religione e il nostro hijab.”

Ma lei non addolcì le sue parole. Disse ancora: “Tu chiami questo hijab? Questo chador apparteneva alle nostre nonne. Questo è il vero hijab.”

In quel momento tutto ciò che riuscii a dire fu: “Ma zia…” — la chiamai zia in parte per frustrazione e in parte per rabbia — “le nostre nonne non andavano nemmeno in macchina, perché le macchine non esistevano!”

Le mie parole la sorpresero per un momento, poi la fecero arrabbiare.

“Il diavolo ha fatto davvero un buon lavoro con voi ragazze”, disse, e continuò finché all’improvviso mia sorella scoppiò in lacrime e disse: “La prego, zia, mi perdoni se glielo dico, ma per favore stia zitta… smetta. Lei è una di noi. Come può fare questo?”

Il suo pianto riempì il taxi. Un’altra donna seduta vicino a me strinse il suo chador intorno alla gola e disse piano:

“Anche il pudore e la vergogna sono cose buone.”

In quel momento provai una sensazione terribile verso quel taxi, le sue pareti, persino le strade della città. Mi sentii sola. Come se non avessi alcuna esistenza, come se non fossi nulla. Mia sorella pianse per alcuni minuti e poi sedette in silenzio, aspettando di arrivare.

Prima di scendere, quell’anziana si scusò con mia sorella per averla fatta piangere e le baciò la testa. Ma alcune parole, come si dice, restano per sempre nel cuore di una persona.

Le sue mani, come il suo volto, erano piene delle rughe del tempo che passa. In realtà non era completamente colpa sua. Non era del tutto responsabile di ciò che aveva detto. Provenivamo da mondi diversi. Lei era cresciuta con l’idea del chador, profondamente incisa nella sua vita, e con convinzioni appartenenti al suo tempo.

Eravamo persone di mondi diversi sotto lo stesso cielo afghano. Altrove tali differenze di idee forse non si vedono così apertamente. Ma nella nostra patria apparivano in modo evidente. Idee, opinioni, giudizi — ce n’erano così tanti. Sguardi che guardavano verso l’esterno solo dall’interno del proprio mondo.

Il taxi si fermò e interruppe i miei pensieri aggrovigliati.

Quella donna ci lasciò una grande lezione per gli anni a venire: che non sono solo gli uomini patriarcali a tenerci lontane dalla società ,a volte sono le donne… a volte donne patriarcali.

Scendo. Il mio chador scivola dalle spalle fino alla vita. Attraverso la strada velocemente — quello che nella mia città chiamano “correre come un proiettile vagante” — e sul marciapiede, davanti a uomini e donne, raccolgo il chador intorno a me, lo tengo in una mano e mi dirigo verso il ponte pedonale di Piazza Cinema.

Sono di nuovo in ritardo. Corriamo su per le scale. Sì, il luogo dove studio non è un’istituzione governativa, ma è comunque un luogo di apprendimento. E ora, in piedi sul ponte con un chador in mano, cammino verso la lezione per non restare ancora più indietro di quanto già non sia.

In questi giorni anche imparare il primo soccorso è una grande benedizione.

Il mio hijab, la mia sciarpa e il chador nella mia mano vengono catturati dal vento. Gli sguardi delle persone scivolano verso il chador che porto. E insieme raccontiamo tutti una silenziosa menzogna — dicendo che indossare il chador è semplicemente obbedienza all’imposizione religiosa.

“Bahar Karimi” è una studentessa della provincia di Herat, in Afghanistan, rimasta esclusa dopo che le università sono state chiuse alle donne.

8 marzo: le donne in Afghanistan protestano contro l’apartheid di genere e l’inazione mondiale

Nima, 8AM Media, 8 marzo 2026

In occasione dell’8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, numerose donne e ragazze afghane hanno pubblicato video e messaggi di protesta affermando che i Talebani, attraverso ampie restrizioni, hanno privato le donne dell’accesso all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione sociale, istituzionalizzando la discriminazione di genere nel Paese.

Le manifestanti hanno chiesto alla comunità internazionale e alle organizzazioni per i diritti umani di intervenire e di attivare meccanismi di responsabilità per le violazioni dei diritti delle donne. Hanno inoltre criticato il silenzio e l’inerzia delle istituzioni internazionali di fronte a queste restrizioni sistematiche.

Le “Nazioni Unite” hanno nuovamente chiesto la revoca immediata del divieto imposto alle dipendenti afghane di lavorare negli uffici dell’ONU, definendo questa misura senza precedenti negli 80 anni di storia dell’organizzazione.

L’agenzia “UN Women” ha sottolineato che senza la partecipazione delle donne non è possibile raggiungere in modo efficace le donne e le ragazze afghane né fornire aiuti adeguati. Più a lungo dureranno queste restrizioni, maggiore sarà il rischio per i servizi umanitari essenziali.

Anche l’”Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO)” ha ribadito il proprio impegno a sostenere le donne afghane, ricordando che a livello globale le donne guadagnano in media circa il 20% in meno degli uomini e che, al ritmo attuale, l’uguaglianza nel lavoro potrebbe richiedere quasi due secoli.

Il relatore speciale dell’ONU per i diritti umani in Afghanistan, “Richard Bennett”, ha dichiarato che le donne afghane non chiedono carità o pietà ma il rispetto dei loro diritti e una vita dignitosa. Ha inoltre sottolineato che, nonostante la repressione, molte donne continuano a organizzare scuole clandestine, offrire assistenza sanitaria e documentare le violazioni dei diritti umani.

Infine, il Ministero degli Esteri spagnolo ha ribadito, in occasione dell’8 marzo, il sostegno della Spagna ai diritti delle donne nel mondo e ha condannato la repressione femminile, in particolare in Paesi come “Iran e Afghanistan”.

Radio Begum: uno spazio pubblico eccezionale per le donne in Afghanistan

Cristina Silveiro, Notizie delle Nazioni Unite, 7 marzo 2026

Ogni mattina a Kabul, diverse auto attraversano la capitale afghana per andare a prendere le produttrici di Radio Begum. Le giovani donne non si recano in ufficio da sole, perché spostarsi in città è diventato troppo complicato.

“Non arrivano da sole, in autobus o in taxi, perché è molto complicato per una donna muoversi in città, soprattutto per le giovani donne”, ha detto a UN News la fondatrice della stazione, Hamida Aman , spiegando le leggi che impediscono loro di farlo.

Una volta arrivati ​​in studio, i giornalisti tengono la riunione di redazione, preparano i loro programmi e vanno in onda in diretta.

‘Un barlume di speranza nell’oscurità’

La stazione, che riceve il sostegno dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura ( UNESCO ), opera con un team di circa 30 donne e trasmette in gran parte del paese, fatta eccezione per circa una dozzina delle 34 province dell’Afghanistan, dove le autorità hanno vietato persino la voce femminile nei media.

“In questo momento, quando sei in Afghanistan e cambi canale in televisione o passi da una stazione radio all’altra, senti solo voci maschili o vedi immagini di uomini”, ha detto la signora Aman.

In questo paesaggio sonoro dominato dalle voci maschili, si distingue Radio Begum.

“Ascoltare la voce di una donna in questo universo interamente maschile è come una piccola luce, un barlume in un oceano di oscurità.”

Una stazione radio per le donne, dalle donne

Radio Begum è stata lanciata nel marzo 2021, pochi mesi prima del ritorno al potere dei talebani.

La sua fondatrice, la signora Aman, è nata a Kabul, ma è fuggita dalla guerra con la sua famiglia all’età di otto anni ed è cresciuta in Svizzera, dove ha studiato giornalismo. Dopo la caduta del regime talebano nel 2001, è tornata nel suo Paese per sostenere lo sviluppo dei media afghani.

Nei suoi primi giorni, la stazione trasmetteva musica, programmi di intrattenimento e interviste a donne attive, evidenziando i successi delle donne afghane negli ultimi vent’anni.

“Radio Begum è una stazione radio creata dalle donne, per le donne.”

Tuttavia, dopo la presa del potere da parte dei talebani nell’agosto 2021, i media hanno dovuto adattare rapidamente i loro contenuti.

“Da un giorno all’altro, abbiamo dovuto smettere di trasmettere musica. Da un giorno all’altro, abbiamo dovuto ridurre i nostri programmi di intrattenimento.”

Gestire le nuove restrizioni

Nel corso dei mesi, le restrizioni imposte alle donne e ai media si sono moltiplicate. Le donne sono state gradualmente escluse da molti lavori nel settore pubblico e le giornaliste devono lavorare a condizioni rigorose: possono intervistare solo donne e non possono trovarsi da sole in studio con un uomo.

“C’erano continui avvertimenti e minacce”, ha ricordato la signora Aman.

Per continuare a trasmettere, la stazione ha scelto di evitare qualsiasi scontro politico.

“Abbiamo deciso di non fare politica. Questo è uno dei motivi per cui possiamo continuare a lavorare.”

Alla fine del 2024, un decreto emesso dalle autorità talebane ha dichiarato inoltre che è “sconveniente” che le voci delle donne vengano ascoltate negli spazi pubblici, una decisione che ha portato diverse province a vietare le voci femminili nelle trasmissioni radiofoniche e televisive.

“Siamo una stazione radio al servizio delle donne”, ha detto la signora Aman. “Non siamo più un normale organo di informazione”.

In questo contesto, Radio Begum adattò gradualmente la sua programmazione e si rivolse presto all’istruzione.

“Siamo stati pionieri nell’utilizzare le nostre onde radio per l’istruzione.”

Già nell’autunno del 2021, l’emittente ha iniziato a trasmettere lezioni, ben prima che il divieto di frequentare la scuola per le ragazze diventasse diffuso. Quando le scuole sono state chiuse alle adolescenti, questa missione è diventata centrale.

“Hanno chiuso le scuole, sì. La scuola è proibita, ma l’istruzione no. Quindi, porteremo la scuola in casa il più possibile.”

Oggi vengono trasmesse ogni giorno sei ore di programmi educativi basati sul curriculum scolastico afghano, tre ore in dari e tre in pashtu.

L’emittente trasmette anche programmi su argomenti quali salute, supporto psicologico, consulenza medica, spiritualità, imprenditoria femminile e questioni sociali come la dipendenza. La maggior parte dei programmi viene trasmessa in diretta, consentendo agli ascoltatori di chiamare e porre domande.

Promuovere i diritti delle donne attraverso l’Islam

Per parlare dei diritti delle donne, Radio Begum ha intrapreso una strada inaspettata: i testi religiosi.

“Informiamo le donne sui loro diritti e utilizziamo l’Islam per farlo perché è l’unico modo”, ha spiegato la signora Aman, aggiungendo che il programma religioso della stazione si basa su versetti, sure e hadith del Corano, spiegati in onda da teologhe.

“L’Islam è molto preciso riguardo al posto delle donne nella società”, ha affermato, citando le norme riguardanti l’eredità, il divorzio, la situazione delle vedove e l’istruzione. “Citiamo i versetti, le sure… quindi non possono dire nulla”.

Inizialmente esaminato attentamente dalle autorità che volevano assicurarsi che i conduttori comprendessero davvero i testi religiosi, la loro reazione ha sorpreso la redazione.

“Ci hanno detto che era il loro programma preferito.”

Oggi, lo show è tra i programmi più ascoltati della stazione.

“Mio marito si comporta molto meglio”

Ogni programma riceve numerose chiamate da ascoltatori provenienti da tutto il Paese.

“Le chiamate degli ascoltatori sono un ottimo barometro dell’impatto dei nostri programmi.”

A causa della domanda, alcuni spettacoli, in particolare quelli incentrati sul supporto psicologico, sono stati addirittura prorogati.

Un’ascoltatrice della provincia di Bamiyan ha affermato di aver appreso i suoi diritti di successione tramite un programma e di essere riuscita a farli valere all’interno della sua famiglia.

In un altro caso, una donna ha spiegato che ascoltare uno spettacolo aveva cambiato il comportamento del marito.

“Mio marito ha ascoltato il programma e da allora si comporta molto meglio ed è molto più gentile.”

Queste testimonianze, ha detto la signora Aman, “ci incoraggiano e ci danno un po’ di conforto”.

“Dobbiamo intervenire”

Nonostante questi piccoli progressi, la realtà resta difficile.

“Essere una donna afghana comporta molti vincoli e molte preoccupazioni”, ha affermato la signora Aman.

In questo contesto, Radio Begum vuole offrire uno spazio raro di espressione e di ascolto.

“Stiamo rispondendo alle esigenze che il governo dovrebbe soddisfare per le donne, ma poiché questo governo ha deciso di ignorare il 50 per cento della sua popolazione, dobbiamo intervenire”.

In un Paese in cui le donne sono sempre più escluse dalla sfera pubblica, Radio Begum continua a trasmettere, offrendo uno spazio raro in cui le donne possono ancora farsi sentire.

Nessun paese al mondo ha raggiunto la piena parità giuridica per donne e ragazze.

unwomen.org 4 marzo 2026

Dalla protezione contro la violenza di genere alla parità di retribuzione, donne e ragazze continuano a essere diseguali di fronte alla legge, poiché l’impunità per le violazioni dei loro diritti persiste in tutto il mondo, ha affermato oggi UN Women.

New York – L’8 marzo 2026, Giornata internazionale della donna, UN Women lancia un allarme globale: i sistemi giudiziari pensati per tutelare i diritti e lo stato di diritto stanno deludendo donne e ragazze in tutto il mondo. Le donne a livello globale detengono solo il 64% dei diritti legali degli uomini, esponendole a discriminazione, violenza ed esclusione in ogni fase della loro vita.

Questa è una delle conclusioni del nuovo rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite, “Garantire e rafforzare l’accesso alla giustizia per tutte le donne e le ragazze”. Lo stesso rapporto rivela che in oltre la metà dei paesi del mondo – il 54% – lo stupro non è ancora definito sulla base del consenso, il che significa che una donna può essere violentata e la legge potrebbe non riconoscerlo come reato. Una ragazza può ancora essere costretta a sposarsi, per legge nazionale, in quasi 3 paesi su 4. E nel 44% dei paesi, la legge non impone la parità di retribuzione per un lavoro di pari valore, il che significa che le donne possono ancora essere legalmente pagate meno per lo stesso lavoro. “Quando a donne e ragazze viene negata giustizia, il danno va ben oltre il singolo caso. La fiducia pubblica si erode, le istituzioni perdono legittimità e lo stesso stato di diritto si indebolisce. Un sistema giudiziario che delude metà della popolazione non può affermare di garantire la giustizia”, ​​ha affermato Sima Bahous, Direttrice Esecutiva di UN Women.

Mentre si intensifica la reazione contro gli impegni di lunga data in materia di parità di genere, le violazioni dei diritti di donne e ragazze stanno accelerando, alimentate da una cultura globale di impunità, che spazia dai tribunali agli spazi online, fino ai conflitti. Le leggi vengono riscritte per limitare le libertà di donne e ragazze, mettere a tacere le loro voci e consentire abusi senza conseguenze. Mentre la tecnologia supera la regolamentazione, donne e ragazze affrontano una crescente violenza digitale in un clima di impunità in cui i colpevoli raramente vengono ritenuti responsabili. Nei conflitti, lo stupro continua a essere utilizzato come arma di guerra, con i casi segnalati di violenza sessuale in aumento dell’87% in soli due anni.

Il rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite mostra anche che i progressi sono possibili: l’87% dei Paesi ha emanato leggi contro la violenza domestica e oltre 40 Paesi hanno rafforzato le tutele costituzionali per donne e ragazze nell’ultimo decennio. Ma le leggi da sole non bastano. Norme sociali discriminatorie – stigma, colpevolizzazione delle vittime, paura e pressione della comunità – continuano a mettere a tacere le sopravvissute e a ostacolare la giustizia, consentendo persino alle forme più estreme di violenza, incluso il femminicidio, di restare impunite. L’accesso delle donne alla giustizia è inoltre ostacolato da realtà quotidiane come costi, tempi, linguaggio e una profonda mancanza di fiducia nelle stesse istituzioni che dovrebbero proteggerle.

In questa Giornata Internazionale della Donna 2026, con il tema “Diritti. Giustizia. Azione. Per TUTTE le donne e le ragazze”, UN Women chiede un’azione urgente e decisiva: porre fine all’impunità, difendere lo stato di diritto e garantire l’uguaglianza – nella legge, nella pratica e in ogni ambito della vita – per tutte le donne e le ragazze.

La 70a sessione di quest’anno della Commissione sulla Condizione delle Donne (CSW) – il più alto organo intergovernativo delle Nazioni Unite che definisce gli standard globali per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere – rappresenta un’opportunità irripetibile per invertire la tendenza al declino dei diritti delle donne e garantire giustizia. “È il momento di alzarsi in piedi, farsi avanti e parlare a favore dei diritti, della giustizia e dell’azione, affinché ogni donna e ragazza possa vivere in sicurezza, parlare liberamente e vivere in modo equo”, ha sottolineato Sima Bahous, Direttrice Esecutiva di UN Women.

In memoria di Yanar Mohammed che ha salvato migliaia di donne

turningpointmag.org Benedetta Argentieri* 6 amarzo 2026

CISDA esprime un grande dolore per l’assassinio di Yanar Mohammed.

La prima volta che ho incontrato Yanar Mohammed, eravamo in un bellissimo appartamento con vista su Prospect Park, a Brooklyn, New York. Era un pranzo per la stampa organizzato da MADRE, una ONG che sosteneva il lavoro di Mohammed e voleva che incontrasse quanti più giornalisti possibile. Era maggio 2016, il tempo era splendido, finalmente caldo dopo un terribile inverno newyorkese. Entrai e la vidi in cerchio con altre donne. Era piuttosto bassa, ma aveva un’energia unica che sapeva catturare il pubblico.

Il giorno prima, Mohammed aveva parlato all’assemblea delle Nazioni Unite della situazione delle donne in Iraq: le sofferenze, la violenza e i pericoli che stavano affrontando. In alcune zone, le famiglie davano la caccia alle donne per proteggere l’onore della tribù, uccidendole e appendendo le loro mani alle porte d’ingresso. Le donne erano oppresse e trattate come cittadine di seconda classe. E con l’avanzata dell’ISIS, la situazione è ulteriormente peggiorata: donne e ragazze venivano vendute al mercato come se fossero semplici merci.

Era chiaro che non si aspettava che il suo discorso producesse risultati concreti sul campo, sebbene fosse convinta che la situazione dovesse essere resa pubblica il più possibile. Doveva essere resa pubblica, affinché le generazioni future potessero ricordarla.

Mohammed era seduta composta a un lungo tavolo di quercia. La schiena dritta, la testa alta. Aveva deciso di parlare con i giornalisti a quattr’occhi, e io ero uno degli ultimi in fila. Mentre aspettavo il mio turno, la osservai. Aveva i capelli castani e ricci lunghi fino alle spalle e occhi nocciola molto espressivi. Ricordo che indossava un blazer leggero, con un’aria elegante e sofisticata. Usava le mani per rafforzare le sue parole; nella sua voce si percepiva la rabbia alimentata dalle ingiustizie che le donne in Iraq – e in tutto il mondo – hanno dovuto subire. Quando arrivò il mio turno, mi strinse la mano e mi accolse in un modo inaspettato e caloroso.

Abbiamo legato subito. Le ho fatto molte domande sull’Iraq, dopotutto, il Paese era una delle mie aree di interesse in Medio Oriente. Mohammed è rimasta piuttosto sorpreso dalla mia conoscenza politica della regione; ha detto di aver raramente incontrato giornalisti interessati quanto me. Mi ha raccontato di come, durante il regime di Saddam Hussein, sia fuggita in Canada e sia diventata architetto. Si è messa su famiglia a Toronto, ma desiderava ardentemente tornare a casa. Così, quando nel 2003 gli Stati Uniti hanno iniziato una lunga guerra, è salita sul primo volo per Baghdad.

“Dovevo tornare indietro, volevo partecipare alla ricostruzione”, ha detto. “Anche se è stato subito chiaro che tutte le forze laiche sarebbero state messe da parte a favore di un governo sciita, il che ha creato ancora più caos”.

L’intervista è durata 40 minuti, durante i quali Mohammed mi ha parlato dei rifugi sotterranei per le donne in fuga dai delitti d’onore. Era un sistema molto intricato in tutto il Paese. Le donne nei rifugi avevano il tempo di riprendersi e poi iniziare una nuova vita. Nel 2003, Mohammed ha fondato l’Organizzazione per la Libertà delle Donne in Iraq (OWFI) per fornire un quadro giuridico a questo lavoro rischioso.

Ero così affascinata dalla sua forza e determinazione che le dissi subito: “Voglio venire a trovarti”. Lei sorrise e rispose: “Sei la benvenuta quando vuoi”.

Siamo rimaste in contatto. Sei mesi dopo, l’ho chiamata per spiegarle il concept di un nuovo film che stavo preparando. Volevo viaggiare in Iraq, Afghanistan e Siria con una troupe composta esclusivamente da donne per dimostrare che le donne in Medio Oriente non erano semplici vittime, ma che esisteva un movimento transfrontaliero troppo spesso ignorato dai media mainstream occidentali. Yanar sarebbe stata una delle tre protagoniste, insieme a Rojda Felat, una comandante curda che combatteva l’ISIS in Siria, e Selay Ghaffar, una politica e attivista in Afghanistan. Tre donne, tre paesi, una lotta comune: la liberazione delle donne. Era entusiasta dell’idea.

“Dobbiamo organizzare bene il tuo viaggio. Baghdad non è sicura”, disse. Anzi, era sempre più minacciata.

Nel corso degli anni, diversi governi hanno cercato di mettere al bando l’OWFI, anche se nessuno è mai riuscito a farlo a tempo indeterminato. Mohammed non era più sola; aveva costruito un movimento attorno a sé. Aveva diffuso la loro voce, stretto alleanze. Era pericolosa per molti. Aveva ricevuto diverse minacce credibili da milizie legate all’Iran, da gruppi sunniti radicali e, a volte, dal regime stesso.

Ci sono voluti diversi mesi di pianificazione – coordinamento logistico, protocolli di sicurezza e contatti sul campo – prima che Mohammed ci desse finalmente il via libera. A fine febbraio 2017, con i registi Andrea Di Cenzo e Francesca Tosarelli, siamo atterrati a Baghdad.

Mi sono innamorato subito della città. Era la mia prima visita ed ero ansioso di scoprire la culla della civiltà. Baghdad, una città piena di contraddizioni, è affascinante lungo le rive del Tigri e divisa al centro dalle alte mura della Zona Verde, una città nella città, interdetta a qualsiasi civile. Come nella maggior parte delle città mediorientali, il traffico era intenso. Si poteva fare la fila per ore, sempre con la paura che un’autobomba esplodesse all’improvviso nell’ora di punta.

Per prima cosa abbiamo visitato l’ufficio di OWFI, situato in un quartiere residenziale non lontano dalle rive del fiume. Il cancello di ferro bianco si apriva su un giardino con alberi e fiori. Mohammed ci ha accolto e ha preparato il programma per le riprese. Ci ha presentato le decine di donne che lavoravano in ufficio con sorrisi e attenzione. Era molto felice che fossimo finalmente venuti per osservare e documentare sul campo il loro lavoro.

Le riprese sono state intense. Il gruppo ha deciso, per la prima volta, di celebrare l’8 marzo in strada. Siamo arrivati ​​in autobus, siamo arrivati ​​al centro della piazza e abbiamo piazzato un microfono. Una alla volta, le donne hanno iniziato a gridare slogan contro la violenza, l’oppressione e a favore della rivoluzione. Quando è arrivato il turno di Mohammed, lei ha infuso coraggio e speranza.

Nel frattempo, le persone nelle auto di passaggio ci guardavano come se fossimo di un altro pianeta. Alcuni ci fissavano con odio, altri semplicemente sorpresi. Diciotto minuti dopo, arrivò la polizia e ci disperse.

“Questa volta è stato molto più lungo delle altre volte”, ha detto una delle donne che erano con noi. Durante il viaggio di ritorno in autobus, tutti cantavano ed erano felici di come era andata.

La forza di Mohammed si basava anche sugli alleati all’interno dei gruppi comunisti in Iraq. Era critica nei confronti del loro approccio alla lotta delle donne. “Hanno sempre cercato di ritardarla. Ma quale rivoluzione faranno, che sia più difficile della rivoluzione delle donne?”

Insisteva molto anche sull’educazione degli uomini. “Abbiamo alleati che vengono con noi alle manifestazioni o ai sit-in. Ma poi osserviamo come si comportano a casa. Chi lava i piatti? A volte gli uomini sono bravi a parlare, ma scarsi nei fatti”.

Abbiamo avuto l’opportunità di visitare uno dei rifugi dove vivevano donne con i loro bambini. Siamo arrivate al tramonto, coperte da veli. Anche il nostro equipaggiamento era mimetizzato. L’appartamento a due piani ospitava quattro donne, ognuna con una storia di violenza e rinascita.

“Voglio fare l’avvocato”, ha detto una donna che non ha mai voluto apparire in video. “Voglio aiutare altre donne come me”.

All’epoca, l’OWFI aveva oltre 20 rifugi e riuscì a salvare fino a 500 donne. Stava anche aprendo un rifugio per persone LGBTQI. Il primo in assoluto nel Paese.

“Quando le donne rimangono nei nostri rifugi, all’inizio ci prendiamo cura di loro, ma alla fine si tratta di emancipazione e consapevolezza politica, e cerchiamo di aiutarle a diventare attiviste per i diritti umani e leader nelle loro comunità”, ha detto Mohammed. Emancipare le donne, istruirle e costruire un movimento sono state le chiavi del suo successo. Voleva che altre donne continuassero il suo lavoro nel caso le fosse successo qualcosa.

Siamo rimaste in contatto per molti anni; mi aggiornava sul suo lavoro e su come il film avesse contribuito a diffondere il loro lavoro oltre il Medio Oriente. L’ultima volta che le ho parlato è stato circa due anni fa, quando abbiamo partecipato insieme a un dibattito. So che ha preso parte alle infinite manifestazioni di piazza Tahrir, so che si è espressa apertamente contro le milizie sciite e la corruzione del governo. La paura per la sua vita è aumentata, così come le minacce contro di lei.

Eppure, non si mosse; niente poteva fermare il suo lavoro. Mohammed era deciso a rimanere a Baghdad il più possibile, tornando ogni tanto in Canada. Ci accordammo di parlare presto, ma non lo facemmo mai.

Il 2 marzo, non appena le bombe hanno iniziato a cadere su Baghdad e un’altra guerra è scoppiata nella regione, i suoi nemici hanno visto un’opportunità. Secondo OWFI, alle 9 del mattino ora locale, due uomini mascherati su una moto l’aspettavano davanti a casa sua. Non appena è scesa, hanno aperto il fuoco, lasciandola sanguinante sul marciapiede. In ospedale, i medici hanno cercato di salvarla, ma era troppo tardi. Aveva 65 anni, la maggior parte della sua vita trascorsa ad aiutare altre donne. I suoi assassini hanno scelto il momento deliberatamente, scommettendo che la guerra avrebbe inghiottito la notizia, che il caos li avrebbe protetti, che nessuno si sarebbe preoccupato. Si sbagliavano. Le forze che hanno cercato di metterla a tacere – milizie, occupazione, patriarcato – sono ancora all’opera. La sua morte non è un evento secondario rispetto a questo momento storico. Ne è parte.

Il mondo ha perso una delle figure femministe più importanti in un momento in cui avevamo più bisogno che mai di lei: una vera rivoluzionaria, una combattente per la libertà che ha capito che la liberazione si costruisce lentamente, rifugio dopo rifugio, donna dopo donna. Lascia una grande eredità: le centinaia di donne che ha formato, guidato e ispirato porteranno avanti il ​​suo lavoro. Così come le innumerevoli donne in tutto il mondo che hanno visto la sua storia e hanno deciso di agire. Puoi uccidere una donna, ma non puoi uccidere la rivoluzione delle donne.

I nostri pensieri sono rivolti alla sua famiglia, ai suoi compagni e a tutti coloro che all’OWFI hanno combattuto al suo fianco.

Riposa in pace, Yanar. Continueremo il tuo lavoro.

*Benedetta Argentieri è una giornalista indipendente e documentarista. Tra i suoi film, Io sono la rivoluzione (2018). Lavora come redattrice per la rivista Turning Point.

 

Nel 2025 la cancellazione delle donne afgane non è più una metafora

 

lalettrehebdo.com 19 febbraio 2026

Il rapporto annuale di Afghanistan Women’s Rights Watch (AWRW) From Marginalization to Erasure descrive un cambiamento: dalla progressiva emarginazione a una politica di cancellazione sociale, e talvolta fisica, di donne e ragazze.

KABOUL, AFGHANISTAN – Afghanistan Women’s Rights Watch (AWRW), un organismo di monitoraggio dei diritti delle donne ha documentato almeno 411 casi verificati di  gravi violazioni dei diritti umani contro le donne e le ragazze in Afghanistan nel 2025, evidenziando la diffusa l’esclusione e la sorveglianza sotto il regime delle donne talebani.

Il rapporto evidenzia anche uno sviluppo preoccupante: la moltiplicazione delle regole orali, non registrate, applicate localmente. Questa informalizzazione non è una “sfocatura” accidentale: rende impossibile l’obiezione, diluisce la responsabilità e rende la documentazione più pericolosa.

Le cifre illustrano la brutalità del sistema: 130 casi di contrabbando (31,4%), 76 omicidi (18,4%), 71 arresti arbitrari (17,1%), 32 suicidi (7,7%), il resto riguarda altre violenze (25,4%). Questi dati non sono “incidenti”: disegnano un regime di punizione e terrore.

Le persone 18-34enni sono quelle più prese di mira (338 casi): la generazione colta, attiva, propensa all’organizzazione. Il rapporto parla anche di violenza sessuale in detenzione (stupro, minacce), nonché di arresti e sparizioni senza accesso alla famiglia o a un avvocato, con la massima pressione sui parenti.

Il controllo non si limita alle strade: diventa amministrativo, economico e interno. Entro il 2025, l’apartheid di genere si infiltrerà nella burocrazia (restrizioni per viaggi e lavoro), si infiltrerà nella salute (barriere all’accesso alle cure) e trasformerà la casa con una sorveglianza avanzata, arruolando i membri della famiglia come spie.

La repressione è anche geografica: Kabul conta 65 casi documentati, seguiti da Herat (35) e Nangarhar (28), mentre 244 casi provenienti da altre province. Questo suggerisce violenza diffusa, ma anche un blackout informativo nelle aree più isolate.

Punto chiave: questi 411 casi sono parziali. AWRW insiste sulla mancanza di segnalazioni legate a paura, stigmatizzazione, mentre il dispositivo di controllo si espande e chiude le ultime aree di protezione.

La relazione chiede una risposta internazionale concreta: sorveglianza rafforzata, meccanismi di responsabilità, protezione dei sopravvissuti, sostegno alle reti di istruzione clandestina e ai difensori dei diritti umani.

Yanar Mohammed è stata assassinata oggi a Baghdad

Facebook Benedetta Argentieri 2 marzo 2026

È con il cuore spezzato e la più profonda indignazione che devo condividere la notizia: Yanar Mohammed, una delle impavide protagoniste del nostro film “I am the Revolution“, è stata assassinata oggi davanti a casa sua a Baghdad. Yanar ha trascorso la vita a costruire rifugi per i cacciati, ma oggi la violenza per cui ha lottato così duramente l’ha trovata. Conosceva i rischi. Ha ricevuto minacce. Ha scelto di restare comunque, perché credeva che le donne irachene meritassero un mondo senza paura. Come regista, il mio cuore è a pezzi. Faremo in modo che il mondo sappia cosa rappresentava. Faremo in modo che ascoltino la sua voce. “Quale rivoluzione faranno che sia più dura della rivoluzione delle donne?” Hanno ucciso la donna, ma non possono uccidere il movimento che ha costruito per tutte le donne irachene. Riposa in pace, Yanar. La rivoluzione continua in ogni donna che hai salvato.